XVII.
A questo racconto non manca per esser compito che l’Ordine del giorno, in cui Garibaldi ringrazia i suoi legionari della vittoria, e il Decreto, con cui la Repubblica orientale decretava ai vincitori di Sant’Antonio imperitura onoranza. Ecco pertanto nella loro integrità i due documenti; dolenti soltanto di non poterli raccomandare a più durevoli pagine:
«Salto, 10 febbraio 1846.
»Fratelli,
»Avanti ieri ebbe luogo ne’ campi di Sant’Antonio, a una lega e mezzo da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le quattro compagnie della nostra Legione, e forse venti uomini di cavalleria rifuggitisi sotto la nostra protezione, non solo si sono sostenuti contro mille e dugento uomini di Servando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente la fanteria nemica che ci assaltò in numero di trecento. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a mezzanotte: non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di cavalleria, nè gli attacchi de’ suoi fucilieri a piedi; senz’altro riparo che d’una casupola in rovina (tapera), ove non erano in piedi se non alcune travi, i legionari hanno respinto i ripetuti assalti del più accanito de’ nemici; io e tutti gli uffiziali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era rimasto nel Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della piazza, rispose colla miccia alla mano e il piè sulla Santa Barbara della batteria, quantunque lo avesse il nemico assicurato che tutti eravamo caduti o morti o prigionieri. Abbiamo avuto trenta morti e cinquantatrè feriti: tutti gli uffiziali sono feriti, meno Scaroni, Saccarello il maggiore, e Traverso, tutti leggermente. Io non darei il mio nome di legionario italiano per tutto il globo in oro.
Alla mezzanotte entravamo in ritirata nel Salto, poco più di cento legionari italiani con settanta e più feriti, compresi i leggermente, che ci precedevano, contenendo, quando troppo c’incalzava, un nemico di milledugento, e repellendolo impaurito. Oh! questo merita d’essere scolpito. — Addio, vi scriverò più a lungo un’altra volta.[84] Il vostro
G. Garibaldi.»
«DS. — Gli uffiziali che erano con me e che rimasero feriti sono: Cassana, Marrocchetti, Beruti, Ramorino, Saccarello minore, Sacchi, Grafigna e Rodi.»
Ed ecco il:
«DECRETO.
Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della Patria ai prodi che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant’Antonio il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio di Stato, decreta:
Art. I. Il signor generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono benemeriti della Repubblica.
Art. II. Nella bandiera della Legione italiana saranno inserite a lettere d’oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole: Gesta dell’8 febbraio del 1846, operate dalla Legione italiana agli ordini di Garibaldi.
Art. III. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno inscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.
Art. IV. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la goderanno doppia.
Art. V. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di esserne stata separata la cavalleria, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro, con questa iscrizione circondata d’alloro: Invincibili combatterono l’8 di febbraio del 1846.
Art. VI. Fino a tanto che un altro corpo dell’esercito non s’illustri con un fatto d’arme simile a questo, la Legione italiana sarà in ogni parata la diritta della nostra fanteria.
Art. VII. Il presente Decreto si consegnerà in copia autentica alla Legione italiana, e si ripeterà nell’Ordine generale tutti gli anniversari di questo combattimento.
Art. VIII. Il Ministro della guerra resta incaricato della esecuzione e della parte regolamentare di questo Decreto, che sarà presentato all’Assemblea de’ Notabili: si pubblicherà e inserirà nel R. N.
Suarez. — Josè De Beja. — Santiago. — Vasquez. — Francisco. — I.
Mugnoz.[85]
Nè l’epico gesto esaltò soltanto gli Orientali; gli stranieri stessi, quelli almeno il cui animo non era offuscato da odii partigiani, o da miserabili invidie, gareggiarono nel celebrarlo. «Io vi felicito (scriveva a Garibaldi stesso l’ammiraglio francese Lainé),[86] io vi felicito, mio caro Generale, d’avere così potentemente contribuito colla intelligente ed intrepida vostra condotta al compimento di fatti d’arme, dei quali si sarebbero inorgogliti i soldati della grande armata, che per un momento contenne tutta l’Europa. Io vi felicito in egual modo per la semplicità e la modestia che rendono più cara la lettura della relazione, in cui ci date i più minuti ragguagli d’un fatto, del quale potreste senza timore attribuirvi tutto l’onore. Del resto questa modestia vi ha cattivato le simpatie di persone atte a meritamente apprezzare ciò che voi siete venuto operando da sei mesi in qua, tra le quali noterò in primo luogo il nostro Ministro plenipotenziario, che onora il vostro carattere, e nel quale avete un caldo difensore soprattutto allorquando si tratta di scrivere a Parigi coll’intento di distruggere le impressioni sfavorevoli, che ponno aver fatto nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use a dire la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i propri loro occhi.[87]»
Tosto infine che la notizia varcò il mare e giunse in Italia, i patriotti se ne impadronirono come d’un annunzio di vittoria nazionale, e il narrar la giornata del Salto, il decantarne i prodi, il glorificarne il condottiero, divenne in un subito parte di quella congiura di manifestazioni politiche, all’apparenza tutte letterarie ed accademiche, colle quali gli Italiani si studiavano a ravvivare le già accese scintille del patrio incendio, e punzecchiavano, non potendo di meglio, con invisibili, ma tormentose trafitture la settemplice maglia de’ loro oppressori. Così a Bologna il Felsineo dava un esteso ragguaglio del fatto, e le Letture di famiglia di Torino, e il Diario del Congresso scientifico italiano e altri giornali, lo riproducevano; a Livorno G. B. Cuneo stampava nel Corriere Livornese[88] una serie d’articoli per sbugiardare i calunniatori della Legione e celebrare le virtù del suo capo.
A Firenze erano raccolti per cura del colonnello De Laugier, il futuro eroe di Curtatone, i documenti relativi all’impresa di Garibaldi a Montevideo, e in una pubblica radunanza era annunziato un libro che li avrebbe distesamente narrati. Per tutta Italia infine si apriva, quasi pubblicamente, una sottoscrizione per una spada d’onore al colonnello Garibaldi, che era per incanto coperta di firme, e il giovine Bertoldi incuorava con un inno al patriottico dono.
Chi sono quei fortissimi,
Che vinto il lungo assalto
D’un oste innumerevole
Entran festanti in Salto?
Per chi quel serto intrecciano?
Di chi parla quel cantico guerrier?
Itali sono, ed italo
È il Condottier dei forti;
Un giogo iniquo a frangere
Si sfidan mille morti,
Ogni terreno è patria,
Nessun popolo a noi vive stranier.
Chi ne’ tuoi chiusi oracoli
Può penetrar, gran Dio?
Tu dei più eletti spiriti
Vedovi il suol natío;
Tu lasci qui nell’ozio
Tanta gagliarda gioventù morir:
E va Gioberti, vindice
Dell’italo pensiero,
Ad erger su gli elvetici
Dirupi un trono al Vero;
È Garibaldi un fulmine
Che fa l’americane acque stupir.[89]