XII.
La mattina del 20 il Rosselli mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare la coda de’ fuggenti; e il tentativo non dispiacque a Garibaldi; ma non gli bastò. L’idea sua era di buttarsi nel Regno e accendervi le faville d’una rivoluzione novella. Ne scrisse perciò il giorno stesso al Rosselli in questa lettera, la quale per quel po’ di famigliarità che abbiamo contratta coi modi e lo stile del nostro eroe, la diremmo tutta di suo pugno:
«Velletri, 20 maggio 1849.
»Generale!
»Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi e vi espongo il mio pensiero. Voi avete mandato ad inseguire l’esercito napoletano da una forza nostra; ed è molto bene. Domani mattina dobbiamo col corpo d’esercito tutto prendere la strada di Frosinone e non fermarci fino a giungere sul territorio napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare. La divisione che seguita la strada di Frosinone deve impegnarsi con forze superiori e ripiegarsi sopra noi in caso d’urgenza; ciò che potrò farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell’artiglieria.
»G. Garibaldi.»
Il Rosselli trasmise, com’era debito suo, la proposta al Ministro della guerra, contentandosi a esporre le difficoltà dell’impresa e a dichiarare che, pur ubbidendo, ne rinunziava la responsabilità. E questa volta aveva ragione lui e torto Garibaldi. E più ragione forse nel rispetto politico che nel militare. Poichè era più probabile che Garibaldi riescisse a battere l’esercito borbonico, numeroso sì, ma inabile, ed a racchiuderlo nelle sue fortezze, che a far insorgere popolazioni sbalordite ancora dai rovesci e dai disinganni dell’ultima lotta, parte atterrite dalle persecuzioni, parte infralite dalla corruzione, attorniate dallo spettacolo della reazione stravincente in tutta Europa, e prive d’ogni speranza di aiuto e d’ogni lusinga di vittoria. Oltre di che non era colle forze destinate a difender Roma che doveva tentarsi una simile impresa. Oramai le cose erano giunte a tale in Italia, che il partito più saggio era concentrar la difesa in pochi punti dov’era ancora possibile e là cadere gloriosamente. Pensare ad altra riscossa era sogno; divider le poche forze per seminarle a ravvivare la favilla d’una rivoluzione era stoltezza. Il Governo romano poteva di leggieri intender tutto ciò e dir chiaro a Garibaldi: tornate in Roma. Posto invece tra i due generali creati da lui, prese il partito solito di accontentarli entrambi: richiamò il Rosselli a Roma col grosso delle forze; lasciò a Garibaldi una brigata coll’incarico apparente di spazzar i confini dalle masnade dello Zucchi, col reale, di tentare l’impresa del Regno. E Garibaldi partì.
Il 23, sera, era coll’avanguardia a Frosinone, da dove il vecchio Zucchi era già partito; il 25 a Ripa; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D’Arce, munitissimo luogo, era occupato dai Napoletani, inviò tosto i Bersaglieri lombardi ad assalirlo. E i Bersaglieri, scambiati pochi colpi cogli avamposti, si slanciano arditi su per l’erta scoscesa, aspettandosi ad ogni passo d’essere salutati dalle mitraglie nemiche e arrivando invece, senza dare nè ricevere un colpo, fino al sommo del paese, dove con grande loro meraviglia, non trovano anima viva.
«I soldati (scrive Emilio Dandolo testimonio) erano sdegnati di questa diffidenza; ma mercè le calde ammonizioni di Garibaldi, arrivato allora colla sua Legione, e particolarmente del Padre Ugo Bassi (che conobbi allora quanto fosse fervente di carità e di patriottismo), non fu tocca una busca in quel paese deserto, non abbattuta un’imposta. Sedemmo per terra sulla piazza. Ma gli spauriti abitanti, quando dalle cime vicine videro quest’ordine ammirabile, calarono in tutta fretta, corsero ad abbracciarci, aprirono le case e le botteghe, e in pochi istanti il paese tornò alla consueta attività. Ci raccontarono allora quante superstiziose credenze avessero i soldati napoletani sparse fra loro. A sentirli, noi eravamo tanti folletti inviati dal demonio a divorare i bambini ed abbruciare le case. Il vestire bizzarro di Garibaldi e de’ suoi accresceva singolarmente la paurosa ignoranza di quei paesani.[131]»
Garibaldi frattanto aveva ordinato di riprendere la marcia per il mattino vegnente; risoluto, se la voce che un corpo di Svizzeri l’aspettasse a San Germano s’avverava, a misurarsi con loro e a farla finita al più presto. Nessuno gli aveva levato di mente che vincere una battaglia contro quell’esercito fosse facile, e che una vittoria bastasse ad aprirgli le porte del Regno: «Qui (diceva a’ suoi ufficiali raccolti sulla piazza d’Arce) qui si decidono i destini d’Italia. Una battaglia vinta sotto Capua ci dà nelle mani l’Italia.[132]»
Altri però erano in quel momento i pensieri del Governo romano. L’invasione austriaca s’innoltrava minacciosa; un esercito del Wimpfen aveva già cominciato l’investimento d’Ancona; un altro agli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni serrata tra branche di ferro, anche più tenaci di quelle francesi: far argine a tanto pericolo era prudenza. E il Triumvirato si era lusingato per un istante di poterlo, essendogli parso che durante l’armistizio, e prossimi i negoziati Lesseps, giusta la pia sua credenza, a conchiusione felice, nessuno, nemmeno l’Oudinot, avrebbe potuto vietargli di mandare la parte disponibile dell’esercito a combattere quelli Austriaci, che ingenuamente pensava aborriti, prima che da altri, dagli stessi Francesi. Perciò, col capo dentro in questa fitta d’illusioni, ordinava che una spedizione per le Marche s’allestisse in Roma, e che frattanto Garibaldi fosse richiamato a marcia forzata dal Regno. E Garibaldi, saputo il motivo del richiamo, ubbidì, può dirsi, con gioia; e con somma diligenza ripassava il confine il 28; rientrava in Frosinone il 29; era ad Anagni il 30; il 1º giugno a Roma.
Da Frosinone peraltro aveva scritto al Masina questa singolarissima lettera, dalla quale traspaiono due cose poco sapute fino ad ora: ch’egli affidava a quell’intrepido il comando in capo della Legione italiana; e che gli rideva in cuore la speranza di poterla adoperare ben presto contro il secolare nemico, di cui tutti sanno il nome.
Ed ecco la lettera: più degna certamente d’un caicco di turbe indiane, che d’un eroe civile; ma nella sua selvaggia inspirazione, viva, pittoresca, terribile:
«Comando della 1ª Divisione.
»Repubblica Romana.
»Frosinone, 29 maggio 1849.
»Colonnello Masina,
»Io vi incarico sempre delle più ardue e disagiate imprese colla coscienza del vostro coraggio e della vostra capacità a disimpegnarle. Voi siete uno di quei compagni che la fortuna mi ha fatto felicemente incontrare per l’adempimento dei destini dello sciagurato nostro Paese, e per cui ogni impresa mi diventa facile. Io vi amo e vi stimo dunque doppiamente, come amico dell’anima, poichè lo meritate personalmente — come campione della santa nostra causa, per cui tanto avete fatto e tantissimo farete ancora. Io vi raccomando la Legione. Credetemi. Voi solo dovete comandare quei valorosi giovani, quel nucleo delle speranze della Patria. Voi non dovete limitarvi a condurla sul campo di battaglia, ma bensì, ciò che ben sapete fare, tenerla qual famiglia vostra, vegliarla, custodirla, staccarvi da quella meno che sia possibile. Voi avete sperimentato certamente come la fanteria è il vero nucleo della battaglia; e la Legione italiana, vedete, vittoriosa tre volte, sarà vittoriosa sempre.
»Voi avete bisogno pure del vostro Corpo de’ Lancieri e ne avete veduta la necessità. Essi con Voi saranno inseparabili dalla Legione e non saranno meno utili. Ma la fanteria abbisogna veramente di tutta la vostra cura. State con essa, Colonnello, io ve la raccomando intenerito. La vita della prima Legione italiana appartiene caramente e indispensabilmente all’Italia. I Legionari, noi stessi non possiamo valutarne l’importanza. L’onore italiano — e sapete se importa l’onore ad una nazione caduta — l’onore italiano per la maggior parte è stato salvo dai nostri bravi Legionari. Ed un popolo disonorato sarebbe meglio che sparisse dalla superficie della terra. Voi avete combattuto sempre alla fronte della Legione e la Legione vi conosce, vi stima. Il valore, credetemi, è la prima qualità; almeno la più fascinante; quella che serve al capo ad affezionarsi il subalterno; e Voi foste brillante di valore. Dunque Voi reggerete e guiderete bene la Legione, e bramo ve ne occupiate indefessamente. In Roma potremo supplire ai bisogni dei nostri militari e non abbiamo tempo da perdere. Il più terribile, il più abbominato de’ nostri nemici ci aspetta sulle vie delle Romagne ed io.... mi suona un grido di vittoria nell’anima. Da questo momento Voi preparerete la Legione ad uno scontro co’ Tedeschi. Dite ai Legionari che si famigliarizzino con quell’idea, che ne facciano il pensiero d’ogni minuto della giornata, il palpito d’ogni sonno della notte. Che si famigliarizzino ad una carica a ferro freddo, e conficcare una pungente baionetta (le affileremo a Roma) nel fianco di un cannibale. Carica a ferro freddo senza degnarsi di scaricare il fucile. Date un ordine del giorno alla Legione che obblighi i Legionari alla seguente preghiera: — Dio, concedetemi la grazia di poter introdurre tutto il ferro della mia baionetta nel petto di un Tedesco senza essermi degnato di scaricare il mio fucile, la cui palla serva a trucidare altro Tedesco non più lontano di dieci passi. — Dunque all’opera, mio caro Colonnello, state sulla Legione come l’avaro sul suo tesoro. Preparate i Legionari ad un giorno di trionfo. Forse dovremo combattere più compatti. Si assuefacciano dunque a miglior disciplina, a marciare uniti; a comparire il più decorosamente che sia possibile. Vinceremo allora e profitteremo della vittoria.
»Giuseppe Garibaldi.»