XXVI.
In quel medesimo giorno i Sovrani alleati entravano solennemente nella Capitale lombarda, il generale Bazaine rompeva le retroguardie di Zobel a Melegnano, e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele a conferire con lui. Le accoglienze del Re al Condottiero furono degne del grande animo di quello e della gloria di questi, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi, e copiose le promozioni e le decorazioni, e iterati i conforti a continuare nella comune impresa; ma oltre a queste cortesie, nulla più. E pure un accordo sarebbe stato tanto giovevole! E doveva parer così naturale al Capo supremo dell’esercito, poichè la vittoria gli aveva fatto ritrovar viva e gloriosa la sua estrema avanguardia, l’affiatarsi col suo capo, fermare con lui il disegno delle operazioni future, e trarre dall’opera sua il maggior profitto possibile! Però ha ragione lo storico dei Cacciatori delle Alpi[206] di dolersi che l’esercito nostro si sia lasciato sfuggire l’opportunità di schiacciare, mercè un’operazione combinata col generale Garibaldi, la divisione del generale Urban, che fino dal 7 aveva preso campo sull’Adda, ne’ dintorni di Vaprio e vi si era trincerato.
Poichè la posizione del Generale austriaco poteva dirsi forte, finchè non era minacciata che di fronte; ma dopo l’entrata di Garibaldi in Bergamo non lo era più; e bastava che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella Divisione nemica, ancora staccata dal grosso del suo esercito, fosse inevitabilmente disfatta. E quanti frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra! La rotta di Vaprio avrebbe precipitata la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Melegnano; gli eserciti alleati avrebbero potuto marciare più celeri e spediti, e arrivando molto prima sulla destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il secondo concentramento del nemico e reso Solferino impossibile.[207]
Ma non è da noi discutere delle operazioni degli alleati; ci basti mettere in sodo che, se l’Urban potè restar sull’Adda impunemente ancora tre giorni, e Garibaldi fu costretto a indugiarsi a Bergamo altri tre, la colpa si deve cercare in quel complesso di ragioni chiare ed oscure, piccole e grandi, per le quali l’esercito alleato aveva fin dal 9 giugno perduto il contatto col nemico, sprecando quattordici giorni per marciare, senza combattere, dal Lambro al Chiese.[208]
Comunque, la mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi abbandonava Bergamo incamminandosi per Brescia. Marcia non senza pericoli per lui che doveva correre su una strada parallela a quella di un nemico più forte, col pericolo di trovarselo ad ogni ora sul fianco senza speranza di pronto aiuto dal grosso dell’esercito. Tuttavia, destreggiando come al solito, usando del sottile manipolo de’ suoi cavalieri con arte che parve maravigliosa soltanto ne’ Prussiani, comparendo e scomparendo co’ suoi scorridori su tutti i punti della linea nemica, spingendo ad una marcia forzata di notte i suoi Cacciatori affranti, ma indomiti, varcò all’alba del 14 le porte di Brescia; la quale, memore del suo nome, sprezzando il consiglio de’ pochi suoi timidi, incitata dall’infiammata parola di Giuseppe Zanardelli, e dall’esempio de’ suoi più fervidi patriotti, non aveva atteso colle mani al sen conserte, neghittosa o rassegnata, il liberatore; ma appena l’avanguardia dei Cacciatori, guidata dal bravo capitano Pisani, era comparsa nelle mura, s’era stretta intorno all’audace drappello, aveva atterrati insieme con lui gli stemmi della signoria straniera inalberando i vessilli della redenzione nazionale; ed era già tutta in piedi colla fiera attitudine d’un popolo deliberato a non lasciarsi ritogliere il bene conquistato, pronto a dare all’eroe che veniva a liberarla soccorso non di sole parole.
Però commoventi, trionfali le entrate di Garibaldi in Varese, in Como, in Bergamo; ma quella di Brescia, epica. E che dieci anni di oppressione non avessero fiaccata la fibra della città, sdegnosa d’ogni vil pensiero, fu manifesto il giorno stesso, quando, corsa all’improvviso la voce che gli Austriaci s’accostavano alla città dalla strada di San Zeno, si vide il popolo intero versarsi come torrente per le vie a chieder armi e battaglia; ed armarsi egli stesso di quanto gli veniva alle mani; e serrarsi intorno all’invitto Capitano ed alla sua Legione, invocando d’essere condotto alle mura incontro al reduce oppressore. Il pericolo fortunatamente dileguò: la colonna austriaca, frazione della divisione Urban accampata a Bagnolo, avviata su Brescia per estorcerle non so che multa di guerra, non appena seppe che la città era di Garibaldi, rifece a passi più che studiati la sua via; ma non è men vero che, se l’incauto nemico si fosse cimentato ad un assalto, Brescia avrebbe rinnovato una delle sue dieci giornate.