XII.

Giungemmo così a quell’anno 1866 che doveva essere la prova di fuoco del nostro valore e non fu che la superflua conferma della nostra fortuna. Le origini della guerra che sta per iscoppiare, i negoziati diplomatici che la prepararono, gli interessi e le alleanze che ne furono il fondamento, sono noti e non sarebbe di questo libro il riandarli punto per punto e nemmeno il compendiarli. Soltanto ci sia lecito rammentare, a onore della generazione che governò i primordi del nostro risorgimento, come i primi a scoprire, quasi divinare, quella comunanza di interessi e d’intenti che segretamente stringeva l’Italia e la Prussia, e grado grado le preparava a trovarsi un giorno sui medesimi campi, contro il medesimo nemico, furono gli uomini di Stato italiani.

Questo concetto, che trent’anni fa poteva parere poco meno che una utopía, fu, staremo per dire, vaticinato nel 1848 da Pellegrino Rossi in una delle sue tre celebri lettere da Roma, che morte repentina gli impedì di pubblicare;[308] ripreso nel 1858 dal conte di Cavour, che tentava pel primo farne oggetto di diplomatiche trattative, fu di nuovo enunciato da lui nel Parlamento del 1861 come un’eventualità non lontana e nell’anno stesso, mercè la fida e ascoltata parola di Alfonso La Marmora che n’era sempre stato caldo favoreggiatore, insinuato per la prima volta nella Corte di Berlino, dove il solo nome d’Italia metteva tuttora il ribrezzo d’una befana.[309]

Quanto poi al 1866, nessuno che abbia letto i documenti di quell’anno potrà negare oramai che una gran parte del merito della conchiusa alleanza non ispetti al generale La Marmora. Il Bismarck fu il primo a concepirne il disegno e intavolarne i negoziati, e non gli torremo questo vanto; a patto però che non si neghi al La Marmora l’altro non minore d’aver prontamente afferrata la mano che, ancora esitando, gli era stesa, e soprattutto d’essere rimasto fedele ai patti stipulati anche quando l’alleato col suo contegno, e l’avversario colle sue offerte, lo tentavano a violarli.

Furono la sua coerenza, la sua fermezza, la sua lealtà, non disgiunta in taluni istanti da molta prudenza ed accortezza, che condussero in porto quella nave respinta, in sulle prime, da tanti venti, e che abbandonata un giorno dallo stesso suo maggior pilota, per poco mancò di naufragare. Se il generale La Marmora col mettere risolutamente l’Imperatore de’ Francesi nelle confidenze del trattato non ne avesse assicurata all’Italia ed alla Prussia l’amichevole neutralità, non sappiamo se il conte di Bismarck sarebbe riuscito da solo a condurre a termine un disegno di cui la Francia aveva tanta ragione d’adombrarsi; se quando l’Austria propose il disarmo simultaneo (21 aprile) e la Prussia l’accettò, e Napoleone III lo consigliava, l’Italia non avesse risposto accelerando i suoi armamenti, non è ben certo con quale altra carta il conte di Bismarck avrebbe potuto rimettere la partita pericolante; se infine, anche essendone giustificato dalle ambiguità del suo alleato,[310] il La Marmora avesse consentito alle proposte di cessione della Venezia, fattegli dall’Austria per mezzo di Napoleone III, a sola condizione di restare neutrale nella lotta imminente fra i due Potentati tedeschi, ognuno intende che non solo della lega italo-prussiana non restava più nemmeno la memoria, ma assai probabilmente la vittoria di Sadowa si sarebbe compiaciuta di volare sotto altre bandiere. E dicasi pure che il rifiuto del generale La Marmora non fu, insomma, che il semplice adempimento d’un volgare dovere; resta tuttavia a sapersi quali interpretazioni avrebbe dato ad un siffatto dovere il Machiavelli prussiano se per avventura l’Austria gli avesse fatto offrire di ritirarsi in perpetuo dalla Confederazione germanica, a patto solo di lasciarla scapriccire in Italia. Assai probabilmente l’uomo che ci offriva la sua amicizia, e ratificava poco dopo i preliminari di Gastein, che interpretava il Trattato dell’8 aprile obbligatorio soltanto per l’Italia e si rifiutava di impegnare la Prussia a soccorrerci nel caso che l’Austria ci assalisse; che aveva sempre considerato la questione di Venezia «come una carta da giuocare,» buona a puntarsi così contro l’Austria per amicarsi l’Italia, come contro l’Italia per ingraziarsi l’Austria; assai probabilmente, diciamo, un uomo siffatto si sarebbe intascato il lauto e gratuito compenso, lasciando solo nelle peste il dabbene alleato, fra l’ammirazione ancora più probabile di tutti i volghi cui non sarebbe parso vero di gridare lui genio portentoso della politica e il gabbato ministro italiano un povero gonzo!... Onore ad Alfonso La Marmora, che preferì per sè il rischio d’una reputazione perpetua di dabbenaggine e per la patria sua le alee cimentose ma onorate d’un’amicizia non bene saldata e d’una guerra sempre ardua, al marchio, che nessuna gloria avrebbe scancellato e nessun guadagno riscattato, di mancatore di fede.