I.
Triste il narrare questi ultimi anni: triste, come lo spettacolo d’una grandezza che decade e sopravvive a sè stessa. Garibaldi non è oramai che il fantasma d’un gigante, costretto a strascinare sulla terra il peso della sua passata grandezza e ad assistere lentamente, faticosamente alla propria consunzione. Il leone manda ancora dal suo antro solitario qualche ruggito d’amore e di collera; ma l’ugna, l’ugna che lo rese terribile e glorioso nelle pugne del suo tempo, affievolita dagli anni e dall’infermità, pende inerte dal suo tronco invecchiato, e lo danna ad un ozio che è il più tormentoso de’ suoi mali e, forse, il più funesto dei suoi nemici.
Perocchè la fortuna che fu larga al nostro Eroe di tanti favori, gli rifiutò tuttavia il più grande: quello di giacere sull’ultima orma delle sue vittorie e di morire a tempo. Parole crudeli a quanti lo conobbero e lo amaron vivo, ma di cui i futuri sapranno estimare l’alta pietà.
È giusto, infatti, è doveroso che a noi suoi contemporanei, commossi tuttora dalla sua partita recente, ogni minuto di quella vita, ogni soffio di quel respiro guadagnato alla morte, sembri una ineffabile conquista; ma alla storia, che guarda l’uomo nell’immortalità, e misura il proprio amore e la propria ammirazione non dal numero ma dall’utilità degli anni vissuti, quest’appendice di giorni vuoti e prosaici, appiccicati ad una vita così poetica e così piena, questo lungo, freddo, decennale tramonto, imposto a forza ad un sì rapido mattino e ad un sì caldo meriggio, sembreranno una superfetazione capricciosa, uno strascico superfluo, un castigo crudele del destino, inflitto ad uno de’ più nobili suoi figliuoli, ed ella, per la prima, si studierà di affrettarne il fine condensandone in poche pagine la sintesi dolorosa.
E ciò tanto più che a nessun uomo dovette increscere la troppo lunga vita, quanto a Garibaldi; e non già per filosofico tedio, o per intolleranza dei malanni comuni della vecchiaia; ma per fastidio di quella che è certamente l’infermità più tormentosa dell’eroismo: l’inerzia.
Perocchè sotto la scorza logora dagli anni e dagli acciacchi del Garibaldi sessagenario, reduce da Dijon, c’era sempre il Garibaldi giovane e virile di Montevideo e di Marsala; c’era cioè quel contrasto tra la fiamma del cuore e la rigidezza delle membra, i voli della mente e il peso del corpo, gl’ideali dello spirito e le realtà della vita, che sono l’eterno tormento di tutte le grandi anime; e all’anima novissima di quel novissimo Eroe, martirio incomportabile.
E ciò per una ragione che è la chiave di tutte le altre: Garibaldi non credeva fornita la sua giornata.
Da giovane era partito troppo da lontano, verso una cima troppo eccelsa, perchè ora anche la lunga via percorsa gli paresse termine ultimo al suo viaggio. Vedeva, in gran parte per opera sua, la patria una; ma era dessa forte, gloriosa, felice, quale l’aveva sognata? E al di là della patria non v’erano altre patrie, ed altre patrie ancora? E al di sopra di tutte le patrie non v’era dessa l’umanità? Forse che colla indipendenza delle nazioni tutti i problemi politici, sociali del suo tempo erano risolti? Ma le reliquie di Roma sacerdotale chi le spazzava? E i privilegi sopravviventi chi li aboliva? E alle plebi affamate chi provvedeva? E gli eserciti stanziali quando si trasformavano? E la fratellanza dei popoli, e gli Stati Uniti d’Europa, e la pace universale quando si proclamavano? Quanti mali da rimediare; quante battaglie da combattere; quante mete da raggiungere ancora!
Ora si prenda un uomo simile, invecchiato in queste idee, avvezzo non a bandirle soltanto colle parole, ma a confermarle coi fatti e segnarle col sangue, e poscia lo si sforzi a ripassarle, ruminarle e rimuginarle per dieci anni nel silenzio d’un’isola deserta, tra i soliloqui d’un ozio forzato, chiudendogli colla vasta palestra de’ campi di battaglia l’unica distrazione e l’unico sfogo, al troppo e al vano delle sue utopie e delle sue chimere; si configga a un tratto il protagonista operoso sullo scanno dello spettatore inerte; si costringa il più battagliero de’ condottieri, il più infaticabile de’ cavalieri erranti ad entrare nella giornea dell’apostolo verboso o del gazzettiere polemista; si trasformi insomma l’uomo d’azione in uomo di parola, obbligandolo a barattare i poderosi colpi di spada della giovinezza nelle ventose figure rettoriche della vecchiaia, e il concitato imperio e il celere obbedir delle battaglie, in prolisse concioni, in elaborati programmi ed in sofistiche lucubrazioni, e si avrà un concetto delle torture morali che Garibaldi dovette provare negli ultimi suoi anni; e al tempo stesso la ragione più interiore e più vera delle contraddizioni, degli errori, de’ difetti, che ombreggiano più foscamente che mai quest’ultimo periodo della sua vita.
Non furono però nè errori ignobili nè contraddizioni spregevoli, nè difetti volgari. La parola fu sovente condannabile; il pensiero stesso talvolta confutabile; ma l’intento non cessò mai d’esser puro ed elevato.
Anche l’epistolario di Garibaldi, specialmente il volume più farraginoso del suo ultimo decennio, avrebbe mestieri d’un rogo purificatore; ma quando la fiamma avrà compiuta l’opera sua, sopra le scorie della veste informe e selvaggia, in mezzo agli atomi volatili delle idee stravaganti e fantastiche, rimarranno sempre, ceneri pure e inconsumabili, le reliquie d’un pensiero e d’un amore eterni: il pensiero e l’amore della umanità.
Nel 1871, col sangue acre ancora degli influssi del partito rivoluzionario francese, che, non ostante tutti i suoi torti, era stato ancora il solo amico e difensore ch’egli avesse trovato in Francia, scrive una lettera all’avv. Petroni, che si potrebbe dire un’apoteosi della Comune; ma ecco che in fondo all’epistola, tornando come sopra sè stesso, e chiedendosi che cosa sia l’Internazionale, la figura e la presenta così pura d’intendimenti, così temperata di mezzi, così diversa insomma dalla realtà, che nell’atto in cui sta per farne l’apoteosi ne pronuncia la condanna.[392]
Quattro anni dopo, nel 1875, quasi lo crucciasse il pensiero di non aver fatto abbastanza per Roma, gli balena l’idea, grandiosa certamente, di convertire il Tevere in un canale navigabile da Roma al mare, risanare l’Agro romano, restituire all’antica metropoli del mondo la prisca prosperità, bandendo da essa alla terza Italia un intero programma di nuova vita economica e sociale.
E non si ferma ad una vaga proposta; ma rattratto dall’artritide, torturato da reumi, abbandona Caprera, arriva improvviso a Roma, lasciando per alcuni giorni trepidi de’ suoi propositi amici e nemici; e colà, dichiarato a tutti il fine che lo moveva, spiega ne’ suoi minuti particolari il suo progetto; invoca ed ottiene per esso il patrocinio di Vittorio Emanuele, il favore d’un grandissimo numero di uomini tecnici e parlamentari e il consenso del Governo medesimo; il quale però, o perchè non trovasse effettuabile il disegno, come andava egli stesso dicendo, o perchè in suo segreto fosse poco propizio alla proposta a cagione del proponente, tirò siffattamente in lungo il negozio, che il Generale vessato, stanco, nauseato ormai di tutte quelle lungherie e quegli andirivieni «di Commissioni che nominavano le sotto Commissioni» per non approdare mai a nulla, abbandonò per disperata l’impresa, portando seco l’ingiusto sospetto d’essere stato canzonato, e un rancore di più contro il governo della parte moderata che accagionava di tutti i mali.[393]
Salutò quindi egli pure come l’aurora d’un’èra novella l’assunzione della Sinistra parlamentare al governo; e nei primi mesi plaudì ai magniloquenti programmi, diede il pegno del suo nome alle lusingatici promesse, distribuì ai novelli ministri, succedentisi con vertiginosa vicenda, diplomi di genio e di patriottismo, inneggiò ai regni della Riparazione: Saturnia regna.
Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia;[394] di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine.
Nè basta, come alla demolizione della Sinistra costituzionale tutti i partiti radicali avevan interesse, così riuscì loro, giovandosi dello stato di esaltazione in cui l’Eroe si trovava, d’averlo facilmente complice d’un loro disegno: e complice, per Garibaldi, non poteva voler dire che gonfaloniere e capitano.
Per la qual cosa eccotelo in brevi giorni a capo d’una così detta Lega della Democrazia, la quale raccogliendo sotto una specie di bandiera neutra tutte le gradazioni del partito radicale, dall’unitario al federalista, dal Mazziniano al Garibaldino, dal repubblicano insurrezionista al repubblicano evoluzionista, ponesse in mora la Monarchia, o di concedere il suffragio universale, la revisione della Costituzione, la trasformazione degli eserciti permanenti in nazione armata, l’incameramento di tutte le proprietà ecclesiastiche, l’abolizione della legge delle guarentigie al Papato spirituale, e un micolino di riforme sociali — o di cadere. Quest’ultima parola, a dir vero, non era espressamente scritta, ma era nella maggior parte dei compilatori del grande programma sottintesa; e per ciò appunto, Garibaldi, organicamente impenetrabile ai sottintesi ed alle anfibologie, non la capì e la sottoscrisse. Gli avessero detto chiaro: oggi poniamo a Casa di Savoia il dilemma o di darci la repubblica — o d’andarsene, Garibaldi, che al di sopra d’ogni repubblica aveva posto sempre l’unità e la concordia della patria, che ebbe sempre un religioso orrore anche del solo nome di guerra civile, che intendeva per Repubblica la «Dittatura d’un uomo onesto» ed era sempre stato alieno dalle sottigliezze dei dottrinari, come egli li chiamava, che gli facevan corona, Garibaldi, lo crediamo fermamente, non avrebbe mai sancito quel pericoloso dilemma, nè dato il suo nome al cartello di sfida che lo intimava.
Ma così la sua passata per Roma, al pari della famosa Lega da lui cresimata, lasciò, come suol dirsi, il tempo che aveva trovato. La Sinistra continuò a volgersi in sè stessa co’ denti: in luogo del suffragio universale promise una riforma, di cui soltanto la prova de’ fatti potrà dimostrare la bontà e contro la quale i primi a ribellarsi furono i medesimi radicali della Lega; mise quattro anni ad abolire la gabella del macinato, che doveva sparire al tocco di bacchetta magica; l’esercito stanziale è per fortuna d’Italia sempre in piedi; la legge delle guarentigie riconosciuta dai replicati giuramenti di fedeltà dei nuovi governanti par più sicura che mai; la riforma sociale sembra piuttosto destinata a divenire un programma della nuova Destra che della vecchia Sinistra; qualche bandieretta rossa a saliscendi fu non vista, qualche grido non interamente ortodosso fu compatito; ma la libertà piena di spiegar al vento i vessilli e di levare al cielo i voti della repubblica non fu per anco concessa: finalmente i Comitati dell’Irredenta, dopo essere stati per qualche tempo carezzati in segreto, furono essi pure scomunicati e disciolti in pubblico, con uno zelo da meritare la gratitudine dell’Austria stessa.
Ora tutto ciò non era fatto certo per strappare gli applausi dell’Eroe, il quale tornato a Caprera, già senex querulus egli pure, si pentiva sempre più d’aver accordato il suo patrocinio a quella Sinistra così fedifraga alle sue promesse; e ad ogni atto del governo che urtasse nelle sue idee ripigliava a borbottare, a maledire, a sfolgorare de’ suoi anatemi anche coloro tra i Ministri che gli erano stati più cari; non rispettando nella cecità dell’ira sua nemmeno il suo Benedetto Cairoli (sol perchè gli fece sostenere il genero Canzio, condannato dai Tribunali per discorsi sovversivi), coprendo d’un oltraggio plebeo, che la penna sdegna ripetere, colui che poco prima aveva egli stesso proclamato il «Baiardo della democrazia.»
Eppure dalla Sinistra accettò due favori, per varie cagioni non dimenticabili. Fin dal 1875, il ministro Minghetti, edotto delle angustie finanziarie del Generale che già confinavano colla povertà, penetrato, al pari della nazione intera, da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1º gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.[395]
Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiutò. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte.
Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’altra volta l’accettazione di quel dono, che non era insomma se non il compenso inadeguato de’ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi.
E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’ suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accettò. E corse la voce che nel dare il doloroso assenso, mormorasse sospirando cupamente «anche questo mi fanno fare,» le quali parole dette o pensate soltanto che siano, dovranno risuonare come un perpetuo rimorso nella coscienza di coloro che lo posero nella disperata necessità di subire quel grande sacrificio, e quasi sull’orlo del sepolcro gli rapirono quella che sarebbe stata la gemma più sfolgorante della sua corona: la gloria del morir povero.