XV.
Ma anche il nemico non era stato inerte. Nel giorno stesso in cui Garibaldi si preparava a risalire la Valsabbia, l’Arciduca Alberto pensava ad un movimento generale di tutto l’esercito imperiale, talchè il dì appresso, 1º luglio, mentre i tre corpi del Quadrilatero passavano il Mincio sui quattro ponti di Peschiera, di Monzambano, di Borghetto e di Goito, il generale Kuhn, comandante il corpo austriaco di operazione in Tirolo, spingeva innanzi le teste delle sue colonne al di qua dello Stelvio, del Tonale e del Caffaro, preparandosi a riprendere l’offensiva ed a capitanare egli stesso col grosso delle sue forze una punta in Valcamonica.
E in quale posizione sarebbero venute a trovarsi le milizie garibaldine non è chi non veda. Se l’esercito imperiale del Mincio avanzava ancora d’una tappa; se le colonne del generale Kuhn compivano la loro mossa, Garibaldi sarebbe stato o prima o poi inevitabilmente schiacciato.
Fortunatamente l’Arciduca Alberto s’arrestò. In quel 1º di luglio pareva che tutti i campi fossero stati colti dalla febbre del movimento; e in quello stesso giorno anche il generale La Marmora, che comandava ancora la sinistra dell’esercito italiano, ordinava all’intero corpo del generale Della Rocca di ripassare l’Oglio ed il basso Chiese e di spingere una ricognizione, senza però impegnar alcun combattimento, fino al Mincio. Questa mossa, che nella mente del generale La Marmora doveva ridursi ad un semplice esercizio di gambe, anzi per usare la celebre frase, ad una mostra «tanto per far qualcosa;» questa mossa salvò Garibaldi. L’Arciduca Alberto, infatti, il quale a sua volta aveva varcato il Mincio senza scopo ben determinato e soltanto per muover campo e foraggiare alquanto sul territorio lombardo, veduta da un lato quella avanzata dell’esercito italiano sul Mincio, e dall’altro avuto sentore del riavvicinarsi di Cialdini alle sponde del Po, insospettito, non senza ragione, d’un ritorno offensivo che poteva coglierlo nel fianco e scalzarlo dalla sua base, deliberò subitamente di ritornar sui suoi passi, non solo riconducendo nei suoi alloggiamenti sulla sinistra del Mincio l’esercito del Quadrilatero, ma ordinando a Kuhn di fare altrettanto sulle Alpi, ripassando cioè il già varcato confine e riprendendovi le sue prime posizioni difensive.[322]
Il generale Kuhn tuttavia, pur obbedendo agli ordini del suo Generalissimo e cominciando nel pomeriggio del 2 il suo movimento retrogrado, lasciò a guardia dello Stelvio a Sponda Lunga, del Tonale a Ponte di Legno, e del Caffaro a Bagolino e Monte Suello forti retroguardie che dovevano non solo proteggere la sua ritirata, ma disputare, se il destro si porgeva, con energici contrassalti il terreno e impedire l’avanzare degli assalitori.
E nacquero da ciò i combattimenti del 3 e 4 luglio di Monte Suello e Vezza, che stiamo per raccontare brevemente.
Infatti nel pomeriggio del 2 luglio, intanto che la Brigata Corte, 1º e 3º reggimento, marciava alla volta del Caffaro, due colonne austriache, di cui ancora non era dato misurare la forza, scendevano in senso contrario, l’una da Moerno per Hano su Treviso, l’altra da Bagolino per Presegno su Lavenone, rendendo così inevitabile per l’indomani uno scontro. Nè il colonnello Corte pensò a fuggirlo; anzi rinforzate le sue avanguardie che già erano giunte a Ponte d’Idro, e mandate quattro compagnie col maggiore Salomone a girare per le pendici del Monte Berga le alture di Bagolino, si preparava cautamente al conflitto, quando Garibaldi, giunto nel frattempo a Rocca d’Anfo, venne a precipitarlo.
Siccome le due colonne nemiche s’erano ripiegate l’una a Moerno e l’altra a Monte Suello, Garibaldi deliberò di non lasciar loro alcuna tregua, e inviate altre due compagnie di Bersaglieri da Rocca d’Anfo, guidate dai capitani Evangelisti e Bezzi, ad aggirare per la destra Monte Suello, senza nemmeno attendere che l’aggiramento fosse compiuto, ordinò al colonnello Corte di assalire di fronte la postura nemica e di espugnarla. Nè si può dire che ai Garibaldini scarseggiassero le forze; il colonnello Corte, non ostante i molti distaccamenti, aveva sempre sotto mano diciassette compagnie e una batteria da campagna; ma la postura nemica era gagliardissima; il Suello sbarra quasi a picco le due vie di Bagolino e del Caffaro; quattro compagnie di Kaiser-Jäger (800 uomini) lo custodivano, altre quattro compagnie di fanti ne guardavano i dintorni, e snidarli di lassù a punta di baionetta era difficile impresa. Ma Garibaldi, impaziente quel giorno e nervoso fuor dell’usato, non volle persuadersene, e se ne ebbe a pentire ben presto. Ordinato l’assalto, i Volontari si slanciarono animosi; impotenti a rispondere coi loro sfocati ferravecchi alle eccellenti carabine dei Tirolesi, non indietreggian per questo, e non ostante la grandine di fuoco che li fulmina e li dirada, avanzano, avanzano sempre e costringono ad ogni carica il nemico a cedere il passo, a risalire ancora più in alto per cercare una nuova trincea sulle vette del monte. Ma a tal punto anche le ultime forze degli assalitori vengono meno. Indarno Bruzzesi e Corte rianimano colla voce e coll’esempio la lena affranta dei loro valorosi; indarno gli ufficiali prodigano al fuoco le vite fiorenti; e Bottino muore, Vianello muore, Trasselli e Piazzi e Carlo Mayer e tant’altri cadono feriti sull’erta sanguinosa; indarno lo stesso Garibaldi urla, rampogna, tempesta; ferito egli stesso al sommo della coscia, è costretto a riconoscere la necessità della ritirata. Ritirata però compiuta col massimo ordine, colla faccia al nemico, e che avrebbe dovuto levargli dal capo ogni velleità d’inseguimento. Egli invece, illuso da quel movimento retrogrado, pensa scendere sulla strada del Caffaro, e, formandosi in colonna, passare a sua volta dalla difesa all’offesa. Fu il suo passo falso: chè sfolgorato di fianco dai quattro pezzi posti in batteria sui poggi di Sant’Antonio e ributtato di fronte dalle compagnie del terzo reggimento, fu costretto a riparare di nuovo, sanguinolento, dietro le roccie del Monte Suello, seminando il terreno di molti de’ suoi morti o feriti.
La sera intanto era calata; i due campi stavan di fronte incapaci, sì l’uno che l’altro, di dare un passo avanti, quando le quattro compagnie del Salomone, mandate sin dal mattino a circuire la sinistra nemica, essendo apparse sulla cima del Berga, gli Austriaci temendo, a ragione, di vedersi all’indomani chiusa ogni via, abbandonarono nella notte stessa la forte posizione e raggiunsero su per le Giudicarie il loro Corpo principale.[323]
Ma se il combattimento di Suello non fu per le armi garibaldine che uno scacco passeggiero, lo scontro di Vezza fu una vera sconfitta. Nel pomeriggio del 3 luglio i sei battaglioni confidati al colonnello Cadolini per la difesa della Valcamonica erano così distribuiti: il 1º battaglione Bersaglieri (maggiore Castellini), un battaglione del 5º reggimento (maggiore Caldesi) e due compagnie del 44º di Guardia mobile a Vezza sopra Edolo, a pochi chilometri dal Tonale; tre battaglioni del 5º reggimento, sotto gli ordini diretti dello stesso Cadolini, a Campolaro di fronte al passo di Croce Domini, sulla via che congiunge la Valcamonica alla Valtrompia.
Ora la retroguardia austriaca rimasta di guardia al Tonale saputa la scarsa forza che le stava di fronte, obbedendo essa pure all’ordine di proteggere il concentramento generale della difesa del Tirolo con opportuni ritorni offensivi, deliberò di assaltare in Vezza l’accampamento garibaldino non tanto per aprirsi un varco a imprese maggiori, quanto per dare una scossa (frase prediletta del generale Kuhn) al suo nemico e togliergli la volontà di avanzar troppo sollecito. La mattina del 4 perciò una colonna di milledugento imperiali, scortati da due pezzi d’artiglieria, piomba su Vezza, e giovata dalla posizione infelicemente scelta dai difensori, dall’assenza del comandante in capo, dal dissenso dei due ufficiali che ne tenevano le veci[324] e infine dalla cieca avventatezza del maggiore Castellini, che a petto scoperto si precipitò sull’inimico; posti fuori di combattimento in men di tre ore, tra morti (14) e feriti (66) ben ottanta gregari, morto lo stesso Castellini che sconta eroicamente il temerario ardimento, morti il capitano Frigerio e il tenente Prada, costringe il rimanente, malgrado sforzi disperati di valore, a ripiegare su Edolo, per tornarsene poi nella sera medesima a Ponte di Legno assai malconcia essa pure, ma paga del piccolo e forse insperato trionfo.
E con questo ultimo scontro, il periodo dei combattimenti difensivi delle milizie garibaldine in Lombardia era chiuso per sempre. Il 5 luglio Garibaldi portava il suo Quartier generale da Rocca d’Anfo a Bagolino, e da quel giorno la campagna del Tirolo potè dirsi veramente cominciata. Prima però di narrarne le vicende ci conviene esaminare brevemente in quali condizioni Garibaldi la intraprendeva.
Nella seconda settimana di luglio disseminati da Brescia a Lodrone e da Salò ad Edolo ubbidivano a Garibaldi quaranta battaglioni di fanteria; due battaglioni di Bersaglieri riuniti in dieci reggimenti e cinque brigate; tre batterie di artiglieria da campagna ed una da montagna; due squadroni di guide a cavallo; quattro compagnie di Zappatori, i quali sommati ai relativi corpi del treno, dell’intendenza, dell’ambulanza,[325] componevano un totale di trentottomila uomini, ventiquattro cannoni, dugento cavalli; non contati due piroscafi, dei quali uno solo poteva navigare, e sei barche cannoniere prive fino al 6 luglio di cannoni e d’artiglieri, e ai quali era commesso non già di fare, ma di simulare la difesa del Lago di Garda.
Ora nessuno negherà che una simile forza stimata alla sola stregua del numero e paragonata a quella del nemico non potesse dirsi soverchiante e quasi strapotente; soltanto a fare una forza non basta una massa, e il valore d’un numero non è determinato dal solo esponente. Che cos’erano in realtà quei trentottomila uomini? Come armati, come vestiti, come ordinati, come agguerriti? come comandati? Chi sa come sono nati i Volontari ha già sulle labbra la risposta.
Per armi, i macchinosi schioppettoni d’ordinanza del 1866, inferiori anche al fucile ordinario austriaco, pressochè inservibili nella guerra alpestre, se già non poteva dirsi altrettanto in ogni sorta di guerra; incapaci poi di gareggiare nè da vicino, nè da lontano colle celebrate armi di precisione del nemico contro il quale perciò ogni garibaldino veniva a trovarsi in una necessaria e quasi organica inferiorità: quella stessa inferiorità a cui lamentò d’aver soggiaciuto l’austriaco contro il fucile ad ago del suo nemico di Sadowa.
E pari all’armi veniva la perizia di chi doveva trattarle. Nè per colpa loro. Soldati improvvisati, sbalzati dopo un mese di caserma e una settimana di piazza d’armi, al campo; ignari moltissimi del come si caricasse uno schioppo; ignari parecchi di quel che uno schioppo si fosse; armati la più parte per via, spesso alla vigilia d’andare al fuoco; non esercitati al bersaglio, non addestrati alle marcie, nuovi affatto alla montagna, quei trentottomila uomini non rappresentavano una forza militare proporzionata al loro numero; essi erano tutt’al più un gran campo di reclute; il rudimento d’un mirabile esercito, atto a crescere e perfezionarsi più rapidamente di qualsivoglia altro, ma che fino al termine del suo tirocinio restava pur sempre fra le mani del suo Capitano uno strumento imperfetto, una lama mal temprata che egli era obbligato a trattare tanto più riguardosamente, quanto più delicata e gentile era la materia onde si componeva.
E non si discorra degli ufficiali. Il modo usato nella loro scelta dà la norma della qualità loro. Scarsi di numero, lo erano ancora più di capacità. Non mancavano i buoni e nemmeno gli ottimi; ma la valanga dei mediocri, non senza mistura di pessimi, li soffocava. Sentivasi soprattutto (fatte qui pure le debite eccezioni) il difetto di ufficiali generali e superiori; più benemeriti la maggior parte per servigi resi alla patria che ragguardevoli per gesta militari. Come nei gregari così ne’ comandanti sovrabbondava il valore, scarseggiavano l’arte e l’esperienza. Molti non avevano mai tenuto un comando effettivo di truppe in campagna, e la stagion campale più lunga che avesser veduta era quella di Sicilia del 1860. Non si parli poi della guerra di montagna; era per essi un mondo nuovo; un continuo viaggio d’esplorazione in terra incognita, in mezzo alla quale avanzavan brancolando, interamente persi e disorientati. Nessuno, o, per non esagerare, ben pochi coloro che sapessero come coprirsi nelle marcie, guardarsi negli accampamenti, piantar un avamposto, misurare approssimativamente una distanza, leggere con certa sicurezza una carta. Anche ai migliori falliva in sulle prime il senso dell’insolito terreno sul quale eran chiamati a guerreggiare, e soltanto più tardi, dopo alcune settimane di lezioni, spesso dolorose, cominciavano ad acquistarlo. «Fate l’aquila,» diceva loro Garibaldi; ma quando principiarono a impararlo la guerra finì.
E non eran queste sole le cagioni che scemavano il valore di quelle milizie in cui pure grandeggiavano tante nobili virtù; un’altra ve n’era, forse la più grave di tutte: la infelicissima composizione dei reggimenti, interamente disadatta alla guerra che dovevano combattere. Anche qui l’imprevidenza aveva cagionato la precipitazione e la precipitazione il disordine. A Garibaldi occorreva una formazione svelta, leggiera, elastica, atta alle marcie, ai volteggiamenti, alle sorprese della montagna; gli fu consegnata invece una compagine abborracciata di corpi mastodontei, taluno de’ quali toccava, tal altro superava i quattromila uomini, difficili a maneggiarsi in rasa campagna, ma che tra i picchi delle Retiche, in quella guerra quasi aerea di falchi e di camosci, diventavano per chi doveva comandarli un problema ed un impaccio incessante; una cagione quotidiana di quella lentezza, di quei ritardi, di quei contrattempi che, nei monti principalmente, o costano la sconfitta o fanno pagar più sanguinosa la vittoria.
E a rendere più evidente quanto siamo venuti sin qui discorrendo, si volga uno sguardo al teatro nel quale Garibaldi era stato obbligato ad agire. A’ suoi occhi l’impresa del Tirolo non poteva esser condotta con rapidità e sicurezza, se non da chi avesse saputo a tempo assicurarsi la signoria del Garda. Però il consiglio da lui dato fin dal 10 maggio a Caprera di stabilirvi senza indugio una flottiglia di combattimento e di trasporto capace non solo di tener spazzato il Lago dalle navi nemiche, ma altresì, e più ancora, di tragittare sulla riva veneta quante forze fossero stimate espedienti così a penetrare nel Trentino per la valle del Sarca, come a dar la mano all’esercito italiano che vinta la linea del Mincio si fosse incamminato verso l’alto Adige.
E in entrambi questi casi, sia che il buon consiglio fosse stato seguito, sia che l’eventualità fortunata si fosse verificata, i quarantamila Volontari non sarebbero stati più di troppo. Libero di spiegarli e di muoverli per le tre grandi vie dell’Oglio, del Chiese e dell’Adige, collegate tra di loro dalle squadriglie del Garda, Garibaldi avrebbe potuto trarre dal suo esercito numeroso tutto il frutto di cui era capace e marciare più rapidamente alla vittoria. Invece quel che accadde è noto. Il Garda abbandonato alla difesa di quattro o cinque squallide carcasse su le quali doveva essere gran mercè, non di cacciare, ma di fuggire alla caccia del nemico, fu in realtà e per tutta la durata della campagna un lago austriaco; dal Mincio, anzichè l’annuncio della vittoria, suonò il grido spaventato «d’un disastro irreparabile;» e per l’effetto combinato di quell’imprevidenza e di questa sventura, ogni possibilità di operare per la sponda orientale del Garda e per le due rive dell’Adige venne a fallir per sempre.
Allora naturalmente non restò a Garibaldi che un partito:[326] tentare l’irruzione di fronte e prendere la strada più diretta e vicina, invadere il Tirolo per le valli del Chiese e di Ledro, e girati secondo i casi, o sforzati i forti che le sbarrano, salir in tre colonne per le Giudicarie la convalle di Conzei e la valle del Sarca nella direzione di Trento, sotto la quale avrebbe potuto dare una battaglia finale e decisiva con tutte le sue forze collegate.
Però chi abbia percorso una volta sola quelle Alpi, od anche volga soltanto un’occhiata rapida alla loro Carta, comprenderà di leggieri che penetrare con quarantamila uomini nelle anguste gole di quelle vallate era quanto voler penetrar di colpo colla folla di Serse nella bocca delle Termopili.
Nel primo istante, fino a che l’imbocco delle valli non fosse superato e gli invasori non avessero guadagnato tanto terreno da potervisi distendere e manovrare, l’avanzare per essi non poteva essere che assai lento e penoso, e piuttosto un tentar a destra e a manca mille sentieri e mille varchi, che un vero avanzare. Naturalmente in quelle strette non ci potevano capire che le teste di colonna; epperò si può affermare con tutta asseveranza che soltanto nel giorno in cui da un lato ebbe posato saldamente il piede all’imbocco delle Giudicarie e dall’altro colla presa d’Ampola afferrata la chiave della valle di Ledro; soltanto cioè tra il 17 e il 18 luglio, Garibaldi potè spiegare in linea tutte le sue forze e adoperarle utilmente.
Ma se Garibaldi era assai men forte di quello che appariva, il suo avversario non era tanto debole quanto egli stesso voleva far credere. Il generale Kuhn non poteva disporre, è vero, che di diciassettemila uomini, trentadue cannoni e duecento cavalli; ma chi consideri come quei diciassettemila uomini erano comandati, istruiti ed armati, e quale rinforzo trovavano nel terreno stesso che dovevano proteggere, nell’indole stessa della guerra difensiva che dovevano combattere, vedrà la pretesa superiorità delle forze italiane scemare d’assai, e la partita de’ due contendenti, per un reciproco compenso di vantaggi e svantaggi, quasi pareggiarsi.
Composti in gran parte di quei Cacciatori imperiali che l’Austria leva dal seno stesso del Tirolo, e i quali contendono agli Svizzeri la fama di migliori tiratori d’Europa; formati abilmente in quattro mezze brigate leggiere, di cui l’unità tattica predominante era la compagnia; spalleggiati e collegati tra di loro da due grosse brigate di riserva; armati di quei loro Stutzen di precisione, che tra gli alpigiani tirolesi sono quasi un’arma tradizionale e domestica; protetti oltre che dai baluardi naturali del suolo, che è di per sè solo un grande campo trincerato, da un sistema di forti asserraglianti le principali arterie del paese (Lardaro nelle Giudicarie, Ampola e Ponal in Val di Ledro, Riva in quella della Sarca, Buco di Vela e Doblino presso Trento), quei diciassettemila combattenti potevano dirsi nel fatto raddoppiati e fino a che non li avesse raggiunti sulle loro rupi la baionetta garibaldina tenersi pressochè invincibili. Nè ciò basta ancora: li comandava uno de’ più abili uomini di guerra dell’Austria; quel generale Kuhn, che passa oggi ancora per uno de’ più dotti maestri della guerra di montagna,[327] il quale, accoppiando alla prodezza ed all’ingegno uno studio lungo e approfondito dello scacchiere che era chiamato a difendere, diventava anche per Garibaldi un avversario veramente temibile; il solo, forse, fra tanti che n’aveva scontrati in trent’anni di guerra, il solo degno di lui.
E tuttavia la sorte preparava al Generale austriaco un altro immenso, inestimabile vantaggio: Garibaldi era ferito! Conviene aver veduto Garibaldi in campagna, conoscere il suo modo di guerreggiare, ricordarsi quale partito egli sapesse trarre dalla sua prediletta abitudine di salire ogni mattina il punto più culminante e sovente più avanzato della sua linea per esplorare le mosse e le posizioni nemiche, per comprendere tutto il valore di quella parola. La ferita era più molesta che grave; ma dapprima configgendolo in letto, poscia, durante la convalescenza, vietandogli l’uso del cavallo e non permettendogli altro modo di locomozione che la carrozza, si risolveva difatto per quell’uomo e quel Capitano in una vera e grossa infermità che lo paralizzava in uno de’ punti più vitali della sua energia.
Ridotto a far la guerra, come suol dirsi, a tavolino, ed a fidarsi alle relazioni de’ suoi luogotenenti, che non sempre erano i più fedeli ed abili interpreti del suo pensiero; posto nell’impossibilità di essere egli il primo esploratore o la prima vedetta del proprio esercito, che tutto vede co’ suoi occhi, dirige colla sua voce, ravviva colla sua presenza, il Capitano del 1866 non era più in realtà che un Garibaldi dimezzato, uno spirito prigioniero del proprio corpo, privo degli strumenti principali del suo genio: il moto e la vista.
Certo, che anche ferito e chiuso fra quattro pareti, l’occhio più vigile del suo campo era sempre lui. Quel che Garibaldi vedeva, concepiva, divinava anche dal fondo della sua cameruccia di Storo, è inenarrabile e forse incredibile. Col solo aiuto d’una Carta topografica egli passeggiava su per le creste e dentro i valloni del Tirolo meglio di quegli stessi ufficiali che pur v’andavano e ne venivano ogni mattina. Quante volte non lo udimmo noi stessi indicare un sentiero, rilevare una posizione, scoprire una scorciatoia che i suoi migliori luogotenenti non avevano talvolta nemmeno sospettata! Era una meraviglia incessante; e non esitiamo ad affermare che tra tutte le campagne combattute fino allora, quella in cui emerse maggiormente la potenza geniale del nostro Capitano fu quella del Tirolo. Soltanto era, come dicemmo, una potenza i cui effetti non potevano più farsi sentire colla rapidità ed efficacia con cui si fece sentire altra volta ad altri nemici, allorquando Garibaldi, in pieno possesso di tutte le sue membra e di tutte le sue forze, era il primo nelle marcie, il primo alle avanguardie, il primo alle scoperte, l’ultimo alle ritirate, e poteva col sussidio del suo colpo d’occhio maraviglioso confermare le ispirazioni della mente e vegliarne l’applicazione. Però ringrazi il generale Kuhn, il suo bravo Kaiser-Jäger di Monte Suello: quella palla così bene aggiustata nella gamba del suo avversario gli vinse la migliore sua battaglia.