XV.

Ed egli non si fece aspettare lungamente. Già fin dalla sera del 25 gli esploratori l’avevano segnalato a Olgiate; un breviloquente manifesto del Commissario regio Emilio Visconti Venosta: «Varesini, voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, voi sarete i primi a difenderla,» n’aveva propagata la certezza. I Varesini erano pronti, i Cacciatori impazienti; e al mattino seguente, sullo scoccar delle otto, il nemico apparve innanzi a Belforte e il combattimento cominciò. Del fatto d’arme di Varese (sarebbe ridevole iperbole chiamarlo battaglia) discorse lungamente il capo di Stato Maggiore dello stesso generale Garibaldi;[194] e noi, più desiderosi di raccoglierne gli insegnamenti che vaghi di pennelleggiarne gli aneddoti, ne ridiremo succintamente.

Dei quattromila uomini circa che il generale Urban traeva seco, una parte, forse un battaglione, l’aveva lasciata in riserva a San Salvatore, forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di Granatieri comandati dal tenente colonnello Bioll l’avea inviato per Casanuova e Cazzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d’Induno che il generale Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri, duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Facilmente impadronitosi del poggetto di Belforte, annunziò con alcuni razzi il suo attacco; e mosse simultaneamente contro la sinistra e contro il centro garibaldino. Ma nessuno balenò; i Cacciatori attesero, come Garibaldi aveva prescritto, a mezzo tiro de’ loro grami moschetti l’assalitore e con pochi colpi bene assestati l’arrestarono di botto. Tornò egli tuttavia colla medesima tattica ad un secondo e più gagliardo assalto; due movimenti risoluti e aggiustati, comandati a tempo dai colonnelli Medici e Cosenz, lo frustrarono ancora. Infatti, non appena il nemico fu presso alla barricata della grande strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio, il Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, il Cosenz con un abile controattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore, ributtarono insieme l’assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo sforzarono a battere in ritirata su tutta la linea.

«Il nemico si ritira!» esclamò Garibaldi dal belvedere di Villa Ponti, donde aveva osservato, colla sua consueta serenità, tutte le vicende della pugna: «Bisogna inseguirlo;» e scendendo di galoppo sulla strada, si pone egli stesso a capo dell’inseguimento.

Il generale Urban intanto arrivava a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, ed ivi più nell’intento, crediamo noi, di proteggere la sua ritirata e di aspettare novelle del corpo del tenente colonnello Bioll, ingarbugliato tra le borre di Cazzone, che per velleità di rinfrescare la battaglia, s’apparecchia a sua volta a sostenere l’assalto.

Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze: il battaglione del Bixio mandato sulla destra, un battaglione del Cosenz sulla strada e alcune compagnie del secondo Reggimento del Medici. Del rimanente, parte era rimasto in riserva a Varese, e parte, condotto dal Medici stesso, s’era avviato su verso Cazzone, dove un balenío di baionette aveva fatto sospettare la presenza d’un corpo nemico. Tuttavia, quantunque la postura di San Salvatore sia fortissima e serri la strada quasi come un contrafforte, Garibaldi non esitò ad ordinarne l’attacco, e occupato il poggetto Roera fronteggiante San Salvatore e fatto ripiegare il Bixio che s’era troppo inoltrato, continua a barattare col nemico un vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cazzone il Medici, cui non era riuscito di raggiungere la colonna del Bioll, certamente ritiratasi per Casanova, spinge ad una carica di baionetta tutta la sua linea e costringe nuovamente l’Austriaco a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.