XVIII.
Garibaldi aveva finito davvero. Arrivata sul Volturno la divisione del generale Della Rocca e stabilito di serrar Capua con regolare assedio e di espugnarla con bombardamenti, Garibaldi, o perchè gli ripugnasse di cannoneggiare una città italiana, o perchè stimasse la parte sua oramai accessoria e quasi superflua, lascia il comando de’ suoi, ancora campeggianti intorno a Capua, al Generale sardo, e si ritira a Napoli. Di là il 29, quasi segno di commiato, scrive al Re un’affettuosa lettera, nella quale, dopo «rimesso in sua mano il potere sopra dieci milioni d’Italiani bisognosi d’un regime riparatore,» lo assicurava che in quelle contrade avrebbe trovato un popolo civile, amico dell’ordine, quanto desideroso della libertà, pronto ad ogni sacrificio, se richiesto nell’interesse della patria e di un governo nazionale; affermava che l’Isola di Sicilia, malgrado le difficoltà suscitatevi da gente venuta di fuori, ebbe ordini civili e politici pari a quelli dell’Italia superiore, e godeva tranquillità senza esempio. Supplicava infine «mettesse sotto la sua tutela tutti coloro che egli aveva avuti a collaboratori in quella grande opera di affrancamento dell’Italia meridionale, e accogliesse nel regio esercito i suoi commilitoni che bene avevano meritato della patria.[161]»
E così gli ultimi giorni della sua Dittatura si avvicinavano. Il 31 ottobre consegnava solennemente alla Legione ungherese una bandiera ricamata per essa dalle signore napoletane; il 2 novembre Capua segnava la resa; il 4 faceva ai Mille la solenne distribuzione delle medaglie loro decretate dal Comune di Palermo; il 6 passava in rassegna sulla piazza di Caserta il suo stracciato, ma glorioso esercito, dopo aver atteso invano che il Re venisse ad onorare d’un suo sguardo i prodi che da Marsala a Sant’Angelo avevano combattuto in suo nome.[162] Al dì vegnente, 7 novembre, giorno prefisso al solenne ingresso di Vittorio Emanuele in Napoli, lo accompagnava in carrozza, seduto alla sua sinistra, nella consueta sua assisa, dirimpetto i due Prodittatori, sotto una proterva pioggia che sciupava gli archi, dilavava i parati e infracidiva i fiori, ma non poteva intiepidire l’immenso entusiasmo dei Napoletani, ebbri di quel giorno tanto aspettato. E fu l’ultima comparsa pubblica del Dittatore. Gli furono offerti il collare dell’Annunziata, il grado di Maresciallo, altri onori e stipendi: rifiutò ogni cosa. L’8 di novembre consegnò a Vittorio Emanuele, nella gran Sala del trono, il plebiscito delle Due Sicilie; poscia, diretto a’ suoi compagni d’armi un ultimo belligero addio,[163] in sull’alba del 9, tacitamente, clandestinamente, quasi un fuggitivo, seguíto dal Basso, dal Gusmaroli, dal Coltelletti, dal Nuvolari e da qualche altro famigliare, s’imbarcò sul Washington alla volta della sua Caprera.
Le ultime parole da lui dette ai pochi che l’avevano scortato a bordo, furono quelle del suo addio ai Volontari: «A rivederci a Roma.» Quando tutto fu lesto alla partenza, sciolse egli stesso la fune del bastimento, quasi volesse simboleggiare che scioglieva così le ritorte del potere, nel quale era stato fino allora avvinto e ricuperava la sua libertà. L’eroe però non partiva a mani vuote: Basso, il segretario, nascondeva nelle sue valigie alcune centinaia di lire, ed egli stesso aveva fatto imbarcare sul Washington, spoglie opime della conquista, un sacco di legumi, un altro di sementi e un rotolo di merluzzo secco!
Il Giornale Ufficiale di Napoli ostentò per tre giorni di ignorare la sua partenza; il Farini nell’annunciare la sua Luogotenenza ai Napoletani si scordò di nominarlo; altrettale cortesia fu suggerita al Re nel suo bando ai Palermitani, talchè fra il Liberatore che trionfa da Marsala al Volturno e il Dittatore che parte povero, oscuro e insalutato da Napoli, resterà dubbio nella storia quale sia il più grande.