NOTE:

[1]. In quell’opuscolo scritto, come è noto, dal visconte A. de La Guerronière, ma evidentemente ispirato da Napoleone, si proponeva la creazione d’un Regno dell’Alta Italia, lasciando al Papa la sola città di Roma.

[2]. Nota-Circolare del conte di Cavour alle Legazioni sarde all’estero, del 27 gennaio 1860.

[3]. Il signor Artom, oggi senatore del Regno, allora capo del gabinetto del grande Ministro. Vedi Œuvre parlementaire du comte de Cavour, Préface.

[4]. Maintenant nous voilà complices, parole del Cavour al principe Talleyrand, ministro di Francia a Torino, appena fu sottoscritto il Trattato di Nizza e Savoia. Vedile in Artom, De la Rive, Massari.

[5]. Nel 1860 al barone De Martini, inviato di Francesco di Napoli a Napoleone, questi diceva: «Scaltri sono davvero gl’Italiani; essi comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de’ miei soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il cannone contro di essi. È stata questa convinzione che ha guidata la rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della Casa di Napoli.» — N. Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea, già citata, pag. 298.

[6]. La frase è d’una lettera diretta allo scrittore di queste pagine in risposta ad una, colla quale, in nome del partito liberale di Brescia, gli aveva offerto la candidatura di quella città.

Riporto la lettera per intero:

«Caprera, 26 marzo 1860.

»Mio caro Guerzoni,

»Mi duole di non poter accettare per Brescia, avendo accettato per Nizza. — La città mia natale si trova in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone — ed il mio dovere mi chiama sulle sponde del Varo. — Trent’anni al servizio della libertà dei popoli — avrò guadagnato il servaggio della mia povera terra! Domani forse dovrò arrossire di chiamarmi Italiano al cospetto de’ miei compagni d’armi — e mi chiamerete suddito del Due Decembre — del protettore del Papa — del bombardatore di Roma.

»Ringraziate i vostri bravi concittadini, e credetemi sempre

»vostro

»G. Garibaldi.»

[7]. Non a primo scrutinio però. Il conte di Cavour nella tornata della Camera del 12 aprile per dimostrare che anche in Nizza il partito italiano avverso all’annessione non era tanto forte quanto si credeva, fece notare che sopra 1596 elettori inscritti, Garibaldi non ottenne che 444 voti, cioè solo il 28 per cento; pel che fu resa necessaria una seconda votazione. La conseguenza tratta da quella cifra non ci pare che corra a fil di logica, poichè nel novero di quegli elettori mancavano appunto le classi popolari, che erano più di tutte avverse all’annessione.

[8]. Non crediamo, per esempio, farina del suo sacco tutta l’argomentazione di costituzionalità; molto meno le parole usate a svilupparla. Ne giudichi il lettore:

«Garibaldi. Signori, nell’articolo 5º dello Statuto si dice:

»I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.»

»Conseguenza di questo articolo della legge fondamentale si è, che qualunque principio d’esecuzione dato ad una diminuzione dello Stato, prima che questa diminuzione sia sancita dalla Camera, è contrario allo Statuto. Che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d’esecuzione della separazione medesima, è un atto incostituzionale.

»Questa, Signori, è la quistione di Nizza sotto il punto costituzionale, e che io sottopongo al sagace giudizio della Camera.» — Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1860. Tornata del 12 aprile 1860.

[9]. Vedi nella Storia documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 275, le Istruzioni al marchese Pes di Villamarina, ministro plenipotenziario di Sardegna presso la Corte di Napoli, e pag. 280, il Dispaccio confidenziale del Cavour allo stesso colla data del 13 marzo 1860.

[10]. Su queste dimostrazioni vedi La restaurazione borbonica e la rivoluzione del 1860 in Sicilia dal 4 aprile al 18 giugno; Ragguagli storici di Isidoro La Lumia. Palermo, 1860.

Per la parte avuta dai Siciliani del partito d’azione e da Giuseppe Mazzini nell’opera preparatrice della rivoluzione, vedi principalmente Raffaele Villari, Cospirazione e rivolta. Messina, tip. D’Amico, 1861; ed i Cenni biografici e storici dettati da Aurelio Saffi e da lui premessi a proemio del testo al vol. XI degli Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini.

[11]. Villari, op. cit., pag. 372.

[12]. Cenni biografici e storici, Proemio di Aurelio Saffi sopra citato, pag. 39. Anche sul viaggio di Crispi in Sicilia e sulla parte da lui avuta ad apparecchiarne la riscossa, vedi nello stesso Proemio molti documenti e particolari; tra gli altri una serie cronologica di Note storiche del Crispi medesimo ed uno scritto anonimo di un Siciliano partecipe al lavoro di quegli anni. In quello scritto si legge fra gli altri particolari che il Crispi pel primo insegnò ai Siciliani a fare le bombe all’Orsini, modellandone egli stesso in creta alcuni campioni.

[13]. Il La Lumia, opera citata, l’attribuisce alla prima cagione; il Crispi nelle sue Note storiche confidate al Saffi, alla seconda.

[14]. Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul viaggio di Pilo, Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avvenuta nel 1860, scritta da Raffaele Motto, pilota della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia, novembre 1877.

[15]. Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto della polizia.

[16]. Vita di Nino Bixio, pag. 173 e segg.

[17]. Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nel Proemio già citato di Aurelio Saffi, pag. 39 e 46.

[18]. La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoi Ricordi egli racconta l’episodio:

«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio, 45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi, Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento; dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che ho trascritto.»

[19]. Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nella Storia documentata della Diplomazia europea, di N. Bianchi, pag. 289.

[20]. Il dottore Agostino Bertani nel suo opuscolo: Ire politiche d’oltre tomba (pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che li prenderanno.»

Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:

«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo. I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia aiutandoci.» — Si trova nella citata Storia documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 290.

[21]. Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del 15 maggio 1860.

Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabine Enfields, che servirono per le successive spedizioni.

[22]. Tutto ciò attesta il suo Epistolario; ma avremo occasione di riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.

[23]. Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour, al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto, rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che il Persano stesso, nel suo noto Diario politico militare, racconta un po’ diversamente l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:

«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari, MA DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.

»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmi Cagliari, quando realmente si volesse l’arresto; e Malta nel caso contrario; proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operato della divisione che comando sebbene ordinatomi, e di castigarmi ove occorrano maggiori prove.

»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa: Il Ministero ha deciso per Cagliari. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente; quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli: Ho capito; e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo; facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato nell’intendimento di trattenerlo.» — Vedi Diario citato, pag. 14, 15 e 16.

Ma come ognun vede, qui dell’ordine di navigare tra i Garibaldini e gl’incrociatori non ce n’è parola; quindi la supposta protezione della squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in ogni cosa efficacemente eseguito!

[24]. Ripeto qui una Nota della mia Vita di Nino Bixio:

«Trascrivo testualmente questo telegramma dal Diario di Bixio. E così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’ giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire, fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così: L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»

[25]. Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è attestato tanto da Garibaldi nei Mille, quanto dal Bertani nelle sue Ire d’oltre tomba, e riconfermato poi da questa lettera del signor Enrico Besana, uno dei direttori del Milione di fucili, illibatissimo patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in questa cosa essere sospetta:

«Pregiatissimo sig. Direttore del Giornale La Perseveranza.

»Milano, 12 gennaio....

»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei, perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come presidente della Società nazionale, la somministrazione dei mezzi necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire che pochi fucili; l’amministrazione del Milione di fucili, di cui io era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta amministrazione.

»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima

»Enrico Besana.»

(Bertani, op. cit., pag. 126.)

[26]. Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così scrive il Bertani nelle sue Ire politiche d’oltre tomba, pag. 53 e 54:

«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni, vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già, la cassa del Milione di fucili. Altre migliaia di lire aveva ricevute Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.

»I denari per poter salpare li recò a me il 5 maggio a sera, coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo, dove morì combattendo.

»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa del Milione di fucili, e rappresentate da un buono sulla Banca di Genova. Ma l’ora era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era grande quanto la premura.

»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.

»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già venuti nelle mani dei volontari.»

[27]. Parole dello stesso Garibaldi nel suo libro I Mille, pag. 7.

[28]. Catullo, nell’Epitalamio di Teti e Peleo, versi 22-23.

[29].

«Quarto, 5 maggio 1860.

»Sire,

»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.

»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.

»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre: Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!

»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.

»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.

»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito

»G. Garibaldi.»

[30].

«Soldati Italiani,

»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.

»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!... Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.

»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio, la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria!

»G. Garibaldi.»

[31]. Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi, che si legge nelle Lettere ad Antonio Panizzi, e che reputiamo il testo originale e genuino.

Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «.... l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso: ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec., di cui a nessuno sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire: probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente Italia e di aiutare l’una coll’altra.

[32]. Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. Vedi Relazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille. Sampierdarena, 2 novembre 1874. — Firmati: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi, e che furono le prime vittime del tradimento.

[33]. Vita di Nino Bixio, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e pensieri, mi condanni.

[34]. Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi stesso ne’ Mille, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il maggiore Pecorini-Manzoni nella Storia della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860 (Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro esatto e credibile.

La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei senza affusto.

[35]. «La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: Italia e Vittorio Emanuele; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

Comandanti delle Compagnie:

»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

»Giuseppe Garibaldi.»

(Oddo, op. cit., pag. 187.)

[36]. Il sono dati l’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza un verbo!

[37]. Vedila a pag. 5 dell’opuscolo: Una pagina di storia del 1860, di Giacomo Medici. Palermo, 1869.

[38]. Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di Genova, il quale lo offerse al Gran Bazar aperto in Londra nel 1863 da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore genovesi delle operazioni del sopradetto Gran Bazar, ne tenne copia; e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga poterono ricavare quello che qui si stampa.

[39]. Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza dei Mille:

«Genova, 7 maggio 1860.

»Caro Panizzi,

»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina, alla volta di Sicilia.

»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato Condottiero.

»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione, o meglio con potente diversione altrove; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto e che la prima spedizione ha completamente esauriti.

»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà allo scopo.

»Addio; lascio la penna a Bertani.

»Tuo affezionatissimo
»Medici.»

(Vedi Lettere ad Antonio Panizzi, pubblicate da Luigi Fagan. — Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)

[40]. La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.

[41]. Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere nella sua Storia le menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in fondo quel pover’uomo era un miles gloriosus che faceva colle sue smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più una sola parola di vero.

Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro un grandissimo sbigottimento.» Tante parole, tanti spropositi. Lo Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni; non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la sera. Però tutti quegli altri gerundii, SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO, sono borra rettorica del periodo e nulla più.

Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.» (Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi.) «.... La banda, sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per mano dei villani infelloniti.» La banda fu sorpresa, come dicemmo, ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii, costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno. È vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.

Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al tempo stesso una questione di diritto e di storia.

[42]. Così giudicarono i principali storici, come il Lecomte, L’Italie en 1860, pag. 37, e il Rustow, Storia della Campagna del 1860; così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:

«Caprera, 25 maggio 1869.

»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera destinazione di detto corpo.

»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni, Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti di Calatafimi e di Palermo.

»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono soddisfatti nel loro desiderio.

»G. Garibaldi.»

[43]. Vedi mia Vita di Nino Bixio, pag. 165-166.

[44]. La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi diedero il nome: Marsa-’Alì (Porto d’Alì).

[45]. Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto, imponevano a quei marinari, col revolver alla mano, di inviare gli schifi a bordo del Piemonte loro malgrado.»

Questo è il brano d’un opuscolo: Memorie relative al marino Castiglia, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro: Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, riguardanti i Siciliani e La Masa (opera del La Masa stesso). Torino, 1861, pag. 20.

[46]. La diceria fu accolta da parecchi ed anche in molte parti dall’acutissimo Zini. Pure bastava il semplice fatto della posizione rispettiva dei bastimenti per chiarirlo dell’errore. I vapori inglesi erano la corvetta Argus e l’avviso Intrepid: il primo era ancorato alla punta del molo; il secondo più entro terra verso scirocco; lo Stromboli si mise di traverso al porto; era dunque materialmente impossibile, finchè i bastimenti inglesi stavano fermi nei loro ancoraggi, che essi potessero impedire il tiro dei bastimenti napolitani.

La fiaba poi fu smentita, prima da un rapporto del capitano Marryatt, comandante dell’Intrepid; poscia da una esplicita dichiarazione di Lord John Russel, ministro degli esteri di S. M. Britannica, fatta alla Camera dei Comuni nella seduta del 21 maggio 1860:

«Lord John Russel. Il mio onorevole amico mi fece una domanda relativa allo sbarco di Garibaldi ed a due vascelli inglesi, che, secondo alcuni telegrammi, dicono avrebbero protetto lo sbarco di quegli uomini. Ebbene, io ricevetti oggi dall’Ammiragliato il dispaccio telegrafico dell’ufficiale comandante uno di questi vascelli, l’Intrepid. Gli onorevoli signori devono sapere che in Marsala vi sono molte case inglesi, e che da tempo, quando si attendeva un’insurrezione nella Sicilia, e specialmente poi quando corse la voce che Garibaldi vi sarebbe andato, erano spôrte dimande al Ministero degli esteri ed all’ammiraglio Fanshawe, che comanda sul Mediterraneo, di mandare vascelli per proteggere le proprietà inglesi nei luoghi dove si trovassero sudditi britannici. Quindi è che l’ammiraglio Fanshawe mandò l’Intrepid e l’Argus a Marsala. L’Intrepid vi giunse, io credo, agli 11; ma non ebbe tempo a fermarvisi molto prima che giungessero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi, che cominciarono tosto a scendere a terra. Mentre ciò succedeva, due bastimenti da guerra napolitani, un vapore ed una fregata, s’avvicinarono a Marsala. Ma questo ufficiale dice che, sebbene questi bastimenti potessero far fuoco sui vascelli e sugli uomini durante lo sbarco, nol fecero.

»Non dice, nulla sapendo della storia, che poi fu messa in giro, che i bastimenti inglesi impedissero i Napolitani da fare fuoco; ma dice che, sebbene questi avessero l’opportunità di far fuoco sui vascelli e sugli uomini, nol fecero.

»Dice inoltre che, dopo che gli uomini furono sbarcati, e che i vapori mercantili ebbero sbarcate tutte le truppe di Garibaldi, l’ufficiale comandante il vapore napoletano venne da lui a richiederlo di mandare un battello inglese a prendere possesso di quei vascelli. L’ufficiale inglese, il capitano Marryatt, ben con ragione vi si rifiutò (Hear, hear). Egli non aveva istruzioni che lo autorizzassero a prendere quei vascelli, ed a partecipare in quella faccenda. Le sue istruzioni erano, come sempre è stata la condotta del Governo inglese, di osservare una perfetta neutralità nel conflitto ora insorto (Hear, hear). Perciò, sebbene questo ufficiale non dia formale diniego (per nulla conoscendone l’esistenza) all’allegazione che i suoi bastimenti all’àncora impedissero il fuoco dei vascelli napoletani, possiamo inferire dalla sua relazione che tale non fu il caso. Sembra che il capitano napoletano lo richiedesse di richiamare da Marsala qualunque dei suoi ufficiali fosse a terra, e che egli immediatamente innalzasse un segnale per tal fine, e che quando i suoi ufficiali furono a bordo, sia stato aperto il fuoco contro Marsala dai bastimenti napoletani. Ciò potrebbesi ravvisare come un atto di cortesia internazionale per parte del capitano napoletano, ma punto non implica che i bastimenti inglesi si opponessero al suo fuoco. Non risulta che l’ufficiale inglese eccedesse in modo alcuno il suo dovere. Egli si ritrova colà nello scopo di proteggere gl’interessi britannici e nulla fece di più.»

[47]. Otto secoli precisi. I Normanni di Ruggiero sbarcarono la prima volta in Sicilia nell’inverno, e la seconda nella primavera del 1060. Nessuno de’ vecchi cronisti siciliani accertò il loro numero: chi li fa trecento, chi quattrocento, chi seicento e più; certo che i quaranta sono pura leggenda.

[48]. Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo vent’anni, di Giuseppe Cesare Abba. Bologna, 1880, pag. 60.

[49]. Zini, Storia citata, pag. 605.

[50]. Vedi I Mille pag. 26.

[51]. Vita di Nino Bixio, pag. 175.

[52]. Abba, Noterelle citate.

[53]. Vedi Histoire de la Conquête de l’Angleterre, par Augustin Thierry. Lione, vol. III, pag. 199.

[54]. Ricordo che il Davoust ad Aerstaedt diceva: «Les braves mourront ici; les lâches iront mourir en Sibérie.»

[55]. Rustow, La guerra d’Italia del 1860, vol. II, pag. 189 e segg.

[56]. Vedi I Mille di Garibaldi, pag. 36, e Giuseppe Capuzzi (bresciano, de’ Mille egli pure), La spedizione di Garibaldi in Sicilia. — L’Abba, Noterelle già citate, conferma.

Un altro assalto di bande subirono pure i Regi a Montelepre.

[57]. «Caro Rosolino. — Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto. I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo presto; qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi ed ostilizzate il nemico in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni. Incomodatelo infine in ogni modo. Spero ci rivedremo presto.»

[58]. Accompagnavano il La Masa i siciliani cav. Fuxa, Curatolo, Di Marco, Nicolosi, i due fratelli La Russa e Rebaudo.

[59]. Scriveva alla Direzione del fondo pel milione di fucili:

«Stimatissimi Signori,

»Ebbimo un brillante fatto d’armi avanti ieri coi Regi capitanati dal generale Landi presso Calatafimi. Il successo fu completo, e sbaragliati interamente i nemici. Devo confessare però che i Napoletani si batterono da leoni, e certamente non ho avuto in Italia combattimento così accanito, nè avversari così prodi. Quei soldati, ben diretti, pugneranno come i primi soldati del mondo.

»Da quanto vi scrivo, dovete presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei pochi Siciliani che ci accompagnavano.

»Il risultato della vittoria poi è stupendo: le popolazioni sono frenetiche. La truppa di Landi, demoralizzata dalla sconfitta, è stata assalita nella ritirata a Partinico e a Montelepre con molto danno, e non so quanti ne torneranno a Palermo, o se ne tornerà qualcuno.

»Io procedo colla Colonna verso la capitale, e con molta speranza, ingrossando ad ogni momento colle squadre insorte, e che a me si riuniscono. Non posso determinarvi il punto ove dovete inviarmi armi e munizioni, ma voi dovete prepararne molte, e presto saprete il punto ove dovrete mandarlo.

»Addio di cuore.

»Alcamo, 17 maggio 1860.

»G. Garibaldi.»

Quattro giorni prima aveva parimente scritto al dottor Bertani:

«Salemi, 13 maggio 1860.

»Caro Bertani,

»Sbarcammo avant’ieri a Marsala felicemente. Le popolazioni ci hanno accolto con entusiasmo, e si riuniscono a noi in folla. Marceremo a piccole giornate sulla capitale, e spero che faremo la valanga. Ho trovato questa gente migliore ancora dell’idea che me ne fecero.

»Dite alla Direzione Rubattino che reclamino i vapori Piemonte e Lombardo dal Governo, ed il Governo nostro li reclamerà naturalmente dal Governo napoletano.

»Che la Direzione per il milione di fucili ci mandi armi e munizioni quanto può. Non dubito che si farà altra spedizione per quest’Isola, ed allora avremo più gente.

»Vostro
»G. Garibaldi.»

(Pungolo di Milano del 3 e 4 giugno 1860.)

[60]. I Mille, pag. 90. Soggiunge per l’onor del vero: «Marcia che, senza la cooperazione di que’ Picciotti delle squadre siciliane, sarebbe stato impossibile di eseguire o almeno di trasportare i pochi cannoni nostri e le munizioni.»

[61]. Parole sue nei Mille, pag. 90.

[62]. Non svelò nè all’Orsini, nè ad anima viva la ragione di quella marcia. Solo nel vederlo partire, il Crispi l’udì mormorare: «Povero Orsini, va al sacrificio.»

[63]. Alberto Mario nel suo Garibaldi (pag. 35) in una descrizione delle mosse di Garibaldi da Renna al Parco, piena, a parer nostro, di molti errori di fatto e di non poche sviste topografiche, afferma che il Capitano dei Mille pensò all’assalto di Palermo per la via di Porta Termini, e quindi alla ritirata manovra per Piana de’ Greci, Marineo, Misilmeri, fin dal suo arrivo al Parco. Ora che Garibaldi meditasse di portarsi sulla via di Termini, è probabile, sebbene non ne abbia dato alcun indizio; ma che egli nello stesso tempo, fin dal 22 o 23, avesse concepita e fermata la finta ritirata, e lo strattagemma che gli aperse dopo Piana de’ Greci la strada di Misilmeri e quella di Palermo, questo ne sembra non solo improbabile, ma viene da tutte le circostanze del fatto smentito.

[64]. Nel libro: Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 riguardanti i Siciliani e La Masa (Torino, tipografia Scolastica Franco e Figli, 1861), a pag. XLVI si legge:

«Lungo la via La Masa incontrò molte guerriglie sbandate che gridavano al tradimento ed alla fuga dei Continentali, perchè, dicevano, era stato ordinato loro di respingere gagliardamente l’attacco del nemico, che i Cacciatori delle Alpi coll’artiglieria sarebbero accorsi ad aiutarli al momento opportuno; ed invece quando essi erano impegnati nel combattimento disuguale, quelli si ritirarono conducendo seco anche l’artiglieria.

»La Masa ordinò la fucilazione per chi avesse ripetute le parole fuga e tradimento — assicurò alle guerriglie che quella ritirata era un’astuzia strategica, ch’esse non avevano saputo comprendere — ordinò che gli sbandati s’incorporassero nella sua colonna, e proseguì la marcia riconducendoli al punto da cui essi erano fuggiti.

»Quanto più inoltravasi, maggior numero di sbandati incontrava, — ripeteva la scena stessa; — non vedendo nessun avviso nè contrordine, ei proseguì il cammino.»

Ora ognuno sa che questo libro fu scritto dal La Masa stesso.

[65]. Nè dalle istorie, nè dalle testimonianze orali ci fu possibile raccapezzare intorno a cotesto Consiglio di guerra l’esatta verità. Il La Masa nel suo libro (pag. XLIX e LI) attribuisce a sè solo il merito del consiglio più eroico; il Crispi invece ed il Türr, da me in varii tempi interrogati, affermano che il partito dell’assalto fu sostenuto principalmente da essi, contro il Sirtori che stava apertamente per la ritirata. Questi, al contrario, che interrogai del pari quando scrivevo la Vita del povero Bixio, negò recisamente d’aver mai espressa quell’opinione. Insomma non si sa a chi credere! Forse colui che fu meglio servito dalla memoria era il Bixio, il quale soleva dire «che non ci fu discussione, nè ci poteva essere.»

[66]. Più d’un centinaio era posto fuori di combattimento dalle morti, dalle ferite, dalle malattie; circa altri cento correvano coll’Orsini; dire ottocento dunque è già un dir troppo. Dallo Stato numerico delle Squadriglie siciliane passate in rivista dall’Ispettore generale Türr il 1º giugno 1860, il totale delle loro forze apparisce di 3229 uomini, ma supponiamo che anche il Türr non abbia potuto contarli tutti.

[67]. Isidoro La Lumia, valente storico della sua Isola nativa; anima rettissima e cuore gentile, rapito anzi tempo agli studi ed alla patria, nel suo opuscolo: La Restaurazione borbonica e la Rivoluzione del 1860, pag. 117, 118 e 119.

[68]. Vedi: Notamento dei cadaveri rinvenuti nella città di Palermo dal 30 maggio 1860 in poi, ufficialmente constatati dall’Autorità municipale, avvertendo che è stato impossibile di raccogliere più precisi e circonstanziati ragguagli.

[69]. Lord Brougham alla Camera dei Lordi nella seduta dell’8 giugno; e Lord Palmerston alla Camera dei Comuni in quella del 12 giugno 1860.

[70]. In alcuni storici (Rustow, op. cit., pag. 214; Zini, op. cit., pag. 612) troviamo che il Console inglese e l’ammiraglio Mundy chiesero ed ottennero dal Commissario del re Francesco la cessazione del bombardamento. Ma nel libro dell’ammiraglio Mundy, che abbiamo sott’occhio (H. M. S. «Hannibal» at Palermo and Naples during the Italian Revolutions 1859-1861. With notices of Garibaldi, Francis II and Victor Emanuel, by Rear-Admiral Sir Rodney Mundy. K. C. B. London, John Murray, 1863), non abbiamo letto una sola parola che giustifichi quell’affermazione. Tutto quanto l’Ammiraglio inglese ha operato per impedire il bombardamento o diminuirne i danni, si riduce a questi due fatti da lui stesso raccontati:

1º Nel 25 maggio, due giorni prima dell’entrata di Garibaldi, l’ammiraglio Mundy scrisse al generale Lanza per pregarlo a risparmiare alla città gli orrori del bombardamento. A questa domanda però, a cui si associò naturalmente il console inglese Sir Podven, il generale Lanza fece questa risposta: «Non credersi obbligato a risparmiare il bombardamento a città ribelle; promettere soltanto che, scoppiando la rivolta, non aprirebbe il fuoco se non due ore dopo cominciate le ostilità, per lasciar tempo ai sudditi stranieri ed ai pacifici sudditi di S. M. di riparare alle navi.» (Vedi nell’op. cit., dalla pag. 99 alla 103.)

2º Essendosi il generale Lanza nella mattina del 28 posto in comunicazione coll’ammiraglio Mundy allo scopo di ottenere la di lui mediazione, l’Ammiraglio aveva creduto bene avvertire il Comandante della Cittadella delle intavolate trattative, richiedendolo nello stesso tempo di sospendere, durante le stesse, il fuoco delle sue batterie. Ma anche questa richiesta ebbe la sorte della prima; poichè il Comandante del forte mandava a rispondere all’Ammiraglio, che era impossibilitato di compiacere a’ suoi desiderii «as his orders were imperative to continue the bombardment unless the answer which I (cioè l’ammiraglio Mundy) should give was a full acquiescence in the proposals which had been made.» (Vedi op. cit., pag. 134.) E in ogni caso ognuno vede che il Mundy si era diretto non al Comandante in capo dell’esercito napoletano, ma ad un ufficiale subordinato, e non con una formale richiesta o protesta, ma con una specie di preghiera, che doveva restare, come restò, inesaudita.

[71]. Quell’ufficiale si chiamava il capitano Cossovich, comandante della regia fregata Partenope, e corrispondeva col Lanza per mezzo del telegrafo ottico del Castellamare collegato a quello del Palazzo Reale.

[72]. Mundy, op. cit., pag. 124.

[73]. Di codesta trama noi non abbiamo dato che i sommi capi. Chi ne voglia vedere il lungo complicato intrigo, legga i capi XI e XII dell’opera citata del Mundy. Soggiungeremo solo, per maggiore chiarezza, che quando il generale Lanza udì che il Mundy, in luogo della chiesta protezione dell’Inghilterra, gli offriva il salvocondotto di Garibaldi, gli replicò secco e sdegnato che egli aveva chiesto la protezione della bandiera inglese, e mancando questa, egli non aveva più nulla a dire all’Ammiraglio. Allora questi ragionevolmente pensò che ogni carteggio in proposito fosse chiuso; quando, con sua grande maraviglia, nella mattina del 29 si vide arrivare quest’altro dispaccio del Commissario regio: «Riferendomi all’ultima corrispondenza, mando i due Generali a conferire con lei. Il fuoco sarà sospeso da ambe le parti verso sera.» Che cosa significava questo sibillino dispaccio? Il Lanza si riferiva all’ultima corrispondenza! Ma l’ultima corrispondenza aveva precisamente conchiuso, che il Mundy credeva necessario l’intervento di Garibaldi e che il Lanza non poteva accettare questa condizione. Ora come mai poteva riferirvisi? Certo il Commissario regio voleva traccheggiar sopra un equivoco, sperando con questo di strappare all’Ammiraglio britannico una concessione che altrimenti non avrebbe mai fatta. L’Ammiraglio cansò ancora il tranello e replicò per la terza volta al generale Lanza la lettera seguente, che fu l’ultima e che testualmente pubblichiamo:

«Rear-Admiral Mundy to General Lanza

(Translation.)

Hannibal, at Palermo, May 29, 1860, Noon.

»Sir — From your Excellency’s last communication al 7 P. M. yesterday, in which you state it is not necessary to speak to me any more, I concluded the correspondence was finished. But as you again earnestly request my mediation, I consent to receive the two Generals on board, provided general Garibaldi allaws them to pass through his lines. My boat will be at Porta Felice to receive them.

»(Signed) G. Rodney Mundy.»

[74]. Ho ritradotto testualmente la traduzione in inglese dell’ammiraglio Mundy, che varia in alcune parti da quelle che corrono per le storie, ma che credo più genuina, come quella che venne testualmente comunicata in copia dal generale Lanza all’Ammiraglio stesso.

[75]. Mundy, op. cit., pag. 142.

[76]. Non lo riseppe che nella sera del 28; tanto fu il segreto serbato da quella brava popolazione sulle mosse del liberatore.

Il Lanza non aveva tardato di spedire ai due comandanti, nella giornata stessa del 27, un corriere che li avvisava dell’accaduto e prontamente li chiamava; ma il corriere fu spacciato, ed il plico, di cui era latore, riportato, dopo la liberazione di Palermo, a Garibaldi.

[77]. Stando ad un rapporto del luogotenente Wilmot (in Mundy, op. cit., pag. 145), sembrerebbe che quella colonna fosse entrata da Porta de’ Greci e venisse di fianco dall’Orto botanico; ma tutte le nostre testimonianze ci ripetono che la colonna entrò per la Porta di Termini: forse quella veduta dal Wilmot ne era un distaccamento.

Nel libro: Storia della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, per il maggiore di fanteria Carlo Pecorini-Manzoni (Firenze, 1876, pag. 63), si legge che fu il Letizia, il quale per l’appunto traversava la città per recarsi a bordo dell’Hannibal, a correre a Porta Termini a far cessare il combattimento. Ciò non è nè poteva essere. Il convegno sull’Hannibal era fissato per le due, e il Letizia vi arrivò contemporaneamente a Garibaldi; non poteva dunque traversare Palermo tra le 10 e le 11, ora in cui accadde lo scontro a Porta Termini.

Lo stesso maggiore Pecorini fa intervenire al fatto di Porta Termini il generale Türr. È probabile ch’egli pure sia accorso a veder che fosse quell’inaspettato combattimento e si sia adoperato a farlo cessare; come accorsero e s’adoperarono altri, fra i quali il Sirtori; ma gli attori principali dell’episodio furono quelli da noi citati.

[78]. Non ci arrestiamo a smentire tutti gli altri favolosi racconti di questo episodio; diremo solo che Alberto Mario nel suo Garibaldi (pag. 38) lo fa accadere il 1º giugno!

[79]. In molti libri si legge Türr. Lo stesso Generale ci assicurò che è un errore.

[80]. Il Mundy, op. cit., pag. 147, dice: «Whether this arrangement was an act of simple politeness on their part, or a premeditated scheme for accertaining if he would be received with military honours, I do not pretend to say, but as they did not immediatley follow him up the accomodation ladder et struck me the delay was not entirely accidental.»

[81]. Mundy, op. cit., pag. 148.

[82]. Mundy, op. cit., pag. 150.

[83]. Ib., pag. 150.

[84]. Mundy, op. cit., pag. 153.

[85]. Ib., pag. 153 e 154. — Del resto, la parola unmeasured terms è dell’ammiraglio Mundy, non nostra, e siamo ben lungi dal confermarla. Quali che fossero i termini usati da Garibaldi (villani non saranno stati certamente), non era mai unmeasured dire in quel momento e a siffatto nemico il fatto suo. Se anche, per generosità, non si voglia scorgere nel fatto di Porta Termini alcuna perfidia premeditata, resta sempre l’altro fatto ancor più irritante d’un nemico, che dopo aver sollecitato dal proprio avversario la grazia d’una conferenza o d’un armistizio, ricusava poi di riconoscere l’avversario stesso nella persona del suo capitano supremo, e di trattare con lui! Pensiamo che alla sortita del generale Letizia un Inglese avrebbe forse risposto, effetto di temperamento, con più flemma, ma l’avrebbe anche assai probabilmente fatto saltare nella lancia di bordo, e rimandato a voga più che arrancata a terra.

[86]. Mundy, op. cit., pag. 156.

[87]. Abba, Noterelle d’uno dei Mille, ec., pag. 154.

[88]. Fino dal 2 sul vaporetto Utile erano già sbarcati a Marsala altri cinquantasei volontari, parte Siciliani, parte Continentali. Li guidava Carmelo Agnetta e portavano, oltre che il loro braccio, qualche soccorso d’armi e di munizioni. Non poterono però penetrare in Palermo che la mattina del 5 giugno.

[89]. E non gliene mancava la ragione. Il conte di Cavour lavorava già da tempo a promuovere un pronunciamento fra gli ufficiali della flotta borbonica; e all’uopo gli serviva d’intermediario l’ammiraglio Persano, autorizzato a mettersi in corrispondenza cogli ufficiali stessi «ed a spendervi qualche danaro occorrendo.» (Diario citato, pag. 22.) L’8 di giugno poi, narra lo stesso Persano (pag. 29) che il comandante Vacca andò ad un convegno datogli da lui e disposto, per solo vivo sentimento d’italianità, ad inalberare sul suo legno la bandiera italiana. E tralasciando la parte non bella che facevano in tutto questo così il conte di Cavour come l’ammiraglio Persano, si vede che il Lanza aveva fiutato il pericolo.

[90]. Decreto del 17 giugno 1860.

[91].

«Al bello e gentil sesso di Palermo.

»Colla coscienza di far bene, io propongo cosa gradita certamente ad anime generose come voi siete, o donne di Palermo!... A voi che io conobbi nell’ora del pericolo!... belle di sdegno e di patriottismo sublime!... disprezzando nel furore della pugna le immani mercenarie soldatesche, ed animando i coraggiosi figli di tutte le terre italiane, stretti al patto di liberazione o di morte!

»Fidente a voi mi presento, vezzose Palermitane!... e per confessarvi un atto mio di debolezza, io vecchio soldato dei Due Mondi, piansi.... commosso nell’anima!... e piansi.... non alla vista delle miserie e del soqquadro a cui fu condannata questa nobile città!... non al cospetto delle macerie del bombardamento e dei mutilati cadaveri; ma alla vista dei lattanti e degli orfani dannati a morir di fame!... Nell’Ospizio degli orfani novanta su cento lattanti periscono mancanti d’alimento! Una balia nutre quattro di quelle creature fatte ad immagine di Dio!... io lascio pensare il resto all’anima vostra gentile, già addolorata dalla nuova desolante.

»Nei molti congedi della mia vita, il più sensibile sarà certamente quello in cui mi dividerò da voi, popolazione carissima!... Io sarò mesto in quel giorno!... ma spero la mia mestizia raddolcita da voi, nobile parte di questo popolo, colla speranza, col convincimento, che le derelitte innocenti creature, cui più la sventura che la colpa ha gettato un marchio d’infamia!... ripulse lungi dal seno della società umana!... dannate ad una vita di vituperio e di miserie.... quelle infelici, dico, restino affidate alla cura preziosa di queste care donne, a cui mi vincola, per la vita, un sentimento irremovibile d’amore e di gratitudine!

»G. Garibaldi.»

[92]. Il Decreto era del 20 giugno.

[93]. Ci atteniamo alle cifre date dal Medici nella sua lettera a Garibaldi, scrittagli da Cagliari il 12 giugno, e che si legge nel Diario Persano (pag. 33), benchè il Resoconto del fondo del Milione di fucili, che abbiamo potuto consultare, presenti, circa al numero delle armi segnatamente, qualche differenza. Ma di ciò poco monta. Importa forse più mettere in sodo che le spese della seconda spedizione, checchè altri ne abbia scritto, furono tutte sostenute dallo stesso fondo del Milione di fucili sopra ricordato, come risulta da questo specchietto cortesemente favoritomi dal mio dilettissimo amico Enrico Guastalla, segretario allora del fondo dei fucili, ordinatore principale della spedizione Medici, in appresso Capo di Stato Maggiore della stessa Divisione: patriotta e soldato valoroso quanto modesto, che l’Italia presente degli arruffoni e dei ciarlieri dimentica, ma che la futura ricorderà.

Seconda spedizione.
Colonnello Giacomo Medici.
Battelli a vapore.
Importo dei tre vapori Washington, Oregon e Franklin con approvvigionamenti e paghe agli equipaggi comperati in Marsiglia, comprese le spese di viaggi, telegrafi, corrispondenze e provvigioni. L. 752,489.55
Oggetti d’armamento.
Nº 4850 fucili francesi.
Nº 200 carabine Enfield.
Nº 200 fucili di Liegi.
Sciabole, revolwers, cartuccie, capsule ed altri accessorii, per 324,596.10
Oggetti di equipaggiamento, per 22,144.27
Oggetti di abbigliamento, per 60,266.64
Totale L. 1,159,496.56

[94]. Vedi lettere sue al conte di Cavour del 10, 18, 25, 28 giugno e 2 luglio 1860.

[95]. Vedi Diario privato politico-militare dell’ammiraglio Persano, parte I, pag. 47. Lettera scritta dal conte di Cavour all’Ammiraglio stesso.

[96]. Ecco quell’articolo:

«Sabato 7 corrente, per ordine speciale del Dittatore, sono stati allontanati dall’Isola nostra i signori Giuseppe La Farina, Giacomo Griscelli e Pasquale Totti. I signori Griscelli e Totti, côrsi di nascita, sono di coloro che trovano modo ad arruolarsi negli uffici di tutte le polizie del Continente.

»I tre espulsi erano in Palermo cospirando contro l’attuale ordine di cose. Il Governo, che invigila perchè la tranquillità pubblica non venga menomamente turbata, non poteva tollerare ancora la presenza tra noi di codesti individui venutivi con intenzioni colpevoli.» — Vedi Epistolario di Giuseppe La Farina, tomo II, pag. 376.

[97]. Di averlo ignorato lo disse all’ammiraglio Persano, al quale soggiunse anche di non lo voler disdire. — Vedi Diario citato, pag. 73.

[98]. Il conte di Cavour, il 13 luglio, scrivendo all’ammiraglio Persano, faceva l’ipotesi che Garibaldi si mettesse un giorno o l’altro in opposizione col Governo del Re; ma s’affrettava a soggiungere che questo non poteva accadere, se non quando si giudicasse dal Re giunto il tempo di operare l’annessione di Sicilia e Napoli. Ora queste parole provano che al dì 13 luglio, quel tempo il Conte non lo credeva ancora venuto. Del resto quella lettera del 13 luglio onorerà la previdenza, ma non certo la lealtà, del conte di Cavour, e basti la citazione di questo brano a provarlo:

«In quest’ipotesi (nell’ipotesi della resistenza di Garibaldi all’annessione), importerebbe sommamente che tutte le forze marittime passassero immediatamente sotto il di lei comando. Io son certo che noi possiamo fare affidamento assoluto sopra Piola. Ma ciò non basta; bisogna che egli possa portar seco tutti i legni che comporranno la squadra di Garibaldi, perciò sarebbe bene che questi legni fossero comandati da ufficiali fidati. Io la autorizzo quindi ad accettare le dimissioni di tre o quattro ufficiali della squadra, a cui Piola affiderebbe il comando dei varii legni, di cui il Governo della Sicilia dispone. Questi devono essere scelti in modo da non lasciare il benchè minimo dubbio sulla loro devozione al Re ed alla Monarchia costituzionale.

»In questo momento rispondo a Piola, che mi fece richiesta d’alcuni ufficiali, di rivolgersi a lei per conoscere le mie intenzioni, e che ha piena facoltà di mandarle ad effetto.»

Da questa lettera sarebbe difficile argomentare quale de’ tre personaggi il conte di Cavour, l’ammiraglio Persano e il comandante Piola facesse la più triste figura. Il conte di Cavour cospirava con un Ammiraglio del Re e un Ministro di Garibaldi stesso, tentando ammutinargli contro o portargli via la flotta. L’ammiraglio Persano doveva farsi complice della trama, dando a Garibaldi degli ufficiali di marina infidi, disposti, a un dato momento, ad abbandonarlo e tradirlo. Il signor Piola, ministro della Marina di Garibaldi, chiesto da lui e depositario della sua fiducia, doveva dar l’ultima mano al complotto, mettendo a bordo quegli ufficiali e consegnando al momento anche la squadra.

Fortunatamente quel disegno, nato certamente da un triste incubo del conte di Cavour, non ebbe bisogno d’esser mandato a compimento; ma quel disegno prova che, se Garibaldi credeva d’essere attorniato da insidie, non aveva tutti i torti. (Vedi Diario citato, pag. 41.)

[99]. Presiedevali Don Antonio Spinelli: n’erano principali per gli Esteri Giacomo De Martino, per le Finanze Giovanni Manno, per la Giustizia Gregorio Morelli, per la Polizia Liborio Romano.

[100]. Alessandro Nunziante, duca di Mignano, figlio del tormentatore delle Calabrie, e stromento egli stesso delle ferocie di Ferdinando II: dopo aver chiesto di capitanare una spedizione contro Garibaldi, vistolo trionfante, tocco dalla grazia, chiedeva all’improvviso licenza dal suo esercito; offertogli il ritiro, lo rifiutava, rinviando con sdegno pomposo le sue decorazioni e indirizzando a’ suoi soldati un addio, nel quale li esortava a militare per la patria, «quasichè (dice bene lo Zini) egli avesse fino allora portato in petto la patria in compagnia degli esuli e dei macerati negli ergastoli.» Poi riparatosi a Torino e ricevuta colà la parola del conte di Cavour, circa la metà d’agosto torna nascosto a Napoli, e vivendo clandestino ora a bordo dell’ammiraglia del Persano, ora in casa d’amici, cospira a ribellare coll’oro del conte di Cavour l’esercito, al quale pur ora apparteneva; specialmente i Cacciatori, che, a sentirlo, si sarebbe tirati dietro al solo presentarsi. Ma nè egli si presentò, nè i Cacciatori si mossero; pure egli potè essere accolto nell’esercito italiano e morirvi generale! (Vedi Diario Persano, parte II, pag. 16, 35, 36, 44, 66, 73, ec.)

[101]. Era un antico legno da guerra borbonico; preso dai Palermitani nel 1848 e battezzato Indipendenza, ripreso dal Borbone e restituito al suo primo nome di Veloce.

[102]. Fra i volontari eran chiamati così dal colore della divisa: tutte di tela bianca quelle del Dunn; con tuniche bigio-scure quelle del Medici.

[103]. Alberto Mario la racconta con verità. Il Rustow scrisse che lo scontro avvenne nella prima carica, ma è un errore. Io udii narrare il fatto da Garibaldi stesso.

[104]. Parole del testo della Convenzione 23 luglio 1860, tra il colonnello Anzani ed il generale Garibaldi.

[105]. In questo, Liborio Romano passava al Ministero dell’interno e il generale Pianell a quello della guerra.

[106]. Persano, Diario cit., pag. 92.

[107]. Anche prima di quel giorno, nell’annunciare allo stesso Ammiraglio la lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, invitava l’Ammiraglio a non cercare d’influire sulle determinazioni di questi, confessando che per poco esso sia ragionevole bisogna che il Governo del Re cammini con lui; e dicendosi pronto a ritirarsi onde facilitare lo stabilimento di una perfetta concordia tra Garibaldi e il Ministero.

Lettera del conte di Cavour al contrammiraglio Persano, estratta dal Diario di questi, parte I, pag. 89.

[108]. Al Türr ammalato e partito per ragione di cura per il Continente era subentrato nel comando della brigata l’ungherese colonnello Eber.

[109]. Vedi I Mille, cap. XXXII, pag. 151-152. Che Garibaldi abbia ordinato egli stesso la spedizione romana, lo provano le lettere pubblicamente scritte al Bertani ed al Medici prima di partire da Quarto; l’approvazione tacita o espressa a tutti gli apparecchi fatti dal Bertani al medesimo scopo, e stando ad un’affermazione di Maurizio Quadrio, un telegramma che Garibaldi stesso avrebbe diretto dal Faro tra il 10 e l’11 agosto ad uno dei capi della spedizione romana, e che avrebbe suonato precisamente così: «Io scenderò in Calabria il 19 agosto, voi operate ad oltranza negli Stati romani.» Vedi il Libro dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi, Commenti di Maurizio Quadrio, pag. 47 e segg. Il Quadrio però non dice d’aver veduto egli il telegramma: afferma solo che fu veduto da Mauro Macchi, e che una copia autenticata da notaio ne fu consegnata per sua garanzia al colonnello Pianciani.

[110]. Vedi Diario Persano, quasi tutta la parte seconda.

[111]. Lettera del conte Leopoldo di Siracusa al re Francesco del 24 agosto 1860, e Indirizzo del Ministero Liborio Romano allo stesso Re del 22 agosto.

[112]. Vedi Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 322-323.

[113]. Vedi il Decreto nel Diario Persano, parte II, pag. 117:

«Napoli, 7 settembre 1860.

»Il Dittatore decreta:

»Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle Due Sicilie, arsenali e materiali di marina sono aggregati alla squadra del Re d’Italia Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.

»Firmato: G. Garibaldi.»

[114]. L’ammiraglio Persano nel suo Diario citato, parte II, pag. 135, narra:

«Vedo a terra l’ammiraglio Mundy. Egli mi dice che il signor Elliot, ministro d’Inghilterra, aveva avuto un abboccamento col generale Garibaldi a bordo dell’Annibale, essendo stato incaricato da Lord John Russell di dissuaderlo dal suo intendimento di attaccare la Venezia, dacchè tutto induceva a far credere che tale atto sarebbe tornato oltremodo dannoso all’Italia; per l’appunto come s’era detto fra noi due alcuni giorni prima: che il Dittatore, alla comunicazione fattagli dal signor Elliot, aveva risposto, essere egli risoluto di proclamare, ma dal Campidoglio, Vittorio Emanuele Re d’Italia; e che dopo ciò si sarebbe offerto uno de’ suoi luogotenenti per l’impresa della Venezia.»

[115]. Nicomede Bianchi, Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861), vol. VIII, pag. 338-339.

[116]. Consentiamo collo Zini (Storia cit., pag. 702) che «l’arditezza del conte di Cavour venne a contraccolpo della prima arditezza di Garibaldi; onde questi, non quegli, fu il vero motore dell’impresa;» ma non per questo possiamo tenerci dall’ammirarle entrambe. Se anzi una censura può muoversi al conte di Cavour è di troppa temerità. Nel giorno infatti in cui egli spingeva metà dell’esercito sardo al di là della Cattolica, egli non era sicuro che l’Austria, che ingrossava nel quadrilatero, non l’avrebbe assalito. Tanto vero che scriveva a Persano: «Tenga la squadra pronta a partire per l’Adriatico. Faccia una leva forzata di marinai in codeste parti.... Dica al generale Garibaldi, da parte mia, che, se noi siamo assaliti, l’invito in nome d’Italia ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni per venire a combattere sul Mincio, ec.» (Istruzioni Cavour a Persano, Torino, 22 ottobre 1860.)

Solo alcuni giorni dopo, essendo stato assicurato da Napoleone che l’Austria non l’avrebbe attaccato, o che altrimenti egli, almeno rispetto alla Lombardia, l’avrebbe impedito, il conte di Cavour respirò. Quando poi, nel convegno di Varsavia, la Prussia e la Russia accettarono il principio del non intervento, energicamente difeso dalla Francia e dall’Inghilterra, ogni pericolo svanì, e Cavour potè correre franco fino alla fine. Ma aveva giuocato un terribile giuoco. Per salvare l’Italia dal mostro della rivoluzione aveva rischiato di farla sbranare nuovamente dall’aquila austriaca. Ma poichè l’Austria in fin de’ conti non si mosse, e Cavour vinse la partita, non gli può essere negato l’applauso che ha sempre salutato il successo.

[117]. Vedi la lettera del Mazzini nei Mille, di G. Oddo, pag. 708.

[118]. Vedi il suo Proclama in data di Salerno, 7 settembre 1860:

«Alla cara popolazione di Napoli.

»Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a questo nobile ed imponente centro di popolazione italiana, che molti secoli di dispotismo non hanno potuto umiliare, nè ridurre a piegare il ginocchio al cospetto della tirannide.

»Il primo bisogno dell’Italia era la concordia per raggiungere l’unità della grande famiglia italiana: oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia con la sublime unanimità di tutte le provincie per la ricostituzione nazionale; per l’unità essa diede al nostro paese Vittorio Emanuele, che noi da questo momento possiamo chiamare il vero padre della patria italiana.» (Diario cit., parte II, pag. 115.)

[119]. Ire politiche d’oltre tomba, di Agostino Bertani, pag. 74 e seg.

[120]. Doveva alludere a Filippo Cordova e al barone Camerata Scovazzo.

[121]. Pubblicava nello stesso senso un Manifesto, nel quale è notevole questo periodo:

«Essi vi hanno parlato (ai Palermitani) d’annessione, come se più fervidi di me fossero per la rigenerazione d’Italia — ma la loro mèta era di servire a bassi interessi individuali — e voi rispondeste come conviene a popolo che sente la sua dignità, e che fida nel sacro ed inviolato programma da me proclamato:

»Italia e Vittorio Emanuele.

»A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il Regno d’Italia — e là solamente santificheremo il gran consorzio di famiglia tra i liberi e gli schiavi ancora, figli della stessa terra.

»A Palermo si volle l’annessione, perchè io non passassi lo Stretto.

»A Napoli si vuole l’annessione, perchè io non possa passare il Volturno.

»Ma in quanto vi siano in Italia catene da infrangere — io seguirò la via — o vi seminerò le ossa.....»

[122]. Il maresciallo Ritucci, eletto comandante in capo dell’esercito borbonico, aveva sotto i suoi ordini tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, alle quali aggiunte le truppe accantonate qua e là a guardia degli Abruzzi, i presidii di Gaeta e di Civitella del Tronto, si vede che la cifra di cinquantamila uomini sta piuttosto al di sotto che al di sopra del vero.

[123]. Il Rustow, che pare sia stato uno dei consiglieri dell’operazione di Caiazzo, vorrebbe far credere che l’abbia ordinata Garibaldi stesso (Op. cit., pag. 892); ma ciò, siccome narrammo, non è. Garibaldi nel suo libro dei Mille (pag. 276-277) respinge da sè la responsabilità dell’impresa tentata e contro ordine suo, con queste esplicite parole:

«Obbligato di lasciare l’esercito sul Volturno e di recarmi a Palermo per placare quel bravo e bollente popolo nell’esaltazione in cui l’avean spinto gli annessionisti, io aveva raccomandato al generale Sirtori, degno capo dello Stato Maggiore dell’esercito meridionale, di lanciar delle bande nostre sulle comunicazioni del nemico.

»Ciò fu fatto, ma pure chi ne avea l’incarico immediato stimò opportuno di fare qualche cosa di più serio, e col prestigio delle precedenti vittorie non dubitò qualunque impresa essere eseguibile dai nostri prodi militi.

»Fu decisa l’occupazione di Caiazzo, villaggio all’oriente di Capua, sulla sponda destra del Volturno.

»Il 19 settembre ebbe luogo l’operazione: si occupò Caiazzo, ed io giunsi lo stesso giorno per assistere al deplorevole spettacolo del sacrifizio dei nostri poveri volontari, che avendo marciato, secondo il costume loro, intrepidamente sul nemico sino all’orlo del fiume, furono poi obbligati, non trovandovi riparo contro la grandine di palle nemiche, di retrocedere fuggendo, fulminati alle spalle. Il giorno seguente, credo, il nemico inviò un forte nerbo di forze ad attaccare i nostri in Caiazzo, che in pochi furono obbligati ad evacuare, e ritirarsi precipitosamente verso la sinistra del Volturno, dopo essersi valorosamente battuti ed aver perduto non pochi militi, morti, feriti ed affogati nel fiume. L’operazione di Caiazzo fu, più che un’imprudenza, una mancanza di tatto militare, da parte di chi la comandava.

»E serva quell’esempio ai nostri giovani militi, tuttora obbligati a studiare quella manía di macellar gli uomini, che si chiama arte della guerra.»

S’aggiunga: il Pecorini-Manzoni, nella sua citata Storia della XV Divisione Türr, ec., cercando di giustificare il Türr della mossa, si limita a dire, che «egli pensava di lanciare dei distaccamenti al di là del Volturno verso Piedimonte per verificare l’opinione del paese, e trovandovi simpatia organizzare delle squadre di Guardia Nazionale, e con esse tormentare alle spalle ed ai fianchi il nemico e simulare quindi degli attacchi sopra Caiazzo e dietro Capua, per obbligarlo a mostrare le forze che potrebbe spiegare in un fatto d’arme serio contro le forze garibaldine, e non dargli tempo di mandare ad effetto un tale fatto prima che tutta l’armata di Garibaldi fosse riunita sul Volturno.» (Op. cit., pag. 182.)

Infine meglio d’ogni testimonianza valgano le istruzioni che Garibaldi stesso dava in iscritto al maggiore Csudafy, incaricato appunto di comandare una delle scorribande al di là del Volturno, e che chiariscono tutto il pensiero del Generale in capo dell’esercito meridionale:

«Al signor maggiore Csudafy.

»Caserta, 16 settembre 1860.

»Maggiore!

»Con tre distaccamenti, che confiderà a voi il generale Türr, voi passerete il Volturno al di sopra di Capua ove vi convenga.

»Il principale oggetto della vostra missione è di mostrarvi nella retroguardia al nemico dietro Capua e incomodarlo in ogni modo possibile.

»Quindi mostrarvi alle popolazioni circonvicine, fra le quali voi dovete spargere i buoni principii di libertà e d’indipendenza italiana, e spingerle all’armamento contro il dispotismo. Soprattutto voi dovrete ottenere dai vostri soldati che rispettino la gente, le proprietà, e che procurino di farsi amare da tutti e temere dai nemici.

»Per mezzi di cui abbisognate, rivolgetevi alle Autorità locali che munirete di competente ricevuta.

»Se potete spingere alcuno dei vostri distaccamenti (che cercherete d’aumentare quanto possibile) alla frontiera e sul territorio pontificio, farete bene di farlo e spingere pure le popolazioni pontificie a scuotere il giogo.

»Infine voi darete notizie di voi e di qualunque cosa importante al Quartier generale del generale Türr ed al mio.

»Firmato: G. Garibaldi.»

(Pecorini-Manzoni, op. cit., pag. 183-184.)

[124]. «La nostra linea di battaglia era difettosa; essa era troppo estesa da Maddaloni a Santa Maria.» (I Mille, pag. 280.)

[125]. Abbiamo usato per brevità la parola Divisione; ma s’ingannerebbe assai chi la prendesse alla lettera. L’esercito meridionale essendo in formazione continua, nulla di più difficile di dare la situazione quotidiana dei corpi. La divisione Türr comprendeva cinque brigate: Sacchi, Eber, Spangaro, De Giorgis, La Masa; ma essendo esse tutte sparpagliate in mezzo alle altre divisioni, può dirsi che la divisione in fatto non esisteva. Così la brigata La Masa era aggregata alla 16ª divisione Cosenz e Milbitz; quella Spangaro alla 17ª Medici, e la brigata Sacchi stava da sè a San Leucio; le brigate Eber e De Giorgis stavano nella riserva. La 18ª divisione Bixio comprendeva tre brigate: quella Dezza, della forza di milleottocento uomini; quella Eberhard, di millecinquecento, e una terza, Spinazzi, di seicentosettanta, più una così detta colonna Fabrizi che non apparteneva a nessuna divisione. La 16ª invece aveva un battaglione Bronzetti nientemeno che a Castel Morone, e una brigata intera, quella Assanti, nella riserva.

La riserva poi era un miscuglio curiosissimo. Essa comprendeva, oltre le nominate:

Brigata Eber1600
Brigata De Giorgis850
Brigata Assanti1100
Un battaglione Paterniti250
Una brigata calabrese comandata dal colonnello Pace, grossa di oltre duemila uomini, ma di cui soltanto ottocento armati alla meglio e servibili800
Totale4600

Centocinquanta uomini di cavalleria, quattrocento del Genio aggregati la maggior parte alla 17ª divisione, e gli artiglieri necessari ai servizio dei trenta pezzi summentovati, compivano l’esercito.

[126]. I Mille, pag. 282.

[127]. Il Rustow, pag. 436; il Pecorini, pag. 242, riferiscono queste parole del Generale con alcune varianti. Al solito noi ne prendiamo l’essenziale, lasciando l’accessorio.

[128]. Altri disse che mandò la notizia della vittoria molto prima, cioè quando giunse a Santa Maria. Nel suo libro dei Mille egli tronca ogni dubbio scrivendo: «In quel momento, 5 pomeridiane, io telegrafai a Napoli: Vittoria su tutta la linea.» — (Vedi op. cit., pag. 297.)

[129]. Quando diciamo puramente Caserta intendiamo la città, ora capoluogo della provincia.

[130]. L’abbiamo detto altrove (Vita di Nino Bixio), lo ridiciamo qui, questa e questa sola fu la parte presa da quei Bersaglieri alla battaglia del Volturno. Tutto quanto fu scritto sin qui nell’intento di accrescere a’ regolari e scemare a’ Volontari una gloria, a cui basta d’essere italiana, è assolutamente falso: falso che essi abbiano partecipato in un modo qualsiasi alla giornata del 1º; falso che abbiano contribuito alla vittoria del 2, la quale era già ottenuta prima di combattere, che fu una razzía di truppe disperse, non un combattimento, e che in ogni caso sarebbe stata decisa dai movimenti aggiranti di Garibaldi e del Bixio, non dalle poche fucilate di quei pochi Bersaglieri contro l’avanguardia sviata d’una colonna venuta a cascare nel centro delle nostre linee.

[131]. Rustow, op. cit., pag. 449.

[132]. E non abbiamo mestieri di citare esempi più recenti. Il La Marmora non comandò in Crimea più di quindicimila uomini, eppure fu nominato Generale d’armata. Castelfidardo fu un combattimento di posizione di otto o diecimila uomini contro cinque o seimila, eppure il Cialdini fu nominato Generale d’armata, e nessuno dubitò mai che que’ due Generali non fossero capaci di condurre più grossi eserciti.

[133]. Rapporto del generale Bixio sul fatto d’armi di Maddaloni, in data di Caserta, 6 ottobre 1860.

[134]. I Mille, pag. 292-293.

[135]. È doloroso il pensare che la battaglia del 1º ottobre non abbia ancora ottenuto nella storia delle armi italiane il posto che le conviene. Storici anche autorevoli ne parlano con una leggerezza da far dubitare della loro serietà. A mo’ d’esempio, nella Storia militare del colonnello Carlo Corsi, professore di Storia militare alla Scuola superiore di guerra (libro di testo anche per gli allievi della R. Accademia militare), terza parte, pag. 295 e seg., ci sono tali errori e di fatto e di apprezzamento da legittimare il sospetto che lo storico abbia mai riflettuto un istante alle cose da lui narrate. Noi riproduciamo qui il suo racconto, accompagnandolo di brevissime osservazioni, lasciando giudice il lettore se a siffatti romanzi convenga il nome di storia, e di storia destinata all’educazione della mente o del cuore della gioventù militare della patria nostra:

Pag. 295. «Battaglia del Volturno o di Santa Maria (1º ottobre). — Lo scopo primo del radunamento delle truppe borboniche sul Volturno, cioè rassodar le milizie e fermar Garibaldi, era stato ottenuto; ora bisognava procedere alla riscossa, come Radetzky nel 1848, col massimo vigore. Ma invece di tener riuniti attorno a Capua quei quaranta e più mila uomini e adoperarli per una gran riscossa, i Generali del re Francesco li divisero tra Capua e Gaeta in modo che non più di un ventimila rimasero disponibili sul Volturno tra San Clemente e Caiazzo....»

1º Errore. — Non sappiamo d’onde lo storico abbia attinto questa cifra. Essa è patentemente erronea. L’esercito del Volturno sotto il comando del generale Ritucci componevasi di tre Divisioni complete di fanteria ed una di cavalleria, e quando si aggiunga a queste le armi secondarie e il presidio di Capua, si supera di molto la cifra di quarantamila uomini da noi stabilita.

Pag. 295-296. «I Garibaldini s’erano distesi sulla sinistra del Volturno; debole era la loro sinistra attorno a Santa Maria, aggirabile la loro destra per l’alto Volturno e i monti sopra Caserta e Maddaloni. La loro situazione era ancora più pericolosa di quella dei Toscani a Montanara e Curtatone nel 1848.»

Questo lo vide e lo disse anche Garibaldi. Ma perchè lo storico non soggiunse che quella situazione, data l’esiguità delle forze garibaldine, era la sola tenibile in quel caso?

Pag. 296. «Dal lato dei Garibaldini la divisione Medici teneva Sant’Angelo, la divisione Cosenz Santa Maria, Türr stava presso Caserta, Bixio presso Maddaloni, Garibaldi aveva il suo quartiere in Caserta. Il 1º ottobre quindicimila Borbonici con molta cavalleria, sboccando da Capua sotto il comando del generale Ritucci, assaltarono all’improvviso e con molto impeto la sinistra dei Garibaldini a Santa Maria....»

2º Errore. — Il primo errore è dimostrato dal secondo. Se l’esercito borbonico sommava appena a ventimila uomini e quindicimila attaccavano Santa Maria, bisognerebbe supporre che all’attacco di tutto il resto della linea comprendente le posizioni di Sant’Angelo, Caserta, Maddaloni, il generale Ritucci non ne avesse impiegati che cinquemila, il che sarebbe stato semplicemente assurdo.

Pag. 296. «.... E di primo lancio s’impadronirono d’una gran parte di quella città....»

3º Errore. — I Borbonici, come narrammo, non s’impadronirono mai d’alcuna parte, nè grande nè piccola, di Santa Maria. Essi non poterono mai oltrepassare la linea di Porta Capuana.

Pag. 296. «L’attacco si estese prontamente a sinistra su Sant’Angelo, ove il combattimento fu vivissimo. La divisione Türr s’avanzò a rinforzo. Un reggimento toscano, condotto dal colonnello Malenchini, investì il fianco destro degli assalitori dal lato di San Tammaro....»

4º Errore. — Il Türr condusse i rinforzi sol quando fu chiamato da Garibaldi, il Malenchini ribattè gli assalti dell’estrema destra nemica sul lato di San Tammaro, ma in principio non in fine della battaglia e non in guisa da liberar San Tammaro, ma solo da contrastar la posizione. Il contr’attacco decisivo fu diretto tra Sant’Angelo e Santa Maria e capitanato, siccome scrivemmo, da Garibaldi in persona. Non sono, a tutto rigore, errori, ma inesattezze che sfigurano l’aspetto della battaglia.

Pag. 296-297. «Par tuttavia tra quelle milizie tumultuarie, composte la massima parte di gente eccessivamente sensitiva e affatto nuova alla guerra, quel vigoroso assalto cagionò grande scompiglio, anzi fuga e sbandata che portò lo spavento fin nel cuore di Napoli.»

5º Errore. — Di fuggiaschi e di sbandati ce ne furono di certo, come ce ne sono in tutti gli eserciti e in tutte le battaglie; ma parlare «di fuga e sbandata che portò lo spavento fino a Napoli,» come se tutto l’esercito garibaldino avesse dato le spalle al primo urto, è peggio che errore. Non si può accusare di fuga e sbandata un esercito inferiore di numero che contrasta il terreno per oltre sei ore e dà tempo alle sue riserve di soccorrerlo.

«.... Ma Garibaldi, Medici, Türr ed altri capi minori con quelle poche migliaia di valorosi che loro rimasero, sostennero e rintuzzarono l’attacco, che impetuoso da principio, poi sul più bello languì e sfumò indietro per mancanza di spinta, d’alimento, di buona direzione. I soldati aveano fatto assai bene la parte loro, ma i Generali non s’accorsero nemmeno dei vantaggi che aveano ottenuto, perchè erano troppo lontani dal luogo ove le loro truppe combattevano, e sentito che il nemico resisteva, invece di mandar rinforzi e spingere innanzi comandarono la ritirata, e l’effetto fu come di una sconfitta....»

6º Errore. — La frase ambigua: «e l’effetto fu come di una sconfitta,» ci toglie di penetrare la vera intenzione dell’Autore. Se egli ha voluto dire che la sconfitta de’ Borbonici fu più apparente che reale, i particolari della battaglia da noi narrati lo smentiscono.

Pag. 297. «Anche la cavalleria v’ebbe qualche parte, con isvantaggio dei Borbonici, che furono ricacciati dagli Usseri ungheresi. I Garibaldini inseguirono fin presso Capua. La perdita dei Borbonici fu di circa duemila uomini, quella dei Garibaldini di circa millecinquecento uomini.

7º Errore. — La cifra delle perdite borboniche è arbitraria. Se tra le perdite si devon computare i prigionieri, quelle de’ Borbonici superò di certo i quattromila. Quanto ai Garibaldini dicemmo più sopra che il danno loro fu di circa cinquecento morti, milletrecento feriti, milletrecento sbandati o prigionieri; molto maggiore quindi da quello affermato dallo storico.

Pag. 297. «Se nel concetto dei Generali del re Francesco quel fatto dovea essere una ricognizione (inopportunissima), il risultato più ragionevole avrebbe dovuto esserne una vera battaglia il dì seguente. Ma così non fu. Dal canto suo Garibaldi, che in quel dì s’era veduto quasi sfuggir di mano, insieme a tanta parte delle sue forze, la vittoria e la fortuna....»

8º Errore. — Come Garibaldi, che a capo di ventimila ribatte l’assalto di quarantamila, prende loro circa tremila prigionieri e richiude il rimanente in una fortezza, si sia veduto sfuggir di mano la «vittoria e la fortuna,» davvero non sappiamo comprendere. Che far doveva Garibaldi? forse dar l’assalto a Capua?

Pag. 297. «.... Aveva chiesto al Ministro del re Vittorio Emanuele a Napoli il sussidio di alcuni battaglioni di truppe regolari, che là stavano nel porto sui navigli di S. M., e quegli avea fatto sbarcare il primo battaglione Bersaglieri e lo avea avviato in fretta a Maddaloni e Caserta....»

9º Errore. — Non fu veramente Garibaldi a chieder rinforzo delle truppe piemontesi, bensì il suo Capo di Stato Maggiore, il Sirtori; ma tralasciando questo, fa maraviglia che un ufficiale dell’esercito regolare ignori che le truppe dell’esercito settentrionale, venute da Napoli a Caserta la sera del 1º ottobre, furono non solo un battaglione di Bersaglieri, ma anche un battaglione del 1º reggimento della brigata Re.

Pag. 297. «Combattimento di Caserta (2 ottobre). — Frattanto il corpo aggirante di sinistra (generale Von Mechel), passato il Volturno a Caiazzo, era stato ritardato dalle cattive strade nella sua marcia alla volta di Caserta, sicchè la sua azione tattica nella giornata del 1º non s’era estesa più là che a tenere a bada Bixio. La mattina del 2, non avendo ancora notizia di ciò che era avvenuto il dì prima e dei mutati intendimenti del Re, quel corpo scese su Caserta. Ma intanto che un corpo di Garibaldini, rinforzato dal primo battaglione Bersaglieri, lo tratteneva di fronte sulle alture di Caserta Vecchia, Bixio da Maddaloni si portava a tagliargli la ritirata al Ponte delle Valli, in conseguenza di che una parte di quella mal capitata colonna (duemila uomini circa) posava le armi. V’era in tutto ciò motivo sufficiente da crescer l’animo ai Garibaldini e scemarlo ai Borbonici, tra i quali i malumori contro i loro ufficiali e Generali proruppero allora più violenti nelle aperte accuse di viltà e tradimento. Garibaldi rassicurato riprese il suo disegno di manovrare contro la sinistra del nemico.»

10º Errore. — Gli spropositi intorno a questa giornata sono tanti, che davvero non ci è che una frase sola per confutarli: tutto falso. Falso che il corpo aggirante di sinistra, Von Mechel, passasse il Volturno a Caiazzo; falso che mirasse a Caserta; falso che attaccasse il Bixio a Maddaloni solo per tenerlo a bada. Von Mechel era già da giorni di qua dal Volturno; veniva dalla grande strada di Piedimonte d’Alife, marciava direttamente su Maddaloni coll’intendimento di sfondare l’estrema destra garibaldina e aprirsi di là la via per Napoli. Il corpo che passò il Volturno presso Caiazzo diretto su Coperta era quello del Perrone, spalleggiato dal Ruiz, e fu arrestato il 1º d’ottobre a Castel Morone e fatto prigioniero il 2, non colla sola opera del Bixio, ma con quella altresì, come dicemmo, di Garibaldi e del Sacchi che lo circuirono dalla loro sinistra.

E basti. Se così nei nostri Istituti militari si insegna la storia delle battaglie italiane, che cosa sarà mai di quella delle altre nazioni?

[136]. La comandava il maggiore Carlo Smiles, e non il colonnello Peard (accrebbe lo sproposito stampando Pearce), come scrive il Cantù, Cronistoria, vol. III, parte II, pag. 509. Nel rimanente gli spropositi, e usiamo mite parola, di questo libro sono tanti e tali, nella parte militare principalmente, che ci è impossibile, non che confutarlo, leggerla seriamente.

[137]. Erano settemila, sopra un esercito (contando i depositi, i presidii, i servigi d’amministrazione e d’intendenza) di trentacinquemila.

[138]. Alberto Mario, Garibaldi, pag. 53.

[139]. È però ammiranda, non saprei dire se più per schiettezza o per abilità, la Nota da lui diretta il 9 novembre alla Prussia, la sola che coll’Inghilterra non avesse ritirato il suo rappresentante; e nella quale ribatteva con stupenda eloquenza tutte le censure mosse all’occupazione delle Marche e dell’Umbria dal barone Schleinitz, ministro di S. M. Prussiana nella sua Nota del 13 ottobre. Vedi Bianchi, Storia docum. citata.

[140]. Non la ottenne però che nella seduta dell’11 ottobre, in cui fu votato quest’Ordine del giorno:

«La Camera dei Deputati, mentre plaude altamente allo splendido valore dell’armata di terra e di mare e al generoso patriottismo dei Volontari, attesta la nazionale ammirazione e riconoscenza all’eroico generale Garibaldi che, soccorrendo con magnanimo ardire ai popoli di Sicilia e di Napoli, in nome di Vittorio Emanuele restituiva agl’Italiani tanta parte d’Italia.»

E questo articolo di legge:

«Il Governo del Re è autorizzato ad accettare e stabilire per reali decreti l’annessione allo Stato di quelle provincie dell’Italia centrale e meridionale, nelle quali si manifesti liberamente, per suffragio diretto universale, la volontà delle popolazioni di far parte integrante alla nostra Monarchia costituzionale.»

Fu in quel giorno che il conte di Cavour pronunciò uno de’ più eloquenti ed ispirati discorsi della Tribuna italiana; e, per ardimento di concetti, uno de’ più rivoluzionari che uomo di Stato abbia pronunciato da cento anni a quest’oggi. Vedi Il Conte di Cavour in Parlamento, Discorsi raccolti da I. Artom e A. Blanc. Un volume. Firenze, Barbèra, 1868.

[141]. È uno degli scritti più infelice del Farini, che pure ne dettò in quegli anni di felicissimi.

[142]. Vedi l’Ordine del giorno del 28 settembre 1860. Pecorini, op. cit. pag. 218-219:

«Caserta, 28 settembre 1860.

»Il Quartier generale è a Caserta: i nostri fratelli dell’esercito italiano comandato dal bravo generale Cialdini combattono i nemici d’Italia e vincono.

»L’esercito di Lamoricière è stato disfatto da quei prodi. Tutte le provincie serve del Papa sono libere. Ancona è nostra: i valorosi soldati dell’esercito del Settentrione hanno passato la frontiera e sono sul territorio napoletano. Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.

»Firmato: G. Garibaldi.»

[143]. Frase del Farini a sazietà ripetuta, a sazietà rimproveratagli.

[144]. Questa, secondo la Presse francese, fu la lettera di Garibaldi al Re, portatagli dal marchese Trecchi:

«Sire,

»Congedate Cavour e Farini, datemi il comando d’una brigata delle vostre truppe; datemi Pallavicino Trivulzio per prodittatore, ed io rispondo di tutto.»

Che in fatto di diritto costituzionale tutte le nozioni di Garibaldi si fermassero alla dittatura, questa lettera lo dimostra. Egli aveva del Re la stessa idea che ne ha il popolo. Il Re può fare e disfare i Ministri; i Ministri soli sono i cattivi genii del Re: solo il Re è buono, anzi bonario, come nei melodrammi, ec.

[145]. Tornata della Camera dei Deputati dell’11 ottobre 1860.

[146]. Sentenza dello Zini, Storia citata, vol. I, parte II, pag. 757.

[147]. Si sa che il Mazzini rispose con altra lettera sdegnosa, risolutamente ricusando di partire.

[148]. Ecco la prima parte del decreto del prodittatore Mordini:

«In virtù dell’autorità a lui delegata,

»Considerando che i progressi delle armi italiane ravvicinano sempre più il giorno, nel quale sarà costituito sotto lo scettro costituzionale di Vittorio Emanuele II il Regno d’Italia;

»Considerando essere perciò conveniente che la Sicilia si trovi preparata a pronunziare anch’essa il suo voto per entrare in seno alla grande famiglia italiana;

»Volendo a tale oggetto stabilire le condizioni di tempo e di modo;

»Sulla proposta del Segretario di Stato per l’interno;

»Udito il Consiglio dei Segretari di Stato;

»Decreta e promulga:

»Art. 1º I Collegi elettorali, costituiti ai termini del decreto dittatoriale del 23 giugno 1860, sono convocati per il giorno 21 ottobre corrente ad oggetto di eleggere i respettivi loro deputati nel numero stabilito all’art. 4º del decreto.»

[149]. Gli avversari suoi sostennero che la risposta era stata sfavorevole addirittura. Ma finora il vero si nasconde per difetto di documenti.

Il signor Caranti però, nelle sue Notizie intorno al plebiscito delle Provincie napoletane (pag. 330), non s’arrischia ad affermare che il Dittatore avesse autorizzato il Pallavicino a proporre in Consiglio dei Ministri quel decreto, nè molto meno promesso di approvarlo.

[150]. Notizie sul plebiscito nelle Provincie napoletane, pag. 334.

[151]. Caranti, Notizie sul plebiscito, ec., pag. 335.

[152]. Ecco il Discorso pronunziato in quel giorno:

«In questa Capitale regna la discordia e l’agitazione. Sapete voi chi l’ha eccitata? Quegli stessi che mi hanno impedito di combattere gli Austriaci con quarantacinquemila Volontari; che nell’anno scorso mi vietarono di accorrere con venticinquemila uomini alla vostra liberazione; quegli stessi che spedirono La Farina a Palermo, e chiesero l’immediata annessione, quelli cioè che volevano impedire a Garibaldi di passare lo Stretto e cacciare Francesco II. Si è gridato: morte a questo, morte a quello! Si è gridato contro i miei amici. Gli Italiani non deggiono gridare morte l’uno contro l’altro, essi tutti deggiono stimarsi ed amarsi, perchè tutti hanno contribuito a fondare l’unità d’Italia. Quando sorge discordia, accorrete a me. Non venga una deputazione di marchesi e di principi, ma di semplici popolani, ed io disperderò i dissidii e tranquillerò gli animi. Ieri vi dissi che sarebbe venuto il Re. Oggi ho lettera di lui. Il 9 le sue truppe passarono il confine, e due giorni or sono Vittorio Emanuele si pose alla testa del suo valoroso esercito. Laonde fra breve noi vedremo il nostro Re. Durante questo stato di transizione fate che regnino dovunque la tranquillità, la prudenza, la moderazione; si mostri il popolo napoletano quel bravo popolo che è. Facciamo l’Italia una, a dispetto di quelli che la vorrebbero scissa per tenerla schiava!» — Rustow, op. cit., pag. 564.

[153]. Abbiamo sott’occhio tre Relazioni di quella importante riunione.

Alcune notizie sul plebiscito delle Provincie napoletane di Biagio Caranti, segretario particolare del Pallavicino, che scrisse colla sua approvazione, se non può dirsi sotto la sua dettatura.

Una Relazione del generale Türr, pubblicata nel 1869, che parla dei fatti, a cui fu parte e testimonio. Una Relazione infine del Giornale Ufficiale di Napoli, organo del ministro dell’interno Conforti, e che si deve ragionevolmente pensare riveduta ed approvata da lui. Se non che, mentre queste tre Relazioni, tutte ugualmente fededegne, sono concordi nei fatti sostanziali, non lo sono punto quanto ai particolari e mettono lo scrittore, costretto a prenderle per fonti, nella più grande incertezza. Sulla impossibilità pertanto di decidere quale sia la più completa e veridica, ci siamo appigliati al partito di comporre un’epitome di tutte e tre, scegliendo in ciascun racconto quelle parti che riferendosi a parole e fatti detti o compiuti dal raccontatore medesimo, o dal suo diretto ispiratore, v’è fondata ragione di credere che siano le più genuine. Il caso di veder narrato diversamente il medesimo fatto dagli stessi testimoni o attori è, pur troppo, frequentissimo, e fa correre per le vene dei terribili brividi di dubbio sull’autenticità della storia.

[154]. Il 15 ottobre fu anche il giorno, in cui pubblicava il decreto da noi citato più innanzi a pag. 225. In quel giorno eran già entrati in linea sotto Capua a sollievo dei Garibaldini estenuati un reggimento di linea e tre battaglioni di Bersaglieri dell’esercito settentrionale.

[155]. Il 15 ottobre Garibaldi scriveva e mandava da Sant’Angelo quest’altro Manifesto:

«Per adempiere ad un voto indisputabilmente caro
alla Nazione intera determino:

»Che le Due Sicilie — che al sangue italiano devono il loro riscatto, e che mi elessero liberamente a Dittatore — fanno parte integrante dell’Italia una ed indivisibile — con suo re costituzionale Vittorio Emanuele ed i suoi discendenti.

»Io deporrò nelle mani del Re — al suo arrivo — la Dittatura conferitami dalla nazione.

»I Prodittatori sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.

»Sant’Angelo, 15 ottobre 1860.

»G. Garibaldi.»

Che voleva egli dire? I Ministri ne furono allarmati e credettero scorgervi una nuova voltata del Generale, una seconda disdetta del plebiscito. Non tardarono però a ravvedersi. Garibaldi non aveva voluto con quelle parole che ripetere il suo programma: unire a quello del popolo napoletano e siculo il suo voto, e dichiarare che deponeva senza rancore e senza astio il potere.

[156]. L’aveva annunziata Garibaldi stesso all’esercito meridionale con queste parole, che sembravano scelte accuratamente per dimostrare sempre più che nessun antagonismo era possibile fra i due eserciti, e ch’egli, Garibaldi, tenne la vittoria d’entrambi per vittoria della sola nazione.

«Ordine del giorno 21 ottobre 1860.

»Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I Borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni.

»Ben presto i valorosi dell’esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.

»G. Garibaldi.»

(Pecorini-Manzoni, op. cit., pag. 291.)

[157]. Aveva seco due brigate della divisione Bixio; la brigata Eber e De Giorgis della divisione Türr e la Legione inglese.

[158]. Di questo incontro di Garibaldi col Re fu molto favoleggiato. Fra le altre cose all’epico saluto di Garibaldi fu messa in bocca del Re la condegna risposta: «Salute al mio migliore amico,» che il Re non diede.

Anch’io in altri scritti credetti al romanzo. Alberto Mario mi disinganna. La risposta del Re fu assai più prosaica, ma vogliamo ritenere non meno cordiale.

[159]. Alberto Mario, Garibaldi, pag. 78.

[160]. Forse, accettata l’offerta di Garibaldi, non sarebbe toccato all’esercito piemontese lo scacco del Garigliano (29 ottobre). Il tragitto del Garigliano avrebbe potuto essere tentato o almeno minacciato in più punti e avvenire prima e molto facilmente e sicuramente. E vado più in là: se Garibaldi fosse stato avvisato in tempo dell’avanzarsi de’ Sardi, avrebbe potuto passare prima in qualche punto il Volturno, e impedire o almeno turbare in modo tale ai Borbonici il passaggio del Garigliano da renderlo loro esiziale.

[161]. Lettera di Garibaldi al re Vittorio Emanuele, 29 ottobre 1861.

[162]. I commenti per quella mancanza furono molti, acerbi e lunghi. Noi non possiamo credere ad una pensata scortesia; ma nessun impedimento doveva trattenere Vittorio Emanuele dal rendere all’esercito meridionale quel meritato onore. Se il giorno 6 il Re era impedito, la rivista poteva differirsi, ma egli doveva assistervi.

Altre volte, in quei giorni, il Re, mal consigliato, mancò alle forme della cortesia, che erano in quel caso anco le forme della buona politica.

Così, per esempio, fece scrivere al generale Della Rocca un Ordine del giorno di encomio all’esercito garibaldino, che poteva scrivere egli stesso!

[163].

«Ai miei compagni d’armi.

»Penultima tappa del risorgimento nostro noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad attuare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento assegnò la Provvidenza a questa generazione fortunata.

»Sì, giovani! L’Italia deve a voi un’impresa che meritò il plauso del mondo.

»Voi vinceste; — e vincerete, — perchè siete ormai istrutti nella tattica che decide delle battaglie!

»Voi non siete degeneri da coloro ch’entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche, e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell’Asia.

»A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene.

»All’armi tutti! — tutti; e gli oppressori — i prepotenti sfumeranno come la polvere.

»Voi, donne, rigettate lontano i codardi: — essi non vi daranno che codardi; — e voi, figlie della terra della bellezza, volete prode e generosa prole.

»Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie.

»Questo popolo è padrone di sè. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta; non rampicarsi mendicando la sua libertà — egli non vuole essere a rimorchio d’uomini a cuore di fango. No! no! no!

»La Provvidenza fece dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni Italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: all’armi tutti! tutti! Se il marzo del 61 non trova un milione d’Italiani armati, povera libertà, povera vita italiana!... Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo del 61, e, se fa bisogno, il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.

»Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante tirannide!

»Accogliete, giovani Volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d’addio! Io ve la mando commosso d’affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L’ora della pugna mi ritroverà con voi ancora — accanto ai soldati della libertà italiana.

»Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari col consiglio e coll’aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All’infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.

»Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli, schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.

»G. Garibaldi.»

[164]. L’Examiner citato dal Giornale Ufficiale di Napoli, quando però Garibaldi era ancora Dittatore.

[165]. Garibaldi tentò istituire a Napoli anche i giurati (decreto del Dittatore, 11 settembre 1860); ma non avendo il Ministero Conforti stimato opportuno di introdurre i codici che erano necessario compimento alla Giuría, il decreto restò lettera morta.

[166].

«Ministero della Guerra.

»Circolare a tutti gl’Ispettori delle diverse armi.

»In ordine a quanto prescrisse il Dittatore a Palermo, io rendo noto che l’uniforme da adottarsi per l’armata sarà perfettamente identico a quello dell’armata del re Vittorio Emanuele.

»I modelli di ogni arma saranno esposti nelle sale di questo Ministero, affinchè tutti possano uniformarvisi esattamente.

»Il Ministro: Cosenz.»

[167]. Decreto. Palermo, 22 giugno 1860; e Napoli, 12 settembre 1860.

[168]. Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.

[169]. Decreto. Napoli, 11 settembre 1860.

[170]. Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.

[171]. Decreto. Napoli, 19 settembre 1860.

[172]. Il primo prestito lo fece il Depretis all’82 1⁄2 ed al 5%, accettando in pagamento anche le cartelle del prestito siciliano del 1848 fino al limite della metà del prezzo della rendita medesima.

Il Mordini ne fece un secondo, comperando tutta l’antica e nuova rendita. Fu questa operazione che il Cordova accusò di svantaggiosa (Camera dei deputati, seduta del 28 giugno 1860); ma che il Mordini difese valorosamente, riassumendo così la sua argomentazione:

«Riassumendomi, dico che la sola o quasi sola mia risorsa fu l’alienazione dell’antica e della nuova rendita. La prima fece entrare nelle casse dello Stato lire 841,500, la seconda 7,743,500, in tutto 8,585,000; somma che, unita a quella di 896,760 ricavata dal prodittatore Depretis, dà un totale di 9,481,760.

»Queste furono le risorse straordinarie di una rivoluzione di sei mesi, 9,481,760.» (Atti della Camera dei Deputati, tornata del 1º luglio 1861, vol. II, pag. 1681.)

[173]. Filippo Cordova, nel già citato suo discorso e in quello successivo del 1º luglio 1861.

[174]. L’unico abuso di cui fu accusata la Dittatura, in materia di finanza, fu d’aver messo mano sui depositi dei privati, giacenti sul Banco di Napoli.

Il deputato Crispi, nella tornata predetta, tolse a dimostrare: 1º Che l’accusa di violazione dei depositi è male indicata, perchè il Governo dittatoriale non fece che prendere il fondo di guarentigia ch’egli aveva presso il Banco stesso; 2º Che quando mai un simile addebito va rivolto ai Ministri di parte moderata, che sedevano presso Garibaldi dal 28 giugno al 22 luglio 1860.

[175]. Vedi Interpellanza sulle condizioni di Napoli e Sicilia dei deputati Massari e Paternostro nella tornata del 2 aprile 1861.

[176]. Queste cose le ripeteva spesso; lo ridisse anche ad una Commissione d’Inglesi, fra cui il duca di Southerland, andato a Caprera tra il 12 e il 13 gennaio coll’apparente scopo di visitarlo, col reale di dissuaderlo dal pensiero d’una spedizione nella Venezia. A questa proposizione il Generale rispose:

«L’Ungheria e le provincie danubiane sono pronte a sollevarsi, e il moto si estenderà infallibilmente alle coste adriatiche. Venezia freme sotto il giogo; e da Venezia la rivoluzione si estenderà al Tirolo italiano. In quindici giorni si può mettere il fuoco da Mantova a Galatz, e quando questa immensa rivoluzione in luogo d’essere abbandonata alle sole sue forze, come suole avvenire in simili casi, fosse sostenuta da un’armata italiana, capace non di vincere, secondo il nostro avviso, ma di tenere in iscacco l’austriaca, non credete che le probabilità a noi favorevoli siano meravigliosamente accumulate e che noi azzardiamo assai meno che non sembri?

[177]. Il generale Türr e G. B. Cuneo. Vedi una corrispondenza da Caprera alla Perseveranza del 23 gennaio 1861.

[178]. Lettera di Garibaldi al Bellazzi del 29 dicembre 1860:

«Caprera, 29 dicembre 1860.

»Caro Bellazzi,

»Io desidero l’apertura concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’Italiani armati, questa primavera chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.

»Nella sacra via che si segue io desidero che scomparisca ogni indizio di partiti, i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono l’Italia fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi. Noi siamo la nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele; non escludiamo nessun Italiano che voglia francamente come noi. Dunque sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia, di cui abbisogniamo immensamente.

»Vostro G. Garibaldi.»

(Pungolo di Milano, 9 gennaio 1861.)

[179]. Il generale Bixio non accettò l’incarico, riservandosi di conferire col generale Garibaldi a Caprera.

[180]. Perseveranza, 23 gennaio 1861.

[181]. Lettera del 29 ottobre di Garibaldi a Vittorio Emanuele, già citata.

[182]. Decreto in data di Napoli 11 novembre, e Ordine del giorno del Comando supremo dell’esercito, firmato dallo stesso Vittorio Emanuele, in data del 12.

[183]. Fu il Fanti che nella tornata della Camera dei Deputati del 23 marzo 1861 li dichiarò 7013, e come l’esercito garibaldino, tutti compresi, ondeggiò sempre tra i 35 e i 40,000, la proporzione sarebbe di un ufficiale per 5 soldati e 5⁄8.

[184]. Io pure, come ufficiale dimissionario dell’esercito meridionale, partecipai a quel litigio e mi spetta quindi la mia parte di torto. A quei giorni credeva alla possibilità della nazione armata; pur conservando l’esercito permanente, volevo anch’io che un secondo esercito di Volontari, modellato sui Volontari inglesi, lo integrasse e rafforzasse. Però soltanto in questa istituzione vedevo la soluzione della questione dell’esercito meridionale, e gridavo con quanto fiato avevo in gola perchè il Governo s’affrettasse a decretarla. Mi illudevo. Contavo sopra uno spirito militare che gl’Italiani non hanno e non ebbero mai. I Volontari sarebbero morti come la Guardia nazionale mobile e stanziale, come i Tiri a segno. L’Italia ha potuto dare a Garibaldi dai trentamila ai quarantamila Volontari (tanti ne ebbe nel 1866) per uno scopo determinato e per un breve periodo; ma un grande esercito di cento o dugentomila uomini, tali che rispondessero veramente al nome ed allo scopo di Nazione armata, e da uguagliare per numero ed organismo la forza dei Rifles Volunteers, o delle Landwehr e delle Landsthurm tedesche, l’Italia non potè nè volle allora, non potrà nè vorrà darlo giammai. L’Italia non è capace d’altre istituzioni militari, che di quelle che la legge impone e lo Stato fonda ed alimenta. Oltre di che, l’esperienza ha chiarito anche me, tardi, ma in tempo, che un Corpo permanente di Volontari, comandato da Garibaldi e dai Garibaldini, sarebbe degenerato immediatamente in un corpo politico, antagonista nato dell’esercito stanziale, probabile strumento di tutte le rivoluzioni, causa perpetua di guai, o almeno d’allarmi alla nazione. Però la risoluzione del Petitti di sciogliere il Corpo de’ Volontari e d’incorporarne gli ufficiali nell’esercito fu la più saggia che Ministro della guerra abbia presa. Ebbe un solo difetto, d’essere tardiva. Il Fanti è dubbio assai se l’avrebbe presa. Egli nutriva contro l’esercito di Garibaldi un’avversione invincibile. Come corpo separato e ausiliare dell’esercito, li avrebbe subiti; come parte dell’esercito stesso non li avrebbe accettati mai. Ed anche come Corpo di Volontari non sapeva decidersi nè a trasfondergli vita organica e durevole, nè a discioglierlo. Qui stava il maggior suo torto. Agiva come uomo che, fatta una incresciosa eredità, non osa rifiutarla; ma pensa disfarsene lentamente, lasciandola consumare dal tempo. E parlava anche peggio che non agiva. Infelice oratore, non sapeva nè riscaldar la lode coll’affetto, nè ammorbidire la censura colla cortesia. Però inacerbiva gli animi e rendeva sempre più aspro il conflitto.

[185]. Al Bellazzi aveva scritto sino dal 29 dicembre 1860:

«Caprera, 29 dicembre 1860.

»Caro Bellazzi,

»Per circostanze eccezionali io non posso accettare candidatura alcuna a deputato. Desidero che ciò sia notorio a tutti i Collegi, onde evitare l’inconveniente di dover addivenire ad altre elezioni.

»Sono

»Suo
»G. Garibaldi.»

(Pungolo di Milano, 8 gennaio 1861.)

[186]. I giornali moderati avevano stampato che Garibaldi era venuto a Torino per invito del conte di Cavour. Il Generale lo smentì con questa lettera al Direttore del Diritto:

«Signore,

»Un foglio di Torino pubblica che io venni qui chiamato dal conte di Cavour.

»Questa notizia è del tutto inesatta.

»Torino, 3 aprile 1861.

»G. Garibaldi.»

[187]. Ecco testualmente la lettera:

«Signor Presidente,

»Alcune mie parole malignamente interpretate hanno fatto supporre un concetto contro il Parlamento e la persona del Re.

»La mia devozione ed amicizia per Vittorio Emanuele sono proverbiali in Italia, e la mia coscienza mi vieta di scendere a giustificazioni.

»Circa al Parlamento nazionale, la mia vita intera, dedita all’indipendenza e alla libertà del mio paese, non mi permette neppure di scendere a giustificarmi d’irriverenza verso la maestosa Assemblea dei rappresentanti di un popolo libero, chiamata a ricostituire l’Italia e collocarla degnamente accanto alle prime nazioni del mondo.

»Lo stato deplorabile dell’Italia meridionale e l’abbandono in cui si trovano così ingiustamente i valorosi miei compagni d’armi, mi hanno veramente commosso di sdegno verso coloro che furono causa di tanti disordini e di tanta ingiustizia.

»Inclinato però alla santa causa nazionale, io calpesto qualunque contesa individuale, per occuparmi unicamente ed indefessamente di essa.

»Per concorrere quanto io posso a cotesto grande scopo, valendomi dell’iniziativa parlamentare le trasmetto un disegno di legge per l’armamento nazionale e la prego di comunicarlo alla Camera secondo le forme prescritte dal Regolamento.

»Nutro la speranza che tutte le frazioni della Camera si accorderanno nell’intento di eliminare ogni superflua digressione, e che il Parlamento italiano porterà tutto il peso della sua autorità nel dare spinta a quei provvedimenti che sono più urgentemente necessari alla salute della patria.

»Torino, 12 aprile 1861.

»G. Garibaldi.»

[188]. Ed ecco i principali articoli del suo progetto:

«Art. 1º La Guardia nazionale sarà ordinata in tutto il Regno giusta le prescrizioni delle leggi vigenti nelle antiche provincie colle modificazioni portate dagli articoli seguenti.

»Art. 2º I corpi destinati per far servizio di guerra prenderanno il nome di Guardia mobile. Essa sarà formata in divisioni, in conformità dei regolamenti dell’armata di terra.

»Art. 3º Sono chiamati a far parte della Guardia mobile tutti i regnicoli che hanno compiuto il 18º e non oltrepassano il 35º anno di età.

»Art. 4º Le armi, il vestito, il corredo, i cavalli e tutto il materiale da guerra necessario alla Guardia mobile sarà fornito interamente a carico dello Stato.

»Art. 5º Il contingente della Guardia mobile è ripartito per provincie, per circondari, per mandamenti, a proporzione della popolazione. I militi sono chiamati al servizio in base della legge sul reclutamento dell’esercito e delle altre leggi vigenti. La durata del servizio è regolata dall’art. 8 della legge 27 febbraio 1859.»

Con altri articoli erano dichiarati esenti i facenti parte dell’esercito e dell’armata, gl’inabili, gli unici, i primogeniti orfani, ec., e coll’ultimo aprivasi un credito di trenta milioni per l’armamento della Guardia stessa.

[189]. Furono superflue. La questione dei Cacciatori era morta e sepolta, e a nulla giovava il rivangarla. È vero che Garibaldi vi fu provocato dalle parole del conte di Cavour; ma sarebbe stato più generoso e certamente più abile lasciar cadere l’invito. Oltredichè avevan ragione entrambi: ragione il Cavour, che primo istitutore e protettore di quel Corpo fosse stato lui; ragione Garibaldi di dolersi delle difficoltà suscitategli in cammino, e degli scarti dell’esercito mandati a lui, e del Corpo degli Appennini promessogli dal Re e rifiutatogli dal Ministero, e di tant’altre angheríe. Nei discorsi così di Cavour che di Garibaldi sono però notevoli due cose: la prima che Garibaldi si sia dimenticato d’aver chiesto i Cacciatori degli Appennini non una, ma due volte: una a Treponti, e l’altra molto prima a Chivasso nel momento di intraprendere la sua marcia in Lombardia; la seconda che il conte di Cavour per iscusarsi di non avergli mandati i Cacciatori degli Appennini, gli abbia dato poi ragione che, avendo egli sempre stimata la Valtellina «un teatro disadatto alla sua capacità,» quella forza su quei gioghi sarebbe stata perduta, come già la furono i Cacciatori delle Alpi. Ottima ragione, e che dimostra, oltre a tante altre cose, che il conte di Cavour ne capiva delle faccende della guerra assai più di coloro che avevan l’ufficio di governarle.

E finiremo la nota con un’altra osservazione. Il generale Petitti alla fine della seduta del 20 aprile lesse un telegramma del La Marmora, nel quale questi smentiva l’asserzione di Garibaldi, che i Volontari più idonei fossero costretti a entrar nell’esercito e soltanto gli scarti lasciati andare nei Cacciatori. Il generale La Marmora diceva il vero, «nessun ordine costringeva i Volontari a entrare piuttosto in un corpo che nell’altro»; ma in ogni ufficio d’arruolamento, me testimonio, c’era uno o più ufficiali che consigliavano i più aitanti a preferire l’esercito ai Volontari.

[190]. I giornali di Sinistra vollero vedervi la mano del conte di Cavour; ma basta la memoria della sua grande accortezza, non che del suo forte ingegno e del suo nobile carattere, per purgarlo d’ogni accusa.

Lo Zini invece «sospetta li caporali di parte sua, e principalmente di quel manipolo che intorno al Minghetti s’avvoltacchiava.» (Op. cit.)

[191]. Son testuali parole della Monarchia Nazionale di Torino, organo del terzo partito, e per i suoi intimi rapporti col Depretis, col Rattazzi e gran parte della Sinistra, in grado d’essere bene informato.

[192]. Vedi Nicomede Bianchi, Il conte di Cavour, pag. 83.

[193]. Nizza probabilmente.

[194]. Alludiamo all’assassinio, di cui doveva essere vittima nel 1860. L’ammiraglio Persano nel suo Diario (parte I, pag. 30 e 40) ne parla distesamente. Certo Valentini, caporale della fanteria di marina borbonica, era partito da Napoli col disegno di uccidere il Generale. Il Persano ne fu avvertito prima dal conte di Cavour, poi dal Villamarina, sicchè corse immediatamente ad informarne il Generale, pregandolo a premunirsi; ma il Generale non se ne volle curare! e solo per compiacere l’Ammiraglio ne fece parola sorridendo ad un suo aiutante di campo.

Il Valentini tra il 15 e il 16 sbarcò a Palermo, ma essendosi accorto d’essere tenuto d’occhio dalla Polizia, si gettò in mare e a nuoto riparò sulla Partenope, una delle fregate della marina napoletana che ancoravano a quei giorni nella rada di Palermo.

[195]. Dal Movimento di Genova, 18 agosto 1861.

[196]. Egli mandò per avere il consiglio del Re e dei Ministri il colonnello Trecchi, il quale ne ricevette quella risposta.

[197]. La lettera si legge nei giornali americani, ed era del seguente tenore:

«Al Console degli Stati Uniti d’America.

»Caprera, 10 settembre 1861.

»Caro Signore,

»Ho veduto il signor Sanford, e sono dolente d’esser costretto a dire che non posso andare pel presente agli Stati Uniti. Non dubito del trionfo della causa dell’Unione, e che avvenga presto; ma se la guerra dovesse per mala sorte continuare nel vostro paese, io vincerò tutti gli ostacoli che mi trattengono, e mi affretterò a venire alla difesa di quel popolo che mi è tanto caro.

«G. Garibaldi.»

[198]. Parole di Celestino Bianchi, segretario generale del Ministero dell’interno, in una sua lettera a Pier Carlo Boggio, deputato al Parlamento, intitolata: Il barone Ricasoli, Mazzini, Garibaldi e i Comitati di provvedimento. Torino, 1862, pag. 11.

[199]. Una notizia dell’Italie giornale ufficioso, telegrafata il 9 (sera) dall’Agenzia Stefani a tutta la stampa, diceva: «Secondo le nostre informazioni, la conferenza di ieri tra Garibaldi e Rattazzi avrebbe avuto importantissimi risultati, di natura da esercitare grande influenza sui destini del paese.»

[200]. Li dovevano comandare il maggiore Bideschini e il capitano Baghino. Giuseppe Guerzoni doveva tenere le funzioni di Capo di Stato Maggiore. I Carabinieri si organizzavano in Genova, onde il nome di Carabinieri genovesi, e gli arruolati ai primi d’aprile sommavano già a millecinquecento.

[201]. Il fatto fu negato invano. Il Crispi l’affermò recisamente in pieno Parlamento (Seduta del 3 giugno 1861) ed al Rattazzi stesso mancò l’animo di smentirlo. Del resto noi abbiamo l’aneddoto dalle labbra stesse del dottor Ripari, che fu appunto la persona incaricata da Garibaldi di chiedere al commendator Capriolo, segretario generale dell’Interno e alter ego del Rattazzi assente, la consegna della somma promessa.

[202]. Vedi Giuseppe Pasolini, Memorie raccolte da suo figlio. Imola, tip. I. Galeati, 1880, pag. 297.

[203]. Val la pena di riprodurre qui il discorso di Garibaldi pronunziato nel teatro di Parma che venne dai giornali travisato.

Lo togliamo dalla Gazzetta di Parma del 2 aprile:

«Io vi spiegherò le condizioni presenti. — Io sono repubblicano — benchè molti credano farsi un delitto il dirlo, non lo nascondo. — Alle grida che s’innalzavano nella sala, soggiunse: Ricordatovi che siamo forti, ma i forti sono tranquilli e calmi e colla calma faremo fatti. Io voglio farvi un’ipotesi — supponete che siamo qui in cento: se sono ottanta che vogliono un governo o venti un altro, i venti che violentano la volontà degli ottanta sono despoti, sono tiranni. Ma quegli ottanta sarà il governo del popolo, quello sarà la mia repubblica. Ora dunque abbiate in mente la concordia, lasciamo da parte i torti ricevuti per la causa italiana. — Io posso esser certo che quando in nome della patria e del Re vi chiamerò, tutti verrete. (Sì, sì prolungati.) Ora tornando all’ipotesi, gli ottanta hanno già accettato quel programma col quale dal Ticino ci accampammo alle falde del Vesuvio; voi ben lo conoscete — Italia e Vittorio Emanuele — e mentre noi esprimiamo il nostro principio, noi seguiremo quel programma. Chi non segue quel programma deve essere considerato come nemico della patria. Siamo leali; se l’abbiamo accettato, seguiamolo. Ricordiamo la concordia.

Al grido di viva Mazzini disse che incaricato di parlare a Rattazzi e al Re per il richiamo di Mazzini, il fece e spera che non vi siano serii ostacoli, non essendovi ormai che un punto legale da sciogliere che egli non saprebbe spiegare. Al grido di viva Mazzini egli ripete: Io vi accompagno, ma io ve l’ho detto: il popolo forte deve essere calmo e concorde — Viva Vittorio Emanuele — (Si ripeterono le grida: Viva Vittorio Emanuele.) Ho fatto un discorso, esso conchiuse, che passa di molto la mia capacità; ma colla vostra fisonomia marziale e franca mi avete dato l’energia di parlare: vi saluto con affetto, o degni figli del lavoro, vi raccomando la concordia: nella concordia sta la salute della patria. Mantenetevi buoni — sarò con voi sino alla morte.»

[204]. Egli infatti scriveva:

«Trescorre, 6 maggio 1862.

»Nel 5 maggio in Trescorre ho potuto corroborarmi nel concetto che si meritano i miei correligionari politici — confermarmi che non ci può essere democrazia senza onestà d’intendimento e rispetto alla volontà nazionale.

»Non più diffidenze dunque in un paese che deve trovarsi compatto nelle ultime battaglie dell’indipendenza. I membri del Consiglio dell’Associazione emancipatrice, eletti nell’adunanza generale di Genova, che si componeva dei delegati di tutte le Associazioni liberali d’Italia, confermarono in questo solenne anniversario il patto fondamentale, su cui posa l’avvenire della patria; il concerto che lega questa nazione, che vuole risorgere tutta, al suo Re leale e galantuomo.

»I nostri convincimenti furono trovati da noi tutti consentanei al nobile plebiscito siculo-napolitano, al programma glorioso delle nostre vittorie.

»Italia e Vittorio Emanuele!... Ecco la nostra bandiera, ecco il voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il Re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni. — Ecco la mèta a cui devono tendere tutte le aspirazioni. — Ecco finalmente il vangelo politico su cui posero la destra, ieri — uomini che mi onoro di chiamare fratelli, uomini che l’Italia ed il Re troveranno sempre cooperatori sulla via che conduce alla intera nazionale rigenerazione.

»G. Garibaldi.»

[205]. Citiamo i colonnelli Nullo, Missori, Guastalla, Corte, Cattabene, i maggiori Cucchi, Mosto, Lombardi, Bedeschini, il dottor Ripari, Benedetto ed Enrico Cairoli, i trentini Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Pietro Martini; Paolo Francesco Savi di Genova, Alberto Mario, e potremmo raddoppiare la schiera.

[206]. Vedi Circolare del Ministero dell’interno, 15 aprile 1862.

[207]. «Taluni male interpretarono la mia protesta sul Diritto. Soldato italiano, non ebbi, nè poteva avere, intenzione di lanciare contumelie contro l’esercito italiano, gloria e speranza della nazione. Volli soltanto dichiarare che dovere dei soldati italiani è di combattere i nemici della patria e del Re, e non di uccidere e ferire inermi cittadini. — Se il Comandante di Brescia avesse potuto provvedere secondo gl’impulsi del proprio cuore, non avremmo oggi da maledire chi fu la causa della strage, nè lamentare vittime di quel popolo generoso. Alle frontiere e sui campi di battaglia la milizia — quello e non altro è il suo posto.

»Garibaldi.»

Supplemento del Pungolo di Milano del 23 maggio 1862.

[208]. Vedi Diritto del 4 giugno 1862.

[209]. Vedi negli Atti parlamentari, Lettera di Garibaldi del 2 giugno 1862.

[210]. Tornata della Camera dei Deputati del 3 giugno 1861.

[211]. Ci conviene tuttavia essere più esatti. Per molto tempo nella mente di Garibaldi l’impresa veneta e la greca andarono di conserva: l’una a’ suoi occhi non escludeva l’altra, a vicenda forse si aiutavano. Anzi fra il 7 e l’8 maggio avendo il Generale ricevuto una visita del generale Di Saint-Front, aiutante di campo del re Vittorio Emanuele, si notò che per due o tre giorni le idee e gli ordini del Generale cambiarono totalmente; talchè la spedizione in Tirolo parve messa in disparte e quella per l’Oriente ripresa più alacremente. Tanto vero che il maggiore Bideschini ebbe l’ordine di scegliere tra i giovani raccoltisi a Genova una grossa schiera, di unire ad essa una mano di marinai e di tenerli tutti preparati ad un imbarco. (Vedi Garibaldi, per F. Bideschini, pag. 25.) Se non che, prevalendo probabilmente l’impazienza generosa dei Veneti e dei Trentini, e continuando ad affluire in Lombardia nuovi Volontari, Garibaldi lasciò che la prima trama del Trentino fosse ravviata e condotta fino al termine in cui la vedemmo troncata.

[212]. Io era a que’ giorni segretario particolare capo del Gabinetto del ministro dei lavori pubblici, Agostino Depretis; ma, come ognuno sa, ero nello stesso tempo soldato ed amico di Garibaldi, col consenso del quale soltanto mi ero indotto ad accettare il posto di fiducia che l’onorevole Depretis mi aveva offerto. Ora io non appaio certamente questi due fatti per dare a credere che io tenessi nel Governo alcun importante e molto meno segreto ufficio politico; ma li ricordo soltanto per chiarire come la mia origine, il modo della mia elezione, la mutua confidenza di cui mi onoravano il generale Garibaldi e il ministro Depretis, facessero di me qualcosa di diverso, per lo meno, d’un burocratico qualsiasi e mi mettessero quindi in grado di essere più addentro di molti altri miei colleghi in taluni negozi; in quelli specialmente che concernevano la principale materia degli accordi a quei giorni avviati tra il Governo e il Generale.

Ora dunque, essendomi recato nell’ultima settimana d’aprile a Desenzano per vedervi il Generale e sentire da lui a che punto stessero le cose circa a quei Carabinieri genovesi, dei quali ero predestinato a diventare il Capo di Stato Maggiore, il Generale mi rispose col suo ordinario laconismo: «Presto spero che faremo qualche cosa; fatene un cenno anche a Depretis, e tenetevi pronto.» Tornato a Torino come il Generale mi aveva detto, riferii il breve dialogo al Ministro, che ascoltò quasi senza rispondere; e non mi lasciò in alcun modo intravedere quello ch’egli pensasse di quella mia confidenza. Io non dirò come de’ particolari fossi informato quasi giorno per giorno dagli altri miei amici e commilitoni. Soltanto ai primi di maggio dovendo io accompagnare il ministro Depretis a Napoli, scrissi al Generale anche a nome di Bixio, che era a parte di tutta la trama (Vedi Vita di Nino Bixio, pag. 306 e seg.), se potevamo fare impunemente il viaggio senza pericolo di perdere il nostro posto nella impresa che tutto faceva credere imminente. Ma egli mi rispose: «Partite pure: occorrendo vi chiamerò.» Ed io, rassicurato come la cosa non fosse così prossima come si vociferava, partii, e soltanto in mare, tornando da Sicilia, seppi con qualche certezza le notizie degli arresti di Palazzolo e di Sarnico. Allora, appena arrivato a Torino, e meglio conosciuti tutti i particolari degli eventi, udito il consiglio de’ miei amici, reputai di non poter più servire convenevolmente un Ministero che dopo aver fino alla vigilia parte congiurato col Generale, parte tollerato ad occhi chiusi ch’egli cospirasse con chi voleva, gli si avventava contro all’improvviso e lo trattava come ribelle e poco meno che nemico. E questa pertanto fu l’unica cagione della dimissione ch’io diedi, in quei termini forse un po’ troppo vivaci che la giovinezza dovrebbe scusare, al ministro Depretis. Se poi in Parlamento taluni Deputati vollero farsi della mia nomina come della mia rinunzia un’arma di partito e tirarne a forza illazioni esorbitanti dalla logica e dalla verità, ciò poteva attristarmi, ma non era in me d’impedirlo. Io m’ero risolto a quell’atto per un profondo sentimento di dovere; ma ero il primo a dolermi del rumore che esso veniva facendo, e non l’avrei certamente voluto ingrossare con nuove polemiche che avrebbero richiesto di necessità nuove rivelazioni e generati scandali maggiori. Però se anche oggi dopo venti anni ne parlo, gli è solo perchè la necessità di questa storia mi vi trascina, e ciò nonostante resta ancora una parte della verità che stimo debito mio il tacere. Spero tuttavia che anche il poco che ne ho detto varrà a consigliare il signor Zini ad una onorevole ammenda. Egli nella sua Storia (vol. I, parte II, pag. 1021) ha tassata la mia rinuncia di «triste vanità;» ma confido che dopo le spiegazioni da me date vorrà dolersi della sua frase e pronunciar di me più benigna sentenza. Quando nol facesse saprei ben passarmene, ma egli m’avrebbe dato il diritto di dire che se tutti gli uomini e tutte le cose, delle quali giudica e manda nella sua Storia, sono trattati colla stessa conoscenza de’ fatti, ponderatezza di giudizio e temperanza di stile con cui trattò il mio minuscolo aneddoto, non c’è più in tutti i suoi quattro volumi una sola parola degna di fede.

[213]. Frammenti citati, pag. 13 e 14.

[214]. Lo accompagnarono a Palermo, oltre il figlio Menotti, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Agostino Lombardi, Giuseppe Guerzoni, Giovanni Basso e in qualità di segretario Giuseppe Civinini.

[215]. Troviamo la frase in un periodo dei citati Frammenti, pag. 16:

«Addio Marsala! terra di felice augurio. — Anche questa volta il tuo bravo popolo mi spinse ad opera buona — e rispose con risoluzione ed entusiasmo al mio grido di Roma o Morte — che il dispotismo crede d’aver sepolto con due palle di carabina; ma ch’io spero non passerà molto — udremo risuonare ancora più terribile di prima. — E come riveder Marsala senza concepire il progetto di ripigliare il tronco cammino? Forse perchè Buonaparte lo vietava? Ed io ho mai temuto Buonaparte?

»Oh! Italiani — penetratevi una volta delle mie ragioni e persuadetevi che i tiranni hanno paura, se non si temono.»

[216]. Giuseppe Guerzoni, Enrico Guastalla, Giovanni Chiassi. Accennai il fatto anche nella mia Vita di Nino Bixio, pag. 309.

[217]. Fu scritto da Giuseppe Civinini, che faceva allora da suo segretario.

[218]. Proclama del Re agl’Italiani, del 3 agosto 1862.

[219]. Così la lettera dell’Albini come la risposta del Generale furono vedute dal generale Cugia e dal deputato Miceli, che l’attestarono nella tornata della Camera dei Deputati del 25 novembre 1862.

[220]. Ciò è attestato, fra gli altri, dall’Autore della Verità sul fatto d’Aspromonte per un testimonio oculare. Milano, 1862, pag. 26. Che la lettera poi fosse quella dell’ammiraglio Albini è supposizione nostra, ragionevole crediamo, ma pur sempre supposizione.

[221]. Vedi su questo e molti altri particolari Aspromonte, Ricordi storici militari del marchese Ruggero Maurigi, già aiutante del generale Garibaldi. Torino, 1862; fedele ed accuratissimo diario.

[222]. Ci studieremo di colmar noi le principali, con postille cavate dai nostri personali Ricordi e dagli altri documenti che abbiamo fra mano.

[223]. L’interrogativo è di Garibaldi; forse egli non ricordava più i nomi dei due bastimenti, eccoli: Il Generale Abbatucci francese della Compagnia Valéry francese, e il Dispaccio della Florio, italiano.

[224]. Così il manoscritto, ma il senso riesce alquanto oscuro; dubitiamo che lo scrittore abbia omesso qualche parola che l’avrebbe schiarito. Certo voleva dire: se le fregate incrociavano al largo, egli (Garibaldi) sarebbe passato fra gli scogli dove le fregate non potevano inseguirlo; se invece ancoravano vicino agli scogli, egli sarebbe marciato diritto su di esse, passando tanto vicino alle loro batterie da metterle nell’impossibilità di colpire.

[225]. Voleva dire penoso, angoscioso, ec. Ma chi s’occuperebbe a riveder la lingua a Garibaldi!

[226]. Vapore con cui era passato il generale Bixio nel 60 colla sua brigata.

[227]. Qui il Generale tace o dimentica che una Deputazione reggiana, composta dei signori Bolani, Ramirez, Bruno Rossi e Grillo, era venuta a Sannazzaro per avvertirlo la città essere posta in istato di assedio; il presidio, triplicato per soccorsi venuti da Messina, forte di circa quattromila uomini, disposto a sbarrargli il passo; scongiurarlo fervidamente a risparmiare alla città lo spettacolo e il danno d’una guerra cittadina. Garibaldi rispose parole concilianti e pacifiche, e sebben non lo promettesse esplicitamente agli oratori, avea già in cuor suo fermato di lasciare in disparte Reggio e prendere il sentiero dei monti.

[228]. Il torrente San Nicolò.

[229]. Devesi aggiungere che la marcia fu molestata da alcune scariche di moschetteria sparate dalla corazzata regia Terribile, specialmente contro il gruppo in cui marciava Garibaldi. L’avvisaglia poi di retroguardia a cui qui accenna il Generale ebbe luogo la mattina del secondo giorno di marcia, 27 agosto. Ci furono dei feriti e morti da ambe le parti.

[230]. E poteva bastare un giorno solo. La guida, o mal pratica o traditora, aveva fatto fare ai Garibaldini doppio cammino. Da ciò la facilità con cui i Regi poterono presto raggiungerli.

[231]. Eppure le fascine erano così poche e fradice dalla pioggia che non bastarono a cuocere le patate per tutti; e i più le dovettero mangiar crude.

[232]. Intendi: Malgrado ciò; Ciò non ostante.

[233]. La forza che il colonnello Pallavicini capitanava, come si desume dal rapporto ufficiale del generale Cialdini, componevasi di due reggimenti di linea, il 20º e il 1º, e due battaglioni di bersaglieri; in totale sette battaglioni e tremilacinquecento uomini circa. L’ordine che il Pallavicini aveva ricevuto dal generale Cialdini era perentorio; «Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo e non accordargli che la resa a discrezione.» — Vedi nella Gazzetta Ufficiale del Regno dell’8 settembre 1862 i Rapporti del generale Cialdini e del colonnello Pallavicini.

[234]. Anche qui intende a modo suo il senso del verbo anteporre. Vuol dire allegare, addurre, mettere innanzi.

[235]. Crediamo voglia dire in gruppo. La formazione che ne risaltava era quella che in linguaggio militare si dice a potenza.

[236]. E questo fu il vivo fuoco di cui parla nel suo rapporto il colonnello Pallavicini; questo l’accanito combattimento che magnificò il generale Cialdini. Il fuoco durò poco più di dieci minuti; le perdite d’ambe le parti furono di cinque morti e venti feriti tra i Garibaldini; di sette morti e ventiquattro feriti tra i Regi, e tuttavia le perdite di questi sarebbero state molto minori se non avessero ricevuta la scarica garibaldina a brevissima distanza e quasi a bruciapelo.

[237]. Allude a questo fatto. Il colonnello Pallavicini aveva inviato a parlamentare col Generale un suo ufficiale di Stato Maggiore. Questi però essendosi presentato armato senza farsi precedere da un trombetta o da un segnale qualsiasi, e di più avendo brutalmente intimato al Generale la resa a discrezione, l’atterrato ma ancor fiero Capitano era scoppiato in queste indignate parole: «Faccio la guerra da trent’anni e ne conosco meglio di voi le leggi. Non è così che si presentano i parlamentari. Disarmatelo.» E gli fu infatti tolta la spada, che gli venne però poco dopo restituita. Allora lo stesso generale Garibaldi chiese di vedere il Pallavicini, il quale s’affrettò a lui, ma in atteggiamento ben diverso del suo parlamentario. Si presentò al grande sconfitto in atto riverente col cappello in mano, gli s’inginocchiò dappresso e gli disse, con cortese accento: «Aver l’ordine d’intimargli la resa a discrezione, ma attendere che esprimesse i suoi desiderii.» Al che il Generale avendo chiesto che fosse concesso ai disertori dell’esercito regolare di mettersi in salvo, e per sè di essere imbarcato cogli ufficiali che in quel momento l’attorniavano, su una nave inglese, il colonnello rispose: che ai disertori avrebbe concesso quarantotto ore, e quanto alla seconda domanda ne avrebbe interpellato i suoi capi, non avendo egli autorità di assentirvi.

[238]. Circa al trasporto vanno aggiunti questi particolari. Nella notte, fu trasportato nella cascina dei Forestali della Marchesina. All’alba vegnente, fatta con rami e frasche una barella (la migliore, dice Garibaldi stesso, di quante s’adoperassero negli ulteriori suoi trasporti), fu trasportato sulle braccia de’ suoi fedeli, che gareggiavano a darsi la muta fino alla marina di Scilla, dove il Duca di Genova lo attendeva per tradurlo alla Spezia. Quando il Generale vide la nave e ne seppe l’uso, rampognò sdegnato il colonnello Pallavicini che avesse mancato alle sue parole; ma il Pallavicini potè giustamente rispondergli «avergli soltanto promesso di esporre la di lui domanda al Governo, e a questo non aver mancato; il Governo aver risposto rifiutandola e ordinando che il prigioniero fosse tradotto alla Spezia; suo dovere di soldato ubbidire.»

L’ultima e forse più penosa scena della tragica catastrofe fu quella di cui fu infelice protagonista il generale Cialdini. Nel punto in cui il ferito d’Aspromonte tragittava dalla spiaggia al mare, dal cassero d’una nave vicina, eretto di tutta la persona, nella posa d’un trionfatore, stava a contemplarlo il generale Cialdini. A che quella mostra, per lo meno superflua? Voleva egli, il non invidiabile vincitore, passare a rassegna quel lacero stuolo di prigionieri? Non era cura da lui. Bearsi della vista del vinto nemico? Era indegno. Ostentare impersonata in lui la maestà della legge vendicatrice e vendicata? Era superbo e crudele insieme.

Quanto è più grande, in questo caso, il vinto che passa non vedendo o non curando l’oltraggio, e nelle sue più intime Memorie non ricordandolo nemmeno! Ma egli poteva perdonare; non lo seppero i suoi compagni, i quali, notata la bravata del Generalissimo regio, gli inviarono, saluto e disfida insieme, il grido di Roma o morte, che gli fu forza ascoltare in silenzio.

[239]. Ecco la lettera del Console e la risposta del Generale:

«Al Generale Garibaldi, Spezia (Italia).

»Vienna, 1º settembre 1862.

»Generale,

»Essendovi riuscito impossibile il compiere per ora la grand’opera patriottica che avevate intrapreso nell’interesse della vostra patria diletta, mi prendo la libertà d’indirizzarvi la presente per sapere se non entrasse nei vostri disegni di offrirci il vostro valoroso braccio nella lotta che sosteniamo per la libertà e unità della nostra gran repubblica.

»Il combattimento che sosteniamo non interessa noi soli, ma interessa tutto il mondo civile.

»La gloria e l’entusiasmo con cui sareste accolto nella nostra patria, ove avete passata una parte della vostra vita, sarebbero immensi, e la vostra missione che sarebbe quella d’indurre i nostri bravi soldati a combattere per lo stesso principio al quale avete consacrato nobilmente tutta la vostra esistenza, sarebbe pienamente conforme alle vostre intenzioni.

»Mi stimerei fortunatissimo, o Generale, se potessi ricevere da voi una risposta.

»Ho l’onore di essere, ec.

»Canisius
»Console degli Stati-Uniti d’America.»

* * *

«Al signor Teodoro Canisius, ec.

»Varignano, 14 settembre 1862.

»Signore,

»Io sono prigioniero e pericolosamente ferito: per conseguenza m’è impossibile di disporre di me stesso. Tuttavia credo che, se io sarò restituito alla libertà e se le mie ferite guariranno, sarà giunta l’occasione favorevole nella quale potrò soddisfare il mio desiderio di servire la Gran Repubblica Americana, di cui io sono cittadino, e che oggi combatte per la libertà universale.

»Ho l’onore, ec.

»G. Garibaldi.»

[240]. Patrie del 17 settembre 1862.

[241]. Diversa era l’opinione di Massimo d’Azeglio. Ancora due anni dopo Aspromonte scriveva ad Antonio Panizzi: «Dopo Aspromonte (Rattazzi ministro) mi fecero l’onore di chiamarmi con altri al Consiglio dei ministri, che doveva decidere la sorte di Garibaldi. Io dissi: Sottoporlo ad un giudizio come ogni cittadino. E dopo la condanna, grazia del Re immediata. Ma siccome nelle tasche della camicia rossa doveva essere rimasto un certo pezzo di carta, ec. ec., si pensò meglio di dargli l’amnistia, ch’egli rifiutò, dicendo che aveva fatto quel che doveva, ec. ec., e così finì,» — Vedi Lettere ad Antonio Panizzi di uomini illustri e di amici italiani. Firenze, G. Barbèra, 1880, pag. 480.

[242]. Frase infelicissima, ma testuale, della Relazione del ministro Rattazzi al Re. Come la clemenza regia si potesse far dipendere dal beneplacito della Francia spieghi chi può!

[243]. Decreto del 5 ottobre 1862.

[244]. Visitarono e curarono il Generale, il dottor Partridge di Londra, Nélaton di Parigi, e fra i medici e chirurghi italiani: Porta, Bertani, Cipriani, Zannetti, Tommasi, Albanese, Prandina, Ripari, Basile.

[245]. Testuale. Io narrai questo ed altri episodii della malattia del Generale al Varignano in una lettera al Movimento, in data del 14 ottobre, e riprodotta poi da altri giornali.

[246]. Era rimasto a Caprera chirurgo ordinario del Generale il dottor Basile. Altri medici suoi amici non tralasciarono di visitarlo assiduamente, e primo fra tutti il dottor Enrico Albanese, tanto valente chirurgo quanto prode soldato e generosissimo amico. Egli in data del 23 gennaio scriveva della salute del Generale in questi termini:

«Il Generale va meglio, e già son sei giorni che, coll’aiuto delle gruccie, cammina qualche poco per la stanza; la ferita non è ancora risanata, ma il pus diminuisce sempre, ed io ho fede che fra due mesi, al maximum, sarà completamente guarito. La fasciatura inamidata, ultimamente applicata, agisce potentemente a migliorare le condizioni locali.

»Enrico Albanese.»

[247]. Nel 1862 era stata ordinata la leva generale in tutto l’impero, ma per la Polonia prescritto che fossero esenti dal reclutamento i contadini ed i grandi proprietari rurali, sicchè la legge veniva a cadere soltanto sugli abitanti della città, quanto a dire sulla popolazione più colta e civile. La commozione suscitata dall’iniquo privilegio fu grandissima in tutta la Polonia. Il marchese Wielopolski, governatore di Varsavia, per recidere fin da principio i nervi alla rivolta, deliberò che tutti i designati al reclutamento fossero presi in una notte, e, dove essi mancassero, arrestati in loro vece i fratelli, i parenti, gli amici. A quest’atto di caccia selvaggia i Polacchi non ressero più, e nella notte del 18 gennaio il Comitato nazionale di Varsavia bandì la insurrezione.

[248]. V. il Diritto del 6 marzo 1863.

[249]. Manifesto ai Popoli dell’Europa in data di Caprera 15 febbraio 1863, pubblicato dal Diritto del 21 febbraio.

[250]. Manifesto al popolo inglese da Caprera, 4 febbraio 1863, pubblicato dal Movimento di Genova.

[251]. Manifesto all’Emigrazione polacca da Caprera, 5 febbraio 1863, pubblicato dal Diritto.

[252]. Vedi l’indirizzo da Caprera ai prodi dell’esercito russo, pubblicato dal Diritto e riprodotto nel Pungolo di Milano del 7 marzo 1863.

[253]. La lettera del Langievicz a Garibaldi fu pubblicata da parecchi giornali e tra gli altri dalla France. La troviamo ricordata anche nell’opera: Fatti della Polonia dal 1863 in poi, Venezia 1863, pag. 161.

[254]. Rammentiamo con uguale rimpianto il prode toscano Stanislao Bechi, fucilato dai Russi a Wloclaweck, la mattina del 17 dicembre 1863.

[255]. Crediamo il generale Wisoky e il signor Charnewsky.

[256]. Ciò si legge nel citato opuscolo su Garibaldi del Maggiore Bideschini, pag. 35. Il piroscafo giunto a Genova fu staggito dalla polizia.

[257]. Si allude alle molte trame di insurrezioni, di spedizioni, di sbarchi orditi a Londra dall’infaticabile genio rivoluzionario di Giuseppe Mazzini, che era riuscito in tra il finire del 1863 e il cominciare del 1864 ad avvolgere ne’ suoi disegni d’insurrezione in Transilvania e Gallizia non solo il generale Garibaldi e il generale Klapka, ma per qualche tempo lo stesso re Vittorio Emanuele, che di congiurare un po’ a insaputa de’ suoi ministri s’era sempre compiaciuto. — Vedi fra gli altri Politica segreta italiana (1863-70). Torino, Roux e Favale, 1880: specie il cap. II e III.

[258]. Citeremo i nomi dei principali, come in parte li ricordiamo noi stessi e in parte li troviamo scritti nei giornali inglesi. E primo di tutti il signor John Richardson, notabile nel ceto dei commercianti, capo del Comitato delle dimostrazioni garibaldine nel 1862 ed ora presidente dello stesso Comitato per ricevere Garibaldi in Inghilterra. Indi il signor Peter Steward, ricco banchiere; il signor Andrews, membro del Consiglio della Peninsular and Oriental Company; il signor Roberto Taylor, proprietario di Glascow; il signor Cowen, industriale di Newcastle; i signori Seely, Ashley, Kinnaird, Peter Taylor, membri del Parlamento; Lord Shaftesbury e Lord Sutherland, membri della Camera dei Lordi; il signor Stansfeld, già segretario di Stato nel Gabinetto Palmerston; il signor Chambers, tenente colonnello dei Rifles Volunteers; il prof. Balley, l’avv. Edmondo Beales; indi la signora Sara Nathan, la signora Stansfeld, la signora Wight, la signora Ashurth, la signora Schwabe; infine tutta la Colonia italiana, di cui eran principali Panizzi, direttore del British Museum; l’ottico Negretti; i maestri di musica Campana e Arditi; i signori Costa, Semenza, Vivanti, Serena, Fabbricotti ed altri.

[259]. «He know the General would never lift a finger to disturb the England,» frase d’un libro recente su Garibaldi uscito in Inghilterra: The Life of Giuseppe Garibaldi, by J. Theodore Bent, B. A. Oxon. Londra, Longmans, Green and Co. 1881, pag. 219; libro del resto compilato sopra notizie inesattissime, di cui non si veggono nè i documenti nè le fonti, e che soltanto in questa parte del viaggio d’Inghilterra può prestare qualche lume e qualche sussidio.

[260]. Il Daily Telegraph, amico a quei giorni del Gabinetto Palmerston, scriveva così:

«Tutte le voci corse sulla completa guarigione di Garibaldi erano quasi interamente false. La ferita ricevuta al piede fa pochi progressi verso la guarigione, se pure ne ha fatti. Alcuni sintomi poterono essere attenuati dal sollievo derivato dall’estrazione di una parte dell’osso fratturato. Ma la ferita in sè non è guarita. La spossatezza, ancor più che il male, ha grandemente influito sulla salute del Generale, e malgrado il vigore della sua costituzione che non ha cessato di manifestarsi nella potenza della sua voce, nella vivacità del suo spirito, nell’energia del suo patriottismo, che è in lui un’affezione personale ed appassionata, egli è tuttora in uno stato di notevole debolezza. Sorse dunque naturalmente l’idea che il mutamento di clima potesse avere un effetto benefico sulla sua salute e contribuire a produrre la guarigione così a lungo ritardata.

»Si opinò eziandio che a Londra Garibaldi troverebbe cure mediche tali da farlo guarire perfettamente. Pertanto il Generale accettò il privato invito di venire in Inghilterra.

»Egli sbarcherà a Brook nell’isola di Wight, ove passerà un mese.»

[261]. Io dimoravo allora a Caprera presso il Generale prestandogli per preghiera sua e d’amici l’ufficio di segretario; onde ero in grado di seguire giorno per giorno le vicende di quel progetto di viaggio e per la confidenza di cui il Generale mi onorava, di conoscere su quell’argomento i suoi più intimi pensieri. La signora Chambers invece, credendomi avverso al progetto, diffidava di me e non me ne parlava affatto. La buona signora s’ingannava; certo a me premeva che il Generale non s’impegnasse in un intrigo di partiti stranieri e fosse vittima o strumento degli interessi o delle vanità di chicchessia; ma se il viaggio poteva farsi con tutte quelle condizioni che a me parevano necessarie a salvare con la dignità del Generale quella d’Italia, io lo desiderava quant’altri mai. Tutta la mia opposizione consisteva dunque nel consigliare il Generale ad andar cauto; ad informarsi bene chi fossero le persone che lo invitavano e quale mandato avessero, e quale credito godessero; e soprattutto quali fossero gl’intendimenti del Governo inglese, che sino allora almeno, erano rimasti incerti. Non appena però giunse a Caprera la lettera del signor Thornton Hunt, il Generale me ne parlò subito; e come io m’arrischiai ad esprimergli il desiderio di vederla, egli se la fece dare dalla signora Chambers, e il giorno dopo me la mostrò. Ora avendola io letta e riletta, anzi analizzata col Generale stesso, giacchè mi pareva che essa contenesse molte frasi ambigue, così ho potuto ritenerne nella mente i principali concetti, e, senza tema d’errare, riprodurli. Ne discussi anzi colla signora Chambers, la quale ormai saputomi partecipe d’ogni segreto, temendo forse di far peggio continuando a trattarmi ostilmente, cominciò prima a farmi vedere quella famosa lettera di cui ella magnificava più del giusto la importanza; poi a farmi via via molte confidenze, le quali non contenevano certo che una piccola dose di verità; ma tutta quella verità che una accorta diplomatica sua pari, era in dovere di confidare ad un occulto ed astuto rivale della mia forza!

[262]. Per non dire d’altri, lo scrittore di queste pagine.

[263]. Parrà strano certamente e bisognevole di qualche spiegazione che un bastimento d’una Compagnia postale potesse, senza legittima causa e per servigio d’un privato, deviare dalla sua rotta, venendo meno manifestamente ai propri doveri ed ai propri statuti. Ma dovunque compaia Garibaldi, alle violazioni delle norme comuni bisogna essere preparati. Eccone però la spiegazione. Fra i più caldi amici e zelanti fautori del viaggio v’era pure, come già s’è detto, un certo signor Andrews, ricco commerciante, Mayor di Londra nel 1848, e della Peninsular and Oriental Company forte ed influentissimo socio. Ora, essendosi questo signor Andrews tolto l’assunto di fornire al Generale i mezzi di trasporto, potè anche ottenere dalla sua Compagnia di navigazione una concessione che altri certamente non avrebbe potuto. E la concessione fu questa: che uno dei bastimenti della Peninsulare incaricati della valigia postale tra Marsiglia, Genova e Malta appoggiasse per poche ore a Caprera e vi imbarcasse il Generale.

Siccome però quella deviazione sarebbe parsa una troppo flagrante violazione degli statuti, della quale avrebbero potuto essere chiamati a rispondere anche i governi delegati alla sorveglianza di quella Società, così fu pensato e adoperato quest’espediente. A Marsiglia c’era un vecchio vapore in riparazione, la Valletta; faccia essa il viaggio; appoggi al momento opportuno nelle acque della Maddalena; e se alcuno gli fa carico dello sviamento dia per scusa lo stato mal sicuro del bastimento, e la necessità di nuove riparazioni. Così fu escogitato, combinato, eseguito; così avvenne che un vapore postale della più grande Compagnia di navigazione di quell’anno abbandonasse la propria rotta e facesse aspettare per più di sei ore la Valigia delle Indie, per fare il comodo di Giuseppe Garibaldi e de’ suoi amici.

[264]. Il braccio orientale del Canale di Southampton.

[265]. In conferma delle sue intenzioni, Garibaldi lasciò al signor Negretti un biglietto, nel quale diceva che «non desiderava d’avere dimostrazioni politiche, e soprattutto non eccitare tumulti.» Questo biglietto fu subito pubblicato nei giornali.

[266]. Fu da tutti notato che il signor Seely, sbarcato a Cowes, in luogo di far tenere a Garibaldi la strada comune che passa per Newport ed altri luoghi popolosi dell’Isola, lo fece poi passare per strade traverse con gran delusione di quelle popolazioni che attendevano al passaggio l’eroe, ansiose esse pure di vederlo. Ma il signor Seely diede per ragione, di evitare al Generale altre dimostrazioni che l’avrebbero stancato e forse nociuto alla sua salute. Ognuno intende però che tutte quelle cure non erano che un eccesso di zelo del bravo gentiluomo. Del rimanente il giuoco del signor Seely e soci era già scoperto; infatti nella stessa mattina del 3 aprile un signor Walk tenne a Southampton un meeting di operai per protestare contro coloro che volevano monopolizzare Garibaldi.

[267]. Restituendo la visita al Tennyson, questi gli chiese e ottenne che il Generale piantasse nel ricco giardino del poeta una Wellingtonia gigantea, maniera di cortesia che gl’Inglesi tengono di grande importanza e per chi la fa e per chi la riceve. Se non che pochi giorni dopo la Wellingtonia fu trovata ignuda di quasi tutte le sue fronde, e cercandosi la cagione del sacrilegio, si seppe che taluni idolatri l’avevano così spogliata per possedere, in alcune di quelle foglie, un ricordo di cosa toccata da Garibaldi. I feticismi non sono soltanto de’ popoli barbari.

[268]. Nello stesso giorno il Generale, togliendosi a tutte le feste, andava a visitare la signora White, sua amica ed ospite fin dal 1854, e madre della signora Jessie White Mario.

[269]. L’ordine della processione era il seguente: — Le bande a capo della processione — La società dei calzolai — Dieci marescialli con bandiere recanti il motto «Ben venuto Garibaldi» — I membri dei Comitati riuniti a piedi — Dieci carrozze di visitatori — La società di temperanza — Cinque marescialli con bandiere col motto «L’Eroe d’Italia» — Le società di commercio con la loro banda — Le minori società amiche (Friendly Societies) — Le carrozze della società dei Foresters — La banda degli Old Fellows — Cinque marescialli con bandiere «Il primo patriotta» — Dieci carrozze — La loggia di Memfi dei Frammassoni — Venti marescialli — Le carrozze della stampa — Venti marescialli — Bandiere «L’uomo del popolo» — La carrozza del signor Plesmal — La carrozza del signor Giorgio Moore (tesoriere) — La carrozza del dottor Massey — Il Comitato esecutivo — La carrozza del signor Chinery — Quella del signor Nicholas — Quella del signor Richardson — Le carrozze della nazionalità ungherese — Quelle della nazionalità polacca e della nazionalità italiana — La banda italiana — La carrozza del generale Garibaldi, col quale sedevano il signor Seely ed il signor Negretti, circondata da un corpo di marescialli delle Corporazioni e da un manipolo della legione Garibaldi — Le carrozze dei figli di Garibaldi, con la signora Seely — I segretari — Il seguito — Il Comitato degli operai, a piedi.

[270]. C’era in un palco l’ammiraglio Mundy, quel medesimo che comandava la squadra inglese in Sicilia nel 1860; non appena il generale lo vide si levò per andarlo a visitare; l’atto cortese, notato dal pubblico, fu salutato da un vivissimo applauso.

[271]. La casa di Lord Palmerston in Londra era a 94 Piccadilly.

[272]. Assistevano al banchetto il russo Ogareff, il tedesco Blind, gl’inglesi Ashurt e Taylor; gl’italiani Aurelio Saffi, Antonio Mordini e Giuseppe Guerzoni.

[273]. Diamo qui interi i brindisi pronunziati dai due celebri patriotti.

Mazzini pronunziò il seguente:

«Mon toast comprendra tout ce que nous aimons et tout ce pour quoi nous combattons:

»A la liberté des peuples!

»A l’association des peuples!

»A l’homme, qui, par ses actions, est l’incarnation vivante de ces grandes idées!

»A Joseph Garibaldi!

»À la pauvre, sainte, héroïque Pologne, qui depuis plus d’une année combat en silence et meurt pour la liberté!

»A la nouvelle Russie, qui, sous la devise terre et liberté, tendra dans un jour rapproché, une main de sœur à la Pologne pour la défense de la liberté et de l’indépendance et effacera le souvenir de la Russie des Tzars!

»Aux Russes, qui, notre ami Herzen en tête, ont le plus travaillé à l’éclosion de la nouvelle Russie!

»À la religion du devoir qui nous fera lutter jusqu’à la mort pour que toutes ces choses s’accomplissent!»

Garibaldi rispose:

«Je vais faire une déclaration que j’aurais dû faire depuis longtemps; il y a ici un homme qui a rendu les plus grands services à mon pays et à la cause de la liberté. Quand j’étais jeune et que je n’avais que des aspirations, j’ai cherché un homme qui pût me conseiller et guider mes jeunes années; je l’ai cherché comme l’homme qui a soif et cherche l’eau. Cet homme je l’ai trouvé; lui seul a conservé le feu sacré, lui seul veillait quand tout le monde dormait. Il est toujours resté mon ami, plein d’amour pour son pays, plein de dévouement pour la cause de la liberté.

»Cet homme c’est mon ami Joseph Mazzini.

»A mon maître!»

Dopo una breve pausa proseguì:

«À la Pologne, la patrie des martyrs, au pays qui se dévoue à la mort pour l’indépendance, au pays qui donne un sublime exemple aux autres peuples!

»À la jeune Russie, au nouveau peuple, qui une fois libre et maître de la Russie du Tzar, est appelé à jouer un grand rôle dans les destinées de l’Europe!

»A l’Angleterre, ce grand pays de la liberté qui nous donne l’hospitalité, à qui nous devons le bonheur de nous trouver réunis!» — Vedi Politica segreta italiana (1863-1870), Torino, Roux e Favale, 1880, pagine 145-146.

[274]. Quella de’ Danesi fra le altre.

[275]. Menotti, tagliato fuori dalla calca, non aveva potuto penetrare in Guild-Hall.

[276]. Erano venuti d’Italia il colonnello Chiassi, il colonnello Missori, il deputato Mordini ed altri.

[277]. Tornata del 19 aprile 1864.

[278]. Nel citato libro la Politica segreta italiana, a proposito delle cagioni che il governo aveva di desiderare l’allontanamento di Garibaldi, si leggono a pag. 164-65 queste parole:

«Il governo italiano aveva mandato presso quello inglese un agente segreto, il quale aveva fra altri il mandato di tentare che l’Inghilterra come espressione concreta di quella simpatia che dimostrava all’Italia negli omaggi resi a Garibaldi si decidesse a cedere al nuovo regno l’isola di Malta, come aveva ceduto alla Grecia le isole Ionie, la quale idea era stata comunicata e non aveva dispiaciuto alle Tuilerie.... Ciò fece che il gabinetto di San Giacomo desiderasse più vivamente anch’egli che il soggiorno di Garibaldi venisse abbreviato, e che non avesse luogo il viaggio nelle provincie, dove accrescendosi con incalcolabili proporzioni l’entusiasmo popolare esso temeva che gettata in campo la proposta della cessione di quell’isola, la pubblica opinione eccitata lo costringesse ad acconsentire.»

Ora è questa una delle tante fiabe onde codesto libro è infarcito. A noi consta in modo incontrovertibile che in tutto questo racconto non c’è parola di vero.

[279]. Riproduciamo per brevità soltanto le due ultime lettere del 18 aprile. Della prima del 17, scritta in forma privata al Duca di Sutherland, abbiamo riassunto fedelmente il senso.

«13 aprile.

»Milord Duca,

»Confermando la mia lettera di ieri, ho l’onore di parteciparvi il risultato d’un colloquio avuto questa mane col generale Garibaldi. Egli ammette di sentirsi stanco e di non essere nelle stesse disposizioni fisiche come al suo giungere dall’isola di Wight.

»Mi ha parlato delle emozioni e dello strepito che lo circondano, formando un forte contrasto cogli usi abituali della sua vita. Quando parlava, osservai in lui una stanchezza mentale, forse più pronunciata della fisica debolezza.

»Non potrei asserire essere impossibile lo adempiere agli impegni assunti, ma non esito a dirlo pericoloso.

»W. Fergusson.

»A. S. G.
»il Duca di Sutherland

* * *

«18 aprile.

»Mio caro Seely,

»Leggo nei giornali che il Generale impegnossi a viaggi in tutte le direzioni. L’impresa è ardua e non v’ha uomo dell’arte che non la riconoscerebbe piena di pericoli. Ho scritto in proposito al Duca di Sutherland, e credo mio debito consigliare anche voi e tutti i suoi amici d’Inghilterra di suggerir un mezzo qualsiasi per distoglierlo dalle imprudenti emozioni delle sue visite progettate.

»W. Fergusson.

»Al signor Carlo Seely.»

[280]. Fra quei due o tre amici c’era anche, in un angolo della sala, l’Autore di questo libro. Io vedeva da parecchi giorni quello che si tramava, ed ero deciso ad averne, come suol dirsi, il cuor netto. E ciò non perchè m’importasse che Garibaldi abbreviasse o no il suo viaggio; fallito anzi lo scopo politico pel quale l’avea intrapreso, non vedevo più ragione di prolungarlo; ma solo perchè stimavo mio preciso dovere per l’ufficio di fiducia che il Generale m’aveva commesso di vegliare attentamente a tutto ciò che si ordiva intorno a lui, e d’impedire, per quanto era in me, ch’egli fosse vittima d’un intrigo. Saputo pertanto delle progettate riunioni, mi preparai alcuni minuti prima nel salotto del Generale ben risoluto a non muovermi di là se il Generale stesso non me lo ordinava. Ma come il Generale mi parve piuttosto contento che io restassi, così non ostante il visibile dispetto che la mia importuna presenza cagionava ai congregati, restai, fermo come una sentinella, e potei quindi udire dal principio alla fine tutto il dialogo di quella sera memoranda. Il qual dialogo ho riprodotto con tutta la maggior fedeltà che mi fu concessa, certissimo d’averne serbate nella memoria le parole più salienti, e in ogni caso il senso e l’andamento.

[281]. Chi confronti la mia versione colle dichiarazioni del signor Gladstone ai Comuni (seduta del 21 aprile) e del signor Seely al meeting del London Tavern (la sera del 20) vedrà che le differenze sono quanto alla sostanza insignificanti. Il solo particolare dimenticato da quei due signori furono le parole «partirò domani,» ma io tanto quelle parole, come l’alzata impetuosa dalla sedia che le precedette, le vedo e le odo come se accadessero ora, e le riaffermo qui in tutta la loro pienezza. Aggiungo anzi che quelle parole caratteristiche si leggono tra le linee del discorso del signor Seely e non è mestieri di grande acume per comprendere com’egli avesse interesse ad attenuarne il senso.

Il signor Seely al London Tavern disse «che Garibaldi avendo promesso di visitare più di trenta città, i suoi amici credevano che la promessa non potrebbe essere tenuta senza pregiudizio della sua salute. Per conseguenza, domenica a sera, il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, il generale Eber, il colonnello Peard, il signor Gladstone, il signor Negretti ed egli stesso si riunirono a Stafford-House onde considerare se non fosse espediente di limitare le visite del Generale a sei od otto delle principali città del regno. Il Generale replicò essergli impossibile tirare una linea di separazione, e che preferirebbe abbandonare addirittura l’Inghilterra.

»Quella stessa mattina (la mattina in cui il Seely parlava, cioè il 20 aprile) il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, Saffi, il generale Eber, il colonnello Peard, Negretti e il signor Stansfeld avevano tentato far cambiare il Generale d’avviso, ma indarno.»

Ora ognuno intende che tra le parole «abbandonare addirittura l’Inghilterra» e il «partirò domani» non c’è altra differenza che di forma; e basta poi il fatto riaccertato dallo stesso signor Seely che la mattina dopo il Duca di Sutherland, il Conte di Shaftesbury, ec. ec. tentarono far cambiare d’avviso al Generale (cioè di non partire subito) per confermare in ogni parte la nostra testimonianza.

Ed ora ecco le parole dette dal signor Gladstone ai Comuni:

«Sono tenuto al mio onorevole amico d’avermi mosso questa domanda per ciò che riguarda me stesso. Il fatto ch’egli ha accennato tiene molto commosso il popolo inglese, il quale da niente più rifugge che dal mistero e segreto in simili cose. Or ecco quel che veramente è avvenuto, e che ha fatto narrare diceríe false ed assurde. Il Duca di Sutherland mi fece sapere, sabato passato, che egli ed altri amici del Generale avevano concepito forti timori rispetto alla sua salute, e che un insigne medico, il signor Fergusson, pensava che s’egli avesse messo in effetto il disegnato giro per le provincie avrebbe assai patito.

»Il Duca di Sutherland m’invitò ad andare da lui, quella sera, per consigliarci insieme intorno al da farsi.

»Io, pensando che il Duca aveva molti titoli di gratitudine per quello che ha fatto pel governo, andai, com’ero stato invitato, e trovai che i timori erano giusti, tanto più che il Generale aveva accettato quasi cinquanta inviti di città vicine, e l’elenco ogni dì cresceva rapidamente. Il signor Fergusson chiaramente disse non poter il Generale sopportare le fatiche di tanti viaggi e dimostrazioni. Venuti dunque a consiglio il Duca, il colonnello Peard, il generale Eber e due o tre amici del Generale, si trovò esser nostro dovere consigliarlo a restringere il numero delle sue promesse, e determinasse bene prima di lasciar Londra.

»Questo fu fatto conoscere da due amici particolari al Generale, e quindi fui io richiesto di parlare a lui medesimo. Così allora m’avventurai a mostrargli quello che ognuno doveva vedere, come l’andar incontro a tante fatiche non potesse essere che a danno della sua salute. Aggiunsi ancora che mi pareva che le magnifiche accoglienze avute in questa metropoli, che sono certamente uno dei più memorabili avvenimenti dei nostri tempi, potevano perdere un poco della loro dignità e bellezza, se fossero state ripetute ogni giorno in tanti luoghi diversi. Queste furono le cose che io dissi al Generale, nè mai dissi che era meglio partire, ma solamente di tenere entro a certi limiti le sue promesse.

»Il Generale m’ascoltò con molta pazienza, indi mi rispose che v’era gran verità in quel che io gli avevo esposto, ma parergli che sarebbe assai difficile distinguere fra i desiderii e le domande d’una e d’altra città; che egli pensava che il fine della sua venuta in Inghilterra era conseguito, essendovi egli venuto, non per avere quegli onori, di cui egli era ricolmo, ma per ringraziare il governo ed il popolo inglese per quello che avevano fatto a pro della sua patria. Disse che egli credeva che, visitando Londra, aveva visitata tutta la nazione; che le promesse fatte erano tutte sotto condizione, e non si teneva più obbligato, quando forti cagioni l’impedissero, di adempierle. Soggiunse sperare di poter in altro tempo, ma senza cerimonie di gran pubblicità, tornare in Inghilterra, e allora potrebbe vedere molti più amici che non aveva ora fatto. Questo egli disse, nè pensò mai che vi fosse alcuna cagione politica, nè sospettò certo, come altri ha fatto, che qualche potentato straniero fosse mescolato in questa pratica.

»Quanto all’Imperatore dei Francesi e al suo governo, il nobile Lord in questa Camera ha già detto assai chiaramente ch’egli non vi ha nulla a che fare. Ma molte volte avviene che una piccola verità è sorgente di molti errori; e in questo caso l’essere io stato chiamato per dare un consiglio, richiesto dal bene e dalla salute del Generale, ha fatto credere cose che sono al tutto senza parte alcuna di vero.»

[282]. In questo terzo colloquio della mattina del 19, v’erano il Duca di Sutherland, il signor Eber, il signor Peard, il signor Negretti e forse altri, ma nè Lord Shaftesbury, nè il signor Gladstone, nè il signor Seely, nè il dottor Fergusson vi erano.

[283]. Il dottor Basile, in una lettera al Sun del 19 aprile, diceva:

«Come medico ordinario del Generale, mi credo in obbligo d’affermare trovarsi la sua salute nel più soddisfacente stato e la ferita del piede cicatrizzata da vari mesi, non aver più bisogno di cure chirurgiche.... Sono dunque fermamente convinto che il Generale possa intraprendere il progettato viaggio senza pericolo.»

Il Basile diceva la verità; ma non saprei affermare che egli fosse stato autorizzato dal Generale a dirla, e molto più a scrivere questa lettera.

Il dottor Partridge nel Times del 20 pubblicava un’attestazione quasi consimile a quella del dottor Basile.

[284]. Il Sun, il Morning Star, l’Evening Standard.

[285]. Vedi Tornate della Camera dei Lordi del 18 aprile 1864, e dei Comuni 19 e 21 aprile.

[286]. Ecco la testuale risposta di Garibaldi:

«Sono profondamente grato al popolo inglese degli onori che mi ha resi, ma di cui mi considero indegno. Le accoglienze che ho ricevute da ogni classe di persone sono state tali che non le scorderò giammai.

»Desidero ardentemente di visitare i miei vecchi amici di Newcastle e del Nord. Considererò se posso cambiare di determinazione dopo la promessa data e farò conoscere la mia risoluzione al mio amico signor Beales.»

[287]. Ecco la lettera testuale:

«Cari amici,

»Accettate i ringraziamenti del mio cuore per la vostra simpatia e pel vostro affetto. Sarò felice se potrò rivedervi in circostanze migliori e quando potrò godere con tutto agio della ospitalità del vostro nobile paese. Pel momento io sono obbligato di lasciar l’Inghilterra. Ancora una volta, la mia gratitudine sarà sempre viva per voi.

»21 aprile.

»G. Garibaldi.»

[288]. Ecco la lettera:

«Rivolgo le più vive grazie del mio cuore e i sentimenti di gratitudine alla nazione e al governo inglese per l’accoglienza ricevuta su questa libera terra. Il primo scopo della mia venuta era di compiere un dovere per la simpatia dimostrata a me ed alla mia patria. Questo scopo è raggiunto: ma bramavo eziandio di pormi a disposizione di tutti i miei amici inglesi e recarmi in tutti i luoghi ove poteasi dimostrare desiderio di me. Ora non mi è lecito di soddisfare tutti gl’impulsi del mio cuore.

»Se fui causa di qualche turbamento o di qualche disinganno, ne chiedo perdono agli amici, i quali comprenderanno come io non potessi stabilire una linea di demarcazione fra i luoghi da visitare. Accettino perciò i miei ringraziamenti e i miei saluti.

»Tuttavia spero in un tempo non lontano poter fare ritorno, visitare i miei amici nella vita domestica inglese, e mantenere quella promessa che oggi, con mio immenso dolore, non mi è dato poter secondare.

»Garibaldi.»

Giova notare che la lettera era scritta nel più perfetto inglese, e che il Generale non fece che firmarla. La frase «non posso stabilire una linea di demarcazione fra i luoghi da visitare,» già usata dal signor Seely al meeting di London Tavern, la fa sospettare dettata da lui.

[289]. Infatti nè i figli, nè il dottor Basile, nè il segretario Guerzoni erano stati invitati a Clifden Park. Oltre a ciò era stato deciso dai manipolatori della partenza che il Generale s’imbarcherebbe sull’Ondine seguíto dal Basso, e forse dal dottor Basile e dal figlio Ricciotti, e che l’altro figlio Menotti, il segretario Guerzoni e gli altri suoi amici ritornerebbero in Italia per altra strada. Il Generale tuttavia volle rivedere prima a Clifden, poi a Penquite Par, dimora del colonnello Peard, il suo segretario Guerzoni e questi ubbidì come diremo meglio in appresso.

[290]. Il documento meriterebbe essere pubblicato per intiero, ma ce ne trattiene la soverchia lunghezza. La prima bozza era stata concertata tra il segretario Guerzoni, il deputato Mordini, e, se non c’inganna la memoria, Aurelio Saffi. Il Guerzoni la portò a Penquite Par nella sera stessa del 26, dove arrivò per la linea più diretta, Londra-Bristol-Exeter-Plimouth; il Generale vi fece parecchie ed importanti mutazioni, e fu pubblicato nei giornali inglesi colla data di quella medesima sera.

Eccone pertanto i brani più salienti:

«Al popolo inglese.

»Penquite Par, Cornwall, aprile 26.

»Al popolo inglese io non ho nulla a ricordare che esso non conosca. Egli sa ciò che l’Italia desidera. L’Italia ha risoluto di esistere. Essa ne ha il diritto, e se alcuno ne dubitasse, io aggiungerei che essa esiste già di fatto, e che nulla le impedirà dal completar sè stessa. L’Italia non desidera che di scuotere il giogo delle due avverse potenze che la opprimono — lasciate che il mondo l’oda — essa non può rimaner tranquilla finchè non avrà ottenuto questo scopo, che è fra le questioni di vita o di morte. Il popolo inglese che sprofonderebbe sotto il suo Oceano piuttosto che permettere che il sacro suolo del suo paese sia violato dallo straniero comprenderà quanto legittime siano le aspirazioni, e quanto irremovibili le risoluzioni del mio paese.

»L’Inghilterra conosce che cooperando disinteressatamente in favore dei destini dell’Italia nel 1860 contribuì a promuovere l’ordine e la pace in Europa — quella pace e quell’ordine che soli riescono durevoli e benefici perchè fondati sulla giustizia e sul progresso.

»L’Inghilterra, ne sono convinto, si confermerà sempre più in questa opinione che se da una parte sta all’Italia a mostrarsi forte ed essere realmente forte e indipendente da servili alleanze, affine di cattivarsi fiducia dai suoi veri amici (fra i quali il primo posto è dovuto all’Inghilterra), l’Inghilterra stessa vedrà dall’altra parte in quanto l’alleanza d’una giovine incivilita e libera nazione come l’Italia, sia preferibile alle eterogenee e mal sicure alleanze colle potenze dispotiche. Tuttavia io non posso sperare — lo dico con dolore — che l’Italia sarà atta a compiere i suoi destini senza correr di nuovo la terribile prova dell’armi. La voce dell’Inghilterra è udita e rispettata, essa è in alto grado arbitra dei destini dell’Europa, ma sia pienamente persuasa che essa non può sciogliere la questione italiana o quella di altre nazionalità, mediante alcuna immaginazione di compensi e negoziazioni diplomatiche. Ma in faccia al gran principio della solidarietà dei popoli, proclamato e sancito dalla coscienza universale, io non posso parlare solo dell’Italia, molto meno in un tempo in cui il presagio di questa vera sacra alleanza fu irrevocabilmente confermato quando di recente io strinsi la mano dei proscritti di tutte le parti dell’Europa. Lasciando questa spiaggia ospitale non posso nascondere più a lungo il segreto del mio cuore, raccomandando la causa dei popoli oppressi alla più generosa e sagace delle nazioni. — Dacchè il loro sorgere è certo ed il loro trionfo è fatale, l’Inghilterra saprà come stendere su di loro il poderoso scudo del suo nome e sostenerli se bisogna col suo forte braccio.

»L’Inghilterra sa che essa non sarà sola in questa grande missione. Di là dello Stretto v’è un altro popolo gigante, che è stato sovente costretto dalle arti del dispotismo ad essere il rivale e il nemico di questo paese, ma che la libertà riuscirà a volgere in pacifico competitore e amico. — Libertà! questo è il sole che deve fecondare la sincera e formidabile alleanza dei due popoli della civiltà contro la barbarie, e per cui, senza sguainar la spada, la grand’opera della pace del mondo sarà realizzata.»

[291]. Nella citata Politica segreta italiana (pag. 167-168) si narra che il Duca di Sutherland aveva proposto al Re, per mezzo del conte Maffei, allora consigliere di legazione a Londra, di far viaggiare Garibaldi due mesi nei mari d’Oriente impedendogli così di sbarcare a Caprera, d’onde si temeva che il Generale potesse slanciarsi in nuove avventure. Il libro però aggiunge che Mazzini, scoperto il complotto, lo sventò avvertendone per telegrafo il Generale, il quale ricevuto il dispaccio a Gibilterra chiese ed ottenne che la rotta dell’Ondine sarebbe stata in retta linea per Caprera. A noi mancano argomenti per confermare o smentire questo racconto. Diciamo solo che non ne abbiamo mai sentito a parlare. Che il progetto sia nato nel cervello del Duca di Sutherland par certo poichè esiste il dispaccio del conte Maffei che lo prova; ma non crediamo che il Re l’abbia approvato, nè che Mazzini abbia avuto bisogno di sventarlo. Soltanto il fatto meritava essere ricordato come indizio delle mille tranellerie da cui il Generale era circondato.

[292]. Il signor Assollant, nel Courrier du Dimanche citato da Bent, pag. 228, op. cit. E lo stesso Bent, dopo aver dato ragione al signor Assollant, soggiungeva: «From first to last Garibaldi’s visit was one long cheer; he was a veritable nine days’ wonder; but beyond good wishes, and addresses from every imaginable town that could squeeze in a word edgeways, Garibaldi got only a few handsful of presents from his immediate admirers, and when he made his second rash attempt on Homo in 1867 he found England no more inclined to help him than if he had remained quietly at home.»

[293]. Arrivava verso le 11 del mattino. Lo seguivano il dottore Albanese, il segretario Guerzoni, i figli ed altri. Prendeva alloggio nella casa del signor Luigi Mansi.

[294]. La Politica segreta italiana già citata.

[295]. Il 2 maggio in un suo biglietto autografo il Re faceva al Mazzini questa risposta:

«Non è da ammettersi la frase che si sia tenuto a bada il partito d’azione, mentre gli si fece sempre intendere in modo netto e preciso che qualunque moto, sia interno, sia avente per iscopo un’iniziativa verso il Veneto, sarebbe stato impedito con ogni mezzo energico di cui si può disporre.

»Essere pertanto una prova insensata che si tenterebbe senza risultato di sorta, che cagionerebbe guai a deplorarsi per parte dei motori.

»La Polonia mancò ognora nelle varie sue fasi insurrezionali della forza vitale di espansione, e questa è la principale cagione della sua rovina, forse potrebbe rinascere come la fenice dalle proprie ceneri, estendendo le sue ramificazioni in Gallizia, Principati ed Ungheria, dove il terreno sarebbe facile à exploiter se vi fossero uomini energici ed audaci che servissero di trait-d’union.

»Se i moti in Gallizia estesi alle citate contrade prendessero le proporzioni di una spontanea popolare insurrezione da tenere fortemente occupata l’Austria, allora sarebbe necessario anzitutto d’aiutarla con un nucleo d’Italiani determinati, e così riuniti vari fecondi elementi, tutti ostili al principale nemico, si potrebbe condurre a compimento il comune desiderio.

»V. E.»

(Politica segreta ec., pag. 72-73.)

[296]. «Ottenendo il moto galliziano anteriore, il moto veneto dovrebbe seguire immediato.... Intendendo che il moto veneto segua rapidamente, è necessario aumentare l’armamento fin d’ora. Quindi la richiesta di restituzione dell’armi e del rinvio d’un uomo persecutore (Spaventa), che d’altra parte è screditato per ogni dove e disonora il governo.»

Nota-memorandum Mazzini da rimettersi al Re. — Politica segreta ec., pag. 77.

[297]. Vedi risposta del Re a Mosto, incaricato di Mazzini. — Politica segreta ec., pag. 88.

[298]. Il generale Klapka arrivò a Clifden il giorno stesso in cui, chiamatovi dal Generale, vi arrivava da Londra io pure. Lo vidi restare a lungo con Garibaldi e ne immaginai facilmente la cagione. — Vedi anche Politica segreta ec., pag. 87.

[299]. Documento di pugno del Re letto ad Antonio Mosto in presenza del conte Verasis di Castiglione e del signor D. Müller. Fra le altre cose diceva: «Che per quanto riguardava la rivoluzione in Gallizia il Re e il suo governo ne avevano lasciata la direzione al Klapka, ec.....» — Politica segreta ec., pag. 85.

[300]. «Le parti d’action (ungherese) nous a donné la main à condition que nous n’aurons rien à faire avec Kossuth et les généraux Klapka et Türr.» Parole d’una nota del signor Bulewsky, agente del Centro Rivoluzionario Polacco in Londra. — Politica segreta ec., pag. 97.

[301]. Vedi Politica segreta ec., pag. 99.

[302]. Nè più nè meno però. Di preparare armi ed armati, come altri disse, Bixio non ebbe nessun incarico. Fu anzi per mettere in chiaro la verità di questa novella che io nella notte dal 4 al 5 luglio mi recai da lui al campo di San Maurizio.

[303]. Radunò gli ufficiali a gran rapporto, e lo presentò loro come amico di Garibaldi, del Re e dell’Italia. L’eccesso stava nella presentazione d’un personaggio borghese non rivestito d’alcuna carica o dignità ufficiale ad un corpo di ufficiali.

[304]. Questi sono i nomi che ci occorrono alla memoria. Forse ne dimentichiamo alcuno. Tutti invece non poterono venire, tra gli altri Giovanni Chiassi.

[305]. Come si vede, i sottoscritti non si sottoscrissero, e la così detta protesta restò quello che era in fatto, l’opera d’un solo e anonimo autore. Come poi il Diritto potesse chiamare documento uno scritto anonimo, è ciò che non riesciamo a comprendere!

[306]. Questa è l’ipotesi più probabile. Dai Principati non venivano da parecchio tempo che notizie sfavorevoli alla meditata impresa. Il governo del principe Cuza, sul cui assenso tacito e segreto si era contato, chiarivasi invece recisamente avverso ed arrestava il Frygesy, quel colonnello ungherese che era in Rumenia il capo ed il centro della congiura.

[307]. Egli aveva lasciato Torino il 6 mattina e non poteva avere conoscenza della lettera pubblicata il 10. A proposito del Guerzoni, in quel libro più volte citato, la Politica segreta italiana, sono spacciate tante fandonie che sarebbe impossibile smentirle tutte anche scrivendoci intorno un intero capitolo. Come però da una parte non vogliamo far servire un libro consacrato a Garibaldi alla nostra privata difesa, e dall’altra di quella difesa non sentiamo alcun bisogno, così passiamo accanto sorridendo alla povera cantafavola, e aspettiamo che il tempo ne faccia la dovuta giustizia.

Solo un fatto è narrato in quelle pagine con poche varianti più maligne che importanti, ed è il congedo che Garibaldi diede al Guerzoni quando lo sospettò autore delle voci che a detta di taluni avevano mutata la risoluzione di Vittorio Emanuele e fatto abortire la progettata corsa in Oriente. Ora come di quel fatto il Guerzoni non si vergognò mai, anzi andò sempre fiero come d’una delle azioni più oneste e coraggiose della sua vita, così non ha alcun ritegno a narrarlo egli stesso più veracemente per esteso. Ingannato da mendaci rapporti, sorpresa la sua buona fede e nell’acciecamento del primo sdegno trasportato a pensare che il Guerzoni fosse stato autore o istigatore della lettera del 10 luglio, il Generale lo fece venire a sè e gli disse con accento tuttavia pacato e benigno: «Guerzoni, è necessario che per qualche tempo ci separiamo.... La cosa però resterà fra di noi. Noi saremo sempre amici come prima.»

Il Guerzoni alzò la testa alla immeritata ferita e rispose come ogni uomo al suo posto avrebbe fatto: «Io non ho nulla da rimproverarmi, Generale, — però non ho nulla da nascondere. Parli o taccia, io resterò sempre quale mi parto di qui, suo amico devoto e suo fedele soldato.»

E il Guerzoni partì.... Da quel giorno non scrisse più al Generale che sei mesi dopo per mandargli in brevi parole i suoi augurii pel buon capo d’anno del 1865. Il Generale gli rispose con questa lettera:

«Caprera, 2 del 1865.

»Mio caro Guerzoni,

»Grazie per la lettera vostra gentile. Io vi contraccambio gli augurii con augurarmi d’aver compagni che vi somiglino in una battaglia che forma l’unica speranza della mia vita. V’invio la parola che mi chiedete, e sono sempre vostro

»G. Garibaldi.»

Scorsi altri sei mesi egli scriveva a Benedetto Cairoli, a proposito della candidatura del Guerzoni a deputato:

«Vi raccomando Guerzoni per tutti i collegi.»

Il congedato d’Ischia poteva dirsi soddisfatto.

[308]. Una fu pubblicata dal Farini nel suo Stato Romano, vol. II, pag. 253. Firenze, 1850.

[309]. Anche Giuseppe Mazzini, scrivendo nel 1861 ad un Tedesco, diceva alla nazione germanica: «Cancellate dalla fronte della Germania la macchia che l’Austria vi ha messo.... Siate un popolo e c’intenderemo. L’idea germanica e l’idea italiana s’abbracceranno sulle Alpi libere.» — Vedi Scritti editi e inediti di Giuseppe Mazzini, vol. XI, pag. 262. Roma, 1882.

[310]. Il Bismarck, interpellato dal La Marmora se in caso che l’Austria attaccasse l’Italia la Prussia sarebbe stata pronta ad accorrere in nostro soccorso, rispose che il Trattato dell’8 aprile non era un Trattato bilaterale, e che la Prussia non vi era in alcun modo vincolata ad aiutare l’Italia.

Del resto chi voglia sincerarsi di quanto abbiamo detto sin qui intorno all’alleanza italo-prussiana veda principalmente: Le général La Marmora et l’alliance prussienne, Paris, 1868. Opera del capitano Chiala, il più fedele e devoto interprete istoriografo del generale La Marmora. — Due anni di politica italiana. Milano, 1868, di Stefano Jacini, nel 1866 ministro dei lavori pubblici del gabinetto La Marmora e principale confidente e consigliere del Generale stesso. — Un po’ più di luce sugli eventi politici e militari dell’anno 1866, pel generale Alfonso La Marmora. Firenze, G. Barbèra editore, 1873. — Il generale Alfonso La Marmora, Ricordi biografici di Giuseppe Massari. Firenze, G. Barbèra editore, 1880.

[311]. La Campagna del 1866 in Italia, redatta dalla Sezione Storica del Corpo di Stato Maggiore. Roma, 1875, vol. I, pag. 65 e 66.

[312]. Vedi op. cit., pag. 67.

[313]. Vedi Cenni Storici sui Preliminari della Guerra del 1866, ec. del capitano Luigi Chiala, pag. 580.

[314]. Al ministro della guerra, generale Pettinengo, scriveva:

«Caprera, 14 maggio 1866.

»Signor Ministro,

»Accetto con vera gratitudine le disposizioni emanate da S. M. in riguardo ai Corpi volontari, riconoscente alla fiducia in me riposta con l’affidarmene il comando. Voglia essere interprete presso S. M. di questi miei sentimenti nella speranza di poter subito concorrere col glorioso nostro esercito al compimento dei destini nazionali.

»Ringrazio la Signoria sua della cortesia colla quale si è degnata farmene partecipazione.

»Voglia credermi della Signoria sua

»devotissimo
»G. Garibaldi.»

[315]. Questo scriveva in quei giorni ai signori Valzania, Caldesi, Bagnasco, noti repubblicani. Per brevità citeremo solo la lettera a quest’ultimo:

«Caprera, 11 maggio 1866.

»Caro Bagnasco,

»È cosa utile al paese che in ogni modo tutti siamo pronti e concordi. E questione di vita o di morte perla patria, e sta all’Italia tutta il problema.

»Io accetterò tutti coloro che vogliono combattere lo straniero oppressore. Per le istruzioni dirigetevi ai nostri amici della Commissione; e fra gli altri a Benedetto Cairoli. Bando alle gare ed alle opinioni, e facciamo.

»Credetemi

»vostro sempre
»G. Garibaldi.»

[316]. La Campagna del 1866 in Italia, redatta dalla Sezione Storica del Corpo di Stato Maggiore, tomo I, pag. 129.

Vi fu chi disse che il piano di guerra di Garibaldi era simile in tutto a quello del generale Moltke e dello Stato Maggiore prussiano dichiarato nella celebre Nota del signor D’Usedom, ministro del re di Prussia a Firenze.

Chi abbia letto quella Nota e la confronti colle parole testè citate della Relazione Ufficiale, vedrà che tra i due concetti corre una capitale differenza. Entrambi, è ben vero, s’accordavano nel pensiero di non arrestarsi intorno al quadrilatero, di girarlo o di attraversarlo; entrambi credevano che compiuta questa prima operazione e «quando la sorte fosse propizia sul principio ai due alleati» (parole della Nota Usedom), l’Italia dovesse spingere un forte Corpo di spedizione nel cuore dell’impero austriaco; ma circa alla strada che quel Corpo dovesse tenere e al modo con cui doveva operare, dissentivano grandemente. Garibaldi infatti, come fu già detto, voleva sbarcare presso Trieste allo scopo di prendere a rovescio l’esercito austriaco e tagliarlo da Vienna; lo Stato Maggiore prussiano voleva uno sbarco nella Dalmazia, il quale appoggiandosi ad una ipotetica insurrezione slavo-ungherese, desse la mano all’esercito prussiano e marciasse su Vienna.

Il Generale italiano, rivoluzionario dalla nascita, non pensava che ad una operazione prettamente militare; il Generale prussiano, militare nel sangue, aveva in mente una operazione rivoluzionaria.

Quale dei due concetti fosse migliore sarebbe ormai superfluo il discutere. Certo il disegno prussiano appare a prima giunta più audace e più vasto; ma esso aveva, secondo noi, il grave difetto di fondarsi sopra una rivoluzione di popoli che nessun indizio prometteva, e di calcolare sopra una vittoria delle armi prussiane che era ancora nei segreti del fato. Si supponga la insurrezione slavo-ungherese fallita; si immagini una Sadowa favorevole all’Austria, che cosa avrebbe fatto il Corpo di spedizione italiano? Che cosa sarebbe accaduto a Garibaldi nel cuore dell’impero austriaco?

Non per questo crediamo che il progetto prussiano meritasse lo sdegnoso disprezzo con cui lo trattò il generale La Marmora. Anzitutto l’accusa da lui mossa a quel progetto, che volesse la spedizione transadriatica prima che l’esercito italiano avesse preso posizione alle spalle del quadrilatero è affatto gratuita; e le parole stesse dell’Usedom, che pure nella sua qualità di diplomatico non era obbligato a spiegarsi con tutta la precisione del linguaggio militare, la smentiscono completamente. La Nota Usedom, infatti, muove dal supposto che l’esercito italiano abbia già attraversato e girato il quadrilatero e vinto una battaglia in campo aperto; ed evidentemente coordina e subordina tutte le operazioni proposte al di là dell’Adriatico, a quella ipotesi. Il generale La Marmora dunque, rimproverando allo Stato Maggiore prussiano un assurdo, che davvero sarebbe stato enorme, non faceva che pensarlo egli stesso e da sè solo. Ma non è qui il punto.

Il torto del generale La Marmora non consistette già nel respingere un disegno che anche nella felice ipotesi d’una piena vittoria in Italia sarebbe pur sempre stato temerario e pericolosissimo; il torto del Generale stette, e starà sempre, nell’essersi rifiutato di esaminare, di discutere quel disegno, nell’averlo nascosto a’ suoi colleghi del ministero e dell’esercito; nell’aver perciò impedito che potesse di comune accordo fra i due alleati essere corretto e modificato, reso più utile e praticabile.

Ma a che pro esaminare i torti del generale La Marmora nel 1866? A che mai fargli colpa di non aver nemmeno degnato di discussione i disegni del suo alleato, se non eseguì quelli che aveva combinati col suo primo luogotenente in Italia, col generale Cialdini, anzi che aveva sanciti egli stesso, poichè nella sua qualità di Capo dello Stato Maggiore generale dell’esercito stava a lui il comandare?

Che se gli apologisti del La Marmora sorgono a dire che il piano combinato col Cialdini era diverso; che il passaggio del Po doveva essere l’accessorio e l’irruzione dal Mincio il principale, allora noi chiediamo, e lo chiederà sempre, vivaddio, la storia, perchè questa irruzione non fu almeno preparata cogli accorgimenti e le precauzioni che l’arte suggeriva per assicurarne il trionfo, tanto più facile al generale La Marmora quanto meno gli erano mancati quei due fattori essenziali d’ogni vittoria: il tempo e la forza?

[317]. Vedi L. Chiala, Cenni Storici sui Preliminari della Guerra, vol. I, pag. 584.

[318]. Chiala, op. cit., vol. I, pag. 585 e 588.

[319]. A Lecco, per esempio, dal terrazzo dell’albergo La Croce di Malta, diresse alla moltitudine de’ Garibaldini, stipata giù nella piazza, queste parole:

«Amici! — Voi sapete che in questo mondo ci vuol fortuna quasi in ogni cosa; ci vuol fortuna pel marinaio che alcune volte in mezzo al mare incontra uno scoglio, altre volte invece scopre un tesoro; ci vuol fortuna per il soldato, che spesso stando tra l’ultime file trova una palla, mentre un altro che trovasi tra i primi, rimane illeso.

»Ora voi siete una generazione fortunata, io vo declinando in età, e mi chiamo felicissimo d’essere ancora con voi. Prima di voi furonvi mille generazioni che vedevano i lor campi calpestati dallo straniero, e le loro donne in preda di truppe mercenarie, e voi questa terra la libererete, i vostri figli e nipoti alzeranno la fronte e si glorieranno del vostro nome, io ve lo dico: voi siete destinati a vincere e dire agli eserciti stranieri che hanno la boria di credersi invincibili, perchè si chiamano organizzati, che diano un fucile a voi altri che avete chi berretto, chi cilindro, chi fazzoletto bianco in capo, e vedranno cosa saprete fare.

»Io sono contento d’essere con voi e per certo faremo qualche cosa.... Non è vero?» — (Pungolo di Milano, 14 giugno, supplemento pag. 2.)

[320]. Lo accompagnavano nella esplorazione il suo vecchio segretario Basso e il capitano Ergisto Bezzi, uno dei prodi trentini che insieme ai Bronzetti, ai Manci, ai Tranquillini, ai Martini, ai Fontana, ai Bolognini, agli Zancani si incontravano dal 59 in poi su tutti i campi di battaglia dell’indipendenza italiana ad attestare col valore, e spesso col sangue e col martirio, l’indelebile italianità della loro terra.

Il Generale s’avvicinò tanto agli accampamenti nemici che fu a occhio nudo riconosciuto, sicchè i suoi compagni tremarono qualche istante per lui.

[321]. Non v’erano che due compagnie de’ nostri. Vi fecero prodezze il trentino Bezzi già nominato e il friulano Celli, il quale sostenne un vero singolar certame con un ufficiale austriaco, uscendo dal conflitto tagliuzzato e pesto in più parti del corpo, ma lasciando morente sul terreno il suo avversario.

[322]. Molti scrittori militari affermano che l’Arciduca Alberto ritornò sulla sinistra del Mincio udita la notizia di Königgrätz. Evidentemente essi confondono le date. La battaglia di Königgrätz accadeva il 3 luglio, e soltanto alla notte di quel giorno l’Arciduca Alberto poteva aver certa notizia della disfatta delle armi imperiali. Il movimento di ritirata invece da lui fu ordinato la sera del 1º luglio e cominciato la mattina del 2. Conviene dunque attribuirlo ad altra cagione, e la sola cagione probabile e plausibile è quella da noi data. Si guardi una carta e s’immaginino due eserciti l’uno de’ quali s’avanza su Piubega, Gazzoldo e Castellucchio nei pressi del Mincio, e l’altro muove tra Borgoforte e Sermide a sboccare dal Po, e si dica se il Generale austriaco poteva continuare a restare sulla destra del Mincio, senza esporsi al pericolo, se la mossa era seria, d’esser preso a rovescio e svelto dalla sua base.

[323]. Il combattimento di Suello fu variamente raccontato. Noi attingemmo, oltrechè ai racconti più volte uditi dal colonnello Bruzzesi, al Rapporto ufficiale del brigadiere Corte al generale Garibaldi in data del 6 luglio; dal quale consta che l’attacco subitaneo di fronte di Monte Suello non fu ordinato da lui, ma dallo stesso generale Garibaldi.

[324]. Il maggiore Castellini volle accettare il combattimento nella posizione di Vezza; il maggiore Caldesi a cui era stato realmente affidato il comando voleva indietreggiare nelle posizioni già trincerate d’Incudine. Da ciò quel dissidio e quel contrasto d’ordini e di contr’ordini che riuscì fatale alla difesa. Per tutti i particolari del combattimento di Vezza vedi principalmente Il Quarto Reggimento dei Volontari ed il Corpo d’Operazione in Valcamonica nella Campagna del 1866 del tenente colonnello Giovanni Cadolini, comandante lo stesso reggimento. Firenze 1867, tip. del Diritto. In essi ci trovi anche spiegata la ragione per cui il colonnello Cadolini tenne così divise nella giornata del 3 luglio le sue forze. Egli temette per tutto quel giorno un attacco dal passo di Croce Domini e dovette premunirsi contro quell’eventualità che avrebbe posto a serio rischio le sue comunicazioni, e l’esistenza stessa del corpo d’operazione.

[325]. Le cinque Brigate erano così composte e comandate:

Capo dello Stato Maggiore, generale Fabrizi.

Sotto capo, colonnello E. Guastalla.

Capo dell’Artiglieria, Maggiore Doglietti. — Capo dell’Intendenza, Colonnello Acerbi. — Capo dell’Ambulanza, Colonnello Bertani. — Comandante le Guide, Tenente Colonnello Missori. — Comandante la zona delle operazioni sul Garda, Generale Avezzana. — Comandante la flottiglia, Tenente Colonnello Elia.

[326]. Fu detto che Garibaldi poteva trarre maggior partito dalla Valcamonica sia tentando per quella via l’attacco principale, sia facendone appoggiare più efficacemente dai corpi mandati a campeggiarvi l’irruzione delle Giudicarie. Noi opiniamo diversamente.

La via del Tonale, oltre che la più aspra e la più lunga, espone l’assalitore che non possegga gli sbocchi laterali superiori ad essere ad ogni passo circuito e stroncato dalla sua base. Circa poi all’idea di trarre dalla Valcamonica un appoggio più efficace alle operazioni delle Giudicarie, essa era certamente buona, ma non poteva essere praticata che a condizione che l’invasore fosse già padrone della chiave delle Giudicarie o almeno vi tenesse un piede tale da potervi con sicurezza attendere i soccorsi e combinare le sue mosse colle colonne laterali che dovevan cooperar con lui. Ed a questo sappiamo che Garibaldi pensò inviando l’ordine al colonnello Cadolini fino dal 14 luglio, fino dunque dall’ingresso vero in Tirolo, di marciare col suo reggimento per la valle di Roucon alle spalle di Lardaro. Che se il Cadolini non riescì alla meta che assai tardi, fu perchè nel frattempo Garibaldi si era rivolto alla Val di Ledro ed aveva posto in seconda linea l’investimento di Lardaro e la conquista delle Giudicarie.

Tutt’al più può essere rimproverato a Garibaldi di non aver inviato in Valcamonica una forza maggiore, che fosse in grado così di scuotere i difensori del Tonale con abili assalti, come di tener desta e legata l’attenzione del generale Kuhn per la sua estrema destra. Ma Garibaldi può ancora rispondere: «E quando l’aveva io questa forza maggiore disponibile?» Fino al 1º luglio dei suoi dieci reggimenti egli non aveva in mano che la metà; mandò dunque quel che poteva.

[327]. Vedi la sua opera magistrale Gebirgeskrieg compendiata dal capitano Chioffredo Hugues nel suo opuscolo: La Guerra di Montagna. Modena, 1872.

[328]. Superfluo il dire che così nella enumerazione, come nella dislocazione delle forze nemiche noi abbiamo attinto soltanto ad opere e documenti di fonte ufficiale ed austriaca; quali il rapporto ufficiale sulla guerra del 1866: Oesterreichs Kämpfe im Jahre 1866, nach Feldachten bearbeitet durch das K. K. General Stabs Bureau für Kriegs Geschichte. — Wien, 1869. Verlag des K. K. General Stabs; Fünfter Band: Die Vertheidigung Tirols.

E il libro stesso del generale Kuhn, La Guerra di montagna, traduzione del capitano Hugues, da noi citato negli esempi che illustrano la parte teorica.

Anche l’opera Geschichte des Feldzuges 1866 in Italien, ec. von Alexander Hold, Hauptmann im K. K. General Stabs — Wien 1867, ha valore quasi ufficiale, e certamente molto pregevole.

E di queste sole opere ci serviremo per conoscere e giudicare delle operazioni degli Austriaci.

[329]. Dobbiamo dir così non sapendo nè chi quell’ufficiale fosse, nè a chi spetti la responsabilità di quell’errore. A custodia di Val d’Ampola v’era il settimo reggimento; ma non potremmo dire che il torto di non aver occupato Rocca Pagana sia imputabile al suo comandante. Certo Garibaldi la credeva occupata, e restò quasi sbalordito dalla sorpresa quando il 16 mattina vi vide comparire i Cacciatori austriaci.

[330]. Così i movimenti di queste truppe, come le loro forze, le desumiamo dal citato libro, La guerra di montagna del barone generale Kuhn, versione di Hugues, pag. 90-91 e seguenti, come dalla Relazione ufficiale dello Stato Maggiore austriaco, già citata.

[331]. Vedi Rustow nella sua Guerra del 1866 in Germania ed in Italia. Milano, 1867, pag. 332.

Del resto anche il generale Kuhn (op. cit., pag. 89) ammise che lo scopo del combattimento del 16 era maggiore d’una ricognizione.

[332]. Agostino Lombardi di Brescia, prode quanto gentile d’animo, fece tutte le campagne d’Italia del 48, 49, 59, 60 e 66. Non aveva che 33 anni!

[333]. Il generale Kuhn tentò spiegare la sua subitanea ritirata dal campo di battaglia coll’arrivo di due telegrammi, l’uno dal Comando di piazza di Verona, l’altro dallo stesso Arciduca Alberto; col primo dei quali era avvertito che l’esercito italiano, già entrato nel Veneto, stava per inviare due colonne, una per Val d’Arsa, l’altra per Val Sugana, a invadere dal lato orientale il Trentino; e col secondo invitato a nome dello stesso Imperatore a tenersi nella più stretta difensiva.[334] Lunge da noi il pensiero di negare l’autenticità dei due telegrammi, allegati dall’illustre Generale; quantunque possa parere strano a chicchessia che il Comandante di Verona potesse aver sentore d’una spedizione per Val d’Arsa e Val Sugana, che al 16 luglio non era decisa, e nemmeno forse pensata al Quartier generale italiano, e che ebbe un principio d’esecuzione visibile soltanto il 20 dello stesso mese. Tralasciando però ogni discussione sul tenore delle notizie e degli ordini ricevuti dal generale Kuhn, essi non bastano ancora a spiegare la risoluzione da lui presa nel pomeriggio del giorno 16. Che infatti un Generale si risolva a troncare a mezzo una vittoria già tenuta per certa, e abbandonare un campo di battaglia già creduto suo, solo perchè riceve un telegramma che lo avvisa della possibilità di essere assalito egli stesso, cinque o sei giorni dopo, è cosa assolutamente inammissibile. Per esatto che potesse parere l’annunzio del Comando di Verona, e perentorio l’ordine del Generalissimo dell’esercito imperiale, il generale Kuhn sapeva meglio d’ogni altro che gli Italiani non potevano volare, e che alla peggio gli sarebbe sempre rimasto il tempo di battere prima i Garibaldini che aveva dinanzi a Condino e di marciare poi con tutte le sue forze e con tutto il suo comodo, contro l’altro nemico che gli veniva sul fianco.

Però ci meraviglia grandemente che il dotto e valente Generale abbia potuto scegliere, per ispiegare la ritirata da Condino, una scusa così magra ed irragionevole. Era assai più decoroso per lui l’ammettere che fallito l’aggiramento della destra garibaldina, e riuscita ancora più vana la mossa dell’Höffern sulla sinistra, egli non si sentì in grado con tutte le sue forze di affrontare una seconda volta nelle sue posizioni di Storo-Condino il grosso dell’esercito nemico. Il qual grosso però non sommava a trentacinquemila uomini, come egli nel citato suo libro affermò. In linea tra il Brufione, Brione, Condino non vi erano che il 1º e il 6º reggimento e un battaglione di Bersaglieri; in seconda linea tra Darzo e Storo che il 3º, il 9º e il 7º; poco più di diciottomila uomini; gli altri erano troppo lontani per poter prendere parte alla giornata.

[334]. Guerra di Montagna già citata, pag. 94-95, e nel Rapporto ufficiale Oesterreichs Kämpfe im Jahre 1866. Viert Band.

[335]. Anche il Lecomte, Guerre de la Prusse et de l’Italie contre l’Autriche et la Confédération germanique en 1866, pag. 87, è dello stesso parere.

[336]. Centosettantasei prigionieri, fra cui quattro ufficiali; tutte le artiglierie e munizioni del forte oltre a qualche centinaio di fucili furono i trofei della conquista. Gli Italiani ebbero perdite dolorosissime; tra le altre quella del bravo luogotenente d’artiglieria Tancredi Alasia che aveva diretto con rara precisione e intrepidezza la sua batteria durante il cannoneggiamento, e col suo primo colpo spezzata l’asta della bandiera nemica. Egli morì da prode ai piedi de’ suoi pezzi.

[337]. Aveva soli 39 anni. Era nato a Mantova. Combattè nel 48 a Governolo, nel 49 a Roma e seguì Garibaldi fino a San Marino; nel 1859 comandò in secondo la compagnia de’ Carabinieri Genovesi. Nel 1860 si distinse nella presa di Reggio, e lasciò l’esercito meridionale tenente-colonnello. Era ingegnere; mente colta e severa. Idolatrava la sua vecchia madre tanto che nel 1866 pel timore di darle un dolore troppo forte si arruolò di nascosto con Garibaldi, e gli riuscì di tenerglielo celato fino all’ultimo. Continuato poi il pietoso inganno dagli amici, ella ignorò per parecchi mesi anche la morte del figlio. «Quando però fu giuocoforza destarla dalla dolcissima illusione e rivelarle l’atroce realtà, ella ancor più madre di Rachele, che rifiutò d’essere consolata, rifiutò di credere. Non lasciò la vita sotto il colpo, ma vi lasciò la ragione; e due anni dopo cogli occhi fissi sulla porta d’onde aveva veduto uscire il suo Giovanni, dove lo vedeva sempre ritornare, in questo bellissimo sogno spirò.»

I Castiglionesi eressero al loro virtuoso concittadino un monumento, e le ultime parole che abbiamo testè trascritte sono tolte dal Discorso che allo scoprimento della statua faceva l’Autore di questo libro, alla memoria dei suo grande amico.

[338]. Superfluo parlare delle operazioni della flottiglia sul Garda, dalle condizioni del suo armamento e dalla soverchiante superiorità dell’avversaria condannata all’impotenza. Due volte la squadriglia austriaca potè bombardare quasi impunemente Gargnano e Bogliaco. Un giorno le cinque cannoniere italiane riescono a circuirne una austriaca; ma avendo il Depretis mandato sul Garda certi artiglieri di marina, che non avevan mai sparato un cannone, la vanità de’ loro colpi fu tale che la cannoniera austriaca non solo riescì a farsi largo, ma a costringere alla ritirata i cinque assalitori. Il 17 poi la squadra austriaca va a pigliare fin dentro il porto di Gargnano il vaporetto italiano il Benaco e se lo porta via prigioniero. Così Alberto Mario nel suo Garibaldi, pag. 122.

[339]. Cento morti, dugentocinquanta feriti, millecento prigionieri. Non diecimila però come spacciò il maggiore Haymerle in un opuscolo detto dell’Italicæ res. Le mie cifre son tolte al Rapporto ufficiale austriaco.

[340]. Della sincerità dei Rapporti ufficiali di guerra di tutti i paesi e di tutti gli eserciti fu sempre prudente diffidare; ma pochi meriteranno una minor fede del Rapporto ufficiale austriaco sul combattimento di Bezzecca. Basti dire che esso non accenna nemmeno al tentativo fatto dal Montluisant di sboccare da Bezzecca, e tace poi interamente dell’ultimo contrassalto garibaldino diretto appunto a riconquistare Bezzecca. Siccome però conveniva spiegare come mai dopo esser rimasti padroni di Bezzecca, l’avessero abbandonata, così il generale Kuhn nelle Note al suo Gebirgeskrieg diede la ragione taciuta interamente nel Rapporto ufficiale, che il generale Montluisant ordinò la ritirata per mancanza di munizioni. È strano davvero che una colonna partita espressamente per dar battaglia si trovi, dopo sole quattro ore di fuoco, senza munizioni; ma accettata per buona la ragione (e il Kuhn stesso confessa che i suoi cannoni avevano ancora quarantasette colpi e le riserve erano ancora provviste di cartuccie), domandiamo noi: Come il Montluisant avrebbe potuto sentire il difetto delle munizioni se i Garibaldini non lo avessero attaccato? O è vera l’ultima carica dei Garibaldini, e allora il generale Kuhn deve confessare che, munizioni o no, riuscì vittoriosa; o non l’ammette (cosa impossibile), e allora resta inesplicabile come un corpo che si credeva vincitore alle undici si ritirasse, senza colpo ferire, a mezzogiorno, e cedesse senza contrasto al nemico una posizione di sì capitale importanza, privandosi persino dell’onore, se per altre cagioni era costretto a ritirarsi il giorno dopo, di dormire sul campo.

Del resto valga di risposta a tutti il Rapporto dello stesso generale Garibaldi.

«Combattimento del 21 luglio.

»Ieri ancora la vittoria sorrise alle armi italiane.

»Il vantaggio delle posizioni da lungo tempo studiate, quello immenso delle armi, ed il valore con cui si batterono i nemici, fecero l’esito della giornata alquanto incerto fino ad un’ora pomeridiana.

»Il combattimento ebbe principio all’alba. Il prode generale Haug aveva ordine di operare sulla nostra destra in Val di Ledro, ma la maggior parte della sua brigata era ancora sulle alture per le operazioni dei giorni precedenti. Avevo dato l’ordine al 5º reggimento e a due battaglioni del 9º della 3ª brigata di preparare l’occupazione della Valle di Ledro, finchè la 1ª brigata si riunisse e marciasse a rilevare la 3ª.

»Io non prevedeva un attacco per parte del nemico, nonostante aveva ordinato di spingere solamente sino a Bezzecca e di contentarsi di esplorare al di là. Giunta la nostra testa di colonna a Bezzecca nella sera del 20, all’alba del 21 mandò un battaglione in ricognizione sui monti che a levante dominano la Valle di Conzei.

»Questo si trovò avviluppato da una forza superiore di Austriaci ed obbligato di ripiegarsi in disordine sulla colonna principale. Ciò diè luogo ad un combattimento accanito a Bezzecca e nei paesi alla bocca della Valle di Conzei, ove, dopo caduto eroicamente il colonnello Chiassi, il 5º reggimento fu obbligato di battere in ritirata. Sostenuto però da un battaglione del 6º comandato dal maggiore Tanara, pure gravemente ferito, da un battaglione del 9º, da alcune compagnie del 2º, dai Bersaglieri e dalla valorosissima nostra artiglieria, l’azione si ripigliò, non con vantaggio, ma conservando le posizioni, massime sulla nostra sinistra, sostenuta efficacemente dal 9º. Avendo più tardi il prode maggiore Dogliotti ricevuto una batteria fresca, la collocò sulla nostra destra in vantaggiosa posizione; e gli Austriaci, bersagliati e fulminati con una speditezza sorprendente dalla nostra artiglieria, cominciarono a sgomentarsi. Allora una piccola colonna di attacco composta di prodi di tutti i corpi, comprese le guide, e comandata dal maggiore Canzio, sostenuta dal 9º a sinistra, si precipitò, senza fare un tiro sul nemico, e lo cacciò colle baionette alle reni in disordine da tutte le posizioni che occupava. Da quel momento la ritirata del nemico fu generale, ed i nostri lo inseguirono oltre Bezzecca ed Enguiso entro la Valle di Conzei.

»Un Rapporto più dettagliato verrà compilato in seguito; ora si stanno compilando gli elenchi dei morti e feriti, e quelli dei soldati, sottufficiali ed ufficiali che si distinsero in questo combattimento.

»Cologna, 1º agosto 1866.

»G. Garibaldi.»

[341]. Il colonnello Lecomte nella sua citata opera: Guerre de la Prusse et de l’Italie contre l’Autriche ec., pag. 110, 111.

Anche l’Autore della Guerra in Italia nel 1866, Milano, 1867, che si firma Un vecchio soldato italiano, emette press’a poco lo stesso giudizio a pag. 335.

[342]. Andò ospite di Alberto Mario che abitava allora in Piazza Bellosguardo.

[343]. Il Diritto, annunziandone l’arrivo a Firenze, pubblicava la seguente dichiarazione del Generale:

«Firenze, 22 febbraio.

»Non solamente io aderisco al manifesto dell’opposizione parlamentare con tutta l’anima — ma spero che la gratitudine del paese non mancherà a quel patriottico documento.

»Vostro
»G. Garibaldi.»

[344]. Togliamo questi proclami e discorsi dal Diritto di Firenze e dal Pungolo di Milano (mesi di febbraio e marzo), che ne erano esattamente informati dai loro corrispondenti.

[345]. E non di centomila spettatori come scrisse Alberto Mario nel suo Garibaldi. Il battesimo avvenne nelle stanze di Garibaldi alla presenza di Francesco Marnelli, di Teresa Bellotti, testimoni, e di pochi altri dei seguaci del Generale.

[346]. Vedi nel Libro Verde presentato alla Camera dal generale Menabrea il 3 dicembre 1867 le Note dello stesso De Malaret al Ministro degli affari esteri in Francia, in data 15 e 17 aprile 1867.

E poichè ne abbiamo il destro, diciamo una volta che i documenti citati in questo capitolo, siano dessi lettere o manifesti di Garibaldi, e atti del Governo o del Parlamento, gli abbiamo tolti, oltre che dal citato Libro Verde, dalle opere seguenti: Documenti presentati alla Camera relativi agli ultimi avvenimenti 1867; Discussioni della Camera dei Deputati, Sessione 1867, dal 5 dicembre al 22 dicembre 1867: Storia della insurrezione di Roma nel 1867 per Felice Cavallotti, continuata da B. E. Maineri. Milano, 1869; L’Italia nel 1867 di G. Friggesy. Firenze, 1868. E infine nei giornali più volte accennati.

[347]. Vedi Documenti sui fatti di Terni fra i Documenti sugli ultimi avvenimenti, pag. 5 alla 17.

[348]. Dimostrazioni erano avvenute a Milano, Torino, Genova, ec.

[349]. La sua eccessiva lunghezza ci obbliga a tralasciarlo. Lo si può vedere in Cavallotti, opera citata, pag. 173, 74, 75.

[350]. L’Acerbi aveva in que’ giorni frequenti colloqui col commendatore De Ferrari, direttore generale della polizia del Regno; e in uno di essi si sentì dire dal De Ferrari medesimo «che il Rattazzi non dissentiva dall’idea del Generale ed era pronto a fornire i mezzi per coadiuvarlo. Solo dimostrava la necessità che il Generale, per acquietare le rimostranze della Francia e stornare i sospetti del Governo pontificio, lasciasse per qualche tempo il continente e tornasse a Caprera.» Vedi anche Cavallotti, op. cit., pag. 256, 257, 258.

[351]. Fra gli altri, all’Autore di questo libro. Chiamato da lui nei primi di settembre, ero, come sempre, accorso; soltanto, interrogato se ero disposto a seguirlo, colsi il destro, non sempre facile, per dirgli che se si trattava di eccitare o di aiutare i Romani ad insorgere ci stavo; ma se invece si pensava ad una delle solite spedizioni di bande, io la credevo inopportuna, anzi dannosa, e non mi sarei mosso.

«Ebbene,» mi fece il Generale bruscamente, «e voi andate in Roma!»

Ed io vi andai!

[352]. Ministro degli Affari Esteri in Francia nella sua nota 23 settembre 1867 al signor De la Villestreux in Firenze.

[353]. Vedi più sotto, a pag. 496, la lettera a F. Crispi in data 27 settembre.

[354]. Noti e ricordati da tutti gli articoli della Perseveranza e dell’Opinione, che innanzi alle minaccie della Francia consigliavano il Governo italiano ad un contegno risoluto.

[355]. All’incirca ottocento fucili della Guardia nazionale di Perugia furono dal prefetto Gadda, d’ordine del Rattazzi, consegnati al deputato Crispi, me presente e testimone.

[356]. Vedi nella Nuova Antologia del giugno 1868 un mio esteso racconto del combattimento. Il Menotti, dopo aver combattuto tutto il giorno essendo sempre superiore di forze, credette d’essere circuito e si ritirò su Nerola; il nemico a sua volta, che non si sentiva sicuro a Montelibretti, ripiegò la notte stessa su Valentano, e all’indomani Menotti riprendeva la terra. Vi fece prodezza il maggiore Fazzari rimastovi ferito e per poche ore prigioniero.

[357]. Prima la squadra si compose dell’avviso Esploratore, delle pirocorvette la Gulnara e la Sesia e della pirofregata Principe Umberto, nave capitana. Più tardi vi si aggiunsero il Weasel, il Tukeri, l’Indipendenza, la Confienza ed il Ferruccio. Comandava tutta la crociera il capitano di vascello Isola.

[358]. Al Cucchi telegrafava:

«Conforme avviso vostro e promesse, io sono qui. Vogliate inviare vapore per condurmi continente.»

E al Crispi in data del 2 ottobre:

«Conforme ai vostri consigli, io sono qui e spero che penserete a tener parola facendomi ricondurre presto continente.»

[359]. Il comandante la crociera aveva noleggiato due o tre latini per aiuto alle navi regie.

[360]. Vedi la Deposizione del comandante Isola nel Rapporto della Commissione superiore d’inchiesta composta del vice-ammiraglio Serra, presidente, contr’ammiraglio De Viry e contr’ammiraglio Riboty, membri.

[361]. Vedi, sulle cagioni della dimissione del ministero Rattazzi, Documenti sugli ultimi avvenimenti, pag. 148-149 e la fine del secondo discorso del Rattazzi stesso sulle interpellanze Miceli e La Porta sui fatti di Mentana, pronunciato nella seduta del 19 dicembre 1867. Discussioni della Camera dei Deputati, Sessione 1867, vol. III, dal 14 luglio al 23 dicembre.

[362]. Uno l’aveva scritto a bordo della paranza San Francesco, ed aveva per motto: Redimere l’Italia o morire; per brevità l’omettiamo.

[363]. Dolente che la economia di questo lavoro mi vieti di dare al magnanimo gesto la meritata ampiezza, rimando il lettore a quanto ne scrissi io stesso nella Nuova Antologia del giugno 1868. Quelle pagine non hanno alcun valore letterario, ma le scrissi colle lacrime più calde del mio cuore, e soltanto come un fiore di più, deposto sulla tomba di quei santissimi martiri, amo ricordarle.

[364]. «In questo lavoro di Penelope, in questa vicenda d’invio e di ritorno di Volontari, la forza maggiore presente al campo nel corpo di operazione del centro fu quella raggiunta dopo l’arrivo del generale Garibaldi dalla vittoria di Monte Rotondo in poi, cioè di ottomila uomini, forza che riprese ben tosto decrescenza nonostante il ricambio con nuovi arrivati.» Fabrizi, Mentana, pag. 15.

Anche Menotti somma ad ottomila uomini le forze dell’intero corpo dopo Monte Rotondo. Ora se si calcola che alcuni battaglioni già formati e molti Volontari isolati aveano raggiunto dopo quella vittoria il campo, la nostra cifra di settemila uomini è la più prossima al vero.

[365]. «...... Ad una giornata del più lodevole contegno per parte de’ Volontari, successe quella di una deplorabile ed estesa defezione, che continuò sino alla mattina del 3, in cui i Volontari rimasti si rianimarono pel movimento ordinato su Tivoli.» Fabrizi, Mentana, pag. 18.

[366]. Fu in que’ giorni che il ministro Rouher disse all’Assemblea francese il suo famoso Jamais.

[367]. Quello che cantava nel Galpon de Chargucada:

Soldados, la patria

Nos llama á la lid.

[368]. Lo scrittore di questo libro che gli cavalcava al fianco.

[369]. Rapporti dei generali De Failly e Kantzler.

[370]. Bertagni Vincenzo, Boni Egidio, Caillou Gustavo, Capaccioli Natale, Cipriani Ubaldo, Costa Pietro, Franceschi Francesco, Grotta Giovanni, Linau, Bellini, Giuliani Francesco, Paci Silvestro.

[371]. I feriti di quella giornata, tranne i pochi che poterono sfuggire assieme ai capitolati del castello, furono trasportati negli ospedali di Roma, dove il duplice influsso dell’atmosfera pontina e pretina finì coll’ucciderne il trenta per cento.

Il servizio sanitario, diretto dal professore Emilio Cipriani, avrebbe fatto l’invidia di qualsivoglia esercito più ordinato. Quantunque egli non fosse stato investito dell’ufficio se non ai 17 d’ottobre, pure fino dal 26 aveva organizzato tutto il suo servizio, formati i quadri, raccolti e distribuiti i materiali d’ambulanza, istituita da Monte Rotondo una linea non interrotta d’ospedali, capaci di un doppio numero di feriti se la campagna fosse continuata. Ospedali di prima linea furono Monte Rotondo, di seconda Corese e Poggio Mirteto, di terza Spoleto, Fuligno e Perugia. Sotto capo di servizio nominò il bravo dottor Pastore, ed oltre al dottor Agostino Bertani, il chirurgo nato di tutti i campi rivoluzionari, che non aveva alcuno speciale uffizio, ma che fu la provvidenza di centinaia di feriti, un manipolo di distintissimi giovani, Pierozzi, Cristofori, Lauri, l’aiutavano con zelo indefesso. I Comitati, i Comuni, tutti gli ordini de’ cittadini gareggiarono per mantenere provveduta l’ambulanza di tutto quanto occorreva, e non vi fu richiesta, per quanto improvvisa, che non fosse prontamente soddisfatta. Le donne, assidue vestali della pietà, vinsero anche in questa prova gli uomini, e appresero a molti infingardi gridatori da trivio come si ami e si voglia Roma.

[372]. Tanto più che della scrittura di quella protesta fu incaricato lo stesso Autore di questo libro; talchè le parole che usiamo sono ancora le nostre.

[373]. Erano firmati a questa protesta: F. Crispi, deputato; G. Guerzoni, deputato; Alberto Mario, Numa Palazzini, colonnello Bossi Luigi, Carlo Francesco Cucchi, deputato; E. Guastalla, Fabrizi Paolo, Guarneri-Zanetti Giuseppe, Achille Panizza, Raffaello Massimiliano Giovagnoli, romano; Enea Crivelli, Giovanni Costa, romano; Achille Bizzoni, Giulio Adamoli, Domenico Adamoli, Missori Giuseppe, Giupponi Ambrogio, Pisano Giovanni, dottor Carlo Tivaroni, Stanislao Carlevaris, Vincenzo Carlevaris, Niccolò Marcellini, Leopoldo Gisonna, Gualterio Scarlatti, Vincenzo Restivo, Giuseppe Bennici, Domenico Cariolato. — Vedi La Riforma, 6 novembre 1867.

[374]. Unico scritto notevole in quell’anno questa specie di programma ai suoi amici di Spagna, nel quale dopo la rivoluzione repubblicana federale del 1868 raccomandava agli Spagnuoli di nominare un Dittatore per due anni, sua idea fissa e prediletta.

«Caprera, 10 di novembre.

»Miei cari amici,

»Io era deciso di tacere, non per indifferenza alla causa della nazione spagnuola, che tanto amo e ammiro, non per mancanza d’interesse alla gloriosa rivoluzione che voi ultimaste tanto eroicamente, ma per non immischiar la mia voce al rumore che amici e nemici fanno intorno a voi; mentre voi abbisognate di calma per costituirvi in un modo degno della grande nazione che pose la sua sovranità sulle rovine d’un trono esecrato. Oggi da voi richiesto, io dirò francamente l’opinione mia.

»Proclamate la repubblica federale, e immediatamente nominate un dittatore per due anni.

»La Spagna non manca di uomini onesti che possano governarla meglio di qualunque dei moderni feudalisti europei, che mantengono questa parte del mondo in guerre continue, in desolazioni ed in miserie.

»Non cadano i vostri ammirabili e valenti capi nello stesso errore del buono, ma credulo ed ingannato Lafayette, che lasciò alla Francia l’eredità di due rivoluzioni e la tirannide.

»Lo spauracchio della repubblica, di cui si servono con tanta abilità i despoti ed i gesuiti, nasce dalle esorbitanze della grande rivoluzione dell’89, che, a forza di allontanare il despotismo e sublimare la libertà, terminò col gettarsi nelle braccia di un tiranno avventuroso.

»Voi già avete provato colla moderazione la più esemplare che il vostro sistema non è quello della ghigliottina, e quindi la vostra rivoluzione può inspirare fiducia anche alle code di paglia, che disgraziatamente non sono poche.

»La repubblica è il governo della gente onesta, e se ne vide la prova in tutte le epoche. Esse durano mentre virtuose, e cadono quando corrotte e piene di vizi.

»La Svizzera e gli Stati Uniti si sostengono senza dittatura, è vero; quantunque i Washington ed i Lincoln fossero i dittatori morali, quando lo necessitò la patria americana.

»La Spagna trovasi in una condizione speciale; molti e forti pretendenti; influenze gesuitiche in casa e molto vicine; e infine un carattere nazionale, generoso e cavaliero (sic), ma nello stesso tempo molto inquieto; per cui si ha bisogno d’un governo giusto ma molto energico.

»La sovranità nazionale acquistata passi alle Cortes costituenti col suffragio universale, e queste non si occupino d’altro che di trovare nel seno della nazione l’uomo capace di costituire la Repubblica degnamente e di tornare ai suoi focolari dopo due anni, accompagnato dalle benedizioni dei suoi concittadini riconoscenti.

»Ecco quanto auguro ad una nazione che io amo, e sono il

»vostro
»G. Garibaldi.»

[375]. A que’ giorni appunto scriveva il romanzo Clelia, o il Governo del Monaco, pubblicato nel 1870.

[376]. Il signor Crémieux disse: «Oh ce cher Garibaldi, que de plaisir j’aurais à le voir! Ah si nous pouvions le faire entrer à Paris, quel effet ça produirait!...» ec. — Vedi Garibaldi et l’armée des Vosges, Récit officiel de la Campagne, avec documents, etc. par le général Bordone, chef d’État Major de l’armée des Vosges. Pag. 15. Paris, 1871.

[377]. Il signor Gent, uno dei segretari del governo di Tours, telegrafò al Prefetto di Marsiglia: «Faites à Garibaldi un accueil splendide,» ma firmò egli solo; e più tardi nessun ministro volle assumere la responsabilità di quel telegramma. Vedi Bordone, op. cit., pag. 20.

[378]. Bordone, pag. 13.

[379]. Bordone, op. cit., pag. 244.

[380]. Alludiamo al colonnello Chanet, che disertò sotto Autun come vedremo più tardi.

[381]. Vedi Bordone, op. cit., tutto il capitolo V. Tra le altre cose si legge in questo capitolo che il generale Cambriels vedendo, come al solito, nemici dove non erano, mandò ad insaputa di Garibaldi a tagliare i ponti del Doubs che erano, in caso, i soli punti di ritirata e di approvvigionamento dei difensori di Dôle, e fu mestieri di tutta l’energia di Garibaldi per impedirlo.

[382]. Diede egli stesso al figliuolo le istruzioni particolareggiate, modello di arte tattica. Dopo il fatto, pregato e ripregato, fece il grande onore al figliuolo di nominarlo maggiore.

[383]. Anzi il generale Cremer in un suo libro ebbe il coraggio di scrivere che il generale Werder avea tratto Garibaldi in un guet-à-pens! Non si può spingere più oltre l’impudenza! Che i Prussiani anzichè aver teso un tranello siano stati impensatamente assaliti a Pasques e visitati a Dijon lo dice il loro Rapporto ufficiale, parte II, fascicolo XV, pag. 563.

[384]. Sosteneva valorosamente la ritirata la brigata Delpeck a Pasques. Altri piccoli combattimenti di retroguardia avvennero più al sud, ma la battaglia di Lantenay, descritta dal colonnello Corsi nel suo Sommario di Storia militare, parte IV, pag. 299, e la disfatta della brigata Menotti e la ritirata precipitosa su Autun è un sogno. Noi abbiamo qui sott’occhio due libri in diverso modo ufficiali: il Rapporto prussiano più volte citato, parte II, fasc. XV, pag. 564, e il libro del Bordone, L’Armée des Vosges, ec. in tutto il XIV capitolo del vol. II, e nessuno dei due libri parla di ciò.

[385]. Il generale Garibaldi felicitò il generale Cremer con questi telegrammi:

«Mes félicitations au jeune et vaillant général de la République. Votre manœuvre est marquée au coin du génie de la guerre. J’en augure bien pour l’avenir de la République.»

Il Cremer rispose:

«Merci au maître de ses compliments à l’élève. Demain je reprends mes positions sur la ligne du chemin de fer de Nuits à Beaune, prêt à agir de concert avec vous au premier signal.» Ma, come si vede, qui si parla di concerto, mai di ordini. Quando il governo della Repubblica parlò di mettere il Cremer sotto gli ordini di Garibaldi, il Francese offrì le sue dimissioni che non furono accettate.

[386]. I Garibaldini in Francia per J. White Mario. Roma, Tip. G. Polizzi e Comp. 1872, pag. 93.

[387]. Vedi sulla parte avuta da questa brigata a tenere in iscacco Garibaldi, Opérations de l’Armée du Sud pendant les mois de janvier et février 1871 etc., par le comte Hermann de Wartensleben, colonel d’État Major. Paris 1872, pag. 10 e 13.

[388]. Bordone, op. cit., pag. 332.

[389]. Nella sua lettera al generale Fabrizi, stampata prima nella Riforma e riprodotta dal Bordone, pag. 420-421.

[390]. Non possiamo contare i diciottomila uomini di gardes mobilisés del generale Pellissier, che non dipendevano direttamente da Garibaldi, e nei giorni di Dijon non vollero uscire a combattere, anzi misero la confusione tra i combattenti.

[391]. Egli stesso lo giudicò una temerarietà nella lettera succitata al Fabrizi.

[392]. «E l’Internazionale? Che necessità di attaccare un’associazione, quasi senza conoscerla? Non è essa una emanazione dello stato anormale, in cui si trova la società del mondo? E quando essa possa essere tersa da certe dottrine, forse introdottevi dalla malevolenza de’ suoi nemici, essa non sarà la prima, ma certo non potrà non essere la continuazione dell’emancipazione del diritto umano.

»Una società (dico l’umana) ove i più faticano per la sussistenza, ed ove i meno con menzogne e con violenze vogliono la maggior parte dei prodotti dei primi, senza sudarli, non deve suscitar essa il malcontento e la vendetta di chi soffre?

»Io desidero che non succeda all’Internazionale, come al popolo di Parigi, cioè di lasciarsi sopraffare dagli spacciatori di dottrine, onde essere spinta a delle esagerazioni e finalmente al ridicolo; ma che studi essa bene gli uomini che devono condurla sul sentiero del miglioramento morale e materiale prima d’affidarvisi.

»Soprattutto si astenga dalle esagerazioni ove cercheranno di condurla gli agenti della monarchia e del clero per perderla nell’opinione delle classi agiate, sempre tremanti davanti al terribile spettro della legge agraria. E le classi agiate si persuadano bene, che non sono i molti sergents de ville ed i grandi eserciti permanenti che costituiscono la sicurezza d’uno Stato e della proprietà individuale, ma un governo fondato sulla giustizia per tutti. E di ciò ne hanno un troppo eloquente esempio nella Francia.

»Io vengo ad assidermi ad un banchetto, ove ho diritto come voi. Non tocco il patrimonio vostro, benchè più pingue del mio, ma non toccate questo poco, che stillo dalla mia fronte, cogli odiosi mezzi che avete impiegato finora, di tasse sul macinato, sul sale e con tante altre ingiustizie che gravitano sulla mia miseria.

»Soprattutto non mi venite colle speciose bugiarde ragioni di pubbliche sicurezze e di preposti, di cui voi abbisognate, e ch’io debbo pagare; di esercito per la difesa della patria, che difende voi, le vostre prepotenze, e mi priva delle braccia valide, che potrebbero migliorare la condizione del paese e la mia.»

[393]. Garibaldi intervenne alla tornata del 25 novembre in cui Benedetto Cairoli presentò la sua mozione di biasimo sugli arresti di Villa Ruffi, e votò naturalmente con lui contro il Ministero.

Era la prima volta dacchè Roma lo elesse deputato che interveniva alla Camera e così al suo apparire come al pronunciare del giuramento la sala scoppiò in applausi fragorosissimi.

[394]. Voleva un ministero Crispi, Cairoli, Zanardelli, Nicotera, Villa, Mancini: coloro precisamente che in quel momento più si dilaniavano.

[395]. Ecco il testo della Legge:

«Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato: Noi abbiamo decretato e decretiamo:

»Articolo unico.

»In attestato di riconoscenza della nazione italiana al glorioso concorso prestato dal generale Garibaldi alla grande opera della sua unità e indipendenza, è autorizzato il Governo del Re ad inscrivere sul gran libro del debito pubblico dello Stato una rendita di lire cinquantamila annue del consolidato cinque per cento con decorrenza dal 1º gennaio 1875, in favore di Giuseppe Garibaldi; ed è inoltre assegnata al medesimo un’annua pensione vitalizia di altrettante cinquantamila lire con la stessa decorrenza.

»Ordiniamo che la presente Legge, ec.

»VITTORIO EMANUELE.

»M. Minghetti.»

(Gazzetta Ufficiale, 11 giugno 1875.)

[396]. Vol. I, pag. 508-509.

[397]. Vi è un’altra bambina sepolta a Caprera, Anita, nata nel 1859 e morta nel 1875, della quale riparleremo più tardi.

[398]. L’avvocato A. Bussolini in nota alla Sentenza della Corte d’appello. Monitore de’ Tribunali, 1880, vol. XXI, pag. 144.

Il professor Gabba invece, valente giurista, condannò apertamente in una dottissima Memoria la Sentenza. — Gabba, Questioni giuridiche, pag. 233.

[399]. Io pure fui a visitarlo il 5 novembre. Lo dico perchè fu quella l’ultima volta che lo vidi, e la sua vista mi ambasciò. Ragionava abbastanza lucidamente; ma la lingua, parlando, gli si attorcigliava nella bocca e la parola gli usciva stentatissima. Gli dissi che stavo scrivendo la sua vita, non ostante ch’egli m’avesse sconsigliato, ed egli sorridendo mi rispose: «Vi ringrazio. — Voi farete bene; ma quante cose difficili a capirsi. Per esempio, sapete voi chi ci portò via la gente a Monterotondo, la vigilia di Mentana? Furono i Mazziniani....»

Io l’aveva sentita dire più volte questa cosa e non l’aveva mai creduta, anzi sapevo che non era vera.... ma non era quello il luogo e il momento di discutere, e lo lasciai nel suo errore. Mi congedai io stesso per non affaticarlo, ed egli mi disse: «Non posso darvi la mano; datemi un bacio!» Fu l’ultimo suo.

[400]. Nella sua lettera ad Achille Fazzari. Caprera, 12 giugno 1881.

[401]. Lettera da Caprera, 17 maggio 1881.

[402]. Al giornale La Patria.

[403]. Riproduciamo per intero la lettera, pubblicata per la prima volta dal Piccolo di Napoli l’11 marzo 1882:

«Napoli, 9 marzo 1882.

»Mio carissimo Leo Taxil,

»È finita, la vostra repubblica chiercuta (république à calotte) non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei, si son mutati in disprezzo.

»La vostra guerra tunisina è vergognosa. E se il governo italiano avesse la viltà di riconoscere il fatto compiuto, sarebbe assai spregevole, come codarda sarebbe la nazione che tollerasse tale governo.

»I vostri famosi generali che si sono lasciati dai Prussiani ingabbiare nei vagoni da bestiame e trascinare in Germania, dopo aver abbandonato e lasciato al nemico un mezzo milione di prodi soldati, oggi fanno i rodomonti contro le deboli innocenti popolazioni della Tunisia che nulla loro debbono e in nulla li hanno offesi.

»Conoscete voi i telegrammi che annunziano: il generale in capo ha combattuto — il generale tale ha fatto una brillante razzía: ha distrutto tre villaggi, abbattuto mille datteri, rubato dugento buoi, sgozzato mille pecore, sequestrato duemila galline, eccetera eccetera? Se avessero l’impudenza di mettere quei telegrammi nella bella storia di Francia, bisognerebbe spazzarneli, spazzarneli con la granata di cucina infangata nella poltiglia.

»G. Garibaldi.»

[404]. Così raccontò Rocco De Zerbi nel suo giornale il Piccolo di Napoli.

[405]. Garibaldi fece rispondere dal sindaco signor Ugo Delle Favare: «Mai come oggi i Palermitani si mostrarono così sublimi...» e se l’epiteto si risente della tendenza all’iperbole che era il difetto dell’educazione di Garibaldi, non è però men vero che il contegno dei Palermitani non sia stato singolarmente nobile e gentile.

[406]. Ecco l’atto di morte del generale Garibaldi:

»Anno 1882, 5 giugno, ore 7 m. 2 ant. Casa Garibaldi.

»Avanti a me, Bargone cavaliere Leonardo, Sindaco ufficiale dello stato civile del Comune di Maddalena, comparsi il professor Enrico Albanese, di anni 48, medico-chirurgo domiciliato a Palermo, ed il dottore Alessandro Cappelletti, di anni 26, medico-chirurgo della Regia Marina, domiciliato a Torino, mi hanno dichiarato che alle 6 pomeridiane e minuti 22 del 2 corrente, nella casa posta in Caprera è morto Garibaldi generale Giuseppe, di anni 75, residente alla Maddalena, nato a Nizza Marittima, figlio del fu Domenico capitano marittimo e della fu Rosa Raimondi, donna di casa, residenti a Nizza Marittima, e marito alla signora Armosino; presenti i testimoni: Bianchi Vincenzo e Pieramonti Egidio, residenti alla Maddalena.»

* * *

Il certificato dei medici dice:

«Caprera, 3 giugno 1882.

»Signor Sindaco,

»Ieri (2) alle ore 6 pomeridiane è morto in Caprera al suo domicilio il generale Giuseppe Garibaldi in seguito a paralisi faringea. Dichiariamo che la tumulazione del cadavere può farsi dopo 24 ore dalla morte.

»In fede ci sottoscriviamo.

»Professore Albanese.
»Dottore Cappelletti.»

[407]. Vedi lettera di G. Nuvolari, pubblicata in tutti i giornali, da noi letta nel Pungolo del 17-18 giugno.

Ecco poi testualmente la lettera del Generale al dottor Prandina:

«Caprera, 27 settembre 1877.

»Mio carissimo Prandina,

»Voi gentilmente vi incaricate della cremazione del mio cadavere; ve ne sono grato.

»Sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina, alla distanza di trecento passi a sinistra, vi è una depressione di terreno limitata da un muro.

»Su quel canto si formerà una catasta di legna di due metri, con legna d’acacia, lentisco, mirto ed altre legna aromatiche. Sulla catasta si poserà un lettino di ferro, e su questo la bara scoperta, con dentro gli avanzi adorni della camicia rossa.

»Un pugno di cenere sarà conservato in un’urna qualunque, e questa dovrà essere posta nel sepolcreto che conserva le ceneri delle mie bambine Rosa e Anita.

»Vostro sempre
»G. Garibaldi.»

(Pungolo di Milano, 11-12 giugno 1882.)

[408]. Battuto veramente dove egli comandava in persona, non lo fu che a Morazzono, a Mentana, e nell’assalto notturno di Dijon.

[409]. Vedi principalmente le Questions pour les francs-tireurs et les corps de volontaires. Bordone, Documents, pag. 123.

[410]. Vedi vol. II, capitolo VIII, pagg. 26 e 27.

[411]. Quattro anni di guerra guerreggiata nel Rio Grande, 1837-1840 — Sei anni idem nell’Uruguay, 1842-1847 — Cinque campagne in Italia, 1848, 1849, 1859, 1866, 1867, e la campagna di Francia.

[412]. «La tattica del generale Garibaldi, dice il Manteuffel nella puntata XX della Storia della guerra franco-germanica, va segnalata specialmente per la grande rapidità delle mosse, per sagge disposizioni durante il combattimento a fuoco, e per un’energia e focosità nell’attacco, che se dipende in parte dall’indole dei suoi soldati, dimostra eziandio che il Generale non dimentica un solo istante l’obiettivo del combattimento, ch’è appunto quello di sloggiare il nemico dalle sue posizioni, mediante un attacco rapido, vigoroso, risoluto.

»La prova di questa sua speciale valentia l’avemmo nel fatto d’arme che fece rifulgere non solo l’eroismo dei nostri soldati, ma anche la bravura dei Garibaldini.

»Il 61º fucilieri ebbe sepolta la sua bandiera sotto un mucchio di morti e feriti, appunto perchè non gli fu possibile sottrarsi alla celerità delle mosse di Garibaldi.

»Certamente i successi del Generale furono successi parziali e non ebbero seguito; ma se il generale Bourbaky avesse operato secondo i suoi consigli, la campagna dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata combattuta nel 1870-71 dalle armi francesi.»

[413]. Clelia, ovvero Il Governo del Monaco (Roma nel secolo XIX), romanzo storico-politico di Giuseppe Garibaldi. Milano, 1870, pag. 210-211:

«Quanto a lui crede che Repubblica sia: il governo della gente onesta — e lo prova; accennando alla caduta delle repubbliche — quando i cittadini sprofondandosi nel vizio hanno cessato di esser virtuosi. — Non crede però alla durata del governo repubblicano composto di cinquecento individui.

»Egli è d’avviso che la libertà d’un popolo consista nella facoltà di eleggersi il proprio governo — e questo governo, secondo lui, dev’essere dittatoriale — cioè d’un uomo solo. — A questa Istituzione dovette la propria grandezza il più grande dei popoli della terra.

»Sventura però a chi in luogo di un Cincinnato elegge un Cesare!

»Vuole poi limitata a tempo determinato la Dittatura — e solo in un caso straordinario, come quello di Lincoln nell’ultima guerra degli Stati Uniti — consentirebbe la proroga, in nessun caso accorderebbe — ereditario il potere.

»Egli però non è esclusivo: pensa che il sistema del governo veramente voluto dalla maggioranza della Nazione — qualunque esso sia — equivalga alla Repubblica — com’avviene per esempio del governo inglese.»

[414]. Vedi nel fac-simile del suo autografo pubblicato in principio al 1º volume.

[415]. Vedi il Governo del Monaco, pag. 242, e il suo Memorandum alle potenze d’Europa, scritto dal Monte Tifata, poche ore dopo la battaglia del 1º ottobre 1860.

Circa alle sue idee sulla Lingua mondiale, curioso il leggere questo brano trovato fra le sue memorie manoscritte e ancora inedite:

«Il modo dunque più indicato ad un’Unità mondiale — e che più coadiuverebbe all’Unità religiosa vera — Dio! — sarebbe una lingua universale.

»Non è questa idea mia — ma vecchia e ne lascio l’esame cronologico a chi vuol incaricarsene.

»Vado alla sostanza.

»Voler imporre una lingua qualunque delle esistenti per lingua universale credo sarebbe questione alquanto simile a quella dei preti, e l’abbandono. — Proviamo un altro espediente.

»Per esempio — vari complessi di lingue per formare un tutto — col tempo.

»Il francese sarebbe uno dei complessi — esso ha agglomerato un gran numero di dialetti delle diverse sue provincie ed ha una rispettabile estensione al di fuori.

»L’anglo-germano — od anglo-sassone immensamente propagato.

»Per le lingue orientali lascio a’ più scienziati la cura d’occuparsene — se così loro piace.

»Tu puoi occuparti del complesso — Iberitalo — formato di tre lingue: portoghese, spagnuola ed italiana, di cui conosci qualche cosa e consultare perciò tutti quegli umanitarii di quei tre paesi e delle colonie dell’America portoghese e spagnuola, che volessero essere tanto buoni da cooperarvi. — Le tre lingue hanno molte voci comuni — si può cercarle e riunirle in un principio di Dizionario, ove gettar la base d’una lingua nuova, che potrebbe frattanto essere imparata dalla gioventù dei tre paesi.

»Io non mi nascondo l’arduità dell’impresa — ma la sua importanza sembrami meritare l’attenzione degli uomini cui il progresso umano non è una chimera.

»Certo vi vorranno secoli per raggiungere il nobile scopo — ma è pur vero che se i Caldei non avessero principiato, gettando uno sguardo nello spazio — ad investigare i moti e le leggi stupende che regolano gli eterni luminari — gli odierni astronomi — non sarebbero forse così inoltrati nelle vie dell’Infinito.»

[416]. Lo raccontò Garibaldi stesso a me nell’uscire dalla casa del Palmerston. Io era rimasto con altri del seguito in una sala attigua al gabinetto in cui il Generale era entrato; ma pochi momenti dopo vidi uscire il Generale col viso tutto infiammato; ed io che lo conosceva, capii subito che il colloquio non gli era andato pel suo verso. Però in carrozza azzardai una domanda:

— Pare che vi abbiano fatto inquietare, Generale?

— Cosa volete, amigo.... — e mi raccontò il dialogo testè riferito.

[417]. Alcune bozze a matita di queste memorie sono quelle che il Generale regalò a Giovanni Basso e ch’egli diede a me perchè ne facessi l’uso migliore che credevo.

[418]. Come saggio di questi studi sui Venti diamo questa lettera in francese, inedita fino ad ora, diretta ad uno scienziato, di cui non ci fu dato scoprire il nome:

«J’ai lu avec un bien vif intérêt votre magnifique ouvrage sur les phénomènes de l’atmosphère — et je vous en suis reconnaissant. J’ai vu avec un sentiment d’orgueil et de fraternité vos principes humanitaires sur la solidarité des peuples.

»Certes tant que les Gouvernements emploieront les revenus des nations à construire des bayonettes et des vaisseaux cuirassés, il sera difficile que le monde atteigne cette unité de famille à laquelle il aspire et jusqu’à ce que les armées ouvrières, comme celles qui aux ordres de votre illustre compatriote Mr Lesseps creusent des canaux et posent des rails de chemins de fer, ne substitueront les armées guerrières maintenues pour destruction de l’homme, l’homme sera toujours un misérable instrument du despotisme et de la dilapidation.

»Comme vous dites, la guerre d’Amérique — dans les malheureuses conséquences porte l’inaction d’un de vos plus illustres collaborateurs, le commandant Maury, que j’ai connu à l’Observatoire de Washington — et duquel j’ai possédé les belles cartes inventées par lui sur la théorie des vents. — A Boston, où j’avais obtenu des cartes, je m’étais obligé de fournir ma quote d’observations maritimes au savant Américain. — Mais ayant dû encore une fois abandonner ma profession de marin — je ne pus tenir ma promesse.

»Peu initié dans la science, je me confesse incapable d’apprécier toutes les beautés renfermées dans votre bel ouvrage. — Mais comme vous y traitez d’une manière si savante la théorie des vents — je me permets de vous présenter quelques observations faites dans mes voyages sur le même sujet.

»Les observations dont je vais vous entretenir — et que je n’aurais peut-être jamais ébauchées — me furent suggérées par la lecture des ouvrages d’agriculture — dont je m’occupe presque uniquement aujourd’hui.

»En général la cause des vents sur la surface du globe comme elle est décrite par certains auteurs d’agriculture ne me satisfait pas.

»Par exemple — on dit toujours que la cause des vents est causée par la condensation de l’air froid dans les zones glaciales — qui tend naturellement à se précipiter dans les espaces d’air raréfié par la chaleur dans la zône torride.

»Jusqu’ici nous sommes d’accord — ce que je voudrais seulement, ç’est qu’on signalât un peu davantage l’action que causent sur l’air atmosphérique les mouvements de rotation et de translation de notre globe dans l’espace.

»Le mouvement de rotation de la terre effectuant une entière révolution de 360° en 24 heures, donne aux objets qui se trouvent sur l’Équateur une vitesse de 900 milles par heure.

»Le mouvement de translation de la même dans son orbite pousse les mêmes objets qui se trouvent sur l’Équateur à midi, avec l’immense vitesse — je crois — d’à peu près 65 mille milles par heure — et si cette surprenante célérité n’était modifiée, je crois, par une force de projection de notre planète qui nous lance dans la direction qu’elle parcourt — et par le remous du fluide atmosphérique tendant à devancer latéralement comme le remous d’un navire — sans cette compensation, dis-je, l’air que rencontrerait un habitant de l’Équateur dans se pérégrination aérienne le balayerait de dessus son cheval céleste plus facilement qu’un ouragan ne livre dans les airs le moindre brin de paille.

»Que les mouvements susdits aient une action sur la surface du globe le prouvent les éternels vents alizés qui règnent dans la zône torride et les courants qui trouvent la direction de ces vents.

»Une zône di 60° environ, comprise entre 30° de latitude Nord-Est et le 30° Sud-Est, est sillonnée éternellement par les vents venant de l’Est. Dans l’émisphère Nord ces vents s’approchent du N.-E., dans le S.-E. Ou plutôt dans cette zône l’air reste en arrière vers l’Ouest tandis que le planète s’avance vers l’Est.

»Un corps solide quelconque, qui s’avance dans l’espace ou dans l’eau, génère naturellement un remous derrière lui. — Ce remous suit le corps — et dans les parties latérales il tend à le précéder. — On peut observer cela sur un navire qui marche.

»Voilà, je crois, la cause des contr’alizés, qui soufflent de l’Ouest à l’Est — dans les zônes en dehors de la zône torride.

»Ne pouvant rompre les alizés de la zône torride, le remous se dilate latéralement — et au de là du parallèle de 40, tant dans un émisphère que dans l’autre, on est presque certain de le trouver souvent plus fort que les alizés, mais beaucoup plus inconstant.

»Il paraît que les vents d’Ouest dans les zônes torrides tendent vers les pôles contrairement aux alizés qui tendent vers l’Équateur. — Ainsi le S.-O. prévaut dans l’émisphère boréal et le N.-O. dans l’Australie. Le diagramme de Mr Maury note ainsi, et dans ma traversée de Van Diémen à la côte méridionale du Chili au Sud du parallèle de 50 courant droit à l’Est, le vent descendait toujours sur babord.

»J’ai souvent entendu dire par les marins venant de l’Amérique du Sud: — Nous avons remonté jusque vers les Açores pour trouver les variables, et vraiment cela signifie qu’ils ont traversé la zône torride avec les ancres à tribord et qu’ils sont ainsi arrivés vers le parallèle des Açores pour trouver les vents variables qui soufflent irrégulièrement entre les zônes des vents alizés et contr’alizés. —

»C’est bien désirable que pour le progrès de la navigation le commandant Maury puisse bientôt reprendre son premier recueil des observations de toutes les mers du monde. On pourra alors mieux connaître les vents qui se plaisent dans les zônes variables — et les points surtout des zônes calmes qu’il faudra éviter.»

[419]. Già ne citammo alcuni. Uno de’ suoi ultimi componimenti poetici in italiano fu la Epistola metrica a Felice Cavallotti, scrittagli da Roma nell’aprile del 1879: la sua lunghezza ci toglie il piacere di ripubblicarla.

[420]. Dal Caffaro di Genova, 5 giugno 1882. Ne abbiamo riprodotto soltanto i brani principali.

[421]. Questo periodo non è ben chiaro, ma nel manoscritto è tal quale, e lo rispettiamo.

[422]. Potremmo, occorrendo, dire il nome della contrada e il numero della casa in cui vive, tanto sono sicure le nostre informazioni.

[423]. Vedi l’Athenæum del 16 febbraio 1861 (n. 1738)

[424]. Rousseau, Discours sur l’origine de l’inégalité parmi les hommes. Deuxième Partie, Note neuvième, nella edizione d’Amsterdam 1772, a pag. 126, 127.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate a fine libro, riguardanti il volume 1, sono state riportate nel volume corrispondente.

Copertina creata dal trascrittore e posta nel pubblico dominio.