I.

Pagato il debito a Venezia, Garibaldi si preparò a sciogliere il voto a Roma. E Roma, lo sappiamo, era la idea fissa, la stella polare, il termine ultimo della sua missione patriottica. La palla d’Aspromonte aveva potuto arrestarlo in cammino, ma non isviarlo dalla meta. Un giuramento sacro lo legava alla redenzione dell’eterna città, e conveniva che il giuramento s’adempisse: O Roma o morte! Di tutto quell’aggrovigliato intreccio di problemi politici, religiosi, morali onde componevasi allora, e sempre, forse, si comporrà il gran nodo della questione romana, egli non vedeva chiaro che due cose: un mostruoso potere che opprimeva e corrompeva a un punto coll’aiuto dell’armi straniere la metropoli d’Italia, la regina del mondo: il diritto e il dovere degli Italiani di levarsi concordi e di cessare d’un sol colpo la doppia tirannide. Egli accomunava in un odio solo il protetto e il protettore; sicchè a lui stesso sarebbe stato difficile il discernere quali dei due abborrisse di più. Che gl’importava se il guardiano del Papato era uno degli arbitri d’Europa, il capo di una potente nazione, sorella di sangue e di civiltà all’italiana, il solo fra tanti principi forastieri che avesse porta una mano soccorrevole alla patria sua, e aiutatala a rialzarsi da un sepolcro di secoli? E non era egli altresì l’Uomo del 2 Dicembre, il «tiranno» della Francia? Non aveva egli riscosso il prezzo di Magenta e Solferino con Nizza e Savoia? Non cancellava egli ogni giorno la memoria de’ suoi beneficii puntellando, solo in Europa, quel tarlato poter temporale che abbandonato da lui crollerebbe in un punto?

Nè gli si opponga come spauracchio la potenza della Francia. L’Eroe era forse il primo di quella lunga schiera d’allucinati che, traendo da una distinzione ragionevole una conseguenza erratissima, reputavano il popolo francese più liberale e più amico dell’Italia di quello che lo fosse, a danno della Francia stessa e della sua propria corona, Napoleone III.

Ingannato pertanto da questa illusione, Garibaldi rifiutavasi a credere che la Francia avrebbe seguito a lungo il suo oppressore in una guerra liberticida; anzi, trascorrendo colla facile fantasia, vedeva già affratellarsi nell’impresa comune i figli delle due nazioni, e per provvidenziale disegno, dalla liberazione di Roma uscire la vendetta del 2 Dicembre e la redenzione della Francia stessa.

Inutile poi parlargli della Convenzione di Settembre. Un Trattato pieno di tante ambiguità, capace di interpretazioni così diverse, e che dalle stesse parti contraenti poteva essere inteso in due sensi totalmente opposti, non era certamente fatto per rassicurare la sua anima semplice e schietta sulle sorti di Roma e persuadergli quella serena e fiduciosa aspettazione dell’avvenire che i negoziatori del Trattato s’erano impromessa.

Fosse anche erronea l’interpretazione del Governo francese che la Convenzione significasse rinuncia perpetua a Roma, questo era pur sempre evidente e indiscutibile che l’Italia concedeva al Papato una tregua indefinita, subentrando essa in luogo della Francia nell’obbligo di tutelarlo, ed impegnandosi persino a custodirgli il mal definito confine, intanto che una Grande Compagnia di mercenari cosmopoliti gli avrebbe montato la guardia nella capitale.

Ora se v’era Italiano che non potesse acquetarsi a simili patti, quegli era certamente Garibaldi. La Convenzione era stata subita con ripugnanza da parecchi degli stessi uomini di parte moderata, che l’avevano stipulata; a maggior ragione doveva esserlo da lui. Ciò che in essa v’era di equivoco offendeva la sua coscienza; ciò che v’era di chiaro offendeva il suo patriottismo. Molto meno però avrebbe potuto acquietarvisi quando vide la Francia stessa non osservare nemmeno i patti stipulati e farsi beffe dell’Italia.

E alludiamo a quella Legione d’Antibo, reclutata sfacciatamente tra le file dello stesso esercito francese; comandata da ufficiali francesi; passata in rassegna, arringata da generali francesi: miserabile commedia, intervento male mascherato, violazione grossolana e sleale della lettera e dello spirito della Convenzione, che sdegnò in Italia i più devoti del Governo napoleonico, fece scoppiare in alte grida di protesta tutta la parte rivoluzionaria e diede il trabocco alla misura di collera da cui l’anima dell’Eroe era ricolma.

Che se a tutto ciò si aggiunga l’agitarsi della parte più avanzata dell’emigrazione romana, il sorgere in Roma specialmente per opera sua d’un Centro d’insurrezione, rappresentante la frazione più rivoluzionaria della città, frazione infinitesimale, come chiarirà l’evento, ma che si riprometteva combattere la propaganda addormentatrice del Comitato Nazionale, organo del partito moderato, e di apparecchiare il popolo romano alla riscossa, si vedranno, in compendio ma esattamente, riassunte tutte le ragioni che spinsero Garibaldi alla sua seconda crociata per Roma e prepararono Mentana.