III.

Ma in sullo scorcio del 1880 le condizioni di salute del Generale declinarono rapidamente. L’artritide si era fatta cronica e invincibile, e gli sformava mani e piedi in modo miserando. Ogni moto, eccettuato quello della carrozzella a mano, gli era interdetto. Gli organi vitali funzionavano regolarmente, la mente era lucida, la energia morale vivace, ma una paralisi incipiente delle membra ed un catarro senile costringevano medici ed amici alla più grande vigilanza. E ciò non ostante intendeva curarsi a modo suo; dai medici non accettava che i consigli che gli garbavano; non voleva rinunciare nè anche nella stagione men propizia ai bagni, ed era tanto difficile governarlo da ammalato, quanto guidarlo da sano.

E tuttavia, anche in questo stato, appena udì che suo genero era stato arrestato a Genova, volle a forza farsi portare colà per protestare, almeno colla presenza, contro quello che a lui era parso una violazione ed un arbitrio; e pochi giorni dopo, invitato a partecipare in Milano alla commemorazione di Mentana ed allo scoprimento del suo monumento, si faceva mettere in vagone e partiva. E il suo ingresso nella capitale lombarda fu lo spettacolo più pietoso a cui la grande città avesse da tempo assistito. Steso sopra un letto, trascinato a passi lenti da una grande carrozza, bianca la barba, cereo il viso, immobile la persona, le mani rattrappite involte in un fazzoletto, coperto il capo da una papalina dorata e argentata, ammantellato in una specie di paludamento pontificale, Garibaldi sembrava piuttosto la salma d’un santo portato a processione da un popolo di devoti, che il corpo vivo d’un uomo! «Pare sant’Ambrogio!» mormorava il popolino milanese, memore de’ giorni in cui faceva passeggiare per la città il suo antico protettore, e forse l’analogia che la fantasia popolare trovava tra quel vecchio Pontefice armato della libertà latina e il belligero arcivescovo campione della nuova fede romana contro la prepotenza gotica, non era fisica soltanto. Pure quella reliquia d’eroe non s’arrendeva ancora; imperterrito accettava tutti gl’inviti, si prestava a tutte le cerimonie, riceveva a centinaia visite ed omaggi ed assisteva il 3 novembre da una loggia apposita, all’inaugurazione del monumento per cui era venuto; soltanto così egli che lo faceva come coloro che glielo permettevano o consigliavano, non pensavano abbastanza che ognuna di quelle fatiche era un giorno di più sottratto alla sua vita?[399]

Nel 1881, non soltanto per ragioni di salute, aggravatasi anche per una caduta fatta dalla carrozzella sugli scogli di Caprera, d’onde n’ebbe la testa ferita e qualche minuto di deliquio, si recava sopra la riviera ligure e in certa villetta d’Alassio vi passava due mesi d’inverno in una placida e forse ristoratrice solitudine.

Se non che aveva appena, può dirsi, riposto il piede nel suo eremo, che scoppiò il conflitto italo-francese per la questione tunisina, quindi l’una cosa dietro l’altra: il grido delle prepotenze del signor Roustan, la invasione della Reggenza, l’estorsione del trattato del Bardo, gli insulti alla nostra bandiera, gli eccidi dei nostri operai a Marsiglia, le contumelie quotidiane della stampa francese buttateci in viso a piene mani, e tutto insomma quell’insieme di fatti che misero in chiara luce a qual caro prezzo la nostra vicina repubblicana ci presterebbe la sua amicizia, e qual frutto usuraio d’umiliazioni e di servitù ella pretenda ancora dal beneficio, principalmente imperiale, di Solferino e di Magenta, pagato tuttavia abbastanza collo scotto di Nizza e di Savoia, e col sangue di Mentana e di Dijon.

Ora s’immagini a queste notizie il vecchio Eroe! Pareva che tutti quegli oltraggi fatti alla patria sua, penetrassero come lame di spada nel suo petto, tanto erano acute le urla di dolore e di collera che mandava. Schizzava fuoco e fiamme, e se avesse contato alcuni anni di meno, è difficile pensar qual nuovo incendio avrebbe suscitato in Italia. Avreste detto che al limitare del sepolcro, nel punto stesso che la compagine del suo corpo si sfasciava, l’anima sua ringiovanisse e sfolgorasse nuovamente di tutta l’energia de’ suoi giorni più gagliardi.

Null’altro potendo, parlava e scriveva, ma eran scritti e parole che valevano fatti. Egli solo parve a quei giorni la voce della nazione; e quegli Italiani, la grande pluralità pur troppo, che avevan stimato doveroso subire l’oltraggio con quel temperato risentimento e quella dignitosa rassegnazione con cui si sopporta una insignificante mancanza di galateo in una conversazione, quegli Italiani dovettero sentire ognuna di quelle parole piombar loro sull’anima come tante goccie roventi e destarvi almeno un istante di vergogna e di rimorso. Prima aveva cominciato con una nota più temperata: «Io sono amico della Francia e credo si debba fare il possibile per conservare la di lei amicizia. Però siccome sono Italiano anzitutto, darò lietamente questo resto di vita acciò l’Italia non sia oltraggiata da chicchessia....[400]» Poi alzando il tono coll’incalzar degli avvenimenti: «Il trattato della Francia col Bey fece crollare la buona opinione che io avevo per la Francia.... e se i suoi ingiusti procedimenti in Africa continuano, ci costringerà a ricordarci che Cartagine e Nizza sono francesi come io sono tartaro, e che nell’antica Cartagine gli Italiani hanno tanto diritto quanto la Francia, e che devono tendere alla completa indipendenza della Tunisia.[401]»

E quasi tutto ciò non fosse ancora abbastanza esplicito, come uomo cui tarda di dir tutto e nella forma più chiara il suo pensiero, prorompeva:

«Caprera, 22 settembre 1881.

»Miei cari amici,

»Lavare la bandiera italiana trascinata nel fango per le vie di Marsiglia — e stracciare il Trattato — tolto colla violenza — al Bey di Tunisi: solo a tal patto gl’Italiani potranno tornare a fraternizzare coi Francesi — lasciare a Bismarck accarezzare il Papato, e non oltraggiare la Repubblica coll’alleanza della menzogna — dalla quale si minaccia l’Italia.

»I nostri vicini da ponente a levante devono capire esser finiti i tempi delle loro villeggiature nel bel paese. E se han paura i........, gl’Italiani sono disposti a non tollerare oltraggi.

»Sono

»vostro
»G. Garibaldi.[402]»

Nè di sole parole si contentava. Udito che Palermo si prepara a festeggiare il suo Vespro, vede in quella commemorazione della disfatta angioina un risveglio del sentimento nazionale, e ad ogni costo, non sappiam se sprezzando i consigli de’ medici e de’ parenti, perchè di questi consigli non si vide la prova, ma certo sprezzando i consigli della sua salute, deliberò di recarsi a Palermo. Solo concede a sè stesso, non sapremmo se dire il riposo, o la fatica maggiore, di arrivarvi a piccole giornate, posando prima a Napoli, rivedendo le Calabrie, rifacendo a ritroso, come chi ricorda, la strada trionfale del 1860. E parte, e il 21 gennaio è a Napoli: ricevuto con delirio dalla città, che dal 60 in poi non l’aveva più riveduto, ma che rispettando il suo stato lo lascia tranquillo per oltre due mesi nella villa del signor Maclean a Posilipo, dove entrando, alla vista del magnifico golfo, esclama col nostalgico affetto del vecchio marinaio: «Oh bello questo mare!»

Colà però il corpo riposava, non lo spirito ancora. Egli non perde d’occhio Tunisi, e ad un certo punto è tale la nausea che lo prende delle rodomontate francesi e della dappocaggine italiana, che a pochi giorni di distanza scrive al signor Leo Taxil: «È finita, la vostra repubblica chiercuta non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei si son mutati in disprezzo.[403]» E ad un ministro italiano andato a visitarlo, soggiungeva: «Lessi in qualche giornale che trattate con la Francia, per trovar modo di accettare senza scandalo il trattato del Bardo. Non lo fate. Una nazione non può mai tollerare le offese. E, se lo farete, io, vecchio, che non potrò correre l’Italia gridando vendetta contro di voi, io mi farò trascinare qui alla Riviera di Chiaia e in via Toledo, e sputerò sul viso alle guardie di pubblica sicurezza e alle sentinelle dell’esercito italiano, finchè o una mi uccida con un colpo di baionetta, o mi si porti a morire in prigione. Così, se voi farete quello, io farò che voi mi ammazziate, sperando che la mia morte muova contro di voi il popolo.[404]»

Tanta era ancora la fiamma vitale in quel settuagenario disfatto!

E dicasi pure ch’egli esagerava; a parer nostro, l’esagerazione era più nella forma che nel sentimento; ma gli è sol quando un paese esagera a questo modo, sente di sè e del proprio onore in siffatta guisa, che si fa rispettare dagli amici e dai nemici, e diventa grande.