XI.
Tale la fine miseranda di Anita Ribeira Garibaldi. Essa fu una martire dell’amore. Oscura figlia del Continente brasiliano, destinata a nozze pacifiche, ella sarebbe probabilmente vissuta felice senza neppure conoscere che esisteva un’Italia, se un giorno, nel breve tragitto dalla sua casa alla fontana, non si fosse abbattuta in quella maliarda figura d’eroe che l’affascinò coll’inesprimibile sortilegio della sua leonina bellezza, e ghermitala nel suo pugno poderoso la trasportò seco nel fortunoso ciclone della sua vita.
Ed ella, come sappiamo, non discusse, non vacillò, non resistette. Come Ernani a Doña Sol, Garibaldi le offerse di
Dormir sur l’herbe, boire au torrent, et la nuit
Entendre, en allaitant quelque enfant qui s’éveille,
Les balles de mousquets siffler à votre oreille,
Être errante avec moi, proscrite, et s’il le faut
Me suivre............. à l’echafaud!
e come Doña Sol a Ernani, ella rispose semplicemente: Je vous suivrai.
Divenuta in un istante schiava felice di quel bello e terribile Signore, la sua coscienza ammutì e la sua volontà s’infranse. Per esso sostenne di lacerare il cuore del padre e di portarne sul capo per tutta la vita la maledizione; per esso affrontò impavida la tenebra d’un avvenire malfido, pieno di nembi e di procelle; per esso si esiliò volontaria dalla sua contrada nativa e dal suo domestico focolare, e con esso partì. Chiunque si fosse quell’angelico o satanico sconosciuto, ella l’amava; dovunque la portasse, qual si fosse la sorte ch’egli le preparava, ella s’era data a lui, non col sensuale capriccio d’una ganza, ma col voto religioso e perpetuo d’una moglie, e si sentì sua per sempre. Il fato d’amore,
D’amor che a nullo amato amar perdona,
l’aveva presa nelle sue spire, e come Francesca si lasciò turbinare, beata, nella sua rapina.
E non appena ella fu tra le braccia del suo eroe, s’incarnò con esso e, come Giovanna d’Arco, da fanciulla casalinga e romita si trasformò per lui in amazzone ed in eroina.
Per non abbandonarlo mai, per trovarsi sempre al suo fianco, qualunque fosse la ventura e il periglio; per esser pronta ad ogni istante a coprirlo col suo petto nelle pugne, a medicarlo colle sue mani nelle ferite, a premiarlo prima del suo amore nelle vittorie, imparò a trattare un moschetto come un cacciatore, a bracciar una vela ed a sfidare un fortunale come un marinaio, a cavalcare nelle marcie, a caricare nelle mischie come un cavaliere, a serenare ne’ bivacchi, a durar nelle vigilie come un veterano, a disprezzar le delicatezze, dissimular le necessità, domar talvolta i tormenti del suo corpo di donna e del suo seno di madre per tornar più utile e più cara all’uomo che adorava.
Gravida di Menotti, lo portò nove mesi in seno tra stenti e perigli mortali, lo partorì in una capanna, lo scaldò del suo fiato, lo vestì co’ suoi cenci, lo allattò a cavallo combattendo e marciando, gli diede per cuna i tronchi delle foreste, per giocattoli il fischio delle palle, lo scrosciar de’ torrenti e il bramir delle fiere. Al combattimento navale di Santa Caterina mette ella stessa la miccia al cannone; alla fazione di Santa Vittoria durante la battaglia è la provvidenza de’ feriti, che va a curare sotto il grandinar delle palle; a Coritibani guida ella stessa la scorta delle munizioni. Avvolta da una squadra di cavalli nemici, sdegna d’arrendersi; ma atterrato da una palla il suo cavallo, e tradotta prigioniera davanti al capitano nemico, ne rintuzza colla fiera parola i sarcasmi, come poco prima aveva rintuzzato l’assalto de’ suoi soldati col virile ardimento.
Disgiunta però dal marito e sparsasi fra i nemici la voce della morte di lui, l’amore la rende umile e la pietà eloquente, e impetra unica grazia dal vincitore di andare ella stessa sul campo a cercare, vivo o morto, il corpo del perduto consorte.
E il vincitore incauto consente; ond’eccola come Argia errare una giornata per la funerea campagna, frugandone tutti i recessi, interrogandone ogni cadavere, tremando ad ogni vaga somiglianza di vesti o di persona, rivolgendo i corpi dei caduti boccone per leggere nei loro volti la sentenza del suo destino. Invano; ma poichè ogni delusione ravvivava in quel caso una speranza, decide di andare a cercare tra i vivi colui che non aveva potuto trovare fra i morti, e colta una notte in cui i suoi custodi giacevano assonnati dal vino, fugge dal campo nemico e ripara nella capanna più vicina, nella speranza d’un momentaneo rifugio e di un soccorso.
Era Erminia che andava alla cerca del suo Tancredi, ma col cuore di Clorinda. Se non che appena entrata la prima cosa che le si offre alla vista è un mantello.... il mantello di suo marito. Quale tremenda sorpresa! Quel mantello è egli un testimonio di vita o di morte? Fu egli perduto per caso nel campo o strappato da un predone nemico dal corpo d’un caduto? Cresce a quella scoperta piena di paurosi problemi l’ambascia della fuggitiva e delibera di troncare all’istante ogni indugio; non vuol partire però lasciando in mani straniere la preziosa reliquia, e non avendo con che riscattarla, offre in cambio alla donna che l’ospitava il suo proprio mantello. E poichè l’ospite non aveva che a guadagnare nel baratto, l’accetta prontamente; e Anita senz’altra dimora avvolta in quella cara spoglia, che forse aveva raccolto gli ultimi battiti del suo Garibaldi morente e che la sorte le inviava forse come un augurio e un talismano, si lancia alla ventura nella direzione di Layes, dove sapeva che i Repubblicani s’erano ritirati, e al cader della notte s’inselva nel folto della foresta che lungheggia quella contrada. E là sola, digiuna, senz’armi, senza guida, senza viatico, comincia per essa una terribile prova. «Colui soltanto (scriveva suo marito) che ha veduto le immense foreste che coprono la Serra dell’Espinasso, co’ suoi colossali taquari che sembrano sostenere il cielo e formare le colonne di quel magnifico tempio della natura; può formarsi un concetto della virtù occorsa, delle difficoltà vinte dalla valorosa Brasiliana per arrivare, traverso venti leghe di cammino, tante ne corrono da Coritibani a Layes, al termine del suo pellegrinaggio.»
E non era soltanto la natura inanimata che le moveva guerra; ma la viva e l’umana. Poichè gli abitanti stessi avversi alla repubblica nel perseguitare gli sperperati avanzi degl’insorti perseguivano lei pure, onde più d’una volta si trovò avviluppata dalla muta feroce degl’Imperiali, salvata soltanto dal suo meraviglioso ardire e dalla sua fortuna. Vinto un pericolo, ne sorgeva un altro; anzi pareva che l’uno pullulasse dall’altro colla fecondità d’un’idra. Passata la foresta, sorgeva il monte; delusa la furia degli uomini, si scatenava quella degli elementi.
E fu allora che gli abitanti di Layes e di Vaccaria ebbero uno strano spettacolo. Per due giorni un fantastico cavaliere, montato sopra un nero cavallo, fu visto saltar al galoppo dirupi, tragittare a nuoto torrenti, traversare a volo come uno spettro di Bürger la tenebra d’una notte tempestosa, comparire, scomparire tra i tuoni e le folgori, or sulla vetta de’ monti, or nel fondo delle valli, lasciando esterrefatti sul suo passaggio abitatori e viandanti, mettendo in fuga col suo sovrumano fantasma gli stessi cavalieri imperiali mandati alla sua caccia.[163]
Era Anita, che, procacciatasi, colla facilità consueta a que’ paesi, un generoso cavallo, e sorpresa, ma non atterrita, da un uragano, continuava la sua corsa fortunosa, e già pianta dallo stesso marito, per il medesimo inganno ond’ella aveva pianto lui, riusciva dopo otto giorni di disperata separazione a trovarlo nei dintorni di Layes, ed a cadere beata nelle sue braccia.