XIV.
Quando Garibaldi rientrò a Laguna, le cose dei Repubblicani cominciavano a volgere alla peggio. I Riograndesi non avevano saputo cattivarsi l’affetto della provincia sorella. Il regime violento e dispotico del generale Canavarro; il contegno duro ed oltraggioso de’ suoi luogotenenti; i maltrattamenti, le vessazioni, le rapine delle sue soldatesche, avevano seminato in poco tempo nell’animo dei Sancaterinesi cagioni di malcontento da mutare il primo loro entusiasmo per la causa repubblicana in aperta avversione; anzi la piccola città d’Imeruy, posta sul lago dello stesso nome, aveva dato per la prima il segnale della rivolta, e, scagliatasi in armi contro il piccolo presidio, risollevate le insegne dell’Impero.
E ciò mentre l’esercito imperiale, rinforzato di nuove truppe, marciava in più colonne, grosso e agguerrito, contro la capitale della provincia, e secondato dalla squadra sempre signora della costa, quindi degli sbocchi del lago, investiva di fronte e di fianco il debole esercito repubblicano, e minacciava di troncargli ogni scampo.
In tali frangenti il generale Canavarro, pensando di soffocar prima nel sangue la nascente ribellione, ordinava a Garibaldi di riprendere a viva forza Imeruy e di abbandonarla al saccheggio. Nulla poteva riuscire più repugnante all’indole ed all’animo di lui che quest’ordine selvaggio; ma l’ordine era perentorio; egli era soldato e doveva obbedire. Lo eseguì però con tutta la mitezza e, staremmo per dire, la pietà di cui era capace. Impadronitosi, con una rapida manovra, della città, spese tutto sè stesso per rendere meno terribile il flagello che la minacciava. Permise il sacco delle cose, vietò rigorosamente l’offesa alle persone; e quantunque simili divieti sia più facile darli che farli eseguire, e frenare una soldatesca sguinzagliata, ebbra di rapine e di vino, tocchi quasi il miracolo, pure Garibaldi vi riuscì. Correndo di gruppo in gruppo e quasi di casa in casa, usando cogli uni le minaccie, cogli altri le preghiere, con alcuni anche le percosse, immaginando persino lo stratagemma di un ritorno improvviso del nemico, dopo sforzi incredibili di energia e di pazienza ottenne ancora non solo di far rispettare, quanto alle persone, il suo ordine, ma di rendere assai men grave anche la devastazione delle cose e di ricondurre quel branco di belve umane, sozze, è vero, di vino e di furto, ma tuttavia monde di sangue innocente, a Laguna. Però di quel giorno e di quel fatto serbò la ricordanza amara finchè visse. E benchè egli abbia combattuto in luoghi e in tempi in cui il saccheggio era ancora arma lecita di guerra, nè egli nè i suoi soldati si bruttarono più di simile macchia.
Ma a Laguna trovò ciò che il suo cuore da tempo gli presagiva: gl’Imperiali incalzanti, i Repubblicani che facevano i primi apparecchi della ritirata. E la ritirata cominciò ben presto lenta, contrastata, minacciosa, gloriosa anche, ma senza tregua e senza speranza di ritorno. Non posizione o passo militare che i Repubblicani non difendessero con ardimento, o stratagemma che lasciassero intentato; non palmo di terra che valorosamente e spesso disperatamente non contrastassero. Ma incalzati per acqua e per terra da forze soverchianti; attorniati da popolazioni indifferenti od ostili; guidati da capitani più valorosi che esperti e sotto il comando di quel Bento Gonçales che Garibaldi stesso continua a chiamar sfortunato, forse per non dirlo incapace, i Repubblicani non videro più un sol giorno di completa vittoria.
Perduta Laguna, protrassero ancora nei distretti alpestri e selvosi di Lages e Vaccaria la resistenza; ma scacciati anche da quelle alture, tentata invano la presa di San Josè del Norte, cittadella sulla riva settentrionale del Los Patos in mano degl’Imperiali, e che doveva dar loro la base d’operazione, circuiti, traccheggiati, decimati dalle morti e dalle diserzioni, andavano dispersi su nelle serre di Missiones e di Cruz-Alta, dove restò sepolto coll’ultimo avanzo del loro esercito il breve sogno della loro repubblica.
Quanta parte avesse Garibaldi in quella campagna, è facile indovinarlo. Primo, se non al comando, al pericolo; ultimo solo nelle ritirate; accettando o scegliendo in ogni combattimento la parte più rischiosa; passando nel giorno stesso dall’acqua alla terra, dal governo di una flottiglia al comando di uno squadrone o di un battaglione; ricco di coraggio e fecondo di stratagemmi; a tempo arditissimo, a tempo prudente, egli fu l’anima di quella ritirata d’oltre dieci mesi; e a quanto appare dalle sue Memorie, meglio che il braccio ed il cuore, l’unica mente che intuisse e ragionasse.
Fin dal primo giorno della ritirata, incaricato di fronteggiare sulla laguna stessa di Santa Caterina la flottiglia nemica e di proteggere il passaggio dell’esercito repubblicano sulla sponda meridionale, resiste un giorno intero con tre bastimenti contro una squadra di ventidue vele fiancheggiata di truppe di terra. Anita stessa ritta al suo fianco colla miccia al cannone, impavida sotto la mitraglia, dà a tutti l’esempio del valore che non conta i nemici; e quando tutti i suoi pezzi sono smontati e i suoi legni fracassati e le coperte seminate di morenti e di morti, fra i quali orrendamente mutilato il prode John Griggs, manda a terra, sotto il comando d’Anita stessa, le armi, le munizioni e gli uomini superstiti; appicca il fuoco egli medesimo ai suoi bastimenti e si salva sopra un canotto alla riva.
Un’altra volta a Coritibani sulle rive del Pelotas, sorpresa e sgominata la colonna colla quale egli marciava, difende con settantatrè uomini contro cinquecento eccellenti cavalieri la ritirata, e sfilato il grosso della colonna si ritira egli stesso traverso le fitte foreste del Lages, combattendo due giorni e due notti, incolume, invitto.
Al combattimento di Santa Vittoria decide della giornata; alla fazione del Taquary guida il nerbo dell’infanteria; nota da provetto capitano i falli «dell’eroico, ma sfortunato Gonçales» e tenta invano di ripararli; in fine all’assedio di San Josè del Norte monta tra i primi all’assalto, s’impadronisce, in men che non si dica, di tutti i forti, e ne sarebbe anche rimasto padrone, se l’indisciplinatezza dei soldati sbandatisi a sbevazzare e a bottinare, lo scoppio d’una polveriera e il sopravvenire della squadra nemica che dal lago infilava e spazzava le vie, non l’avessero costretto a battere in ritirata.
Fu quello però l’ultimo importante combattimento di quella campagna a cui Garibaldi partecipò. Dopo l’infelice esito di San Josè, Garibaldi, nominato di nuovo capitano della marina repubblicana, si fermò presso una fattoria detta San Simon, coll’intento di costruirvi alcune di quelle barche fatte d’un sol fusto d’albero, e che colà chiamano canoe, colle quali tentare di poter riprendere il lago, su cui aveva fatto le sue prime prove, e molestarvi i nemici. Se non che la costruzione di codeste canoe essendogli andata fallita, e i pascoli di San Simon essendo ricchi di poledri, pensò bene farne una distribuzione, a dir vero un po’ socialista, ai suoi compagni, e dove non aveva potuto comporre una flottiglia di barche, organizzare almeno uno squadrone di cavalli.
Ma in mezzo a questi avvenimenti e a queste cure, un avvenimento e una cura più importante vennero ad occuparlo e ad assorbirlo. Anita incinta, forse dal giorno del combattimento di Santa Vittoria, dopo aver portata a cavallo la sua creatura per nove mesi, traverso tutti i pericoli, le privazioni, gli stenti, le fughe di quella campagna disastrosa, il 16 settembre 1840 partorì a Mustarda presso San Simon il suo primogenito.
Era un maschio fiorente e gagliardo, a cui il padre, sostituendo (io credo per il primo) ai consueti santi della Chiesa, un martire della patria, impose il nome di Menotti; e sulla cui fronte una piccola cicatrice, riportata per una caduta da cavallo della madre, sigillava lo stigma della sua origine tempestosa.
Ma Garibaldi aveva appena cominciato ad assaporare le gioie di padre, che uno dei tanti accidenti onde componevasi la sua vicenda quotidiana, venne a mettere a serio pericolo tanto la sua, quanto la vita di sua moglie e di suo figlio, minacciando distruggere in un colpo solo il nido della sua felicità.
Essendosi egli recato a Settembrina, villaggio distante da San Simon alcune giornate di cammino, per provvedersi di biancheria e di vesti per sua moglie e suo figlio ridotti quasi ignudi, e avendo occupato nel viaggio, attraverso un paese maremmano e paludoso, maggior tempo di quello che aveva pensato, al suo ritorno alla fattoria non trovò più nè Anita, nè Menotti, nè alcuno. Quali si fossero la sorpresa, l’affanno, qui potremmo dire anche lo spavento di Garibaldi, l’immaginerà chi ha cuore. Non tardò, è vero, a scoprire tosto la cagione della scomparsa de’ suoi cari e l’asilo in cui si erano rifugiati; ma finchè non li ebbe riveduti ed abbracciati non ebbe pace.
Ecco pertanto come il caso era succeduto. Quello stesso colonnello Moringue che l’aveva sorpreso al Galpon di Chargucada, riportando, perenne ricordo del guerrigliero italiano, un braccio fracassato, campeggiava sempre nei dintorni di Los Patos, e appunto in quei giorni era piombato addosso, con astuzia più felice, ad un posto di cavalleggieri repubblicani comandati da un certo Massimo, e facilmente massacrati i soldati e il capitano, s’era spinto con una forte colonna di cavalli nei dintorni di San Simon, spargendo il terrore in tutta la contrada.
Ora i quaranta uomini lasciati da Garibaldi a presidio della fattoria, erano troppo scarsi di numero per resistere ad un nemico tanto più forte, e lontano il solo capo che poteva guidarli alla disperata difesa, stimarono non restasse loro altro scampo che fuggire e inselvarsi nelle foreste vicine fino al dileguarsi del nembo. E naturalmente anco Anita dovette fuggire con loro.
Ecco dunque la novella madre, puerpera appena da dodici giorni, costretta a balzar in groppa al cavallo e in una notte tempestosa, coperta della semplice camicia, col suo figliuolo traverso la sella, gettarsi alla ventura per macchie e burroni, esposta ad ogni guisa di stenti e di pericoli, noncurante di sè, ma trepida della vita del caro suo portato, tremante anche per la sorte di suo marito che forse correva rischio peggiore. Fortuna volle invece che Garibaldi la scoprisse, con tutta la sua scorta, al margine di un bosco, e che tutta la famiglia di San Simon, un istante dispersa, potesse ricongiungersi incolume nell’asilo da poco abbandonato. Non vi potè per altro dimorare a lungo; chè Garibaldi, non sapremmo dire se per ordine della Repubblica o di volontà sua, attirato sempre dall’idea di armar in guerra le sue canoe, che gli rappresentavano in embrione un simulacro di flotta, s’era trapiantato sulla riva del Capivari, quel fiume, emissario del Los Patos, sul quale aveva eseguito il famoso trasbordo dei lancioni; e colà si era dato, forse in attesa di meglio, a trasportar gente e corrispondenze dalla riva orientale del lago all’occidentale; operazione che, fatta sotto il tiro delle squadre imperiali, sempre signoreggianti le acque della laguna, non doveva essere priva nemmeno essa di emozioni e di pericoli.