VII.
Il 1º maggio Garibaldi era già tornato a Caprera: il 6 giugno moriva il conte di Cavour. L’Italia aveva perduto il suo grand’uomo di Stato; la libertà, uno de’ suoi più devoti amici; la dinastia di Savoia, uno de’ suoi più validi sostegni; la rivoluzione, uno de’ suoi più abili moderatori, e (stupiscano pure i superficiali, chi pensa sarà con noi) Garibaldi stesso, il migliore de’ suoi interpreti ed alleati. Si narrò[192] che il nobile Conte nell’uscire, la sera del 20 aprile, dalla Camera dei Deputati, vibrante tuttora delle emozioni provate in quelle tre memorabili giornate, al La Farina che lo abbordava scalmanato: «Eppure, dicesse, eppure se venisse il momento della guerra, prenderei sotto il mio braccio il generale Garibaldi e gli direi: andiamo a vedere che cosa si dice dentro Verona.» Queste parole parlan meglio d’ogni documento. Lo Statista aveva capito l’Eroe; egli era penetrato nel più intimo segreto della sua anima e ne teneva le chiavi. Cavour vivo, molte pagine della storia d’Italia sarebbero state diverse, e quelle della vita di Garibaldi del pari. Cavour vivo, la guerra dell’indipendenza non sarebbesi protratta di cinque anni (la gran trama rivoluzionaria a cui lavorava lo dimostra), e Sarnico ed Aspromonte non sarebbero accaduti. Cavour vivo, il valore vero di Garibaldi sarebbe stato più utilmente e più degnamente estimato; non sarebbe stato inviato, come nel 1866, a dar di cozzo contro le rupi trentine; e se al governo della flotta, avrebbe signoreggiato l’Adriatico; se a capo d’un esercito di Volontari, avrebbe preceduto o fiancheggiato il regolare e forse risparmiate all’Italia Lissa e Custoza. Vivo Cavour, finalmente, Garibaldi non avrebbe più trovato nelle contraddizioni e nelle ambagi di Governi fiacchi, presi dal prurito malaticcio delle grandi gesta, un incoraggiamento e quasi una ragione a mettersi sulla via della ribellione: la gagliarda e prestigiosa mano del grande Ministro l’avrebbe saputo a tempo blandire e frenare, a tempo lanciare e trattenere, e nessuno può affermare, ma nemmen negare, che un giorno la mente soggiogando il cuore, il cuore infiammando la mente, Cavour e Garibaldi si modificassero a vicenda, e l’uno finisse più rivoluzionario, l’altro più moderato: legge naturale di selezione e d’evoluzione.
Garibaldi frattanto era tornato alle sue consuete abitudini, e in tutto quel 1861 non vi furono di notevoli nella sua vita che questi due episodi. Ai primi di luglio corse pei giornali la voce d’un attentato alla vita del Generale. Dicevasi che quattro mercenari, prezzolati da una segreta congrega reazionaria annidata in una città di confine,[193] eran partiti per Caprera onde compiere il reo disegno; che il Generale, avvertito del pericolo, l’aveva, come altra volta,[194] disprezzato; che i famigliari di lui non solo, ma tutta la popolazione di Maddalena era nella più grande ansietà; che il Governo, già istruito della trama da alcuni complici pentiti, aveva già posto la Caprera sotto la più stretta sorveglianza ed altri particolari.
E forse si esagerava; ma tutto non era favola, come attesta questa lettera di C. Augusto Vecchi, che appunto a que’ giorni era ospite del Generale nell’Isola:
«Caprera, 8 agosto 1861.
»Ieri sera vennero qui tre cavalleggieri. Avevano avuto sentore che due uomini di male affare erano sbarcati in Caprera. Noi la credemmo un’ubbía. Essi si licenziarono e noi andammo a cena. Stagnati ed io passeggiammo fumando su e giù pel piazzale sino alle undici, e poi andammo a coricarci. Verso le tre udii i cani abbaiare ed escire a starno dal chiuso. Poco dopo mi addormentai.
»Alle cinque era in piedi. E vidi i gendarmi, i quali narravano l’accaduto nella notte. Quando noi andammo a cena, essi si ridussero sugli scogli che prospettano sull’alto il nostro piazzale e vi si adagiarono a distanza determinata. Alle tre udirono rumore di passi, e nelle tenebre videro due uomini passare parallelamente ai loro posti ad un tiro di pistola. Il Maresciallo esclamò: — Chi va là? — Fu risposto con un’archibugiata.
»Allora i tre trassero loro addosso e discostandosi, il Maresciallo replicò: — Fermi in nome del Re. — Una voce gli ingiuriò con un’oscena parola. I gendarmi scaricarono di nuovo il moschetto ed udirono uno dei ribaldi gridare: — Madonna! — Ed ambedue a gambe, a precipizio. Accorsi dov’erano i tristi, trovarono le loro palle confitte sullo scoglio; sopra il granito, tre stampi di una mano insanguinata; per la terra, una breve gora di sangue; e più in giù tracce sanguigne sulla via percorsa: un fazzoletto di cotone macchiato di sangue ed un fiaschetto di corno con polvere dentro.
»I Sardi feriti guaiscono: — Gesù, Maria, Giuseppe! — Dunque i gendarmi argomentarono, quei due non essere banditi dell’Isola, ma assassini venuti di fuori.
»Poichè il Generale ebbe preso il suo bagno a vapore, lo avvertirono dell’accaduto. Ed egli, colla solita indifferenza, disse d’aver veduto dalla sua finestra, ieri, prima di passeggiare con me, due uomini ignoti passar su per gli scogli. Parlò coi gendarmi e cercò di persuaderli del malinteso, onde non allarmassero la popolazione della Maddalena. Poi andò col Carpeneti a visitare una vignetta lontana.
»Ma i cavalleggieri col loro rapporto alle Autorità hanno impensierito il paese. Le esagerazioni si accrescevano sulle bocche del popolo. Le donne urlavano dalle finestre che era stato ucciso il loro Generale. E tutti all’accorrere sul porto e gettarsi nelle barche. Le donne si fermarono alla Moneta. Le Autorità — meno la ecclesiastica — i gendarmi, i bersaglieri marittimi, i doganieri, i cittadini di ogni classe — persino i ragazzi — sbarcarono in armi a Caprera e accorsero sul piazzale. Mi parve lo spianato del palazzo di Caserta, quando noi avevamo l’onore di proteggervi l’unità della patria. Le squadre partirono per la via del monte, per la parte opposta. E tutti avevano nel cuore una sola idea — far salva la più nobile e la più necessaria esistenza all’Italia.
»Due golette governative facevano intanto il giro dell’Isola. Una di esse disse d’aver visto una barca staccarsi a pieno vento dall’isola del Giglio colla prua vòlta a Capo Ferro. Si sono spediti ordini per indagare chi fossero gli individui che ne sbarcassero.
»Nè più. — Vi ho scritto, perchè si sappia il vero di ciò che è avvenuto.
»C. Augusto Vecchi.[195]»
La minaccia infatti non si rinnovò; ma scampato da un pericolo, ecco invitarlo un altro cimento, perpetua sua vicenda. Ardeva fra gli Stati Uniti del Nord e del Sud la guerra così detta di secessione, e il presidente Lincoln, o fosse grande fiducia nel prestigio oramai mondiale del Liberatore di Sicilia, o fosse penuria, in quell’improvviso irrompere della rivolta, di buoni e reputati Generali (gli allievi di West-Point eran pochi, la più parte secessionisti; e i Grant, i Sherman, i Sheridan non s’eran rivelati ancora), fece chiedere a Garibaldi per mezzo del Console della Federazione a Bruxelles se avrebbe accettato il comando in capo dell’esercito federale. Nessuna offerta poteva riuscire più geniale e lusinghiera all’eroe: aggiungere alla gloria d’una vita spesa ne’ due emisferi per la libertà de’ suoi fratelli di razza, quella di capitanare a nome d’una grande Repubblica la guerra d’emancipazione dei Negri, voto della sua giovinezza, onore del suo secolo, era tale tentazione da vincere ogni modestia e tal premio da compensare ogni pericolo.
Pure gradì, ma non accettò tosto l’invito. Pensoso più d’Italia che di sè stesso, non sapeva risolversi ad abbandonarla alla vigilia forse di quella nuova riscossa da lui tanto invocata, e frattanto temporeggiava, ponendo condizioni che erano clausole dilatorie; consultando il Governo, che gli faceva dire: «Andasse pure, non aver per ora alcun bisogno di lui;[196]» interrogando gli amici più divisi e perplessi di lui e incapaci d’un concorde consiglio.
Prevaleva tuttavia anco fra i principali, il partito dell’accettazione, non tanto per gli onori e gli allori che la bella avventura prometteva, così al Capitano come a’ suoi seguaci, quanto perchè, parendo a tutti lontana la possibilità d’una guerra in Italia, conveniva assai meglio alla stessa fama dell’eroe ch’egli traversasse quel periodo di tregua forzata, tra le lotte d’una vasta e gloriosa palestra anzichè nell’angusta arena delle fazioni nazionali, o nell’ozio increscioso e nella solitudine amareggiata di un’isola deserta.
Se non che al divulgarsi della nuova anche il paese cominciò a commuoversene; gli avversi alla partenza si fecero essi medesimi istigatori o consiglieri di manifestazioni popolari: a Napoli si andava sottoscrivendo un indirizzo al Generale che lo scongiurava a non abbandonare l’Italia, ed a recarsi nel Mezzogiorno a sanare le piaghe che il Governo di Torino vi aveva riaperte; talchè egli, incapace di distinguere, in quelle dimostrazioni, la parte artificiale dalla sincera, e credendo di udire in quelle voci la voce della patria stessa, finì col dichiarare al Console americano d’esser dolente di non poter aderire all’invito, soggiungendo «che dubitare del trionfo della causa dell’Unione non poteva; ma che, se per mala sorte la guerra dovesse continuare, egli avrebbe vinto tutti gli ostacoli per affrettarsi alla difesa d’un popolo che gli era tanto caro.[197]»
E la guerra durò ancora quattro anni e l’invito fu ripetuto, ma Garibaldi, anche volendo, non avrebbe più potuto accettarlo: un ostacolo ch’egli non avrebbe mai potuto prevedere, ma più forte d’ogni volontà, gliel’avrebbe vietato: la palla d’Aspromonte.