XVI.
La notte era grigia e tetra, la campagna squallida e muta: buffi di vento soffiati dal Tevere penetravano nelle ossa, intirizzendovi quelle ultime ceneri d’energia che l’ambascia e la fatica di quell’aspra giornata non aveano consumate. La colonna seguiva, lunga, serrata, taciturna: non un canto, non un grido, non un colloquio. Garibaldi precedeva a cavallo, silenzioso anch’esso, col cappello sugli occhi, le braccia abbandonate, lugubre, spettrale. Pareva il Napoleone di Meissonnier, che batte in ritirata dopo la sconfitta di Laon. Egli non badava ad alcuno, e nessuno a sua volta avrebbe osato interrompere il sacro colloquio di quell’uomo con la sua sventura.
Un istante tuttavia parve accorgersi che qualcuno gli cavalcava più dappresso, guatando ansioso tutti i moti della sua fronte; onde, rotto per poco il silenzio, gli disse: «È la prima volta, Guerzoni, che mi fanno voltare le spalle così, e sarebbe stato meglio....» qui un profondo sospiro gli troncò nella strozza la parola, e spinto avanti il suo cavallo, arrivò poche ore dopo insieme a tutta la colonna a Passo Corese.
Voleva forse dire: «Sarebbe stato meglio morire?» L’evento e l’ora consigliavano siffatti pensieri, e molti forse li covavano come lui.
Ivi il primo ad affacciarglisi fu il volto franco ed ospitale del colonnello Caravà, già suo soldato, ora comandante il 4º Granatieri al confine, e che fin dove glielo avevano concesso i suoi rigorosi doveri, era stato durante tutta la campagna sollecito in ogni guisa de’ nostri sbandati e de’ nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:
«Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell’esercito che l’onore delle armi italiane fu salvo.»
E fu quella la più eloquente epigrafe di tutta quella campagna.
Il dì appresso il Generale montava in ferrovia, col proposito di ricondursi diritto alla sua Caprera, quando, «giunto a Figline (lo diremo colle parole stesse della protesta che i seguaci del Generale stesero in quella circostanza),[372] il convoglio fu fatto arrestare e presentossi al generale Garibaldi il luogotenente colonnello dei Carabinieri, signor cavalier Camozzi, il quale chiese conferire da solo col Generale stesso. La stazione era occupata militarmente da una divisione di Bersaglieri, comandata dal maggiore Fiastri, e da un forte drappello di Carabinieri.
»Dopo pochi istanti il Generale scese dal convoglio, e tutti noi che lo accompagnavamo con lui.
»A un tratto si udì il generale Garibaldi dire ad alta voce al colonnello Camozzi le seguenti parole:
» — Avete il regolare mandato d’arresto? —
»Il Colonnello rispose: — No. Ho l’ordine d’arrestarla. —
»Il Generale replicò: — Voi sapete di commettere una illegalità. Io non sono colpevole d’alcuna ostilità contro lo Stato italiano, nè contro le sue leggi. Sono deputato italiano, generale romano eletto da un governo legalmente costituito e cittadino americano. Come tale, non essendo colto in flagrante di nessun delitto, non posso essere arrestato, e voi e chi vi manda, violate la legge. Però vi dichiaro che non cederò che ad un atto di violenza, e che, se volete arrestarmi, vi converrà trasportarmi a forza. —
»A queste sue parole noi tutti (s’intendano i sottoscrittori della protesta) eravamo risoluti a difendere anche colle armi, nella persona del Generale, la legge e il diritto. Ma egli ci dichiarò «che alla violenza, che si intendeva usare contro di lui, non voleva si rispondesse con altra violenza; che non avrebbe mai consentito ad un conflitto con soldati italiani, e ci impose di tralasciare ogni pensiero di resistenza armata.»
» — Perchè (soggiunse) se avessi voluto resistere colle armi, io pel primo avrei usato di quelle che aveva sotto i miei ordini. —
»Noi ubbidimmo.
»Accorsa molta gente, la quale poteva far temere una collisione, e nel desiderio di evitare uno spettacolo così umiliante per il paese, il deputato Crispi telegrafò due volte al Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo una revocazione degli ordini in nome d’Italia, ed affermando replicatamente che il Generale voleva andare a casa sua, a Caprera. Perciò fu chiesta al colonnello Camozzi la breve dilazione necessaria per ottenere da Firenze una risposta telegrafica, come era stata domandata.
»Nello stesso tempo molti fra noi insistevano presso il colonnello Camozzi, perchè anch’egli, da parte sua, telegrafasse al Governo, significandogli la risoluzione del generale Garibaldi e chiedendogli, per la nuova e impreveduta circostanza, nuove istruzioni.
»A questo nostro consiglio il colonnello Camozzi oppose il più reciso rifiuto.
»Scorsa un’ora, senza che fosse arrivata da Firenze alcuna risposta al telegramma del deputato Crispi, il colonnello dei Carabinieri dichiarò che doveva far eseguire gli ordini.
»Nemmeno la dichiarazione fatta più volte dal generale Garibaldi d’essere stanco, sofferente, affranto da molti giorni di privazioni e di fatiche, e di non poter sopportare il nuovo e grave disagio d’un lungo viaggio, valse a trattenerlo.
»Allora quattro carabinieri si avvicinarono al Generale, il loro maresciallo lo invitò, in nome de’ suoi superiori, a seguirli. Il Generale, mantenendo ferma la sua prima risoluzione, fu sollevato dai suddetti carabinieri, tolto da dove era seduto nella sala d’aspetto, e così trasportato di peso in mezzo al silenzio più solenne de’ suoi amici sino alla carrozza a lui destinata.
»Solo il deputato Crispi, in nome di tutti, protestò con energiche parole contro la violazione della legge e contro l’oltraggio inflitto al più grande cittadino d’Italia.
»Fu concesso soltanto alla sua famiglia ed a’ suoi domestici d’accompagnarlo, ma solo il genero Canzio rimase con lui.
»Nello stesso compartimento andò a sedersi il colonnello Camozzi; molti vagoni di Bersaglieri precedevano e seguivano il treno.[373]»
E di là continuò fino al Varignano, dove sostenuto tre settimane, il 26 di sera fu imbarcato per Caprera, e quivi colla sola condizione di non uscirne sino al marzo vegnente e di presentarsi al Tribunale, caso mai il processo dovesse aver luogo, posto in libertà.
Le ultime parole da lui scritte, uscendo da quel secondo carcere patito per Roma, furono: «Addio Roma, addio Campidoglio! Chi sa chi e quando a te penserà!»
Ci pensò la Nemesi della Storia, che ai vinti di Mentana preparò la triste, ma giusta, ma fatale rivincita di Sédan!
SCHIZZO TOPOGRAFICO dell’Insurrezione Romana — 1867 ([Versione più grande])