X.
Ma il Governo era impegnato a concedere ben più. Reduce Garibaldi a Torino, Rattazzi perfezionando il disegno del Barone Ricasoli gli commette la direzione dei Tiri a bersaglio, colla balla di girare Italia per propagarne l’effettuazione: poco dopo gli consente la istituzione di due battaglioni di Carabinieri mobili comandati da suo figlio Menotti;[200] apparentemente destinati a combattere il brigantaggio nel Mezzogiorno, ma presti, occorrendo, per altre imprese; infine, complotto trapelato soltanto più tardi, ma non men vero, gli promette un milione di lire per provvedere all’armamento d’una spedizione in Grecia, insorta allora contro il re Ottone, e che Garibaldi aveva promesso soccorrere[201] se non gli si apriva altra via in Italia.
Così il Dittatore cacciato da Napoli pareva risorgere a Torino. Si invocava il suo consiglio, si ambiva il suo aggradimento, si interpretavano i suoi discorsi come responsi d’oracolo. Ospite del senatore Plezza, la sua casa pareva un ministero; una processione perpetua di Garibaldini, di patriotti, di Ministri, di Deputati d’ogni colore, di ammiratori e sollecitatori d’ogni fatta, passava e ripassava a visitarlo, a onorarlo, a consultarlo. I principi reali di Savoia lo convitavano alla loro mensa quasi ingloriando dell’onore; finalmente l’ultima settimana di marzo scortato dai figli e da numeroso corteo di luogotenenti e di commilitoni, sopra treni appositi, in carrozze separate, a spese dello Stato, s’incamminava alla volta di Lombardia. Per contrapposto in quei medesimi giorni Vittorio Emanuele moveva colla Corte e coi Ministri a visitare per la seconda volta il Mezzogiorno; ma la cronaca narrò che il viaggio del mozzo nizzardo fu più trionfale.
I Sindaci gli muovono incontro, i Municipi lo albergano a loro spese, i Prefetti lo banchettano, il clero lo ossequia, l’esercito lo acclama, le Guardie nazionali gli presentano l’armi, i Garibaldini in camicia rossa montano la guardia alla sua porta, le donne lo corteggiano, lo abbracciano, lo baciano, ne portan via per reliquia i capelli e le vesti, gli offrono in dono le gemme ed i figli: infine dovunque arriva una turba immensa di popolo lo attende impavido alla pioggia ed al sole, monta sui tetti e sugli alberi per vederlo, si precipita, appena lo scorge, intorno a lui, lo avviluppa, lo serra, lo trasporta, lo tien prigione del suo affetto e del suo delirio, lo spia in ogni atto, lo segue in ogni passo, assedia da mane a sera gli approcci della sua casa, lo chiama e richiama al balcone, lo fa parlare e lo apostrofa, gli promette tutto quello ch’egli domanda, gli grida ad ogni istante: «Roma e Venezia;» a cui il Generale risponde quasi invariabilmente: «Sì, Roma e Venezia son nostre, e se saremo forti, le avremo.»
A Milano, murato da un serraglio vivente, non gli basta un’ora per arrivare dalla Stazione all’albergo: dalla terrazza della Ville saluta «il popolo delle cinque giornate capace di venticinque,» raccomanda la carabina; promette al solito Roma e Venezia. Inaugurando con pompa solenne il bersaglio provinciale, spara egli il primo colpo, che i giornali trovano stupendo. Dovendosi distribuire le medaglie commemoratrici delle ultime campagne, ne è commesso l’ufficio a lui, e molti, pigliando le medaglie da quella mano, piangon di gioia e tentano baciarla. Il Sindaco lo arringa; le Guardie nazionali e le Associazioni operaie gli sfilan davanti a bandiere spiegate; i membri dell’Istituto Lombardo s’affrettano a visitarlo; il prefetto Pasolini lo invita a pranzo, e all’udire il racconto delle sue gesta esclama: «Questa sera divento garibaldino anch’io.[202]» Manzoni infine, visitato per omaggio dall’eroe, dice: «Sono io che devo prestar omaggio a voi: io che mi trovo ben piccolo dinanzi all’ultimo dei Mille, e più ancora dinanzi al loro Duce, che ha redento tanta parte d’Italia e nel modo migliore, offrendola a Vittorio Emanuele;» e avendogli il Generale nell’accommiatarsi fatto presente d’un mazzettino di viole, «lo conserverò, esclama il Poeta, lo conserverò in memoria d’uno de’ giorni più belli della mia vita!»
A Monza, a Como, a Lodi gli stessi deliramenti; a Parma, presiedendo un Comizio d’operai al teatro San Giovanni, molte voci gli gridano: «Viva Mazzini, ed egli replica: «Viva Vittorio Emanuele.[203]» A Casalmaggiore bandisce la «Religione della santa Carabina.» A Cremona è una epifania di donne, di ufficiali dell’esercito, di preti: monsignor Vescovo Novasconi, malato, si leva di letto per ricevere la sua visita: il clero gli manda una deputazione e pende dal suo labbro, come da un nuovo Messia: dodici donne, madri, spose, figlie di morti per la patria, gli presentano un indirizzo firmato da un migliaio di signore e popolane cremonesi, nel quale promettono «che al nuovo appello del Capitano dei Mille esse ridaranno ai loro uomini il brando che spezzerà per sempre le catene delle loro sorelle ancora schiave.» Era un’ebbrezza che dava il capogiro alle teste più salde e non sarà meraviglia se tra poco ne sarà preso lo stesso Garibaldi. Perocchè respirare tanto tempo in un’atmosfera sì infocata e non esserne infiammato; sentirsi per quindici giorni intronati gli orecchi dalle parole di «Roma e Venezia» e non crederle sincere; vedersi portato in trionfo, udirsi glorificato e quasi incielato da un popolo intero e non credersene il Dittatore; sapersi segretamente spalleggiato dallo stesso Governo e non supporlo consenziente e complice, poteva essere saggezza non difficile alla fredda mente d’un filosofo e d’un uomo di Stato; ma all’anima ribollente d’un eroe diventava virtù pressochè impossibile. Garibaldi sta per commettere i due più grandi errori della sua vita; ma quando pure non bastasse a riscattarli la nobile prepotenza dell’amor patrio, starebbero sempre a loro scusa questi tre argomenti: la imprevidente e ambidestra condotta del Governo, che pur di godere un riflesso della popolarità del Generale gli aveva sacrificato una parte della propria autorità; la obbedienza passiva dei di lui amici e commilitoni che tenendosi vincolati da una specie di giuramento militare non seppero nè parlargli con verità, nè resistergli con fermezza; finalmente la spensierata e quasi fanatica apoteosi che i Lombardi prima, i Siculi poi, fecero d’un uomo che pure s’atteggiava ad arbitro della nazione e li invitava a seguirlo in una avventura che aveva tutte le apparenze d’una follia e d’una ribellione.
A ciascuno la sua responsabilità. Per aver il diritto di dire tutta la verità ai grandi bisogna prima saperla dire ai popoli. Sarnico ed Aspromonte li fecero in gran parte anche gli Italiani. Stia pure a loro discolpa che il magico Capitano li stregò col suo fascino; il Governo li confuse colle sue ambagi; la parte rivoluzionaria li sorprese colle sue audacie; non è men vero che se Garibaldi non avesse trovato fin dai primi passi tanto incoraggiamento d’applausi, di promesse e di offerte, non avrebbe mai potuto pensare, nonchè avviare, le due temerarie imprese a cui nel 1862 s’accinse. Gl’Italiani gli urlavano: «A Venezia,» ed egli, seguendo la sua natura, rispondeva: «Andiamo.» Essi gli giuravano sulla spada e sulla croce, nelle piazze e nelle chiese: «Roma o morte;» ed egli li invitava a confermare i giuramenti coi fatti; essi continuarono per un mese a rappresentare sotto i suoi occhi la commedia dell’eroismo disperato e del patriottismo indomabile; ed egli, ignorando quanto di rettorico, di melodrammatico e di carnevalesco s’ascondesse ancora, per antica legge ereditaria, nelle vene de’ suoi concittadini, egli, l’eroe dabbene e sincero, li prese sul serio e scontò la pena per tutti.