XV.
La mattina del 1º agosto infatti erano assembrati nei boschi della Ficuzza circa tremila Volontari; talchè il Generale tutto lieto esclamò: «Non ne ebbi tanti nel sessanta.» Eppure la qualità n’era tanto diversa! Quando se ne eccettui il battaglione de’ Palermitani, eletta della cittadinanza, e con esso una piccola mano di continentali e poche reliquie di veterani e di patriotti seminati per le file, il grosso componevasi d’un’accozzaglia di vagabondi e di ragazzacci razzolati a caso fra quel vario elemento che in Sicilia forma, a seconda dei tempi, così il ripieno delle squadre patriottiche, come il fondo delle bande brigantesche, e che diede subito saggio di sè stessa gridando al Generale per primo saluto: «pane pane....» Pure il Generale li accolse tripudiando, compiacendosi quasi di que’ cenci e di quelle faccie con quel sentimento medesimo con cui un altro e ben più grande entusiasta lungo le rive dei laghi galilei compiacevasi delle lacere turbe che lo seguivano. Però dopo averli arringati in un suo Ordine del giorno che cominciava[217] colla formola «Italia e Vittorio Emanuele, Roma o morte» e finiva colla speranza «di dare, riuniti al prode esercito, un ultimo saggio del valore italiano,» partisce la sua gente in tre colonne: una, la più grossa, sotto il suo comando diretto; l’altra sotto gli ordini del Bentivegna, destinata a percorrere, per Girgenti, la costa meridionale della Sicilia; la terza guidata da un Trasselli, diretta per Termini, su Messina; e ciò fatto la mattina del 2 agosto per Corleone, dove un picchetto della truppa regolare gli monta la guardia, s’avvia a Mezzojuso.
E colà soltanto gli giunge la nuova che era messo fuori della legge. Il ministro Rattazzi, veduta l’ostinata impenitenza del Generale, e vani ormai così i mezzi della persuasione, come quelli della repressione ordinaria, si scuote alla fine; propone apertamente al Re di porre la Sicilia in istato d’assedio; manda Commissario a Palermo, con pieni poteri militari e civili, il generale Cugia, e il Re stesso, sancendo la proposta de’ suoi Ministri, pubblica un proclama agli Italiani, nel quale ammonitili «a guardarsi dalle colpevoli impazienze e dalle improvvide agitazioni,» e assicuratili che «giunta l’ora della grande opera la voce del loro Re si farà udire,» dichiara «ogni appello che non sia il suo, appello alla ribellione ed alla guerra civile,» minaccia del rigor della legge quanti non daranno ascolto alle sue parole, e chiude solennemente: «Re acclamato dalla nazione, conosco i miei doveri. Saprò conservare integra la dignità della Corona e del Parlamento per avere il diritto di chiedere all’Europa intera giustizia per l’Italia.[218]»
Primi portatori a Mezzojuso di queste novelle, come del bando regale, furono il duca Della Verdura e il dottor Gaetano La Loggia, vecchi e cari amici del Generale; ma nè i loro affettuosi consigli, nè la voce augusta di Vittorio Emanuele, nè la minaccia della legge, nè i pericoli della guerra civile valsero a smuovere il proposito, ormai incrollabile, dell’indomito Capitano. E n’adduceva le ragioni, o quelle almeno che a lui parevano tali: non credere il Ministero giusto interprete della volontà nazionale; non sgomentarsi, memore d’avervi felicemente disobbedito altra volta, del divieto regio, probabilmente imposto da prepotenza straniera o da intrighi diplomatici: l’esercito poi, lungi dal temerlo nemico, attenderlo aiutatore e alleato, e in ogni evento lasciassero a lui la cura d’evitarlo; finalmente il disputare era tardi; l’alea era tratta; egli aveva giurato a Roma per la vita e per la morte; campione sacro a quella causa, non poteva retrocedere più.
E non retrocesse; e per venticinque giorni precisi egli proseguì la sua via con tanta sicurezza e tanta fortuna che gli Italiani non seppero più se il Governo parlasse per celia o per davvero; se quell’esercito che lo scontrava ad ogni passo e non l’arrestava mai fosse destinato ad una indiretta complicità o ad una comparsa teatrale; se infine in tutto quell’ingarbugliato dramma, che da mesi si svolgeva sotto i loro occhi, essi fossero giuoco d’un occulto protagonista che dirigesse a sua posta la macchina, e di cui Garibaldi non fosse, a dir così, che il confidente e lo stromento.