VI.

E tuttavia l’insurrezione poteva dirsi sbaragliata, non vinta. Le squadre ritiratesi nei dintorni continuavano bravamente la resistenza, e ne erano principali: quella di Piana de’ Greci comandata da Luigi Piediscalzi; quella di Corleone guidata dal marchese Firmaturi; quella di Termini condotta dal Barrante e da Ignazio Quattrocchi; quelle di Ventimiglia, di Ciminna e Villafrati organizzate da Luigi La Porta; infine quelle dei distretti d’Alcamo e di Partinico capitanate dai fratelli Sant’Anna; le più numerose di tutte. Quanto al rimanente dell’Isola poi, appena corse l’annunzio del 4 aprile, tutte le maggiori città si apparecchiarono, secondo le forze e la possibilità, a secondare il moto, e quali con protesta solenne, come Messina; quali levandosi in aperta rivolta, come Girgenti, Noto, Caltanissetta, Trapani; non conseguendo, è vero, in alcun luogo alcun successo decisivo; ma dove scacciando o bloccando i piccoli presidii, dove inviando la più belligera gioventù a ingrossare le squadre alla campagna, dove organizzando, come a Trapani, le guardie nazionali, persino col consenso dell’Intendente borbonico, alimentavano, se non potevano afforzarlo, il fuoco dell’insurrezione, al quale mancava bensì la forza di divampare in incendio struggitore, ma s’appiccava con cento fiammelle in cento luoghi, molestando gli oppressori e facendo testimonio della vitalità degli oppressi.

E Palermo stessa quantunque spopolata de’ suoi più animosi, dagli arresti e dalle stragi e soffocata dallo stato d’assedio, e minacciata dai Consigli di guerra permanenti, e tenuta d’occhio da ventimila soldati e da una sterminata sbirraglia, non voleva permettere che i Salzano ed i Maniscalco potessero impunemente spacciare nelle loro gride: «la popolazione palermitana estranea ed indifferente al moto sfortunato del 4 aprile;» talchè, a smentire l’artificiosa calunnia, il 13 aprile versavasi tutta quanta nelle vie e nelle piazze a testimoniare con migliaia di voci i suoi sentimenti d’odio al Borbone, a gridare Italia e Vittorio Emanuele, a sfidare con ogni maniera di scherni e di sfregi il superbo vincitore, il quale, sbalordito da tanta solennità di manifestazione, nè osando inferocire contro una sì grande moltitudine inerme, dovette rassegnarsi a patire in pace la fiera disfida.

Ma superfluo il dire che proteste, manifestazioni, pronunciamenti a nulla valevano, se o prima o poi non li seguiva o non li afforzava una vittoria militare qualsiasi, che desse all’insurrezione un punto d’appoggio ed una promessa di durata.

Disgraziatamente, nè le forze soverchianti dell’esercito regio, nè la natura e lo stato delle squadre permettevano di sperare che il giorno di quella vittoria fosse vicino.

Quel che fossero quelle squadre l’abbiamo detto altrove.[16] Un cento di giovanotti, o come dicon là di picciotti, raccolti o condotti dal signore della terra, o da qualche noto e stimato patriotta; armati, quando lo erano tutti, della paesana scopetta; forniti al più di tre o quattro cartuccie, tenute care come onze d’oro; scalzi, laceri, la maggior parte, ed affamati: ecco una squadra. Di siffatte se ne potevano contare, è vero, alcune diecine, e non difettavano certamente di alcune delle doti più preziose del soldato: il valore ne’ combattimenti, la tolleranza delle fatiche, la pazienza delle privazioni; ma la povertà d’armi e di munizioni, la inesperienza de’ condottieri, la dissuetudine della guerra, la mancanza di disciplina, la perpetua mobilità, sicchè da un giorno all’altro sparivano o ricomparivano, ingrossavano o si diradavano, senza che mai si potesse far calcolo sulla loro forza precisa, ne sfruttavano la virtù e ne isterilivano i sacrifici.

Però dopo aver tenuto altri sette giorni sulle alture circostanti Palermo e conseguíto persino, in uno scontro alla Bagheria, di bloccar nella loro caserma due compagnie di Regi, incalzati da ogni dove da soverchianti colonne mobili, perduta Bagheria, cacciati da Gibilrossa, minacciati da Monreale, alle bande non restò altro partito che abbandonare quella linea troppo inoltrata e ritirarsi in Misilmeri, dove le gole di Portella di Mare e di Belmonte potevano offrire un buon baluardo ai difensori e un nuovo centro di riscossa all’insurrezione.

Se non che difettose le forze, povera l’arte e avversa la fortuna. Scacciati tra il 12 e il 13 da Misilmeri (chi incolpa l’incuria delle guardie, chi il tradimento de’ paesani, chi la sfortuna); fallito un assalto di Sant’Anna contro Monreale; rovesciati poco dopo anche dalle alture di Monte Cuccio; ecco gl’insorti costretti a cedere nuovo terreno e a ripiegare su Piana de’ Greci, dove li conduceva la speranza di potersi unire, appoggiando ad occidente, alle squadre del Sant’Anna, che dopo l’infausto successo di Monreale andavano a lor volta ritraendosi, ed erano venute a darsi la posta presso Carini. E a Carini li aspettava una prova decisiva.

I Regi non avevano mai perduto la pista delle squadre, molto meno di quella del Sant’Anna, e appena saputo del loro concentramento, mossero in tre colonne: l’una pel mare a destra (generale Wytemback, mille uomini), una per Baida al centro (duemila uomini, generale Cataldo), una da Monreale a sinistra (mille uomini, colonnello Bosco), col proposito di circuirle e di distruggerle. Se gl’insorti però avessero deciso di concentrar la difesa in Carini occupandone la rôcca e sbarrandone le vie, avrebbero potuto, se non ributtar l’assalto, protrarre a lungo la resistenza; ma impietositi dalle strida degli abitanti che non volevano una battaglia fra le loro case, scelsero il partito di uscire all’aperto, e fu la loro rovina. Resistettero tuttavia imperterriti al primo fuoco della colonna proveniente dal mare; ma attaccati in breve di fronte e di fianco dalle altre colonne, schiacciati dal numero, esauste le cartuccie non tardarono ad esser vôlti in rotta precipitosa, abbandonando Carini al furore de’ vincitori, che ubriachi dalla facile vittoria vi si precipitano dentro, saccheggiando, uccidendo, stuprando, consumandovi una di quelle immani carneficine, onde il nome borbonico va famoso.

E coll’infausta giornata di Carini, l’insurrezione siciliana agonizzò. Restavano qua e là dispersi sui monti alcuni frammenti di squadre; ma traccheggiati da ogni parte, stremati di forze, privi di viveri e di munizioni, sarà gran mercè se i più costanti fra loro potranno trascinare di rupe in rupe una vita precaria, e se di quando in quando la debole eco di qualche rara fucilata potrà annunciare ai Siciliani che l’Isola loro non era ancor morta e combatteva sempre.