V.
Non doveva uscirne più. Tra l’aprile e il maggio le notizie del suo stato di salute s’erano fatte sempre più rare e confuse; la notte dal 2 al 3 giugno corser l’uno dietro l’altro i telegrammi: Garibaldi è agonizzante: Garibaldi è morto. Corre il detto: «che saetta previsa vien più lenta;» infatti da parecchi anni l’Italia vedeva il suo Eroe morire giorno per giorno, e vi era tristamente apparecchiata; tuttavia come il colpo non fu preceduto da alcun segno prenunziatore, così l’effetto ne parve ugualmente fulmineo e tremendo.
E l’Italia, com’era da attendersi, si scosse in sussulto e guardò sbigottita la immensità della perdita che aveva fatto. Un sol pensiero occupa in un subito tutte le menti, un sol nome corre su tutte le labbra; una folla triste e come trasognata ingombra le vie; le bandiere si abbrunano, le feste si sospendono, i negozi si differiscono: i teatri, le scuole, le officine si chiudono: la concordia della sventura affratella, come nel funebre giorno di Vittorio Emanuele, gli affetti e le opinioni più discordi: quei medesimi che ieri ancora sprezzavano ed aborrivano l’implacato nemico, s’arrestano riverenti innanzi al cordoglio della nazione e sentono essi pure muoversi qualcosa nel loro cuore, che se non è peranco dolore, è rispetto e pietà. E tuttavia, l’ansietà che tutti preme, appena scosso il primo stordimento della percossa, è il conoscere la storia degli ultimi momenti dell’eroe! Come e quando morì? e chi l’attorniava e chi l’assistette, e quali furono le ultime sue parole, e chi raccolse l’estremo suo respiro, e chi gli chiuse gli occhi, e chi lo compose sul letto di morte?
Nel mattino del 1º giugno il Generale aveva cominciato a sentirsi male. Il catarro bronchiale gli faceva ingorgo più del solito nel petto e non potendo espellerlo gli rendeva sempre più lento e affannoso il respiro. Non c’era presso di lui a Caprera altro medico che il dottore Cappelletti, medico di bordo del Cariddi, ancorato in quelle acque, ma egli avvertì tosto la gravità del caso, e d’accordo colla signora Francesca e con Menotti, che da più giorni si trovava presso il padre, telegrafò al dottor Albanese in Palermo, perchè accorresse immediatamente.
Ma il male incalzava con rapidità terribile e nella notte dal 1º al 2 s’aggravò siffattamente che nel cuore di tutti gli astanti entrò lo sgomento d’un pericolo urgente. Allora ne fu telegrafato a Canzio a Genova ed a Ricciotti a Roma; ma oramai nè essi, nè Albanese potevan più giungere a tempo.
La forte natura del Generale, prostrata da una decenne congiura d’infermità, era alla sua ultima prova.
Nel pomeriggio del 2 la difficoltà crescente del respiro, l’affievolimento della voce, l’abbandono delle forze, fecero a tutti comprendere che la catastrofe era imminente.
Tuttavia il Generale, sebbene parlasse a stento, aveva ancora la mente serena. Solo l’inquietava la tardanza d’Albanese, sicchè iteratamente domandò se Albanese fosse arrivato; se il vapore fosse in vista; ma nessuno potè dargli la consolante risposta! A un certo punto due capinere, consuete visitatrici del Generale, vennero a posarsi sul suo balcone aperto, cinguettando allegramente; la moglie, temendo disturbassero l’ammalato, fece un gesto per allontanarle; ma il Generale, con un fil di voce soave, susurrò: «Lasciatele stare, son forse le anime delle mie due bambine che vengono a salutarmi prima di morire. Quando non sarò più vi raccomando di non abbandonarle e di dar loro sempre da mangiare.»
E pare siano state quelle le ultime parole che profferì. Solo più tardi chiese ripetutamente del piccolo Manlio, infermiccio egli pure, si asciugò con un moto convulso della mano la fronte, mormorando «sudo....» cercò il suo cielo, il suo mare.... sorrise a’ suoi cari.... e colla placidezza d’un patriarca, fra le braccia della dolce famiglia, alle 6.22 pomeridiane spirò.[406]
E da allora comincia il grande epicedio delle Nazioni. Re Umberto scrive di proprio pugno al figlio Menotti:
«Mio padre m’insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.
»Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo e la più grande riconoscenza e ammirazione. Queste memorie mi fanno sentire doppiamente la gravità irreparabile della perdita.
»Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego d’essere interprete delle mie condoglianze condividendole coll’intera nazione.
»Umberto.»
La Camera dei deputati ed il Senato prorogano per quindici giorni le loro tornate; il Governo propone e il Parlamento approva che la Festa Nazionale dello Statuto sia sospesa, le esequie dell’Eroe sieno fatte a pubbliche spese, una pensione vitalizia di diecimila lire annue sia assegnata alla vedova ed a ciascuno de’ figli.
In ogni terra d’Italia, da Roma al più umile borgo, si decretano statue e lapidi, e si consacrano istituzioni benefiche in sua memoria; le università, gl’istituti scientifici, le associazioni operaie, ogni maniera di sodalizi gareggiano nel commemorare con pubblici discorsi e solenni onoranze la sua vita e la sua morte; l’elettrico non basta a sfogare la colluvie de’ telegrammi che da ogni angolo, può dirsi, della terra, piove a Caprera.
L’Assemblea dei deputati della Repubblica francese sospende per un giorno le sue sedute; la Sinistra del Senato vota un indirizzo di cordoglio alla famiglia dell’estinto; il Municipio di Parigi delibera di inviare rappresentanti a’ suoi funerali; Lione, Marsiglia, Dijon attestano con pubbliche manifestazioni le loro condoglianze; lo stesso urlo di protesta della lega napoleonico-legittimista vale un omaggio di più. La Camera dei deputati e il Senato di Washington approvano una mozione deplorante «la morte di Garibaldi ed esprimente la simpatia degli Stati Uniti per l’Italia.» La Camera dei deputati di Buda-Pest vuole scritto nel processo verbale il compianto della nazione ungherese, per la scomparsa dell’Eroe; il Consiglio nazionale di Berna, con voti 63 contro 20, «rende omaggio a nome del popolo svizzero alla memoria di Garibaldi, si associa all’Italia nel lutto causato dalla morte del grande patriotta.» Nel Consiglio municipale di Londra Sir John Bennet propone «una mozione di profonda simpatia alla nazione italiana in occasione della morte del cittadino Garibaldi e condoglianze alla famiglia,» e la mozione è approvata all’unanimità.
Tutta la stampa mondiale dice in vario tenore il compianto del grand’uomo.
Il Times, che non gli fu mai amico, scrive: «Ebbe tutte le qualità del leone; non soltanto il coraggio senza confini, ma le doti più nobili, come la magnanimità, la placidezza e l’abnegazione.»
La France esclama: «Questa morte è un lutto dell’umanità. Garibaldi era cittadino del mondo.» La tedesca Vossische Zeitung: «Dobbiamo dimenticare il ricordo di averlo avuto nemico;» e il Tageblatt conferma: «Egli nel suo idealismo vide solo l’infelicità della Francia e non pugnò contro il popolo germanico, ma bensì in favore della libertà del popolo.» La Germania, organo dell’ultramontanismo tedesco, dichiara: «Vogliamo rendergli questa giustizia. Egli fu generoso, patriottico, pronto al sacrificio.» L’austriaca Neue Freie Presse conchiude: «Simili figure sono i fari della storia. Non con lunga calcolata previdenza, non con piani e concetti faticosamente elaborati, essi muovono i loro passi; è con l’azione vivace, libera che essi si imprimono nella memoria degli uomini, e a coloro che paurosamente guardano il loro entusiasmo, risponde Guglielmo Tell con le parole messegli in bocca da Schiller: — Se io fossi stato prudente, non sarei stato Tell! — »
Due soli uomini nel secolo nostro migraron dalla terra accompagnati da sì universale consenso di laudi e di dolore: Vittorio Emanuele e Garibaldi; perchè essi soli parvero incarnare due delle più straordinarie eccezioni della storia: un Re fedele alla Libertà, che oblia le tradizioni della sua stirpe e arrischia il retaggio dei suoi figli per la redenzione di un popolo; un popolano che si eleva, per sola virtù propria, fino alla potenza di Re; ma per tornare invitto dalle tentazioni dell’ambizione, nel suo modesto focolare, e sacrificare gli affetti del suo cuore e gli ideali della sua anima alla suprema felicità della patria.
Quali funebri pertanto potevano parere degni di un tant’uomo se non quei medesimi resi al grande Re che l’aveva preceduto nella tomba? più solenni ancora se fosse stato possibile! Quindi un grande lavorío di fantasie, una subita faccenda di necrofori pubblici e privati per risolvere l’arduo problema; quindi un vociferar di monumenti e di mausolei, un presentarsi di imbalsamatori, di pietrificatori, di conciatori d’ogni fatta; un progettare di onoranze e di cortei di ogni specie; e la flotta che dovrà levare la salma da Caprera; e le rappresentanze che dovranno scortarla; e i Principi del sangue che dovranno accompagnarla; e il luogo di Roma (se il Gianicolo, il Campidoglio o il Panteon era tuttavia controverso, ma in Roma pareva certo) in cui doveva posare; quando da Caprera il dottore Albanese inviò questo telegramma:
«Garibaldi spirò iersera; lasciò un’autografa disposizione in data 17 settembre 1881, così concepita: — Avendo per testamento determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale volontà, prima di dare avviso a chicchessia della mia morte. Ove ella morisse prima di me, io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna in granito che racchiuderà le ceneri sue e le mie. L’urna sarà collocata sul muro dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto la acacia che lo domina. — »
Era insieme un pensiero sublime ed una volontà sacra. Garibaldi non voleva nè essere sepolto, nè esserlo in Roma; voleva, prima ancora che il mondo sapesse della sua morte, essere bruciato, colle piante odorose della sua Caprera, e quivi, poca cenere chiusa in un’urnetta, tra i sarcofagi delle sue bambine, sotto l’acacia che li consola di molle ombra, dormire in pace per sempre.
E questo voto doveva parere tanto più intangibile e santo, in quanto non era nè estemporaneo nè nuovo. Molto prima, può dirsi, che il rito della cremazione tornasse di moda, Garibaldi ebbe quell’idea di confidare la suprema cura della sua spoglia mortale alle fiamme. L’aveva confessato fin dal 1870 al colonnello Bordone; l’aveva ridetto al suo vecchio amico Giuseppe Nuvolari; lo ripetè poco dopo ad Achille Fazzari; lo raccomandò ancora più esplicitamente nel 1877 al suo fido medico, il dottor Prandina.[407] «Voglio essere bruciato: bruciato e non cremato capite bene. In quei forni che si chiamano Crematoi non ci voglio andare. Voglio esser bruciato come Pompeo, all’aria aperta.... e voi, Fazzari, soggiungeva scherzando, sarete il mio liberto..... Farete una catasta, soggiungeva al Nuvolari, di quelle acacie della Caprera, che bruciano come l’olio; stenderete il mio corpo vestito della camicia rossa sopra un lettino di ferro, mi deporrete sulla catasta colla faccia rivolta al sole e così mi brucerete. La cenere che resterà la metterete in un’urna.... anzi in una pignatta qualunque, e la deporrete sul muricciolo dietro le tombe di Anita e di Rosita. Così voglio finire.»
Ma chiese il dottor Prandina: «E se per disgrazia moriste sul continente, lontano dalla vostra Isola?» — «Non importa, fece il Generale, mi caricherete sopra una barca, mi condurrete alla Caprera, e mi brucerete come v’ho detto.»
Nessun uomo espresse mai più chiaramente e replicatamente la sua estrema volontà, e di nessun uomo avrebbe dovuto essere più religiosamente osservata.
Ma altro fu il parere di coloro che l’Eroe aveva il diritto di credere i più gelosi interpreti e più fidi custodi del suo testamento. I politicanti dissero che le spoglie di Garibaldi non appartenevano a lui, ma alla nazione, e che a questa sola, mediante i suoi legittimi rappresentanti, spettava il diritto di decidere della loro sorte; i medici, sgomenti del rapido progredire della corruzione, sostennero la necessità di provvedere senza indugio alla imbalsamazione del cadavere, il che era già un avviamento alla sua conservazione; altri, quale il signor Crispi, affermava l’impossibilità di eseguire alla lettera la combustione come il Generale l’aveva ordinata, affermando che la mancanza in Caprera de’ mezzi adatti ad una perfetta cremazione esponeva al certo pericolo di vedere «le ceneri della spoglia confuse con quelle delle legne;» altri vociarono: Roma! Roma sola degna tomba dell’Eroe: tutto deve piegare, anche Garibaldi, innanzi alla maestà di quel luogo e di quel nome; e insomma quali per una ragione, quali per l’altra, radunatosi in Caprera una specie di consiglio di famiglia, al quale erano presenti, oltre la signora Francesca, Menotti, Canzio e la signora Teresita, anche il dottor Albanese, Francesco Crispi, Alberto Mario e Achille Fazzari, contro la volontà, fu detto, della signora Francesca (e doveva farla valere più gagliardamente) e contro il parere del Fazzari, la maggioranza deliberò di compiere senz’altro l’imbalsamazione del cadavere e di seppellirlo frattanto in Caprera, lasciando al Parlamento di decidere quale ultima dimora gli dovesse essere destinata.
Noi non discuteremo qui quelle ragioni, nè riapriremo una polemica, che falserebbe il carattere di questo libro. Alla storia interessa soltanto che la deliberazione del Consiglio di Caprera suscitò in tutta, può dirsi, l’Italia un grido unanime di riprovazione e di sdegno.
Le città e le associazioni radunarono comizi e votarono indirizzi di protesta; la stampa, fatte poche eccezioni, echeggiò concorde l’indignazione della coscienza nazionale; gli uomini più eminenti di tutti i colori e di tutte le parti sfolgorarono talvolta in parole eloquenti il sacrilegio minacciato, ma indarno. Garibaldi aveva voluto; un Plebiscito della nazione aveva confermato, ma il conciliabolo di Caprera aveva deciso altrimenti; sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas.
L’8 giugno, presente il Principe Tommaso per il Re, i ministri Ferrero e Zanardelli per il Governo, le Presidenze della Camera e del Senato, le Rappresentanze della marina e dell’esercito, gli inviati delle città e delle corporazioni, i superstiti dei Mille e dei Volontari, presente in simbolo tutta l’Italia ufficiale e reale, Garibaldi, in un giorno di uragano, protestando il cielo ed il mare, fu fatto scendere a forza sotto l’umida terra, a forza vi fu chiuso e suggellato dentro sotto una duplice lapide; la volontà dei vivi mise a giacere per sempre la volontà del morto; la inviolabilità della pietra sepolcrale tagliò corto a tutti i reclami e a tutte le querele; e il popolo italiano, facile alle accidie perchè facile agli entusiasmi, piegò la testa al fatto compiuto e lo subì.
Washington non volle altra tomba che un’aiuola del suo Mount Vernon, e nessun Americano avrebbe nemmeno per un istante dubitato che quella volontà potesse essere violata. Robert Peel lasciò scritto di voler esser sepolto nella chiesa parrocchiale di Draylon Bassett, e il Parlamento che gli aveva destinato gli onori di Westminster s’inchinò al suo volere; il conte di Cavour volle posar per sempre nel domestico sepolcreto di Santena, e nessuno della sua famiglia l’avrebbe ceduto a Torino, o a Santa Croce.
Giuseppe Garibaldi non pretese dalla sua patria, per la quale aveva tanto operato, non domandò alla sua famiglia, che aveva tanto adorata, altro pegno di gratitudine, altro ricambio d’amore, che di dormire pugno di cenere tra le fosse delle sue bambine, lontano dal fatuo rumore del mondo, che aveva sempre sprezzato, nell’Isola solinga, sotto il libero aere, presso l’immenso mare, che avea tanto amati; — e gli fu negato.