XIII.
Avviatosi difilato al Municipio, come uomo che sa a memoria la strada, vi incontra e vi abbraccia il Podestà; loda, infiamma, affascina come al solito quanti l’ascoltano, e prima di ritirarsi pronuncia queste testuali parole ch’egli invecchiando dimenticò, come tante altre, ma che la storia non può dimenticare: «Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele, non sarà mai troppo. Voi sapete che io non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria.[191]»
Ma quello che più importava era provvedere alla difesa. L’Austriaco, scossa la prima sorpresa, serrava da ogni banda. Non appena conosciuta l’invasione garibaldina, il generale Giulay dal suo quartiere di Garlasco bandiva, quasi risposta a quello del generale Garibaldi, un suo proclama feroce, nel quale, dopo aver annunziato prossimo l’arrivo di imponenti soccorsi dagli Stati ereditarii del suo Sovrano, soggiungeva, con accento meritevole di troppa fede: «Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comune colla rivoluzione, impedissero il passaggio ai rinforzi della mia armata, distruggessero le comunicazioni, i ponti, ec., verrebbero puniti col fuoco e colla spada. Emetto in questo senso le opportune istruzioni ai miei sottocomandanti. Spero che non mi si obbligherà a ricorrere a tali mezzi estremi, e che alle conseguenze della guerra, senz’altro disastrose per il paese, non si vorranno aggiungere anche i terrori della guerra civile.[192]»
Nè eran parole soltanto. Il giorno stesso si spiccava dal grand’esercito una colonna che a marcia forzata accorreva sul nuovo teatro di guerra; mentre da Milano il Governatore, generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un altro corpo di circa quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone; e fu quello per l’appunto che il 25 mattina andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni d’una pagina di Vegezio, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in iscacco per più d’un’ora con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dal mattino non c’era più l’ombra di un garibaldino.
Ma se la colonna di Gallarate non si chiarì molto temibile, non si sapeva ancora che pensare di quella che era venuta a formarsi, frammista di varii corpi, attorno al nucleo della colonna partita da Oleggio, e di cui i Varesini avevan visto spuntar ad Olgiate l’antiguardo sino dalla sera del 23. Si componeva di circa quattromila[193] uomini con due mezze batterie e due squadroni; la comandava quel tenente maresciallo Urban, croato d’origine, salito in voce di esperto partigiano nella campagna di Transilvania del 1849; in Italia famigerato soltanto come luogotenente di Haynau e assassino dell’innocente famiglia Cignoli di Casteggio.