COMITATO NAZIONALE POLACCO
N.º 498, Parigi, via Taranne, 12.
Il dì 6 ottobre 1832[65].
Figli d'Italia!
Un Genio forte non si stanca mai, e nelle varie vicende sta sempre intento a risuscitare gli alti pensieri ed a fortificare i nobili sentimenti. Tale fu il Genio della vostra classica terra da tre secoli soggiogata. Un lungo infortunio ha creata l'esperienza della vostra nazione, la quale, principiando una nuova vita, non ha cessato mai di dare alla patria uomini dotti che preparando per voi un felice futuro, hanno mostrato al mondo i veri principî della libertà. Il popolo, dal cui seno uscirono cittadini predicanti siffatti principî, non è per certo destinato alla schiavitù. Ed oggi, figli d'Italia, Giovine Italia! la vostra gioventù fervida di speranza è una viva e brillante imagine del rinascimento vicino della vostra indipendenza e della vostra libertà.
Un popolo, che sa sentire, ascolta ed intende qualunque altro popolo è posto in simili circostanze. Per questo, i figli d'Italia accetteranno con gioja la parola dei figli della Polonia, i quali giunti in esilio insieme ad essi, si sono incontrati sull'amica terra di Francia. Qui uniti si ricordano insieme delle speranze svanite, quando i popoli d'Italia e di Polonia, riposando sull'eroe di Francia, incontrarono ogni sorte di sacrificî per rilevare la loro esistenza; e questa fraterna amicizia principiata allora fra i combattenti sotto gli stessi segni guerrieri, fa in oggi ricordare la rovina di tutti gli sforzi insieme ultimamente fatti per questo grande oggetto; fa intendere i suoi pensieri e indovinare l'avvicinato futuro.
Quei prossimi e preziosi istanti non lasciano assai tempo per risvegliare que' ricordi, per parlare di quelle strette relazioni che dai principî del cristianesimo avevano uniti i Polacchi e gli Ungheresi coi vicini Italiani. Il loro pensiero è tutto occupato di questo combattimento europeo coll'atroce dispotismo, tanto per la libertà ed il supremo potere dei popoli, quanto per la libertà e l'eguaglianza del diritto di ciascuno contro i privilegi e le usurpazioni di qualche eccezione: combattimento per l'indipendenza e per l'unione delle oltraggiate nazioni.
Figli della Penisola oltremontana! Non siete stranieri lontani, quando sul Continente si tratta una causa così importante. Simile è sempre ed in tutto la situazione dell'Ungheria, della Polonia e dell'Italia: la loro causa è la stessa; simili dunque e contemporanei devono per tutti essere i momenti d'operazione. Questa persuasione bolle nel sangue degli eroici guerrieri d'Italia e di Polonia, e il cuore dei cittadini delle due nazioni s'infiamma egualmente per la causa dell'Umanità. Nell'esilio, e nell'infortunio, le loro mani unite siano un segno dei loro desiderî, dei loro sacrificî e delle loro sempre concordi operazioni.
| Lelewel. | |
| Valentino | Zwierkowski. |
| Antonio | Hluszniewicz. |
| Rykaczewski. | |
| Antonio | Przeciszewski. |
| Leonardo | Chodzko. |
| V. | Pietkiewicz. |
GIOVINE ITALIA
Poloni!
La Giovine Italia accoglie con gioja la vostra parola. Voi siete prodi, o Poloni. Dal giorno in cui l'infamia dei re congregati smembrò la vostra contrada, voi non avete cessato mai dal combattere apertamente o celatamente contro i vostri oppressori. Voi avete più volte, col martirio, protestato solennemente in faccia all'Europa, che nessuna forza potrebbe spegnere il pensiero d'indipendenza che vi fremeva nel petto, come nessuna usurpazione poteva cancellare i vostri diritti di popolo e di nazione. La vostra bandiera, proscritta sul vostro terreno, pellegrinò, sublime di memorie, per tutta Europa, ma combattendo e vincendo per l'altrui salute, mescendovi con altri prodi, il vostro pensiero era sempre alla Vistola, e il voto che ispirava Dombrowski scaldava i vostri cuori sulla terra straniera. Avete dato al mondo un esempio unico di costanza e di fermo volere. E quando nel 1830, sorgeste a salvar la Francia e l'Europa superaste gli esempî dei padri. Sorgeste quando tutte le forze dell'Impero erano in marcia verso le vostre frontiere. Sorgeste soli: combatteste soli. Onta all'Europa che rimase inerte! Oppressi dal numero, fors'anche dal tradimento, cadeste; ma l'aquila bianca, non brillò mai d'una luce sì bella come a quell'eroico cadere, e v'è tal nazione, alla quale sarebbe più gloria l'esser caduta, come voi cadeste, che non il trascinare una vita incerta e grave del gemito e della maledizione dei popoli.
Però la vostra parola ci suona nell'esilio come una promessa d'avvenire, e stringendo la mano che voi ci porgete, noi pure ci sentiamo più forti.
Ma il diritto d'onore, che il vostro coraggio v'ha dato da molti secoli, s'è convertito, dal 1830, in diritto di fratellanza. Ampliando la sfera dei vostri sentimenti, e fecondando il pensiero patrio col pensiero europeo, mente dell'epoca in cui viviamo, voi avete imposto un debito di riconoscenza e di lega a chi non avea che un debito d'ammirazione.
«Se anche, voi diceste all'Europa, in questa lotta della quale noi non ci dissimuliamo i pericoli, dovessimo combattere soli pel vantaggio di tutti, pieni di fiducia nella santità della nostra causa, nel nostro valore e nell'assistenza dell'Eterno, noi combatteremo fino all'ultimo sospiro per la libertà! E se la Provvidenza ha condannata questa terra a un servaggio perpetuo, se in quest'ultima lotta la libertà della Polonia è destinata a soccombere sotto le rovine delle sue città e i cadaveri de' suoi difensori, il nostro nemico non regnerà che sovra deserti, e ogni buon Polono trarrà seco morendo questo conforto, che se il cielo non gli concedeva di salvare la patria egli almeno con questa guerra mortale ha salvato per un momento, le libertà minacciate d'Europa.»
Furono parole solenni, grandi come la vostra sciagura: e l'Europa dei popoli le ha raccolte. Dal giorno in cui lo proferiste, fu segnato il patto d'alleanza perpetuo tra voi, e gli uomini della libertà in tutte contrade. Dal 20 dicembre 1830 ha data il titolo della Polonia alla grande Federazione Europea.
E però noi ora non facciamo che ratificare nell'esilio quel tacito patto: patto santificato dalla sventura: patto che durerà, perchè sgorga dalla natura della guerra che sosteniamo, e dalla missione che i destini dell'Europa e dell'incivilimento progressivo ci affidano. Sacerdoti d'una religione ch'oggi ancora è proscritta, ma il cui trionfo è sicuro, devoti dalla coscienza e dallo spirito del secolo a una bandiera che ha scritto da un lato libertà ed eguaglianza, dall'altro Umanità, dovevamo forse incontrarci tutti in un esilio comune, perchè da questo convegno di proscritti escissero i germi del gran convegno dei popoli; perchè serrati a cerchio come i cospiratori del Grütli giurassimo la alleanza degli oppressi contro l'alleanza degli oppressori. Da qui noi ci riporremo in viaggio, nella direzione che la natura commette a ciascuno, voi, coll'Alemagna unitaria, e coll'Ungheria ricostituita, all'emancipazione del Nord, all'incivilimento delle razze Slave; noi, colla Francia e colla Spagna all'emancipazione del Mezzogiorno. Ma in qualunque luogo noi ci troviamo, ricorderemo le amicizie strette nei giorni della sciagura: a qualunque zona del cielo europeo si rivolgano i nostri sguardi, noi diremo: là abbiamo fratelli: là il sole della libertà scalda anime di generosi!
Fratelli di Polonia!—i nostri padri hanno, voi lo accennate, combattuto sotto gli stessi segni. Illusi dalle stesse speranze, diedero insieme il loro sangue per cimento ad un trono che potea diventare il trono della civiltà, e non fu che quello d'un uomo.
Fratelli di Polonia!—qualche cosa ci dice che nelle lotte parziali inevitabili a toccare l'intento comune, noi combatteremo anche una volta insieme. Ma quelle battaglie non c'inganneranno nei risultati, perchè saranno combattute per noi e da noi, perchè saranno le battaglie non d'un uomo ma d'un principio.
Per la Giovine Italia,
Mazzini.
DELL'UNITÀ ITALIANA
1833.
L'Italie est une seule nation. L'unitè de mœurs, de langage, de litterature doit, dans un avenir plus ou moins éloigné, réunir enfin ses habitans dans un seul gouvernement.
Napoléon.
Italiam! Italiam!.....
Virgilio.
I.
La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica il sistema federativo ci sembra generata da una strana confusione d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli Italiani, e li indugia sui confini del nuovo stato in continue transazioni col vecchio che pur vorrebbero struggere. Ma è questione che vezzeggia e sollecita l'individualismo, potentissimo anch'oggi in Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente patrio—risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più Stati—poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure—e mostrare come da più secoli la tendenza frazionaria e il decadimento italiano camminino su due parallele—e svolgere le conseguenze favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che verrebbero dal concetto unitario—ed esporre intero il piano d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte critica, comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.
Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo unitari. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di potenza e d'amore—e questa idea ci s'affacciava nell'Italia una, ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di Machiavelli—e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come frutto di studî severi.
Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri, convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o d'un re, poco monta. La centralizzazione uccide la libertà delle membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»
E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze individuali, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al calabrese: tu vieni ad uccidere un morto, sorgeva gigante a frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una idea solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî dell'astrazione. La mano scarna della dottrina ci sfrondava l'albero delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su' nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente, quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte le idee, s'affaccia istintivamente all'umano intelletto ne' suoi primi sviluppi, e filosoficamente negli ultimi; e v'è fra queste due un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche costituzionali, delle due camere, della bilancia dei poteri, dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza. Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste e grandi repubbliche.
Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del manto della sapienza, noi la subimmo—e la trapassammo. Fummo federalisti, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni—perchè rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo convincimento—perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.
Siamo unitarî—e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la contraria opinione, com'oggi—e forse a torto[67]—gli unitarî di Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è possibile stabilirla in uno di venti. Ma stabilirsi e durare son due termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà. Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo esclusivamente unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota di senso. Siamo esclusivamente unitarî, come siamo esclusivamente repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo libertà vera possibile, dall'unità in fuori non veggiamo libertà forte e durevole.
Cos'è il governo federativo?—D'onde traggono origine le federazioni?—Qual è l'elemento principale che le costituisce?
Ogni federazione trae evidentemente origine dalla debolezza degli Stati che la compongono. La necessità d'una difesa che più Stati isolati non trovano nelle proprie forze, li determina a collegarsi per reggersi l'un l'altro contro ogni nemico che s'affacciasse.
L'essenza del governo federativo è riposta nel patto che stringe gli Stati confederati a proteggere e tutelare la indipendenza di ciascuno colle forze di tutti,—l'altre son condizioni accessorie, d'importanza secondaria, e sottomesse a modificazioni infinite.
Che cercano gli Stati confederandosi?
La forza?
Dove la cercano?
Nella unione.
E questa unione non la ristringono a ciò ch'è di pura necessità, ma l'ampliano d'ordinario a confini più larghi: non la fondano unicamente sul patto giurato della difesa, ma tentano cacciarne le basi sulla uniformità delle leggi interne, dei bisogni mutui, dell'utile commerciale: non s'acquetano a desumerla dall'istinto che guida gli Stati a crearsi per ogni dove sicurezze d'indipendenza, ma s'adoprano a darle sostegno la fratellanza. A quelle unioni che posano solamente sulla promessa di proteggersi scambievolmente, è serbato il nome di Leghe; ma le federazioni procedono innanzi. I più tra gli Stati cercano confederarsi con chi li somiglia. Son rare le confederazioni di repubbliche e monarchie. Un istinto politico insegna ai popoli che la conformità dei reggimenti interni fa le unioni durevoli. E le antiche e le nuove federazioni statuirono principî dichiarati e immutabili, dai quali non fosse concesso partirsi. Le repubbliche greche spinsero tant'oltre gli obblighi di leggi uniformi che correvano ai confederati, da mutare interamente la natura indipendente delle federazioni; e lo vedremo tra poco. Delle nuovissime, basti l'America. Tutte—tranne la Svizzera ch'oggi intende il suo vizio—hanno cercata l'unione federale durevole nel riavvicinamento graduato all'unità, delle leggi, degli istituti, de' principî fondamentali.
Da questi pensieri che s'affacciano spontanei al primo esame della questione, e sgorgano dalla definizione del sistema federativo, emerge un dubbio: perchè se a più Stati vicini con molti punti di contatto e collocati in simili circostanze, giova l'unirsi, cotesta unione non toccherebbe gli ultimi termini?—Perchè se il bisogno d'essere forti li stringe a confederarsi, la certezza dell'incremento di questa forza ch'essi tentano procacciarsi non li indurrebbe all'unità?—Perchè, se la uniformità di governo e di leggi fondamentali è bisogno sentito da quanti si stringono a federazione, non lo adeguerebbero essi creandosi un solo governo, una sola legislazione?
La questione specialmente in relazione all'Italia, si ridurrebbe dunque a questione di possibilità o d'impossibilità: teoricamente decisa a favore dell'unità scenderebbe ai dominî della pratica, che spesso dicono, cozza colla teorica, rifiutando inappellabilmente ciò che i principî vorrebbero.
Noi crediamo poco a questo dissenso fra la teorica e la pratica che pur s'allega così sovente nelle questioni politiche. Generalmente parlando, i principî stanno per noi sommi sovra tutte cose e le dominano. Teorica e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la legge, l'idea: la seconda è il segno che rappresenta il pensiero, la formola scritta attraverso la quale è rivelata la legge, la forma che l'idea assume trapassando nel mondo sensibile. Se un principio è vero, le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili, perchè nessun principio può rimanersi sterile a lungo e senza conseguenze. E dei dieci casi, nei quali sembra manifestarsi questo dissenso, tre forse spettano a una intelligenza parziale e frazionaria di quel principio che s'è tentato applicare senz'averlo scoperto tutto—sei a un'applicazione falsa, incompiuta, o paurosa—un solo a fatti reali che s'attraversavano, dissonanze cacciate dalla natura, opposizioni inerenti alle umane cose che l'intelletto è certo di vincere, non di vincere a un tratto. Ma la scienza politica che riassume i gradi di progresso e presenta, dopo le religioni e la filosofia, la formola più estesa delle nozioni acquistate dall'intelletto, esce da poco d'infanzia. Le dottrine gesuitiche dei settatori della tirannide assumono quei casi, li moltiplicano e ingigantiscono, e sviano gli animi dall'addentrarvisi: la presuntuosa ignoranza dei pedanti in politica che s'arrogano la dittatura perchè ha raccolto, senza discuterli, una collezione di fatti, avvalora l'arti della tirannide; e la inerzia dei più vi s'acqueta[69].
Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.
Or lo provano? e come?
I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica unitaria su vaste proporzioni, non uno—e ne inducono senz'altro esame la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione. Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole alla loro credenza, e giova distruggerla.—Ma prima è necessario per noi l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica—e inalzarci apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non vogliamo sottometterci mai.
Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio, l'imitazione servile.
A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che inalzano—e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola, non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi, gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo, quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di giorno in giorno.
Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale, funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile, o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato, quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.
La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche—e dietro a quei due la turba degli enciclopedisti, i filosofi, i mezzo-politici e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia era elemento della nazione traente origine dalla conquista. In Francia non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?—Il solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau—e Rousseau fu greco: spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo, elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet, per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant, Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le tre giornate, ritenta la terza—e speriamo—l'ultima prova. La ritenta, mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato—mentre il sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla—a fronte del ruggito irlandese—a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi, per ogni dove—quando i colori della repubblica si mostrano in Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea—quando le dispute vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo disinganno alle moltitudini?
Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il principio monarchico-misto e il repubblicano. La repubblica v'ebbe la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi americana esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del National, le due camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a buon mercato, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia, invoca la federazione.—Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?
È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?—Un fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne la conseguenza che ne fu tratta altrove?—I principî prevalgono ai fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il principio nazionale tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.—Contemplateli; ma del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente. Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca, unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani, e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete servi, o meschinamente ribelli al vero.
Ed ora scendiamo agli esempî.
I primi ci s'affacciano nella Grecia.
Chi disse la varietà nell'unità essere il tipo del mondo greco, disse cosa più vera ch'altri non pensa. La Grecia splende nella storia europea d'una potente unità; ma d'una unità vivente nel genio greco più che negli ordini greci; d'una unità che vegliava nelle religioni, nelle abitudini, nella missione che i destini fidavano alla Grecia, nucleo primitivo del mondo europeo, nella opinione radicata, che tutti stranieri eran barbari, non nelle leggi e negli istituti politici interni. La missione greca di romper guerra in nome dell'Europa futura al genio orientale s'adempieva fatalmente, per legge di razze, senza che fosse necessaria una forte e preordinata unità. E d'onde sarebbe sorta cotesta necessità, quando la Grecia era sola in Europa?—Però nei tempi delle greche repubbliche le confederazioni valsero contro ai Persiani, come leghe formate a tempo, e volute dalla urgenza di combattere una guerra comune a tutela dell'elemento nazionale. Ma quando sorsero le ambizioni e le invidie domestiche, e le leggi varie partorirono le varie tendenze, le federazioni non valsero a quetare la discordia e le guerre intestine, nè a salvar la Grecia dalla dittatura d'un principe o d'una delle repubbliche, nè a proteggerla dall'invasione straniera: quando questa invasione venne d'Europa, la lotta fu varia, ostinata, perpetua. Durò continua fra Sparta e Atene, fra l'elemento dorico e l'elemento ionio. Nè la Lega anfizionica valse a indurre la pace. Fu simulacro, non esempio di lega. Fu, nei tempi più queti, guerra tacita e quasi legale, sostituita all'aperta. E la storia greca ai tempi anfizionici, è storia di contrasti e d'usurpazioni alterne, nella quale ora Sparta, or Tebe, or Atene furono dominatrici nel consiglio supremo. Poi venne la potenza macedone—e quando Filippo e Alessandro sorsero primi, fu lega di servaggio comune, non libera fratellanza di repubbliche confederate a serbare intatto il sacro deposito dell'uguaglianza[70]. E quando il popolo romano, il popolo Napoleone cacciò sull'arena il guanto della universale dominazione, la lega achea riuscì impotente a sottrarvisi. Le federazioni greche, come tutte federazîoni contro una potenza unitaria, si fransero contro la unità di Roma.
Varchiamo d'un balzo tutto quel periodo nel quale la grande unità romana delineò coll'armi il programma dell'era moderna che la pace dei secoli liberi svolgerà nel futuro. Varchiamo tutto quel lungo periodo di guerre virilmente difese contro il colosso romano, ma inefficacemente ordinate e mal collegate che strappò di bocca a Tacito quella sentenza: che rara è la concordia di due o tre città nel combattere un comune pericolo[71]. Dalle leghe italiche in fuori, alle quali per domare la potenza romana non mancò che d'essere forti d'un vincolo unitario, nessuna lega apparisce, nessuna confederazione che meriti esser tolta a modello; leghe di schiavi, leghe di colonie e di municipii, che Roma struggeva d'un cenno. L'unico tentativo di lega che meriti l'attenzione dei posteri, è quello ch'escì dal concetto d'un gladiatore tracio: è il grido di Spartaco a' suoi fratelli di servitù. E il grido di Spartaco potente a far tremare la stessa Roma, fu grido d'unione concentrata e universale a quanti gemevano conculcati dalla romana aristocrazia; fu il programma dell'unità popolare, come Roma fu della unità nazionale italiana.
Il primo esempio di federazione che ci s'affaccia nel mondo europeo moderno, è la Svizzera: la Svizzera, federazione di fatto, di necessità, d'aggregazioni successive, che nessuno sceglierà mai a modello d'organizzazione politica; la Svizzera, terreno neutro, che la mutua gelosia delle grandi potenze salva dalle usurpazioni straniere ogniqualvolta l'equilibrio europeo turbato non trascini con sè la invasione: la Svizzera, associazione d'elementi eterogenei, composta di Cantoni d'indole, di religione, di politica, di credenze diverse, complesso di tutte le forme d'istituzioni aristocratiche, popolari, monarchiche[72]—che non ebbe se non un secolo bello di pace, il XIV—ch'oggi nel moto d'eventi che incalza l'Europa, sente evidentemente il bisogno di avvicinarsi all'unità, o la condanna a rodersi di anarchia. E so che taluni fra i politici—quelli appunto che gridano alto contro le utopie dei repubblicani unitarî—tennero e forse tengono tuttavia la Svizzera come un soggiorno di beati e pacifici abitatori, e predicano la innocenza e la purità del costume e le abitudini pastorali e patriarcali che regnano sulle balze elvetiche e le proteggono dalle ambizioni, dalle risse e dalle corruttele europee. Dov'essi travedano cotesta Svizzera non è facile risaperlo; forse negli idillî di Gessner. Pur se anche innocenza e semplicità prevalessero tra gli Svizzeri, non sarebbe frutto del reggersi a federazione, bensì di cagioni inerenti ai luoghi, all'educazione, alla povertà naturale. Ma io scorrendo la storia[73] veggo la Svizzera campo di guerre e stragi fraterne per intolleranza religiosa in un secolo, per pretese di aristocrazia in un altro, e sempre per raggiri dei gabinetti stranieri influenti nei consigli e nei varî governi. E guardando al suo patto, lo veggo ineguale ai bisogni, impotente a crear la concordia, e violato sempre all'estero ed all'interno—e mentre il patto conteneva solenne divieto ai cantoni di stringere alleanze straniere senza il consenso di tutti, veggo i cantoni ligi sempre delle potenze straniere collegarsi or coll'Austria, or colla Francia, or colla Spagna e or con Venezia senza pur chiedere il consenso voluto—e mentre ogni cantone cercava provvedere unicamente alla propria gloria e al proprio incremento a dispendio della intera confederazione, il timore solo dell'ambizione e della potenza dei principi tenerli uniti, e superato il pericolo, rotta immediatamente la unione—e la Svizzera forte a principio dell'altrui debolezza, la Svizzera repubblicana decadere rapidamente, quando tutte le monarchie ingigantirono nelle armi e nei mezzi—e odo la veneranda voce di Giovanni Muller dichiarare che la intenzione d'occuparsi in un trattato sul mantenimento della libertà nella Svizzera gli sarebbe tornata inutile, dacchè quanto aveva veduto gliene dimostrava l'impossibilità[74].—Però l'esercito repubblicano francese, malgrado alcuni fatti di resistenza ostinata, soggiogò in brev'ora la Svizzera. L'onnipotente unità ruppe la mal legata federazione. Poi se Napoleone riconobbe nell'atto di mediazione del 1803 l'indipendenza dei Cantoni, non fu perchè ei riconoscesse una suprema necessità o la eccellenza delle forme federative, ma perchè Napoleone voleva fondare il dominio universale francese sull'altrui debolezza; perchè le confederazioni ch'ei piantava all'intorno porgevano alla Francia occasione di protettorato, e, occorrendo, pur di dominio: perchè pronunciando a Sant'Elena che la Italia sarebbe, rifiutò pur di crearla, paventandola fatale alla Francia. Ma il trarre partito a favore del sistema federativo dal progresso che s'ebbe la Svizzera nei dieci anni durati sotto l'impero dell'atto di mediazione, varrebbe lo stesso che voler desumere un argomento a danno dell'unità dalla condizione infelicissima della Svizzera durante l'unità statuita dalla francese repubblica. L'unità elvetica statuita violentemente coll'armi, e armi straniere, durò brevissimo tempo: e quel tempo fu segnato di oltraggi, di angherie, di dilapidazioni, conseguenze inevitabili d'ogni intervento straniero; poi fu tempo di guerra continua, di guerra atroce che trasse sull'arena svizzera le forme russe e le teutone e le francesi. Ma i beneficî che vennero nei dieci anni alla Svizzera non furono conseguenza dell'atto di mediazione, non dell'indipendenza data ai Cantoni; bensì della libertà data al popolo, dell'emancipazione dei villici costituiti in eguaglianza di diritti coi cittadini, delle leggi proibitive soppresse. Escirono dalla libertà, non perchè libertà dei popoli confederati, ma malgrado gl'inciampi che la federazione frappone allo sviluppo della libertà. Il solo effetto che dalla federazione venne allora alla Svizzera fu la ineguaglianza di quello sviluppo d'incivilimento nei diversi Cantoni, ineguaglianza che perpetuò i semi della discordia, viva or più che mai in quella contrada. Venne infine il patto del 1815; e intorno a questo i fatti parlano in oggi abbastanza chiari, perché s'abbia a parlarne da noi.
Poi,—e questa è secondo noi differenza essenziale—le circostanze che formarono la confederazione Svizzera furono totalmente diverse da quelle che presiederanno alla nostra rigenerazione. Nella Svizzera l'associazione crebbe col tempo e colle cagioni che emersero a distanze considerevoli. Solamente dopo la giornata di Morgarten, trascorsi quindici anni dalla prima lega di Schwitz, Uri ed Unterwald, Lucerna si accostò ai tre cantoni: poi Zurigo, poi Glaris, poi Zug e Berna nel secolo XIV: poi Soletta e Friburgo; e nel XV Sciaffusa e Basilea; e nel XVI, duecento anni dopo quel primo nucleo, Appenzell. Noi sorgeremo, a un tempo, nella fratellanza dei pericoli e dell'intento, nell'entusiasmo comune, nella fusione d'una guerra molteplice, universale.—I fatti creavano la federazione svizzera: tra noi non sarebbe che arbitrio di volontà.
Nel 1579 la lega d'Utrecht cacciò il germe d'un'altra federazione in Europa. Un vincolo strinse l'Olanda, la Zelandia, la Frisia, Utrecht, la Gheldria e Over-Yssel. Groninga e le provincie unite crebbero e fiorirono prospere e potenti nel secolo XVII: nel secolo XVII, quando la politica europea era nell'infanzia, quando unità vera, libera, popolare non era da trovarsi in Europa e lo stringersi a federazione conteneva tanto omaggio al bisogno d'unione quanto oggi ne conterrebbe il concetto unitario: sofferta la dominazione di Carlo V e la tirannide di Filippo II, uomini di potere unico e concentrato all'estremo: dopo una lunga e sanguinosa rivoluzione che dovea per legge di tutte rivoluzioni fomentare l'istinto del popolo a crearsi uno stato contrario in tutto all'antico: in un paese che la configurazione geografica, l'isole, le lagune e le paludi disseminate nella Frisia, in Groninga, nell'Over-Yssel e nell'altre contrade invitavano all'ordinamento federativo: tra popoli che le abitudini frugali, economiche, operose e dedite esclusivamente al commercio, salvavano da molti dei pericoli che ci minacciano, e facevano idonei a qualunque forma di reggimento, tranne alla tirannide. E son ragioni da porsi a calcolo tutte. Pur, quando venne il momento di levarsi contro la Spagna e riconquistare l'Indipendenza, quelle provincie sentirono un bisogno d'unità e si annodarono attorno a un capo. Gli Orange costituivano nella realtà un vero centro. Ma da quello in fuori, l'ordine federativo era l'unico conveniente in allora alle provincie unite, l'unico che non contrastasse all'elemento in quelle predominante, e chi ricerca le cagioni che dan moto alle istituzioni, e ne trova di particolari, non dovrebbe affrettarsi a desumere assiomi o teorie generali politiche. L'aristocrazia era elemento prevalente in Olanda: l'aristocrazia che l'unità logora e annienta, la federazione rispetta e blandisce. Popolo, nel vero senso, non era. Le moltitudini avevano cercata libertà di credenza religiosa, economia nelle amministrazioni, protezione e sviluppo al commercio—e l'ebbero; ma da questo in fuori null'altro. Gli interessi comuni ai governati e ai governanti, procacciarono ai primi buoni magistrati, tribunali equi e incorrotti: vantaggi di fatto, non guarentigie di diritto: beneficî civili, non prerogative politiche. La costituzione, buona in quanto s'adattava a quelli elementi, pessima in sè, non contemplava la massa della nazione: riconosceva un'aristocrazia ereditaria, era essenzialmente oligarchica. Però l'istituzione federativa esciva spontanea dalla necessità di dare sfogo alle diverse aristocrazie, dal pericolo di ridarle alla ribellione volendo pur soffocarle tutte in un solo centro potente. Ma tra noi, l'elemento aristocratico è tale da determinare una forma di reggimento? Le condizioni sociali ammettono oligarchia? I ventisei milioni di cittadini sfumeranno davanti all'influenza ereditaria d'un picciol numero di famiglie? o faticheremo noi a fondare un'aristocrazia—dacchè in Italia aristocrazia, come elemento sociale, non esiste—unicamente per essere tratti da quella alla necessità d'un governo federativo?—Ipotesi assurde tutte, pure a chi volesse dall'esempio delle provincie unite trarre un argomento a favore d'una federazione italiana, sarebbe forza l'ammetterle. Noi vogliamo libertà, libertà di popolo, libertà durevole, libertà eguale per tutti, libertà di fatto e di diritto—e questa sola pretesa caccia l'immenso tra noi, tra l'Italia futura e l'Olanda del secolo XVII. La prosperità dell'Olanda, la potenza a cui salì, non vennero dalla federazione, ma dal commercio: dal commercio, nervo, forza, vita di tutte le Provincie collegate: dal commercio che anche i capi facevano, ed erano quindi costretti a promovere; dal commercio che fioriva e dava predominio europeo a quelle città anche anteriormente alla federazione[75]: dal commercio che cadde, viva la federazione, quando l'Inghilterra e la Francia accrebbero il loro, quando le guerre durate dalle sette provincie indussero aumento nelle tasse e nel debito pubblico, quando il monopolio prevalse nel commercio dell'Indie. Prosperità e rovina delle Provincie unite derivano da cagioni evidentemente indipendenti dal vincolo speciale che le stringeva. Dalla federazione scesero ben altri effetti che quelli dei quali or parlammo: scesero i germi della disunione, poc'anzi operata: scesero le debolezze dell'Olanda davanti alle potenze straniere: scese insomma, che l'indipendenza delle Provincie Unite, riconosciuta nel 1609, fosse pressochè nulla, e servile all'influenza francese poco più di mezzo secolo dopo, all'epoca della pace di Nimegue.
Scendiamo all'epoca nostra. Scendiamo—poichè i passati non giovano—agli esempî nuovi, o meglio all'unico esempio su cui s'appoggiano i federalisti. Certo: la Confederazione Germanica non ha di che indugiarci per via. Per quel cumulo inordinato di trentasei o più Stati, il vincolo federativo non è solamente un vincolo debole o difettoso; è un'illusione comprata a prezzo di sangue, e che sfumerà nel sangue; è un'opera di stolta perfidia eretta dalla Santa Alleanza a serbarvi, ov'arte umana potesse, il fantasma gotico dell'evo medio; è un regolamento militare, una istituzione di polizia ordinata a profitto di due sole potenze, che forse dovranno un dì o l'altro sbranarsi sul campo medesimo, ov'oggi dividono i frutti della tirannide. Dei governi e dei popoli che si dibattono sotto quel vincolo convertito in catena, i primi cozzano, poichè coll'armi non possono, colle dogane, colle leggi proibitive, cogli ostacoli alla navigazione su fiumi, colla diversità di moneta, di pesi e misure—i secondi s'affratellano tacitamente e cacciano i germi della futura unità in Hambach, e le prime linee del programma repubblicano in Francfort.
Chi desume dalle repubbliche confederate degli Stati Uniti un argomento generale a favore del sistema federativo, non pensa che dei due vizî inerenti, secondo noi, ad ogni federazione, debolezza al di fuori e aristocrazia inevitabile presto o tardi al di dentro, il primo è nullo in America, ricinta com'è dall'Oceano e secura a un dipresso dagli assalti stranieri—l'altro, se pur non comincia a esercitarsi, come noi crediamo, negli Stati Uniti, ha bisogno di tempo lungo per manifestarsi evidente e ostile alla libertà. L'aristocrazia di conquista si forma a un tratto nel riparto delle terre. Ma dove non esce da quella cagione, si forma lenta e a gradi sia coll'oro accumulato di padre in figlio, sia colla trasmissione del suolo entro dati confini e delle influenze locali che si concentrano a poco a poco nelle famiglie potenti. Due generazioni corsero dall'indipendenza dichiarata, e due generazioni non son troppe a fondare un'aristocrazia in un popolo giovine, non guasto da corruttele, lontano dai raggiri d'aristocrazie e tirannidi confinanti, e sorto di mezzo ad una lunga e popolare rivoluzione. Ma noi siamo guasti, invecchiati nelle abitudini del servaggio, circondati da nemici potenti d'odio e d'astuzie, e s'oggi aspiriamo—e riesciremo—a ringiovanirci, le abitudini della vecchiaia veglieranno gran tempo ancora a rinconquistarci, ove per noi si lasciasse un varco schiuso a quelle abitudini.—Così siam noi: così è tutta Europa; nè l'aristocrazia di finanza ha richiesto in Francia due generazioni per sottentrare a quella del sangue.
Ma chi tenta applicare l'esempio desunto dagli Stati Uniti più specialmente all'Italia, viola ogni legge d'analogia, travede condizioni uniformi dove non sono, dimentica storia e topografia. A non guardar che alla carta dei due paesi, a paragonare una superficie di 1,570,000 miglia quadrate ad una di 95,000 al più, sorge naturale l'inchiesta, qual relazione esista tra l'immensa estensione che comprende quasi un intero continente re dell'oceano, e la penisola mediterranea Italiana. Chi direbbe che i due terzi, o quasi, d'Europa potessero formare una sola repubblica?—o chi vorrebbe dalla impossibilità dell'ipotesi dedurre che la ventinovesima parte d'Europa nol può?—proposizione stranissima, e che lo diventa più sempre se il guardo, scorrendo le due superficie, trovi la prima seminata di laghi vastissimi e d'immensi deserti, l'altra di laghi incomparabilmente minori, e popolata non interrottamente di città. Certo; qualunque sia per essere nel futuro il destino delle attuali repubbliche, gli Stati Uniti han terreno per molte repubbliche unitarie equivalenti l'Italia. Ma le ventiquattro che oggi compongono la confederazione dell'America settentrionale sorsero a un tempo?—ebbero condizioni identiche, perchè dove la vastità delle terre non avesse posto un ostacolo, potessero confondersi in una?—In altri termini la scelta del reggimento federativo fu scelta libera, o voluta da prepotenze di cose? Noi vedemmo l'ordinamento federativo trascinato dall'impero dei fatti nella Svizzera e nell'Olanda. Noi vediamo lo stesso impero esercitarsi sulla confederazione degli Stati Uniti. Le colonie che li compongono, sorsero successivamente a tempi diversi, per emigrazioni determinate da varie cagioni. Differirono di credenze religiose. Differirono di governo. Rimasero per molto tempo inegualmente sottoposte all'influenza dell'Inghilterra. Alcune avevano governatore e consiglio da Londra: altre governatore soltanto: d'alcune, all'epoca della rivoluzione, non fu bisogno di mutare che un nome, tanta era la libertà che in virtù di Carte concesse dal governo godevano. Rhode-Island si regge tuttavia colla costituzione accordatale da Carlo II: Connecticut non la mutò che pochi anni addietro, nel 1818. Ma per l'altre fu questione di libertà interna ed esterna ad un tempo. Alle opposizioni derivate dai climi, dalle condizioni del suolo, dalle abitudini, si aggiunsero le importantissime delle origini e delle interne risorse. La popolazione degli Stati del Nord è somministrata nella più gran parte dall'Inghilterra; quella degli Stati meridionali dai nativi della contrada, discendenti dei primi coloni. Le piantagioni del Sud vivono dell'opera degli schiavi: le opinioni religiose tendono invece all'emancipazione nel Nord, e vietano gli schiavi alla Nuova-Inghilterra. E tutte queste differenze durarono nella loro azione anche dopo consumata in comune la grande opera dell'indipendenza—e fu forza piegare davanti alle rivalità degli Stati edificando per le sedute del congresso una città neutra—e durano tuttavia, non aspettando a insorgere pericolose che un'occasione. E udimmo non è molto nella Carolina suonare alto il principio: che la sovranità popolare genera in ogni Stato confederato il diritto di rinunciare ai beneficî ed ai carichi dell'associazione, e ritrarsene, quando il proprio vantaggio lo imponga: principio che basta l'aver gittato perchè fermenti, e si riproduca più tardi: principio che a noi sembra d'una verità incontrastabile, e racchiude perciò il più forte argomento possibile contro il vincolo federativo applicato a paesi che debbono e vorrebbero starsi uniti in perpetuo.
Ma tra noi—ripetiamolo anche una volta—dove sono le differenze che accennammo pur ora?—Travagliati dalla stessa vicenda, educati nei bei secoli a glorie comuni, a libertà uniformi, poi a comune servaggio, oppressi—nessuna provincia eccettuata—da una stessa tirannide, soggiacenti a bisogni eguali, quali tra le cagioni che vietarono all'America l'unità la vietano a noi?—È pur forza dirlo, o ritrarsi. È pur forza scendere, rinunciando alle fallacie degli esempî sul terreno italiano.
Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili all'unità?
Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può—come, serbato il potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.
Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle istituzioni. E so che a taluno—nel XIX secolo—è piaciuto scrivere: le assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali; ma chi badò a quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].
La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla Storia come elemento contrario alla Italiana unità, forse affatica tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico argomento potente che gli uomini del Federalismo invochino. Forse abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato, intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie. Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città—se non la sala ove si radunano—è troppo vasto universo. Ma la prima voce di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio—il primo battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale, sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre di tutti, per l'emancipazione di tutti;—potenza non di una o più città; ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune, raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione. Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà in loro vece?
Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle moltitudini.
Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia tentano spegnere—della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega, diciamolo pure altamente, invincibile—della gioventù che s'oggi ancora si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a' suoi ranghi.
Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto de' suoi destini.—
Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una risposta assoluta:
Il popolo!
Il popolo: terzo principio che s'è lentamente inalzato sulle rovine di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè s'estinguessero in una comune maledizione—il popolo che non fu mai guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e l'altra—il popolo che come il carroccio, simbolo santo della Patria Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era sicuro di giungere alla vittoria—il popolo è d'ora innanzi solo dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.—
Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'individualismo, primo come più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi cercò struggerla alle radici?
L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono quelle pretese di popolo?—no: furono pretese di forensi, e di poca gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi da sè.—Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici irreconciliabili; ma quando?—quando da un lato stava una monarchia rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà, comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano verso Novara—e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà—e a quel pegno l'ultimo gemito di Laneri e Garelli ne aggiunse un più santo e tremendo—e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo, l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di tributi, di capitale—un terzo d'Italia si confuse in una comune emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura, Piemonte e Napoli—e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale—sia voce di popolo, non menzogna di Principe—e udrete quale eco di unità, quai voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core; va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio—e il soffio di Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri potranno mai cancellare.—Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi troverete, voi soli, il decreto della futura unità.
Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.
Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi repubblicani che vivono potenti in Italia—e se quei pochi non s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo, anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti sottentrasse quell'uno.
Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi? D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i Federalisti, soggiace l'Italia?
Alcuni invocano le razze.
Or le razze tra noi dove sono?—Dove si mostrano predominanti?—In qual punto hanno serbato le loro conquiste?—Su quale palmo di terreno italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?—E per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla Illirica?
Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla sotto lo strato uniforme che la ricopre?—In Italia fu il convegno di tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera, fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il principio sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il principio italiano logorò poco a poco le razze Greche, Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi. Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma dell'Impero, quella delle razze settentrionali.—Oggi la missione individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva, irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual razza appartengano?
E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario, le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.
Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua all'unità, troppo poco osservata finora.
E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo, ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia, e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine, e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica l'immobilità dell'Oriente?—Le buone leggi guardano all'avvenire. I legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le Federazioni, il fatto—se pur è fatto—delle divisioni, avranno preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.
II[78].
Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei federalisti. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato ai letterati teorizzatori che la nostra utopia di trenta anni addietro era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto, il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito unitario a ogni patto: s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.
Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che, increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale, son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione invocata della vita Nazionale collettiva l'espressione data più che imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto della missione Italiana gli addita. La Nazione è un fatto nuovo che non può trovare la propria espressione se non in un Patto Nazionale dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo, non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di fede da ogni rivolgimento d'eventi.
L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo, accenna—fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella, il Gran Sasso d'Italia, umbilicus Italiæ, e l'Aterno—il lento ma continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche, e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero ad arrestarlo. La storia del nostro popolo contiene il segreto della storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione—intravveduto ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi—che si compiva tacito senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò utopia l'Unità. «Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata, dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità? Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo, ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso che il popolo d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali, soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta. Or dove il popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità—purchè la Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune—è certa, infallibile. Le aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.
«Sismondi[80]—e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato superficialmente inteso—uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede, storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto, tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: questa è la morte d'Italia.
«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.
«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel 1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati, onnipotente il Cattolicesimo.
«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.
«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali, alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e gli stimoli d'una individualità più che altrove potente, hanno creato e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose, pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri travedesse nelle piaghe dell'individuo germi di federalismo, convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli abitanti, tra le classi, tra i quartieri di ciascuna città; di rado s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i fautori del federalismo provinciale incapaci d'avvertire a due fatti elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia, dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:—che non esce dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,
Fra quei che un muro e una fossa serra
furono tra città e città; tra città d'una stessa provincia: tra Pavia, Como, Milano, tra Pisa, Siena, Arezzo, Firenze, tra Genova e Torino, e così nell'altre zone d'Italia, non tra Lombardia e Piemonte, tra Toscana e Romagna, fra le terre napoletane e quelle del Centro.—Or non composero quelle città tutte gare e discordie sotto reggimenti comuni? Non vissero in lunga pace tra loro sotto un solo padrone? Se le vecchie contese dovessero riardere al soffio della libertà, noi dovremmo tornare alle cento repubblichette dell'evo medio, non agli Stati e alle grandi Provincie. È tra noi un solo federalista che spinga la logica fino a quei termini?
«Non esiste fra noi dissenso tra zona e zona, tra provincia e provincia. Gli osservatori superficiali, gli stranieri segnatamente, udirono talora, negli ultimi cento anni, in Italia, lagni di servi che s'agitavano contro altri servi lenti a rispondere all'agitazione; o ricordi orgogliosamente invocati, quasi a inanimarsi, di glorie locali; o rimproveri avventati da una ad altra provincia, tristissimo sollievo di schiavi che tentano addormentare col malignarsi reciproco il dolore e la vergogna delle catene; e ne desunsero pericoli pel futuro, senza intendere che la libertà di tutte cancellerebbe in un subito le cagioni dell'aspreggiarsi e che la campana a stormo della Nazione imporrebbe silenzio, coll'annunzio d'un lieto collettivo avvenire per tutti, ad ogni garrito. Dimenticarono la singolare unità colla quale parecchi anni prima del 1789, furono predicate e tentate riforme simili ovunque, per tutte le parti della Penisola. Dimenticarono l'unità di governo, di legislazione, di commercio che strinse in uno, sul cominciare del secolo e senza che un solo germe d'interna discordia apparisse, quasi otto milioni d'italiani del Veneto, della Lombardia, delle provincie Romane. Dimenticarono l'entusiasmo col quale i popolani di Genova, nemici apparentemente irreconciliabili al Piemonte pochi dì prima, versavano fiori nel 1821 sui militi piemontesi che accennavano movere contro gli Austriaci—il grido potente d'Italia frainteso dieci anni dopo dai miseri Governi provvisori del Centro, ma unanime tra i popoli insorti—l'ardente apostolato Unitario delle nostre associazioni segrete negli anni che seguirono—il sangue versato da martiri di tutte provincie d'Italia in nome della Patria comune—e segnatamente il principio: che un Popolo non more nè s'arresta mai sulla via prima d'avere raggiunto l'intento storico supremo della propria vita, prima d'aver compita la propria missione. Or la Missione Nazionale d'Italia era additata dalla geografia, dalla lingua, dalle aspirazioni profetiche dei nostri Grandi d'intelletto e di core, e da tutta una splendida tradizione storica che potea facilmente disotterrarsi sol che dai fatti delle aristocrazie o dalle azioni degli individui si scendesse a studiare la vita del nostro popolo. La Nazione, dicevano, non ha esistito mai: non può dunque esistere. La Nazione, noi dicevamo dall'alto della sintesi dominatrice, non ha esistito finora, esisterà dunque nell'avvenire. Un popolo chiamato a compiere grandi cose a benefizio dell'umanità deve un dì o l'altro costituirsi in Unità di Nazione.»
E il nostro popolo s'avviò lentamente d'epoca in epoca verso quel fine. Soltanto, la storia del nostro popolo o della nostra Nazionalità ch'è una cosa con esso, non fu, come dissi, scritta finora. A me pesa più assai che non posso esprimere di dover portare inadempito alla sepoltura il desiderio lungamente accarezzato di tentarla a mio modo. Ma chi vorrà e saprà scriverla senza affogare i punti salienti del progresso italiano sotto la moltitudine dei minuti particolari, e sorvolando di periodo in periodo lo sviluppo collettivo dell'elemento italiano, darà base fermissima di tradizione all'Unità della Patria; e sarà la sua ricompensa. Dimostrata cogli antichi ricordi, coi vestigi delle religioni, e colle recenti ricerche etnografiche, l'indipendenza assoluta del nostro incivilimento primitivo dall'Ellènico posteriore d'assai, lo scrittore torrà le mosse, per additare i primordi della nostra Nazionalità, dalle tribù Sabelliche le quali collocate, come più sopra accennai, intorno all'antica Amiterno, assunsero prime, congiunte agli Osci, ai Siculi, agli Umbri, il sacro nome d'Italia, e iniziando la fusione degli elementi diversi sparsi sulla Penisola, mossero a configgere la loro lancia, simbolo d'autorità, nella valle del Tebro, nella Campania e più oltre. Fu la prima guerra d'indipendenza dell'elemento italiano contro l'elemento, d'origine probabilmente semitica, chiamato dagli antichi pelasgico. La seconda fu quella condotta dai Romani Italiani contro l'elemento celtico e Gallo: guerra divisa in due periodi che comunque sovente s'intreccino l'uno coll'altro potranno pur sempre e facilmente scernersi siccome distinti dallo scrittore. Il primo, nel quale diresti che l'Italia segnasse a Roma i termini della sua missione unificatrice dicendole: sarò tua a patto che la tua vita s'immedesimi colla mia, ha il proprio punto culminante nella guerra colla quale le città socie, risuscitato il vecchio nome d'Italia e battezzando di quel nome il centro della Lega, Corfinio, chiesero e ottennero la cittadinanza di Roma che poi s'estese a quanti vivevano tra l'Alpi e il Mare: il secondo, mira colle forze romane convertito in italiche, a promuovere il trionfo dell'elemento indigeno sugli elementi stranieri. Poi venne il grido-programma, che l'epoca successiva dovea raccogliere, di Spartaco. Poi la dittatura di Cesare che conchiuse la prima epoca della fusione italiana. Era fusione, più che sociale, politica; ma italiano a ogni modo era, nelle forme materiali, verso il conchiudersi di quell'epoca, l'incivilimento rappresentato da Roma; italiani di tutte provincie erano gli ingegni che in Roma si concentravano; italiana era la rete di vie che vi mettea capo: italiano il diritto civile: italiano il sistema municipale: italiana l'aspirazione dei popoli. E la seconda epoca che s'iniziò tra le incursioni barbariche incominciò e proseguì con pertinacia mallevadrice di vittoria il lavoro di fusione sociale, ch'oggi ci rende capaci di farci Nazione.
E lo scrittore della Storia invocata mostrerà come, smembrata l'unità politica e spento apparentemente il moto nazionale condotto con rapidità prematura e per via di conquista da Roma, il lavoro di fusione si rifacesse per intima spontaneità e localmente dal popolo, e come le popolazioni, disgiunte com'erano, sembrassero obbedire a una forma identica per ogni dove, tanto le vie seguite da quel lavoro apparvero simili e generatrici di conseguenze uniformi. Due elementi prepararono, in quell'epoca d'apparente dissociazione che ha nome di medio evo, l'unità della Patria Italiana: l'elemento cristiano rappresentato sino al decimoterzo secolo dalla Roma papale, e custode dell'unità morale: e l'elemento municipale che sopravvivendo profondamente italiano alle invasioni, logorò appoggiandosi sul popolo, il predominio successivo delle razze straniere, e le ineguaglianze sociali che la conquista aveva impiantato o radicato in Italia. La storia del primo elemento fu dettata sempre da una cieca superstiziosa adorazione o dagli uomini puramente negativi del materialismo, ed è necessario rifarla. La storia del secondo fu trasandata e sommersa nella storia della individualità prominenti o dei fatti esterni: pochi, se pur taluno, scesero e a balzi, fino alle radici della vita italiana. Il moto fu tutto di popolo e contro le aristocrazie politiche, feudali, territoriali, che avrebbero, perpetuandosi, perpetuato lo smembramento. Al di sotto dei nobili, degli eredi dei conquistatori, sprezzatori, alteri, ignoranti e infangati di passioni sensuali, i lavoratori delle terre, gli uomini di commercio e d'industria, gente di razza nativa, si giovavano della noncuranza dei padroni per l'arti utili e produttive ad arricchirsi con esse: si giovavano financo della triste necessità che, rotte le comunicazioni tra l'Italia e l'altre parti d'Europa, imponeva agli abitatori delle nostre contrade di nutrirsi coi prodotti del suolo, a richiamare in vita l'agricoltura decaduta negli ultimi tempi dell'impero. La piccola coltura sottentrò all'inerzia degli spenti o scacciati proprietarî di latifondi. La vita localizzata, migliorando tacitamente e afforzandosi delle immortali tradizioni romano-italiche e riconquistando inavvertitamente terreno, preparò il moto splendido dei nostri Comuni, e una classe operosa, industriale, avversa a tutte distinzioni arbitrarie, a tutte ineguaglianze non fondate sul lavoro, a tutte supremazie traenti origine dalla conquista o da permanenti influenze straniere. Nella storia di quella classe è il vero criterio col quale devono giudicarsi le nostre vicende. In essa è la norma del progresso italiano e della nostra unificazione: in essa il segreto delle tendenze democratiche onnipotenti checchè si faccia sulla nostra vita e che condurranno quando che sia inevitabilmente l'Italia all'ideale repubblicano. La doppia protesta dell'elemento popolare Italiano contro l'elemento tedesco da un lato, contro l'elemento feudale dall'altro, emerse sempre, attraverso errori, illusioni e contradizioni momentanee inseparabili da ogni storia di popolo, dai tempi d'Ottone I sino a quelli di Carlo V. La guerra dell'elemento italiano contro il predominio straniero comincia visibile tra il X secolo e l'XI nel tentativo di Crescenzio, nell'elezione d'Arduino d'Ivrea, nelle risse continue di Pavia, di Ravenna, di Roma, fra Tedeschi e Italiani, nei moti di Milano contro vescovi e grandi fautori dell'elemento anti-italiano; cova nel gigantesco tentativo frainteso sinora dai nostri di Gregorio VII; scoppia tremendamente eloquente nella Lega Lombarda; s'ordina nei nostri Comuni; vive nei pensieri rimasti a mezzo d'Innocenzo III, e va oltre. La guerra dello stesso elemento contro le aristocrazie feudali e altre si manifesta verso lo stesso periodo di tempo nei tentativi del Mottese Lanzone, nelle ispirazioni della contessa Matilde, negli asili aperti dai Benedettini della valle del Po agli schiavi fuggiaschi, nel moto emancipatore dei servi convertiti in liberi contadini, e procede aperto, innegabile nelle nostre repubbliche. L'una e l'altra preparano la nostra Unità.
E il moto unitario procede anche dopo caduta l'ultima libertà italiana in Firenze e quando, muta ogni vita pubblica, tra dominazioni straniere e principati abbietti vassalli dello straniero, appare spenta per sempre ogni speranza di Patria. La vita locale, compressa dalla violenza, s'estende nella sua base. Poche tra le sue manifestazioni riescono in quel terzo periodo, visibili; ma quelle poche assumono carattere universale, italiano. Lo storico dovrà rintracciarne lo sviluppo negli studî dei nostri giurisprudenti, nell'iniziarsi d'una scuola economica accettata teoricamente, poi che la pratica era allora impossibile dagli ingegni d'ogni parte d'Italia, nel decadimento degli statuti locali, nella tendenza a basi di legislazione uniformi, nel nostro moto filosofico del secolo XVII, nella lenta rovina dell'ultime aristocrazie combattute per sete di potere dalle tirannidi o avvilite per la loro evidente impotenza dal disprezzo dei popoli, e nel tacito accrescersi di quella classe data all'industria, all'agricoltura, al commercio, al lavoro, sorta, come fin da principio accennai, dalle viscere della nazione e imbevuta di tendenze, abitudini, aspirazioni uniformi da un punto all'altro d'Italia. Tu senti, addentrandoti sotto lo strato di servaggio steso su tutto il paese in cerca della vita latente, che l'energia di quella vita potrà essere più o meno indugiata nelle sue rivelazioni, ma che le prime saranno di Nazione, non di Provincie o di Stati. E tali apparirono sul finire del secolo XVIII. D'allora in poi l'Italia, martire o combattente, non ebbe più che una sola bandiera.
Sì, l'Unità fu ed è nei fati d'Italia. Il primato civile Italico che s'esercitò coll'armi e colla parola dai Cesari e dai Pontefici è serbato una terza volta al Popolo d'Italia, alla Nazione. Quei che fin da quaranta anni addietro non vedevano la progressione segnata verso quel fine dai periodi successivi della vita italiana, non erano se non ciechi d'ogni lume di storia; ma quei che davanti alla potente manifestazione del nostro popolo s'attentassero oggi di ricondurci a disegni di confederazioni o d'indipendenti libertà provinciali, meriterebbero di essere infamati traditori della Patria loro. Il federalismo tra noi non solamente impicciolirebbe ad arbitrio la vasta associazione di forze, di lavori, di lumi che l'Unità deve ordinare a servizio di ciascun individuo—non solamente susciterebbe dalla inevitabile disuguaglianza degli Stati quel perenne squilibrio tra le forze e le pretese, che cova i semi dell'anarchia e del dispotismo ed è piaga mortale a tutte federazioni—non solamente ordinerebbe la debolezza del paese, abbandonandolo facile preda all'invidie, alle perfide suggestioni, alle invaditrici influenze di gelosi e potenti vicini—ma cancellerebbe a prò d'una non realtà, ma menzogna di libertà locale, la Missione dell'Italia nel mondo. E so che la Confederazione è disegno e consiglio insistente di tale che molti fra i nostri reputano tuttavia amico e protettore della Causa Italiana; ma so pure ch'egli è straniero, perfido e despota; e se gli Italiani gli prestassero orecchio sarebbero a un tempo colpevoli e stolti. Ch'ei cerchi costituirci deboli per dominarci, è facile intenderlo; ma il fatto stesso del suggerimento sceso da tale sorgente dovrebb'essere per noi uno de' più potenti argomenti a respingerlo. Dopo lungo e severo esame delle interne condizioni d'Italia, il Genio che fu capo alla stirpe proferiva dalla terra d'espiazione la seguente sentenza: L'Italia è circondata dall'Alpi e dal Mare. I suoi limiti naturali sono determinati con tanta esattezza che la diresti un'isola... L'Italia non ha che centocinquanta leghe di frontiera col continente Europeo e quelle centocinquanta leghe sono fortificate dalla più alta barriera che possa opporsi agli uomini... L'Italia isolata fra i suoi limiti naturali... è chiamata a formare una grande e potente nazione... L'Italia è una sola nazione; l'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve in un avvenire più o meno lontano riunire i suoi abitanti sotto un solo governo... E Roma è, senz'alcun dubbio, la Capitale che gli Italiani sceglieranno alla patria loro[81]. Pongano i vostri Ministri, o Italiani, a capo dei loro dispacci al nipote le linee or citate, e gli dicano recisamente di non frapporsi fra l'Italia e la sua missione.
Missione ho detto; e in quella parola sta infatti la decisione suprema della quistione agitata.
È tempo che la scienza politica rompa in Italia il cerchio d'opportunità menzognere, di concessioni codarde agli interessi d'un giorno, e di sommessioni abbiette a calcoli di gente non nostra, che l'iniziativa monarchica imperiale ha segnato d'intorno a noi, e si sollevi all'altezza dei sommi principî morali, senza i quali non è virtù rigeneratrice nè vita gloriosa e durevole di nazione. Io venero quant'altri l'alto intelletto di Machiavelli e più ch'altri forse l'immenso amore all'Italia che solo scaldava di vita quella grande anima stanca, addolorata di sè stessa e d'altrui; ma voler cercare nelle pagine ch'egli dettò sulla bara dove padroni stranieri e papi fornicanti con essi e principi vassalli bastardi di papi o di re avevano inchiodato l'Italia, la legge di vita d'un popolo che sorge è mal vezzo di scimmie e di meschini copisti per impotenza propria, del quale i nostri giovani dovrebbero oggimai vergognare. Noi da Machiavelli possiamo imparare a conoscere i tristi, e quali siano le loro arti e come si sventino e per quali vie, corrotti e inserviliti, muojano i popoli; non come si ribattezzino a nuova vita. E si ribattezzano, calcando risolutamente una via contraria a quella sulla quale s'innestarono ad essi i germi di morte, con un culto severo della Morale, coll'adorazione a una grande Idea, coll'affermazione potente del Diritto e del Vero, col disprezzo degli espedienti, coll'intelletto del vincolo che annoda in un moto religioso, sociale, politico, con un senso profondo del Dovere e d'una alta missione da compiersi: missione che esiste veramente dovunque un popolo è chiamato ad essere Nazione, e l'oblìo della quale trascina inevitabilmente, quasi espiazione dell'egoismo e della sterile vita, decadimento, invasioni e dominazione straniera. Oggi i poveri ingegni che s'intitolano Governo, e non governano nè amministrano, intendono a far l'Italia Nazione chiamandola a risalire la via per la quale lungo tre secoli discese verso l'abisso e vi periva, se non erano i fati e gli istinti generosi dell'inconscio suo popolo.
Ha l'Italia o non ha una missione in Europa? Rappresenta il paese che ha nome Italia un certo numero d'uomini, poco importa se migliaja o milioni, indipendenti naturalmente gli uni dagli altri e soltanto aggruppati a nuclei in virtù di certi interessi materiali comuni il cui soddisfacimento è reso più facile e più securo da un certo grado d'associazione? O rappresenta un elemento di progresso nel consorzio Europeo, una somma di facoltà e tendenze speciali, un pensiero, una aspirazione, un germe di fede comune, una tradizione distinta da quella dell'altre Nazioni e costituente una unità storica tra le generazioni passate, presenti e future della nostra terra?
A ciascuno di questi due termini del problema corrisponde una scuola politica.
Corrisponde al primo, la scuola che si fonda sul diritto individuale: corrisponde al secondo quella che ha per base il dovere sociale.
La scuola del diritto individuale è, illogicamente, federalista. Io dico illogicamente, perchè, per essere logica, essa dovrebbe andare sino all'autonomia d'ogni Comune. Lo Stato non dovrebb'essere per essa che un aggregato, una federazione di molte migliaja di Comuni; la Nazione una forza destinata a proteggere nell'esercizio de' suoi diritti ciascuno di quei Comuni—e non altro. E fu tale infatti la definizione dello Stato data dal federalista Brizzot, ricopiata più dopo da Beniamin Constant e da tutti i politici della Monarchia ristorata Francese e sviluppata recentemente sino nell'ultime deduzioni dal francese Proudhon.
La scuola del dovere sociale è essenzialmente e logicamente Unitaria. La vita non è per essa che un ufficio, una missione. La norma, la definizione di quella missione non può trovarsi che nel termine collettivo superiore a tutte le individualità del paese: nel popolo, nella Nazione. Se esiste una missione collettiva, una comunione di dovere, una solidarietà fra tutti i cittadini d'uno Stato, essa non può essere rappresentata fuorchè dall'Unità Nazionale.
La prima, scuola d'analisi e di materialismo, ci venne dallo straniero. La seconda, scuola di sintesi e d'idealismo, è profondamente italiana. Fummo grandi e potenti, ogni qualvolta credemmo nella nostra missione; soggiacemmo, decaduti, a forze straniere ogniqualvolta ci sviammo da quella fede.
Tra queste due scuole gli Italiani hanno oggimai inappellabilmente deciso. Poco importa che, sul terreno filosofico, l'ingegno intorpidito dal lungo servaggio e l'imitazione tuttavia prevalente delle dottrine negative straniere indugino ancora le menti nell'ipotesi materialista: i nostri martiri affermavano, per mezzo secolo, il Dovere Nazionale, quando morivano nel nome d'Italia, non di Toscana o Romagna; e lo affermava il popolo quando, dimenticando ricordi locali, lunghe e meritate diffidenze e orgoglio di metropoli e ogni cosa fuorchè la Madre comune, gridò unanime alla Monarchia promettitrice: Teco nell'Unità. Poco importa, se oggi forse riesca tuttora difficile accertare quale sia la missione—ch'io credo altamente religiosa—d'Italia nel mondo: la tradizione di due Vite iniziatrici e la coscienza del popolo Italiano stanno testimonî d'una missione; e dov'anche la doppia Unità data al mondo non c'insegnasse la nostra, l'istinto d'una missione nazionale da compiersi, d'un concetto collettivo da dissotterrarsi e da svolgersi, additerebbe la necessità d'una sola Patria per tutti ed una forma che la rappresenti. Quella forma è l'Unità. Il federalismo implica molteplicità di fini da raggiungersi e si traduce presto o tardi inevitabilmente in un sistema di caste o aristocrazie. L'Unità è sola mallevadrice d'eguaglianza e, più o meno rapidamente, di vita di Popolo.
L'Italia sarà dunque Una. Condizioni geografiche, tradizione, favella, letteratura, necessità di forza e di difesa politica, voto di popolazioni, istinti democratici innati negli italiani, presentimento d'un Progresso al quale occorrono tutte le facoltà del paese, coscienza d'iniziativa in Europa e di grandi cose da compiersi dall'Italia a prò del mondo si concentrano a questo fine. Nessun ostacolo s'affaccia che non sia superabile; nessuna obbiezione che non possa storicamente o filosoficamente distruggersi. Rimane una sola difficoltà: il come debba ordinarsi.
Non credo occorra spendere tempo a sperdere il pregiudizio volgare che in un ampio Stato l'Unità non possa fondarsi senza inceppare la libertà dovuta alle singole parti. Quel pregiudizio sceso dalle affermazioni di scrittori che non guardavano se non al governo esercitato direttamente dal popolo nelle antiche repubbliche e furono ricopiati alla cieca dalla turba degli impazienti o incapaci di esame, è confutato egualmente dal ragionamento e dai fatti. La maggiore o minore estensione del terreno non entra come elemento nella soluzione del problema: se v'entrasse, la deciderebbe a pro nostro. La tendenza usurpatrice del Governo si manifesta più agevolmente e più duramente in una sfera ristretta che non nella vasta. La vita del potere centrale illanguidisce naturalmente in proporzione inversa delle distanze: la vita locale ha mille vie per sottrarre i proprî moti a una autorità lontana, la cui vigilanza s'esercita da individui poco informati d'uomini e cose. Nessuna tirannide fu più tormentosa di minuzie e insistenza di quella che nel medio evo tenne parecchie delle nostre città: nessuna più di quella che funestò in tempi più vicini a noi il piccolo Ducato di Modena. La libertà può ordinarsi in uno Stato piccolo o vasto: le violazioni della libertà sono innegabilmente più facili nel piccolo. Parlo d'usurpazione cittadina: quella che s'esercita sopra una razza da una razza straniera conquistatrice degenera quasi sempre in tirannide, eguale ovunque, di soldatesca.
Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero la funzione dello Stato a quella di gendarme e fecero della Libertà mezzo e fine ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono all'elemento collettivo e ordinarono lo Stato a una tirannide di concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere. Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti, senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un solo dei termini che lo costituiscono.
I due termini che lo costituiscono sono Associazione e Libertà: ambi sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi, non cancellarsi l'un l'altro.
In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta l'associazione; il Comune la libertà.
Nazione e Comune: sono i soli due elementi naturali in un popolo: le sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si chiamino, artificiali, e aventi ad unico ufficio di rendere più agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.
E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a formare la Nazione.
E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di tutti in appoggio del diritto di ciascuno: è il pensiero d'Italia, il Dovere sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione educatrice anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno, supremo su tutte frazioni.
Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia coscienza del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda, tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'iniziativa nelle idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la condanna del concentramento amministrativo che torrebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa, d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in diritto di fare o non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui, è per noi la facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il Dovere, quei che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo progressivo del concetto di quel Dovere.
In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il fine comune, dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica, spetta al Comune. L'Iniziativa è dovere e diritto dell'una e dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato, alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.
Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente i limiti della doppia circoscrizione che assegna doveri e diritti alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione, alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di quelle unità.
Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio universale, il Patto Nazionale, la Dichiarazione dei Principî[82] nei quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del fine comune, del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare—e l'ordinamento delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.
Allo Stato le norme per rendere universale, obbligatoria, e uniforme nella direzione generale l'Educazione Nazionale[83], senza l'unità della quale non esiste Nazione: ai Comuni l'applicazione pratica delle norme, la scelta degli uomini da prefiggersi all'istruzione elementare, il maneggio economico delle scuole, la tutela del diritto che ogni individuo ha d'aprire altri istituti d'insegnamento:
Allo Stato, dacchè tutti i cittadini hanno debito di difendere l'indipendenza del paese e proteggerne la missione, l'unità del sistema militare, l'ordinamento della Nazione armata: ai militi d'ogni Comune, trasformati in legione, il diritto di proporre, dal grado inferiore al superiore progressivamente e sotto certe norme nazionalmente prestabilite, le liste per la scelta degli uffiziali:
Allo Stato, dacchè la Giustizia non può essere se non una per tutti i cittadini, l'unità dell'ordinamento giudiziario, i codici, la scelta dei Giudici Supremi e dei magistrati preposti a dirigere l'amministrazione della Giustizia: ai Comuni l'elezione dei giurati locali e dei membri di tribunali di conciliazione e commercio:
Allo Stato la determinazione dell'ammontare del tributo nazionale e il suo riparto sulle varie zone del territorio: ai Comuni, invigilati dallo Stato, i tributi meramente locali, e il modo di soddisfare alla parte di tributo nazionale assegnato[84]:
Allo Stato la formazione d'un Capitale Nazionale composto delle proprietà pubbliche, dei beni del clero, delle miniere, delle vie ferrate, d'alcune grandi imprese industriali, destinato in parte ai bisogni straordinarî della Nazione e all'allievamento del tributo, in parte a un Credito aperto alle associazioni volontarie, manifatturiere e agricole, d'operai; ai Comuni, sotto norme generali uniformi e invigilante il Governo Centrale, l'amministrazione di quel Capitale:
Allo Stato, la Sicurezza Pubblica per ciò che concerne i pericoli interni di tutto il paese, le norme generali per le carceri, la direzione d'alcuni stabilimenti Penitenziarî Centrali: ai Comuni la tutela dell'ordine nella loro sfera, l'ordinamento della forza necessaria a ufficio siffatto, l'amministrazione pratica delle prigioni collocate nella loro circoscrizione:
Allo Stato, la direzione dei lavori pubblici rivolti all'utile e all'onore di tutta la Nazione, al mantenimento e al progresso della tradizione nazionale dell'Arte: ai Comuni le cure intorno all'illuminazione, al selciato, all'acque, ai ponti, alle strade delle loro località:
Allo Stato, quanto riguarda le relazioni esterne, guerre, paci, alleanze, trattati: ai Comuni il diritto d'invigilare a che la politica internazionale non si disvii, nel segreto, dalla missione e dal fine della Nazione.
E via così: Dov'è, con riparto siffatto di doveri e diritti, il pericolo d'anarchia o di tirannide? Dove il vizio d'una Nazione impotente a calcare, per gelosia di località quasi sovrane e slegate, una via di progresso e d'onore, o quello d'un Comune servo, come il francese, astretto a ricevere capi e ufficiali d'ogni sorta dal Governo Centrale e a soggiacere al suo intervento in ogni menoma operazione?
Bensì—e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso appena accennare—se il Comune deve essere capace di proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell'Autorità che rappresenta l'Associazione—se in esso deve colla elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici, compiersi l'educazione politica del paese—se l'attribuirsi al Comune dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non illusione—è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare, quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la schiera dottrinaria che predominò sul lungo periodo della così detta Ristorazione monarchica.
E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo: antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice, dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.
Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e questa divisione potrebbe forse, come nelle townships del nord degli Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione. Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di missi dominici, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il localismo gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia nella quale possono più facilmente educarsi germi di federalismo e d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale Europea.
Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune—se vorrà avere progresso d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento rurale e quello della città—se vorrà educare i suoi figli a dignità e coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni, moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e possano gli Italiani, ridesti al senso della loro missione nel mondo, scrivere in tempi non tardi sul Panteon dei nostri Martiri in Roma le due parole simbolo dell'avvenire: Dio e il Popolo: Unità e Libertà.
INTERESSI E PRINCIPÎ [86]
I.
6 gennajo, 1836.
V'ha un rimprovero troppo spesso diretto a coloro che, come noi si arrestano volontieri sulle generalità politiche e insistono lungamente sui principî; ed è la poca cura per gli interessi materiali: la tendenza a sacrificare o trascurare il reale per ciò che si è convenuto di chiamare teorie astratte.
Ci vien detto: Voi siete sognatori: a che montano per noi tutte le vostre discussioni di principî, che non possono se non maturare lentamente e che non potete rivolgere se non ad una piccola minoranza d'intelletti? A noi bisognano fatti, e fatti soltanto, in questo momento. Scendete dall'alta sfera nella quale non siamo disposti a seguirvi, e venite sul terreno delle applicazioni; lasciate le generalità; venite ai particolari. Parlate di ciò che si vede, che colpisce i sensi; affrontate la questione degli interessi materiali: pretendereste forse di far progredire le moltitudini con mere astrazioni? Vi è là una gente che muore per mancanza di alimenti; uomini che hanno fame e sete; uomini che non hanno di che coprirsi nell'inverno. Tutte le vostre teorie di politica sociale, di Umanità, di credenza unitaria e religiosa, non li rifocilleranno, non daranno loro di che coprirsi. Palesate apertamente quei bisogni; insegnate al proletario quali sieno i suoi diritti; svelate una ad una le colpe, le ingiustizie, le turpitudini di coloro che li governano; condannate ogni atto del Potere che nuoca ad un qualche interesse, che leda un solo diritto. Lottate, lottate: gridate libertà nell'orecchio del Popolo. La reazione è l'elemento del secolo. Dirigetela. Nel mezzo l'atmosfera tempestosa che ne avvolge, nel mezzo alla procella politica che c'incalza e preme da ogni lato, non v'illudete a credere che la vostra parola di pace, la vostra debole voce d'uomini religiosi e compresi d'amore, possa essere intesa. Lasciate stare l'avvenire e la sua fede: il presente richiede ogni nostro pensiero. Consecratevi ad esso, e non venite a tediarci col vostro misticismo e colle vostre credenze spiritualiste.
Quelli che così parlano sono convinti di annientare colle loro apostrofi i sognatori.
E, nondimeno, quegli stessi uomini sono in preda allo sconforto; tacciono o maledicono. Cento volte hanno creduto adempiere il compito loro; e cento volte hanno dovuto rifarsi da capo. Tutto ciò ch'essi dicono, è stato detto: tutto ciò che fanno, è stato fatto; ma sempre inutilmente. Tutta la guerra d'analisi, tutta l'opposizione di dettaglio e d'applicazioni, che oggi ci viene consigliata, ha raggiunto in Francia il suo più alto grado di possibile svolgimento. E a qual punto si trova ora la Francia? È stata travolta di rovina in rovina; dalla Rivoluzione all'Impero; dall'Impero alla monarchia dei Borboni; da Carlo X a Luigi Filippo. Quale profitto seppe trarre da quei cambiamenti? Quale differenza vedete voi fra la censura della prima Restaurazione e le Leggi del settembre che riguardano la stampa?—Le sanguinose piaghe del proletariato sono state snudate. Mille volte si sono contate le vittime della profonda ineguaglianza sociale che è un insulto alla Croce di Cristo. Si sa oggimai quanto sudore e quante lagrime costi al povero il pane del ricco. Il povero stesso, l'operajo è venuto a perorare la propria causa davanti al tribunale dell'Europa atterrita, col suo Atto d'accusa in mano, compendiato in due parole, terribili nella loro energia: Morte o Lavoro. Un popolo di operai ha protestato contro l'attuale ripartizione del lavoro; contro l'avidità delle classi privilegiate. Che n'è venuto? Che cosa è stato fatto? Quali rimedî furono tentati? Quali grandi miglioramenti ottenuti?—Al grido di Morte o Lavoro del produttore, la classe speculatrice e improduttiva ha risposto: Morte. Il cannone ha tuonato. Tutta quanta l'opposizione, così intrepida, così instancabile nelle meschine guerricciuole d'interessi e di diritti, ha assistito immobile, coll'arme al braccio, alla carnificina. La Francia intera non ha proferito un solo grido che rispondesse al grido d'angoscia degli operai Lionesi.—D'onde ciò?
Grazie agli scrittori di tutto un secolo—grazie ai martiri di più secoli—la Libertà e l'Eguaglianza, come principî, sono ammesse oggi nella serie degli assiomi sociali. L'Indipendenza è universalmente riconosciuta come la più bella gemma della corona d'un Popolo. Il diritto di non essere oppresso, stremato, torturato dalla tirannide dei pochi o dall'invasione straniera è, nel cuore di tutti, un diritto sacro, imprescrittibile. Progrediamo noi per questo?—In Italia, in Polonia, in Germania, per tutto, gl'interessi materiali sono evidentemente lesi e non pertanto la coscienza del proprio diritto è in tutte le anime. Interrogate uno ad uno gli abitanti di quelle infelici contrade: incontrerete per ogni dove l'odio verso il Russo e verso l'Austriaco, e il desiderio manifesto d'emancipazione; la coscienza del diritto che sancirebbe l'insurrezione; il convincimento dei vantaggi reali che ne risulterebbero per le generazioni future. E nondimeno soffrono in silenzio; si curvano al giogo; non si adoperano a spezzarlo.—D'onde ciò?
Perchè, fra la tirannide e l'insurrezione, è forza passare a traverso gendarmi, prigioni e patiboli. Perchè, per affrontare tutto ciò, non basta la conoscenza del fatto; è d'uopo sentire che è dovere il distruggerlo. Perchè il mero convincimento non basta a iniziare la lotta: conviene che questa sorga come manifestazione d'una fede.
Vi furono uomini che predicarono la reazione a quei Popoli; che hanno detto loro: Voi avete interessi materiali; questi interessi sono calpestati; spetta a voi il provvedere al rimedio. Voi avete diritti: que' diritti sono violati: spetta a voi il rivendicarne il libero esercizio.—A tale intento si è cospirato. Ma la tirannide vegliava; ha fatto scorrere sangue in mezzo alla cospirazione; rotolar qualche testa ai piedi dei cospiratori. Si è quindi indietreggiato; una sola probabilità di morte ha avuto maggior peso che non mille probabilità di successo. S'è detto: I nostri diritti sono una buona cosa, e ci sarebbe caro il conseguirli: ma il primo di tutti è il diritto di vivere. L'interesse della vita è superiore a tutti gli altri interessi materiali possibili; li racchiude tutti; li vince tutti. Senza vita, non possono esservi nè diritti, nè benessere, nè ricchezza, nè miglioramento materiale. Perchè dovremmo arrischiare la vita per cosa incerta? Dove ne sarebbe il compenso?—Questo fu detto; e non volendo uscire dalla cerchia del calcolo materiale, noi diciamo che ciò è logico. Due terzi almeno delle rivoluzioni dei Popoli riescono a vantaggio della generazione che deve succedere a quella che le compie. Quest'ultima è quasi sempre condannata a segnare alla seguente coi suoi cadaveri la via del progresso. Essa stessa non può goderne.—Ora, per quale teoria d'interessi materiali, per quale dimostrazione di diritti individuali, potremmo noi dedurre una legge di sacrificio, una legge di martirio, se il martirio è la meta che ci attende?—Analizzate confrontate frase per frase tutte le dottrine degli utilitarî; non riuscirete mai a fare armonizzare con esse il sacrificio che uccide. Per qualunque Popolo, che non abbia altro stimolo che quello degl'interessi materiali, il martirio è atto di follia; Cristo non ha più alcun significato nella vita dell'intelletto.
In quanto a noi, affermiamo non esservi stata una sola grande Rivoluzione che non abbia avuto ben altra sorgente da quella degl'interessi materiali; sappiamo di sommosse, di insurrezioni popolari, ma non d'alcuna fra queste che sia stata coronata dal successo, non d'una che si sia mutata in Rivoluzione.
II.
Ogni Rivoluzione è l'opera d'un principio accettato come argomento di fede. Invochi essa la Nazionalità, la Libertà, l'Eguaglianza, la Religione, essa si compie pur sempre in nome d'un Principio, cioè d'una grande verità che, riconosciuta, approvata dalla maggioranza degli abitanti d'un paese, costituisce credenza comune e affaccia un nuovo fine alle moltitudini quando il Potere non lo rappresenta o lo nega. Una Rivoluzione, violenta o pacifica, racchiude una negazione e una affermazione: negazione d'un ordine di cose esistente, affermazione d'un nuovo ordine da sostituirsi. Una Rivoluzione dichiara che lo Stato è guasto, che il suo meccanismo non è più in relazione coi bisogni del massimo numero dei cittadini, che le sue istituzioni sono impotenti a dirigere il moto generale, che il pensiero sociale, popolare, ha oltrepassato il principio vitale di quelle istituzioni, che il nuovo grado di sviluppo delle facoltà nazionali non trova espressione e rappresentanza nella costituzione officiale del paese, e che gli è forza crearsela. La Rivoluzione la crea. Dacchè essa imprende ad accrescere non a diminuire il patrimonio della nazione, essa non viola le verità conquistate nè i diritti dichiarati sacri dalla maggioranza; ma riordina ogni cosa sulla nuova base: ricolloca in armonia intorno al nuovo principio tutti gli elementi, tutte le forze del paese; e comunica una direzione unitaria verso il nuovo fine a tutte le tendenze che si sfogavano prima in cerca di fini diversi. Allora, la Rivoluzione è compita.
Noi non intendiamo le Rivoluzioni altrimenti. Se non si trattasse in una Rivoluzione d'un riordinamento generale in virtù d'un principio sociale, d'una dissonanza da cancellarsi, negli elementi dello Stato, d'una armonia da ristabilirsi, d'una unità morale da conquistarsi, noi, lungi dal dichiararci rivoluzionarî, crederemmo debito nostro d'opporci con ogni sforzo al moto rivoluzionario.
Senza l'intento accennato possono aversi sommosse, e talvolta insurrezioni vittoriose; non Rivoluzioni. Avrete mutamenti d'uomini, rinnovamenti d'amministrazione, una casta sottentrata a un'altra, un ramo di dinastia salito al potere invece d'un altro. È quindi necessità fatale di retrocedere, di rifare lentamente il passato distrutto in un subito dall'insurrezione, di stabilire a poco a poco sotto altri nomi le vecchie cose che il popolo s'era levato a distruggere: le società hanno siffattamente bisogno d'unità che tornano addietro, se non la trovano nell'insurrezione, fino alle Restaurazioni. E quindi pure, un nuovo disagio, una nuova lotta, una nuova esplosione. La Francia lo ha provato a dovizia. Essa fece nel 1830 miracoli d'audacia e valore per una negazione: si levò per distruggere senza credenze positive, senza disegno organico determinato; e stimò aver compito l'opera sua cancellando il vecchio principio della legittimità. Essa scese in quel vuoto che l'insurrezione sola non basta a colmare. E perchè non riconobbe la necessità d'un principio riordinatore, essa si trova in oggi, sei anni dopo il luglio, cinque dopo le giornate del novembre, due dopo quelle dell'aprile, avviata verso una assoluta Restaurazione.
Noi citiamo l'esempio della Francia, perchè ad essa si chiedono generalmente insegnamenti, speranze e simpatie politiche; poi perchè la Francia essendo quello tra i paesi moderni nel quale più campeggiano le teoriche di pura riazione fondate sulla diffidenza, sul diritto individuale, sulla libertà sola, le conseguenze pratiche de' suoi errori riescono più convincenti. Ma venti altri esempi sarebbero presti. Da ormai cinquanta anni, tutti i moti che, l'un dopo l'altro, vinsero come insurrezioni e come rivoluzioni soggiacquero, provarono come ogni cosa dipenda dall'intervento o dal difetto d'un principio riordinatore.
Dove infatti i diritti individuali non s'esercitano sotto l'influenza d'un grande pensiero comune a tutti, dove gli interessi individuali non si affratellano nell'armonia d'un ordinamento diretto da un principio positivo dominatore e dalla coscienza d'un unico fine, esiste inevitabile una tendenza usurpatrice dell'uno sull'altro. In una società come la nostra, nella quale la divisione per classi, con qualunque nome si chiamino, vive tuttora potente, ogni diritto è certo d'incontrarsi in un altro ostile, invido, diffidente, ogni interesse è naturalmente combattuto da un interesse contrario, quello del proprietario da quello del proletario, quello del manifatturiere o del capitalista da quello dell'operajo. Per ogni dove in Europa, dacchè l'eguaglianza accettata in diritto è smentita dal fatto e l'insieme delle ricchezze sociali s'accumula nelle mani d'un piccolo numero d'uomini, mentre la moltitudine non ha da un assiduo lavoro se non la pura esistenza, impiantar libertà, libertà sola, dicendo agli uomini: eccovi emancipati; voi avete diritti; usatene, torna davvero in sanguinosa ironia e perpetua l'ineguaglianza.
È indispensabile un centro alla sfera sociale, un centro a tutte le individualità che s'agitano in essa, un centro a tutti i raggi diffusi in direzioni contrarie e dai quali non escono quindi luce e calore che bastino. Or la teoria, che colloca l'edifizio sociale sulla base degli interessi individuali, non può darlo. Assenza di centro o scelta, fra i diversi interessi, di quello che vive di vita più vigorosa—anarchia o privilegio—lotta senza risultati o germe d'aristocrazia di qualunque nome s'ammanti: è questo un bivio dal quale non s'esce.
Vogliam noi questo?
Vogliamo noi condannarci da per noi a travolgerci continuamente nel vortice che aggira da mezzo secolo in poi la Francia e l'Europa? Vogliamo ostinarci a fare, disfare, rifare, e sempre in una condizione provvisoria di cose, sempre incerti del dì che segue? Vogliamo lotta o pace e armonia? Tutta la questione è qua dentro.
Per noi non v'è dubbio. Per trovare un centro agli interessi molteplici, è necessario innalzarsi a una regione suprema su tutti, indipendente da tutti. Per metter fine alla condizione provvisoria e ordinare un avvenire pacifico, è necessario riannettere quel centro a tal cosa che sia eterna come il Vero e progressiva come il suo svolgersi nella sfera dei fatti. Per impedire l'urtarsi della individualità è necessario scoprire un fine comune a tutte e dirigerle verso quello. Per accrescere a pro' di ciascuna le probabilità di raggiungerlo, è necessario accomunare gli sforzi di tutte, associarle. Che altro è l'associazione se non un concetto unitario? E come intendere un concetto unitario senza un principio intorno al quale si svolga?
Noi siamo dunque trascinati forzatamente sul terreno dei principî. Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un'opera di credenza, di fede. Lo esige la logica delle cose.
I principî soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti credenze universalmente riconosciute. Non si compiono grandi cose se non rinegando l'individualismo e con un sacrificio costante al progresso generale. Ora, il sacrificio è il sentimento del Dovere in azione. E il sentimento del Dovere non può scendere dagli interessi individuali, ma esige la conoscenza d'una legge superiore inviolabile. Ogni legge posa sopra un principio; dove no, è arbitraria ed è permesso violarla. È necessario che quel principio sia liberamente accettato da tutti; dove no, la legge è dispotica ed è dovere violarla. L'applicazione del principio sta in una vita conforme alla legge. Scoprire, studiare, predicare il principio che deve esser base alla legge sociale del paese e del tempo in cui si vive: è questo lo scopo d'ogni uomo che volga il pensiero a un ordinamento politico. La fede in quel principio genera le opere efficaci e durevoli. La sola e sterile conoscenza degli interessi individuali non può generare che la sola e sterile conoscenza del diritto individuale. E la conoscenza del diritto individuale può generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio, opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d'ostilità tra le classi che compongono la società. È necessario dunque tornare pur sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano Rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principî. Il vero stromento del progresso dei popoli sta nel fatto morale.
Trascuriamo noi, perchè diciamo queste cose, il fatto economico, gli interessi materiali, l'importanza delle conquiste operate nella sfera industriale e dei lavori che le operarono? Predichiamo i principî pei principî, la fede per la fede, come la scuola letteraria romantica predica in oggi l'arte per l'arte?
A Dio non piaccia. Noi non sopprimiamo il fatto economico: lo crediamo al contrario destinato a ricevere, nella società futura, un allargamento più e più sempre considerevole del principio d'eguaglianza, e ad ammettere in sè il principio fecondatore dell'Associazione. Ma lo sommettiamo al fatto morale, perchè sottratto alla sua influenza direttrice, disgiunto dai principî e abbandonato alle teoriche d'individualismo che lo governano in oggi, sommerebbe a un egoismo brutale, a una guerra permanente fra uomini chiamati ad esser fratelli, all'espressione degli appetiti della specie umana, quando invece esso dovrebbe rappresentare, sulla curva ascendente del progresso, la traduzione materiale della sua attività, l'espressione della sua missione industriale.
Non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell'epoca ogni dottrina che non li comprendesse in sè o li riguardasse come meno importanti di quel che veramente sono: crediamo che ad ogni grado di progresso debba corrispondere un miglioramento positivo nelle condizioni materiali del popolo; e questo successivo miglioramento è in certo modo per noi una verificazione del progresso operato. Ma non ammettiamo che gli interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti dai principî, quasi fine della società; perchè sappiamo che teorica siffatta cancella la dignità umana: perchè ricordiamo che quando in Roma il fatto materiale cominciò ad essere predominante e il dovere verso il popolo si ridusse a dargli pane e spettacoli, Roma e il popolo correvano a rovina, perchè vediamo oggi in Francia, nella Spagna, per ogni dove, la libertà conculcata o ingannata in nome appunto degli interessi di bottega, in nome della dottrina servile che separa il benessere materiale dai principî.
Non dimentichiamo i servigi resi alla causa del progresso dalla scuola politica dei diritti, nè l'importanza dei lavori economici che assalirono, sul finire del XVIII secolo, l'assurdo e immorale sistema restrittivo col quale i Governi commettevano a' doganieri lo sviluppo industriale della Nazione come ne commettevano lo sviluppo morale a censori e birri: in un'epoca nella quale i diritti degli individui erano sistematicamente violati, quei lavori erano indispensabili, e senz'essi noi non saremmo ove siamo. Ma quei lavori sono oggi oltrepassati: non possiamo durare inerti per entro i limiti ch'essi segnarono, senza rinegare le nuove tendenze che mirano a riedificare. I popoli fecero plauso all'opera distruggitrice dello scorso secolo, perchè speravano sottentrasse un nuovo ordinamento all'antico; ripetutamente delusi, non moveranno se non suscitati da un nuovo programma organico. L'individuo è sacro: i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili; ma porli come unico fondamento all'edifizio politico, e dire agli individui: conquisti ciascuno, e colle sole forze che ha, il proprio avvenire, è un dare la società e il progresso agli arbitrî del caso e alle alternative d'una lotta perenne; è un trascurare il fatto principale dell'umana natura, la socialità; è un impiantar l'egoismo nell'anima e ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che possedono mezzi su quei che ne sono privi. I molti inefficaci tentativi degli ultimi quarant'anni lo provano.
Quando dunque noi predichiamo quasi esclusivamente i principî che ci sembrano derivare dalla condizione attuale della conoscenza umana, intendiamo seguir la via che guida al futuro, tanto materiale quanto morale, delle nazioni. Quando insistiamo sulla necessità d'inalzare su quei principî un edifizio di credenze che sottentri alle credenze spente o vicine a spegnersi, intendiamo soddisfare a un voto dei popoli sovente male espresso, più sovente frainteso, ma che rivelato a ogni modo dalle manifestazioni più disgiunte e dissimili, è il segreto storico del XIX secolo. E quando diciamo: «inalzatevi alla sfera dei principî: guidate i popoli, oggi erranti nel vuoto, alla legge del Progresso, all'Umanità, a Dio: ridestate il senso morale, il sentimento del Dovere negli uomini ch'altri tenta convertire in macchine da calcolo: mostrate un grande intento ai giovani oggi sì facilmente assaliti dallo sconforto e dal dubbio: rifate coll'entusiasmo colla religione, coll'amore, una esistenza morale all'uomo, dacchè l'antica del privilegio e dell'ineguaglianza è cenere e polve:» lo diciamo convinti che ogni altro modo di trattare le cose politiche è illusione o menzogna; convinti che le forme politiche considerate isolatamente e per sè, sono, come l'antichità diceva delle leggi, ragnateli che imprigionano i piccoli insetti e son lacerati dai grandi; convinti che lo spirito solo dà importanza alle forme: che le istituzioni sono lettera morta, inefficace, impotente, ogni qual volta l'alito del progresso popolare della fratellanza, dell'associazione non le vivifichi: che tutte le dichiarazioni scritte sono un nulla dove tutti, abbandonati all'individualismo e ordinati sopra una base d'ineguaglianza, tendono naturalmente a eluderla cercandovi a un tempo uno stromento di difesa contr'altri: convinti che ogni altra via non può giovare alla causa dell'Umanità, ai grandi interessi del popolo, del lavoro, della nazionalità, del miglioramento morale, sole cose che meritino il nostro sagrificio e le nostre fatiche.
Riuscite a istillare nell'anima d'un popolo o nella mente, de' suoi educatori, de' suoi scrittori, un solo principio, e varrà più assai per quel popolo, per quel paese, che non tutto un corso d'interessi e diritti indirizzato a ciascun individuo, che non tutta una guerra mortale agli atti d'un Potere corrotto.
Quando avrete, a cagion d'esempio, radicato nel core della nazione quel principio dichiarato, non applicato, dalla Rivoluzione Francese: lo Stato deve l'esistenza o il lavoro per essa a ciascuno de' suoi membri, avrete, aggiungendovi una giusta definizione dell'esistenza, preparato il trionfo del diritto sul privilegio, il termine del monopolio d'una classe sull'altra e la fine della mendicità, per la quale non avete oggi che palliativi, carità cristiana o consigli freddamente atroci come quelli dati dagli economisti della Scuola Inglese.
Quando avrete educato gli animi alla fede nell'altro principio: la società è una associazione di lavori e potrete, mercè quella fede, desumerne logicamente e praticamente tutte le conseguenze, non avrete più caste nè aristocrazie nè guerre interne nè crisi: avrete un popolo.
E quando la parola: tutti gli uomini d'una nazione sono fratelli avrà fatto dell'anima un santuario di virtù e d'amore—quando il grande pensiero della Nazionalità non sarà più ringrettito a proporzioni meschine e non si limiterà più ad appoggiare il proprio diritto sopra un interesse materiale contrastato sempre da un altro, ma si verserà, puro e santo, dalla madre al fanciullo nella preghiera del mattino, in quella della sera, in quell'ore nelle quali la donna trasformata in angelo insegna le verità del cielo alla propria creatura, siccome assiomi e principî immutabili—avrete allora soltanto una Nazione quale non può esservi data dai sofisti che pretendono fondare nazionalità senza Dio; perocchè una Nazionalità è una credenza in una origine e in un fine comuni, e costituita oggi da un interesse può essere rovesciata domani da un interesse più audace e più potente.
E così via via. Per natura loro, i principî, che taluni relegano tra le cose astratte, sono sì poco separati dagli interessi materiali e da ciò che chiamano fatto economico, che ne trascinano il trionfo pratico siccome conseguenza inevitabile. La loro sfera li comprende, li abbraccia tutti. Ma ogni progresso materiale è risultato infallibile d'ogni progresso morale. Invece di logorare le forze in una guerra minuta, cercando conquistare gli interessi ad uno ad uno e sempre senza certezza di stabilità, noi tentiamo di risalire alla sorgente comune e stabilirci trionfatori nel centro della contesa. Gli effetti di questo lavoro possono parere più lenti; ma sono più certi e soli durevoli. L'opera di fede, l'opera morale, si compie, come il moto dell'ago sull'orologio, insensibilmente; ma spetta ad essa soltanto d'indicare le ore solenni delle Nazioni.
Un Giornale non è un lavoro di legislazione: non opera se non a gradi. Un Giornale non ricopre i poveri seminudi, non dà pane agli affamati: predica, insiste perchè si faccia. Or come operare sull'anima di chi legge? Come convincere non solamente dell'esistenza del male ma della necessità di porvi rimedio? Come comunicare al lettore lo spirito d'attività, la forza di sagrificio necessaria per superare gli ostacoli? Un Giornale è, generalmente parlando, scritto per le classi agiate; e queste classi, confortate di prosperità, non hanno l'esperienza dei patimenti, delle privazioni: esse vedono talora i mali del povero, ma s'avvezzano facilmente a considerarli come una triste necessità sociale, o lasciano la cura di rimediarvi alle generazioni future. L'indifferenza e l'obblìo sono sì dolci per chi siede nel sacrario della famiglia, circondato da volti sorridenti, mentre il vento d'inverno soffia al di fuori e la neve batte, minuta e rapida, l'invetriata d'una doppia finestra! Sperate voi di strappare quei felici del mondo all'inerzia colla semplice espressione del fatto economico e di ciò che dovrebbe sostituirglisi in una società ben ordinata? Sperate di scotere il loro riposo d'egoismo colla sola fredda analisi di ciò che accade in una sfera nella quale essi non penetrarono mai? Approveranno forse, come mera teorica, le vostre dottrine d'utilità; ma non chiedete loro d'operare a seconda. Perchè lo farebbero? voi parlate in nome degli interessi. Non è primo fra tutti il godere? or essi godono.
Tra l'approvazione e il sacrificio perciò che s'approva, giace un abisso che voi, col metodo vostro, non potete varcare. E nondimeno è quello il problema. L'uomo è pensiero e azione. Le vostre teoriche possono modificare il primo, non creare l'azione.
È dunque necessario modificare, riformare, trasformare l'uomo tutto quant'è nell'unità della vita. Bisogna insegnargli non il diritto, ma il dovere: ridestare al meglio l'indole imbastardita, l'anima semispenta, l'entusiasmo appassito: risollevare una potenza d'agire oggi schiacciata sotto l'indifferenza, colla coscienza della dignità umana e d'una missione da compirsi quaggiù. Ed è opera questa che spetta ai principî, alle credenze, al pensiero religioso, alla fede.
E fu l'opera di Gesù. Ei non cercò salvare coll'analisi il mondo morente. Non parlò d'interessi a uomini sui quali il culto degli interessi avea versato il veleno dell'egoismo. Affermò, nel nome santo di Dio, alcuni assiomi fino allora ignoti; e quei pochi assiomi che noi, dopo diciotto secoli, cerchiamo tradurre in fatti, mutarono aspetto al mondo. Una sola scintilla di fede compì quello che tutti i sofismi delle scuole filosofiche non avevano saputo intravvedere: un passo nell'Educazione del genere umano.
Il problema attuale—non ci stancheremo di ripeterlo mai—è, come ai tempi di Cristo, un problema d'educazione. Or cos'è mai una educazione che non posa su principî, che non è desunta da una fede comune, che non mira a conquistarle vittoria?
AGLI OPERAI ITALIANI.
DEL DOVERE D'ASSOCIARSI NAZIONALMENTE
1841.
Fra i molti operai italiani che viaggiano fuori d'Italia, parecchi si sono legati ad associazioni straniere, specialmente francesi. All'invito dei loro fratelli di patria, essi rispondono: «non sono tutti gli uomini nostri fratelli? noi abbiamo già dato il nostro nome ad associazioni d'uomini liberi, che vogliono quello che voi volete, che combattono per la stessa causa, l'emancipazione del popolo dai mali morali e fisici che lo opprimono. Non potete esigere più da noi.» E si rimangono appartati dal nostro lavoro.
Che cosa siano queste Associazioni, noi lo diremo tra non molto. Le più hanno scritto sulla loro bandiera comunione di beni, abolizione della proprietà; dottrine tiranniche, assurde, nemiche al progresso dell'Umanità, che noi dovremo confutare in alcuno de' numeri successivi dell'Apostolato: dottrine fortunatamente irrealizzabili, ma che producono in oggi il doppio male di raffreddare l'attività di molti tra i veri amici del popolo, e di consumare intorno a progetti impossibili l'energia di molti operai eccellenti per intenzioni, ma illusi.
Bensì, non è di questo che intendiamo ora occuparci. Se a parecchi tra gli operai italiani sembra che le opinioni accennate possano contenere il rimedio che tutti cerchiamo ai mali presenti, è cosa da discutersi fraternamente tra noi, nè può formare soggetto di giusto rimprovero. Nessuno tradisce il proprio dovere quando cerca diffondere le idee che egli, sbagliando o no, crede vere. Ma tradisce, non esitiamo a dirlo, il proprio dovere e merita il rimprovero de' suoi fratelli qualunque, tra un'Associazione Nazionale operante per la buona causa e un'Associazione straniera, preferisce quest'ultima. Egli diserta il posto che gli è stato affidato da Dio per passare ad un altro.
Gli operai italiani, che a fronte d'un lavoro nazionale persistono a spendere la loro attività nelle associazioni straniere, hanno pensato mai, che al di là dell'Alpi o del mare stanno ventisei milioni di loro fratelli, parlanti colle solite varietà di dialetti una stessa lingua, distinti dagli altri popoli per un tipo speciale di fisonomia, dotati di costumi, d'attitudini, di tendenze uniformi? Hanno pensato che quei milioni sono schiavi, oppressi moralmente e materialmente, smembrati in sette stati, spolpati da sette corti, manomessi, dissanguati dallo straniero, mantenuti coll'astuzia e colla violenza nell'ignoranza, privi d'ogni diritto, e privi di tutti quei mezzi di progresso che appartengono più o meno a tutti i paesi ne' quali esistono le associazioni delle quali parliamo? Hanno pensato che la terra sulla quale gemono quei milioni è la terra dov'essi nacquero, dove vivono i loro padri e le loro madri, dove vivranno i loro figli? Hanno sentito, viaggiando e trovandosi a fronte d'uomini che ripetono con orgoglio: siamo Francesi, siamo Inglesi, la vergogna del non poter dire: siamo Italiani, senza correre il rischio d'udirsi replicare: mentite; non esiste un'Italia? E se pure hanno sentito talora questa vergogna, non hanno sentito nello stesso tempo un istinto, una voce interna, che dicea loro: bisognerebbe operare a cancellarla, a levarsi questa macchia di sulla fronte, a farsi cittadini d'una nazione, a conquistarsi una patria? E se udirono quella voce, perchè non hanno operato, perchè non operano oggi con noi a seconda? Perchè invece di tentare di crearsi una patria e un nome, lavorano a conquistare miglioramenti a popoli che hanno patria e nome e bandiera e unità nazionale? a popoli che non hanno bisogno di pochi individui stranieri per progredire quando che sia, mentre l'Italia, senza unità, senza stampa, senza rappresentanza, ha bisogno di tutti i suoi figli? Operai italiani! sta bene d'ajutare, occorrendo, il vicino; ma prima di dar opera a perfezionare la casa altrui, non dovreste voi lavorare a inalzarne una pei vostri figli e per voi?
La causa del Popolo è una. La santa parola Umanità sta scritta in cima al nostro foglio come nel nostro cuore. Ma v'è un'altra santa parola, la Patria, che noi non possiamo dimenticar senza colpa. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo naturalmente, colla quale noi possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi ch'essa possiede è chiamata a un genere speciale d'azione. La Patria è la nostra lavoreria: i prodotti della nostra attività devono spandersi da quella a benefizio di tutta la terra; ma gli stromenti di lavoro, che noi possiamo meglio e più efficacemente trattare, stanno in quella; e noi non possiamo rinunziarvi senza tradire l'intenzione di Dio, e senza diminuire le nostre forze. Lavorando, secondo i veri principî, per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità: la Patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo rischio di riescire inutili alla Patria e all'Umanità.
Operai italiani! Prima d'associarci colle nazioni, bisogna esistere: non v'è associazione che tra gli eguali; e voi non avete esistenza riconosciuta, perchè non avete Patria, e non appartenete a una Nazione. Noi vi ripeteremo continuamente queste parole, perchè noi pure abbiamo viaggiato, e le abbiamo con amarezza udite dalla bocca degli stranieri. Quando nojati dell'udirci ripetere da gente che non ha fatto mai cosa alcuna per noi: noi vi daremo la libertà, parlammo qualche volta della possibilità che gl'Italiani la conquistassero colle proprie mani: ci udimmo rispondere che possibilità senza intenzione non v'era, e che l'intenzione esisteva sì poco che i nostri si cacciavano nelle Associazioni straniere, convinti che la libertà del loro paese non poteva escire se non dall'altrui potenza. Operai italiani, questa è parola amara: parola che, se avete anima d'uomini, dovete dar opera a non meritare. Lasciate il sentimento della loro debolezza a coloro che pretendono fondare le rivoluzioni sull'azione e sugli interessi d'una classe sola. Ma noi siamo popolo; siam milioni; abbiamo forza. Tutto sta nell'unirci e volere.
Uniamoci dunque. Cerchiamo insieme i mezzi di crearci una Patria. Fondiamo l'Italia del Popolo. Acquistiamoci diritti d'uomini e di cittadini. Torneremo poi, con più dignità, con maggior utile e con sicurezza di non essere dominati o traditi, all'abbraccio delle nazioni. L'Umanità è un grande esercito che move alla conquista di terre incognite, contro a nemici potenti e avveduti. I Popoli sono i diversi corpi di quell'esercito. Ciascuno ha un posto che gli è fidato: ciascuno ha una operazione particolare da eseguire; e la vittoria comune dipende dalla esattezza colla quale le diverse operazioni saranno compite. Non turbate l'ordine della battaglia. Non passate da un corpo in un altro. Non abbandonate la bandiera che Dio vi dava per quella che v'è offerta dal caso. Dovunque vi troviate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige. Ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria. E Italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita: Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità. Avrete più caldo l'affetto de' vostri fratelli, e più sincera, credetelo a noi, la stima degli stranieri. La loro parola a voi, individui, può suonare in oggi fraterna e amorevole come a qualunque ingrossa i loro ranghi e rende omaggio alla loro Patria e alle opinioni ch'essi professano: ma siate certi che i più tra loro imparano da voi a disistimare il vostro paese, a riguardarne la causa come dipendente da quella del loro, a contemplarlo forse nell'avvenire siccome un dipartimento, o una colonia della loro Repubblica.
NECESSITÀ DELL'ORDINAMENTO SPECIALE
DEGLI OPERAI ITALIANI.
RISPOSTA AD UNA OBBIEZIONE[87].
1842.
Alcuni operai italiani dichiarando la loro approvazione al nostro concetto e alle basi fondamentali della nostra associazione, hanno mosso a chi dirige l'Apostolato il dubbio seguente:
«Perchè cercate riunire in un solo corpo gli operai italiani? Perchè li concentrate in una sezione dell'Associazione Nazionale? Voi così perpetuate la distinzione delle classi che annunziate voler distruggere. Voi date un fondamento alla ineguaglianza che pretendete combattere. Si tratta non di divisione, ma di fusione. Non esistono sotto la nostra bandiera che cittadini italiani. Qualunque altra denominazione racchiude un germe di quella aristocrazia che dobbiamo e vogliamo spegnere.»
Il rimprovero per sè, ci sia concesso il dirlo, è fondato sopra un errore tanto palpabile che non meriterebbe confutazione. Ma tradisce un senso di diffidenza giustificato in parte dal passato, e noi dobbiamo afferrare tutte occasioni di chiarirlo ingiusto e di logorarlo.
La Giovane Italia, come associazione, non ha bisogno di difendere le proprie intenzioni. La sua bandiera fu bandiera di popolo sin dal primo giorno in che fu levata. La sua credenza fu credenza esplicita, dichiarata animosamente, d'unità della razza umana, d'abborrimento dalle caste, d'eguaglianza tra le nazioni, d'eguaglianza fra i cittadini d'una nazione. Prima in Italia, predicò che la causa essenziale dell'impotenza dei tentativi rivoluzionarî passati stava nello scopo imperfetto, aristocratico, anti-nazionale che s'era dai capi prefisso a quei tentativi: disse che non si fondava nazione se non si fondava per tutti, se non si chiamavano tutti a fondarla, cioè a concorrere nei doveri e a partecipar nei diritti che sgorgano dal concetto nazionale: disse che le forze della nazione non erano scese mai sull'arena, perchè non s'erano chiamate mai, perchè le insurrezioni s'erano appoggiate or sulla milizia e sul patriziato, or sulle classi medie, non mai sulla universalità degli uomini, che costituiscono la nazione, perchè i capi avevano sempre parlato d'indipendenza dallo straniero, di libertà politica, di diritti politici, dimenticando che tutte rivoluzioni sono nella loro essenza sociali, che l'ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non s'ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione. Nessun atto, nessun scritto dell'associazione smentì fino ad oggi siffatta credenza. Il dubbio adunque non mira a ferir le intenzioni, ma guarda alle tristi conseguenze che potrebbero escire da un errore in buona fede commesso.
A questo è da rispondere.
La parola operajo non ha per noi alcuna indicazione di classe nel significato comunemente annesso al vocabolo: non rappresenta inferiorità o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d'occupazione speciale, un genere di lavoro, un'applicazione determinata dell'attività umana, una certa funzione nella società: non altro. Diciamo operajo come diciamo avvocato, mercante, chirurgo, ingegnere. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri di cittadini. Ognuna d'esse dà soddisfacimento a un bisogno, tutte sono, più o meno, essenziali allo sviluppo comune. Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri d'uno Stato sono le differenze d'educazione morale. Un giorno, l'educazione generale uniforme ci darà una comune morale. Un giorno, saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell'opera nostra in qualunque direzione s'eserciti. L'esistenza rappresenterà un lavoro compito.
Ma codesto è l'avvenire: l'avvenire per cui lavoriamo. Il presente è diverso. E non movendo da esso, noi ci esporremmo a perpetuarlo, mentre intendiamo a mutarlo.
Il presente è diverso. Esistono in Italia, come dappertutto, due classi d'uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi d'ogni lavoro, terre, credito, o capitali; gli altri, privi di tutto fuorchè delle loro braccia. Esiste in Italia come per ogni dove una educazione diversa per queste due classi, o meglio, esiste una educazione quale i mezzi individuali possono procacciarla, per la prima classe; non esiste educazione alcuna per la seconda. Sopra duecento allievi incirca segnati sui registri della Scuola italiana gratuita di Londra, centotrenta imparano a leggere.
Gli uomini della prima classe per conoscenza, gli uomini della seconda istintivamente desiderano egualmente l'Indipendenza e l'Unità Nazionale: in tutto il resto si separano.
Gli uomini della prima classe combattono per assicurare ed accrescere gli agi e le superfluità della vita; gli uomini della seconda combattono per assicurarsi la vita.
I primi vorrebbero conquistare maggior sviluppo e libertà d'applicazione al pensiero: i secondi, costretti a spendere dodici o quattordici ore della giornata in un lavoro quasi esclusivamente di braccia, vorrebbero conquistarsi possibilità di pensiero.
I primi, inceppati nell'esercizio delle loro facoltà, vilipesi dallo straniero, sottoposti all'arbitrio di principi stolti e malvagi, hanno principalmente bisogno d'una rivoluzione politica: i secondi affranti dalla miseria, tormentati dalla precarietà del lavoro e dall'insufficienza dei salarî, hanno principalmente bisogno d'un ordinamento sociale.
Le insurrezioni fino ad oggi tentate ebbero carattere esclusivamente politico: il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo.
Ma per riescirvi sono necessarie due cose: l'una che i milioni i quali invocano un migliore ordinamento sociale esprimano i loro bisogni; l'altra che i migliori o i più tra gli uomini componenti la prima classe simpatizzino coll'espressione di quei bisogni e intendano la necessità di riunirsi a soddisfarli concordemente.
La prima è necessaria perchè le rivoluzioni non prevengono, non indovinano i bisogni dei popoli, ma li concretano, li traducono in fatti, li riducono a legge. La seconda è necessaria, perchè altrimenti le rivoluzioni si ridurrebbero a guerre civili nelle quali la decisione qualunque siasi, a qualunque parte spetti il trionfo, è pur sempre questione di forza e sostituisce una tirannide all'altra.
E l'unica via da seguirsi per ottenere queste due cose è l'ordinamento in associazione degli uomini che invocano il mutamento sociale.
La nazione intera ha bisogno di sapere ciò che gli operai, cioè i milioni d'uomini che vivono del proprio lavoro senza possedere gli elementi del lavoro, patiscono, accusano, invocano.
La nazione ha bisogno di sapere ciò che gli operai non vogliono: tanti strani sistemi, pericolosi, sovversivi, hanno occupato le menti a' dì nostri, che giova conoscere non solamente ciò che l'uomo crede, ma ciò in che non crede.
Gli operai hanno bisogno di consultarsi per conoscere e calcolare le proprie forze, per concordare intorno ai rimedî che possono porre un termine ai loro mali, per raccogliere i mezzi necessarî ad esprimerli colla stampa e a dare un principio almeno d'educazione a quei tra' loro fratelli che ne sono assolutamente mancanti.
Considerazioni siffatte hanno dato origine alla formazione d'una sezione composta esclusivamente d'operai nell'Associazione nazionale.
Quando l'Italia vedrà riuniti in un corpo, schierato sotto la bandiera nazionale e pronto a commettersi alle battaglie della patria, i suoi operai, e udrà da essi medesimi l'espressione riposata, pacifica de' loro bisogni, l'Italia non accuserà più di freddezza e d'inerzia le sue moltitudini e intenderà il perchè si rimasero, nei tentativi passati, anzi spettatrici che attive. Quando gli operai ordinati, forti di convinzioni uniformi, stretti in unità di volere, militeranno nell'Associazione nazionale, non solamente come cittadini, ma come operai, non dovranno più temere d'esser delusi nelle loro giuste speranze e di vedere le rivoluzioni consumarsi in questioni di forme meramente politiche a benefizio d'una sola classe.
Senza ciò non v'è da sperare. Le insurrezioni, ignare de' bisogni speciali e delle esigenze dei diversi elementi che compongono lo Stato, formeranno il loro programma dai voti comuni a tutti, promulgheranno diritti politici inefficaci e nulla più. La storia degli ultimi cinquant'anni parla evidente in proposito.
Braccia d'operai conquistarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d'operai rovesciarono il trono di Carlo X: cosa ottennero le moltitudini dall'insurrezione del 1830? Le associazioni, che prepararono in Italia il terreno ai movimenti del 1831, erano popolate d'operai: quali provvedimenti furono, non dirò presi, ma indicati da lungi alla speranza delle classi operose, perchè i padri si confortassero nell'idea che sorriderebbe ai figli un migliore avvenire? Gli operai delle città di provincia decisero in Inghilterra nel 1831 la questione della riforma: perchè i pochissimi miglioramenti che originarono dal bill conquistato non fruttarono che alle classi medie? Mancava agli operai un ordinamento speciale; mancava quindi l'espressione regolare, insistente, imponente de' loro bisogni. L'operajo si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi medie, si confuse nelle vaste fila della Carboneria, scese in piazza a combattere, com'uomo, come cittadino, non come operajo. Venne in ajuto, come cifra numerica aggiunta alla lotta, non come elemento dello Stato, a classi che erano col fatto ordinate da secoli, e considerate da secoli come elementi della società. Accettò quindi necessariamente il loro programma, non diede il suo. S'anche, avvedendosi che i diritti politici senz'altro non gli fruttavano, egli avesse, il dì dopo aver combattuto, esposto i proprî bisogni, era tardi: voce non collettiva ma d'individui, il rumore che menavano le classi ordinate istigatrici del movimento doveva disperderla, e la disperse. Perchè accusarne unicamente gli uomini di quelle classi? Perchè pretendere dalla natura umana come anch'oggi è, che insoddisfatta del presente, ricerchi i bisogni non espressi dell'avvenire?
La questione dell'ordinamento speciale degli operai italiani si riduce a questa: hanno o non hanno gli operai bisogni speciali ch'esigono provvedimento?
Gli operai—giova ripetere codeste cose—lavorano troppe ore della giornata, perchè non ne patisca la loro salute e perchè non vi sia per essi impossibilità assoluta d'educare, come conviensi ad ogni umana creatura, l'intelletto e l'anima loro. Gli operai sono generalmente troppo mal retribuiti perch'essi possano schermirsi, coi risparmî, dalla miseria per sè e per le loro famiglie ne' tempi di crisi, e dall'ospedale o dal workhouse nella vecchiaja. Gli operai sono lasciati senza riparo, dacchè le coalizioni, anche negli Stati mezzo-liberi, sono punite, all'arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari, provocate dagli effetti della concorrenza crescente. Gli operai sono continuamente esposti alla mancanza assoluta di lavoro, cioè alla fame, per le frequenti crisi commerciali che l'assenza di direzione generale all'attività industriale fa inevitabili. Gli operai sono, dalla natura della loro mercede incapace d'aumento progressivo comunque il guadagno de' padroni proceda, ridotti alla condizione di macchine, condannati ad una ineguaglianza perpetua, avviliti in faccia a sè stessi e ai loro fratelli di patria. Gli operai sono, per tutte queste cagioni, sottoposti a tutti gli obblighi della società dove vivono, dal tributo che le imposte indirette prelevano sui sudori delle loro fronti fino al sagrificio della vita che le guerre della patria esigono, senza giovarsi d'un solo de' suoi benefizî.
A condizioni siffatte i rimedî meramente politici non bastano: e nondimeno, le rivoluzioni saranno sempre meramente politiche finchè saranno fidate all'impulso unico delle altre classi. Le loro condizioni sono radicalmente diverse: perchè faticherebbero a provvedere a bisogni ch'essi non provano e che non hanno espressione collettiva da chi li prova? E chi mai se non chi li prova può esprimerli efficacemente? Quando in Francia una legge sugli zuccheri ferisce gli interessi commerciali, a chi se non alle Camere di commercio spetta ammonire e protestare contr'essa? Chi sogna separazione di classi e aristocrazia mercantile, perchè le Camere di commercio ammoniscono e protestano?
Operai italiani, arrossite del vostro nome? arrossite dell'ufficio al quale adempite nella società? I padri vostri non ne arrossivano. Quando Firenze era libera, repubblica nota e rispettata in Europa, i vostri padri si ordinavano per arti e mestieri, si chiamavano alteramente lanajuoli, setajuoli, conciatori di pelli, si raccoglievano sotto i loro gonfaloni ad esprimere i loro bisogni e la loro volontà. Diffidereste in oggi degli uomini che vi chiamano ad ordinarvi per raggiungere quella eguaglianza che non esiste finora per voi, e che nessuno finora ha tentato darvi, solo perchè l'ordinarvi a un lavoro speciale implica che voi non l'avete raggiunta? Se voi preferite il nome alla cosa—se vi pare che il confondervi in un lavoro esclusivamente politico coi vostri concittadini, sulla terra straniera, senza indizio delle vostre condizioni presenti, sia da preferirsi al tentare un riordinamento sociale che vi darà, quando che sia, nella vostra patria, non diritti nominali, ma esercizio reale di diritti e doveri cittadineschi,—rimanetevi separati da noi. Dove no, fate senno. Fate senno degli esempî patrî; fate senno, poichè pur troppo voi guardate anch'oggi con più attenzione alle cose altrui che non alle vostre, degli esempî stranieri. A che son dovuti i progressi che la questione sociale ha fatto da dieci anni in Francia ed in Inghilterra, se non alle associazioni degli operai? Da che deriva la tendenza abituale in oggi negli organi della classe media a discutere i punti, negletti dieci anni sono, del miglioramento delle classi povere e dell'ordinamento del lavoro, se non dai giornali che in Francia ed in Inghilterra gli operai stessi dirigono?[88] Sarete illusi sempre e sempre traditi, operai italiani, finchè non seguirete siffatti esempî, finchè non intenderete che prima di partecipare nei cangiamenti politici cogli altri elementi, l'elemento del lavoro ha da ottenersi cittadinanza nello Stato, ch'oggi non l'ha, e che a conquistarla è indispensabile l'associazione.
Operai italiani, che avete mosso il dubbio intorno al quale abbiamo tenuto discorso, le vostre intenzioni sono pure; il vostro sospetto è sospetto d'uomini che sentono l'importanza del principio d'eguaglianza sul quale deve indispensabilmente fondarsi l'edifizio futuro e tremano di vederlo guasto o falsato. Ma badate ch'altri, più diffidente della natura umana che noi non siamo, non lo interpreti diversamente, e non v'accusi d'una vanità meschinissima, ostile al principio che predicate: badate a non screditare per voi stessi l'ufficio ch'esercitate nella società, lasciando pensare che voi ne arrossite: badate a non fare che i vostri nemici possano dire: vedete? essi si dichiarano apostoli d'una società fondata sul lavoro, e vergognano di vivere sul lavoro delle loro braccia. Voi siete il nucleo della nazione futura. Non la tradite, rinegandone il principio fondamentale. Andate nobilmente alteri del vostro nome: verrà tempo che tutta quanta la nazione lo adotterà. Scrivete sulla vostra bandiera lavoro, e rannodatevi intorno ad essa per riscattarla dal dispregio in che secoli l'hanno tenuta. In faccia alla Democrazia, quella parola, base d'ogni società popolarmente ordinata, racchiude la più alta malleveria dell'eguaglianza che voi cercate: in faccia a quella parte della nazione che non è conquistata ancora alle credenze democratiche, voi nuocereste deliberatamente alla nostra causa se lasciaste mai sospettare che il nome Operajo, segno del vostro ufficio nella società, cova, anche nell'animo vostro, un germe d'ineguaglianza che v'induce a sopprimerlo. Quando, a mezzo il secolo XVI, un satellite di Filippo II re di Spagna chiamò, deridendo, gl'insorti dei Paesi Bassi una mano di spiantati (les gueux), gl'insorti accettarono quel nome, lo scrissero sulle loro ciarpe, sulle loro bandiere, lo fecero suonar alto per ogni dove, e tredici anni dopo, la fondazione delle Sette Provincie Unite cangiava lo scherno in rispetto e timore. Il vostro nome, operai, racchiude ben altro che non il nome applicato per disprezzo dal satellite di Filippo II agli insorti de' Paesi Bassi; tanto più vi mostrerete inferiori al concetto dell'epoca e, concedeteci il franco linguaggio, spregevoli, se invece d'inorgoglirvene, pensaste a dissimularlo.
E ascoltate un'altra parola. Siete deboli finora e pochi e dispersi. La vostra voce fu muta nei tentativi passati. I vostri bisogni non furono neppure avvertiti. In faccia alla nazione, in faccia all'estero, siete ignoti finora. Non inceppate con sospetti, con dubbî, con divisioni inopportune, l'Associazione che riconosce prima i vostri diritti, che prima s'assume di far intendere la vostra voce, di predicare i vostri bisogni; non ne rallentate l'azione con discussioni intorno a nomi e minuzie che mal si concederebbero a chi avesse già corso mezzo il cammino. Siate forti prima; discuterete più dopo. Concentratevi nell'Associazione; quanto più numerosi sarete, tanto più avrete modo di perfezionarla e di cancellarne gli errori che accompagnano ogni opera umana. Dall'esame dei fatti e degli scritti dell'Associazione, dall'esame della vita degli uomini che la dirigono, accertatevi dei principî della prima, delle intenzioni dei secondi: questo è non solamente diritto, ma debito vostro; dove bensì troviate giusti i principî, pure le intenzioni, non siate, in oggi, troppo esigenti. Ricordatevi che le obbiezioni sono facili, ma il fondare è difficile. Ricordatevi che spesso la vanità impotente a fare, s'appaga, senza riflettere alle conseguenze, in disfare. Non vi lasciate svolgere, per vani e ingiusti sospetti, da ciò che più importa, costituirvi, ordinarvi, conquistar forza. Dite a quei che tentassero sviarvi dall'Associazione: «cos'è che ponete in sua vece?» Tutti i consigli ch'essi possono darvi furono già praticati e non vi condussero a miglioramento alcuno. Ma noi non possiamo, anche volendo, tradirvi. Riuniti in un corpo; chi può tradirvi? Avete combattuto finora pel programma dell'altre classi: date oggi il vostro e annunziate collettivamente che non combatterete se non per quello. Siete cittadini italiani, e come tali volete l'unità, l'indipendenza, la libertà della patria e i diritti politici che spettano a tutti i vostri fratelli, qualunque sia il modo della loro attività nel lavoro comune: appartenete dunque all'Associazione nazionale. Siete operai italiani, e come tali avete bisogni speciali ed esigete rimedî speciali senza i quali i diritti politici tornerebbero per voi un'amara ironia: ordinatevi dunque tra voi perchè l'espressione di quei bisogni e l'indicazione di quei rimedî sian note all'Associazione e per mezzo dell'Associazione alla nazione italiana. Credete a noi. Chi vi tiene linguaggio diverso, o s'inganna o v'inganna.
RICORDI
DEI
FRATELLI BANDIERA
E DEI LORO COMPAGNI DI MARTIRIO IN COSENZA
il 25 luglio 1844
DOCUMENTATI COLLA LORO CORRISPONDENZA.
Et si religio jusserit, signemus fidem sanguine.
(Santa Caterina.)
A
JACOPO RUFFINI
MORTO MARTIRE DELLA FEDE ITALIANA, NEL 1833.
A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua imagine davanti agli occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli.
M'ami tu sempre come, vivendo della vita terrestre m'amavi? Io non mi sento ora, poi che tu se' fatto angiolo, degno di te; ma due o tre volte nella mia vita dacchè il martirio ti trasformava, quando tra le sciagure della mia patria e le delusioni dell'individuo, io sentiva il dubbio infernale sfiorare, senza vincerla, l'anima mia, ho pensato che la tua preghiera intercedeva per me, e che la potenza di fede indomita, eterna, d'onde io traeva subitamente forze a combattere, era un bacio delle tue sante labbra sulla fronte del tuo povero amico.
Dammi, oh dammi ch'io non disperi! Dalla sfera ove oggi tu vivi d'una vita più potente d'intelletto e d'amore che non è la terrena, e dove i nuovi martiri della fede italiana salivano poc'anzi a incontrarti, tu preghi con essi a Dio padre ed educatore, perchè s'affrettino a compiersi i fati ch'Ei prefiggeva all'Italia. Ma se mai la luce dubbia, ch'io saluto talora indizio dell'alba, non fosse che luce di stella cadente;—se lunghi anni di tenebre e di sconforto devono ancor passar sull'Italia prima che si rivelino ad essa le vie del Signore:—per l'amore ch'io t'ho portato e ti porterò, fa che il tuo povero amico pensi ed operi, viva e muoja incontaminato; fa ch'egli non tradisca mai, per intolleranza di patimenti o per amarezza di delusioni, il culto all'eterna idea, Dio e l'Umanità interprete progressiva della sua legge; e fa ch'egli possa, nella serie delle vite assegnate alla creatura, incontrarti senza che tu debba velarti, arrossendo, dell'ali, e pentirti dell'affetto che in lui, sulla terra, ponesti.
Londra, ottobre 1844.
«Ma se nella tempesta, ch'io sto combattendo, soccombo, onde non lasciare a' miei cari vergogna dall'avermi amato, non negate di dare alla mia memoria un fiore che la depuri dall'infamia che i nostri tiranni non mancheranno certamente d'applicarle.»
(Attilio Bandiera, Lett. del 14 nov. 1843.)
«Addio; addio. Poveri di tutto, eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.»
(Emilio Bandiera, Lett. del 10 marzo 1844.)
Io scrivo queste pagine per obbedire all'ultimo voto dei fratelli Bandiera, e perchè gli Italiani sappiano quali uomini fossero quei che morirono per la libertà della patria, il 20 luglio 1844, in Cosenza. E le scrivo ora, mentre io avrei per più ragioni desiderato adempiere all'obbligo mio alcuni anni più tardi, perchè le gazzette austriache e le polizie italiane hanno diffuso e diffonderanno intorno a quei nomi asserzioni riecheggiate dai molti vili e dai moltissimi stolti, che tendono a calunniare, non dirò i vivi—che importa a noi di siffatte accuse?—ma la fama di martiri che gl'Italiani non dovrebbero nominare, se non prostrati, adorando. Fu detto che mal si tenta con venti uomini la libertà dell'Italia, e che l'entusiasmo, quando non è regolato da' freddi calcoli della ragione, tocca i confini della follìa e nuoce alla causa che vorrebbe promuoversi. Fu detto che i Bandiera entrati nella cospirazione Italiana per impulso altrui, furono sedotti, spronati all'impresa di Calabria come a iniziativa d'insurrezione architettata da esuli agitatori, anzi segnatamente da me che scrivo e da un amico mio intimo risiedente a Malta, Nicola Fabrizi. E dietro a quelle asserzioni deliberatamente bugiarde, vengono le conseguenze affrettate che dichiarano l'Italia impotente a fare da per sè, disastroso ogni tentativo, reo d'imprudenza o peggio qualunque predichi o promuova azione: vergogna de' tempi e d'uomini che non sapendo esser forti e pur non volendo apparire codardi, seminano sistematicamente sconforto per timore d'essere chiamati all'opre dai loro fratelli. Intanto l'anime giovani si sfrondano più sempre d'affetti generosi e di riverenza ai pochi devoti; le menti, invece d'affratellarsi operose in un concetto di tremenda unità, s'arretrano, sviandosi in un'anarchia che conduce all'inerzia, davanti al sospetto di tutto e di tutti; e i nostri padroni sogghignano, e sprezzano.
I pochissimi de' quali avrei caro il suffragio, sanno che io non ordinerei mai spedizioni armate senza dividerne in un modo o in un altro i pericoli: degli altri i dieci anni or decorsi m'hanno insegnato a non curar più che tanto. Ho troppi dolori sull'anima, perchè le scalfitture della calunnia vi possano; e per morire senza rimorsi, parmi che basti trovarsi in pace colla propria coscienza e con Dio. A me dunque poco importa di quelle accuse; nè, se importasse, vorrei scendere, profanando, a lunghe difese e recriminazioni in queste pagine sacre alla memoria d'uomini superiori a tutti noi quanti siamo. Ma importa a noi tutti che la fama dei Bandiera e dei loro compagni scenda pura, incontaminata d'errori, a quei che verranno: importa che i nostri giovani possano venerare in essi i martiri non i settari: importa che tutti, amici o nemici, sappiano, a conforto o terrore, come l'idea nazionale italiana frema oggimai spontanea ingenita, senza bisogno d'impulso estranio, anche nel petto degli uomini che, vincolati all'insegna straniera, hanno contro, oltre i più gravi pericoli, le abitudini della disciplina militare, l'influenza d'esempî domestici, l'isolamento, e il sospetto de' loro concittadini. E a questo, spero, provvederanno i pochi frammenti[89] di lettere ch'io pubblico in questo scritto. Gli autografi stanno presso di me, e li serbo religiosamente come reliquia dell'anime più candide, più nobilmente temprate, e sante di umore e di sagrificio, che a me fosse dato d'incontrare, da dieci anni e più sulla terra.
Attilio ed Emilio Bandiera, nati Veneti, figli del barone Bandiera, contr'ammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la cattura sul mare, nel 1831, degli uomini che, imbarcatisi sotto l'egida della capitolazione d'Ancona, veleggiavano verso la Francia, avevano, fin da' primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato il concetto nazionale italiano, e s'adoperavano, più anni innanzi al primo loro contatto con esuli o congiurati dell'interno d'Italia, a prepararsi le vie di tradurre il concetto in azione. Nella seconda metà del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto, firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:
«Signore,—È da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi, perchè intesi esser voi da riguardarsi qual capo dei generosi che nella presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla tirannide e agli altri conseguenti vituperî che spietatamente contaminano l'Italia. So che siete il creatore d'una patriotica società che chiamaste della Giovane Italia; so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma nè d'esso nè d'alcun'altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell'ardente mio desiderio, una copia; soltanto, son pochi giorni, pervenni ad avere i numeri primo e secondo del vostro Apostolato Popolare, e mi riescivano tanto preziosi in quanto che alla dolce soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei principî politici, si aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un modo, comunque indiretto, per farvi giungere questa mia. Il vostro indirizzo io cercava trovarlo da più d'un anno, non pretermettendo per ciò alcun tentativo; e tra questi non sarà forse inutile di citarvi l'aver io incaricato un mio amico, che pel corrente agosto o prossimo settembre doveva per qualche giorno approdare in Inghilterra, di fare il possibile onde recarsi a Londra per colà scoprire il vostro alloggio, abboccarsi con voi, darvi contezza di me, e annunciarvi che con vostro permesso, dietro le sue informazioni, io presto intraprenderei un carteggio nello scopo di utilmente servire la nostra patria. Prima però d'entrare in sì delicato argomento, so che mi corre l'obbligo di darvi qualche nozione personale di me, perchè voi poi in seguito non abbiate a lagnarvi d'esservi troppo avventatamente confidato con un ignoto. Se l'amico di cui scrissi qui sopra avrà eseguito la mia commissione, voi avrete da lui a quest'ora rilevato il vero mio nome. Ma il di lui soggiorno in Inghilterra deve essere così breve e assediato di tanti incarichi, che pur troppo temo fortemente ch'egli non avrà potuto soddisfare all'impegno assuntosi. E in quel caso, io mi riserbo di palesarvelo colla prima sicura opportunità che potrà presentarsi.
«Sono Italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatré anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze. Studiomi quanto più posso di seguitar le massime stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell'umano progresso: accostumo ne' miei pensieri di progressivamente riguardare all'umanità, alla patria, alla famiglia ed all'individuo; fermamente ritengo che la giustizia è la base d'ogni diritto; e quindi conchiusi, è già da gran tempo, che la causa italiana non è che una dipendenza della umanitaria, e prestando omaggio a questa inconcussa verità, mi conforto intanto delle tristizie e difficoltà dei tempi colla riflessione che giovare all'Italia è giovare all'Umanità intera. Sortito avendo un temperamento ardito egualmente nel pensare come pronto all'eseguire, dal convincermi della rettitudine degli accennati principï, al risolvere di dedicar tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve passo. Ripensando alle patrie nostre condizioni, facilmente mi persuasi che la via più probabile per riescire ad emancipar l'Italia del presente suo obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle cospirazioni. Con quale altro mezzo infatti che con quello del segreto può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione? . . . . . . . . . . . . . .
Intanto, fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria, mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso fine, dovessero per assoluta necessità, prima di nulla intraprendere allo scoperto, studiarsi d'entrare in relazione onde conoscersi a vicenda, unire le proprie forze, e formolare i singoli pensieri a quella formola d'unità senza la quale presto o tardi la dissensione succede e rovina ogni meglio fondata speranza. Ed è perciò che tanto anelo di farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro Apostolato mi confermò vieppiù in questa determinazione. Io vengo a ripetervi le vostre stesse parole: Consigliamoci, discutiamo, operiamo fraternamente. Non isdegnate la mia proposta. Forse, troverete in me quel braccio che primo nella pugna che s'appresta osi rialzare il rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra rigenerazione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . »
Questa lettera era del maggiore de' due fratelli, Attilio. L'amico ch'egli aveva incaricato d'una comunicazione verbale, fece quanto gli era commesso, ed era Domenico Moro, nato egli pure Veneto, luogotenente sull'Adria, e caduto martire in Cosenza co' suoi fratelli di armi e di fede.
Il 28 marzo 1844, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera compiva l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano Attilio e lui. «Mio fratello ed io—diceva—convinti del dovere che ogni Italiano ha di prestar tutto sè stesso a un miglioramento di destini dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella Giovine Italia che sapevamo formata ad organizzare l'insurrezione patria. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutili; i vostri scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e fiaccati dal mal esito della spedizione di Savoja... Senza conoscere i vostri principî, concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera, unita, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali: sprezzare qualunque sussidio straniero e gittare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa. . . . . . . . . . . . . . »
E a queste idee intorno ai modi di redimere la Nazione, i due fratelli accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento europeo, ch'essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni ch'io qui trascrivo:
«Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli suddivisioni politiche. Così noi antiveggiamo il popolo Spagnuolo ed il Portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i suoi confini orientali al Reno e quindi assorbendo il Belgio: la Germania costituita in una sola nazione e ingrandita coll'Olanda e colla Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole Danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del generoso Sobieski: la Russia possibilmente divisa in due: la Valacchia, la Servia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenero e la Dalmazia riunite in una nazionalità Illirica o Serba: l'Ungheria colle presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia: la Grecia aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania, della Romelia, di Candia e più tardi dell'Ionio.
«Da questo quadro, tralasciando l'Occidente, ove pure si avrebbero tanti aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia ed Italia hanno interessi comuni contro la Russia, l'Austria e la Turchia: non si collegheranno mai dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta avvertiti di questa verità, cominciassero ad agire conseguentemente, la lotta cesserebbe tosto d'essere così ineguale come sembra a prima vista. Ogni Polacco, Ungherese, Serbo, Greco, Italiano, che ama il bene della propria patria e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le suddette nazionalità confederate son tutte ancora nella mente degli ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole che le s'apre dinanzi, ma fidare nelle proprie forze, nelle simpatie che la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo, spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e dell'indipendenza, e liberare dal mal fermo giogo del tiranno del Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincierà l'omai resa inevitabile guerra dei popoli contro i re; e per essa la vecchia Europa sarà interamente rifusa. Allora gli assassinî di Rigas e d'Ypsilanti verranno dagli Italiani vendicati; e forse gli Ungheresi, oggi nostri oppressori, nostri fratelli allora, laveranno l'onta del presente ajutando a vendicare quei di Menotti e Ruffini. Allora la Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne d'un apostata, ma riunite ne' loro sforzi pugneranno per Dio, per la giustizia, per l'umanità, e per la patria.»
Non tutte forse le idee sul rimaneggiamento europeo contenute in questo frammento son vere; ma tutte rivelano un giusto concetto delle tendenze che domineranno il futuro, e spirano un alito di quella fede che sola può santificare le rivoluzioni e liberarle dai pericoli dell'anarchia e delle delusioni amarissime che comprano a prezzo di sangue mutazioni di nomi alle cose e non altro. Dio, la Patria, l'Umanità: su questi tre termini i Bandiera edificavano tutta la loro credenza politica. Dalla nozione di Dio desumevan l'unità e la vita collettiva della razza umana, la legge di sviluppo progressivo ed armonico imposta al Creato e la santa teorica del Dovere fidata come regolatrice de' suoi atti alla creatura. Dalla nozione dell'Umanità interprete e applicatrice progressiva di quella legge, traevano i caratteri della missione assegnata alla Nazione, alla Patria; dal concetto della Patria i caratteri della missione assegnata all'individuo. E a queste idee che il secolo ha conquistato penosamente per mezzo a lunghi errori e sacrificî di sangue, e che in essi, isolati per forza di circostanze dal moto intellettuale europeo, erano visioni dell'anima vergine, potente d'entusiasmo d'amore, i Bandiera accoppiavano un culto religioso d'azione incessante rinfiammato dal pensiero che lo stendardo sventolante ad essi sul capo, e del quale le apparenze li accusavano difensori, era l'Austriaco: pareva ad essi che spettasse ad uomini del Lombardo-Veneto iniziare l'impresa italiana e ferire il nemico nel core. Questa speranza era l'anima della loro vita. Amavano ambi con tenerezza la madre; ma di quell'amore che leva all'angiolo, non respinge fra i bruti, di quell'amore che confessa suo primo debito far del core un tempio a' più alti e nobili affetti, purificandolo d'ogni egoismo e consacrandolo al Giusto, al Bello, e all'eterno Vero. Attilio era marito e padre; ma la missione da Dio commessagli d'educare un'anima al bene gli era di sprone, anzichè di ritegno, all'impresa; e la donna del suo core, oggi morta, come dirò, di dolore, era degna di lui e partecipe, quanto conveniva, de' suoi segreti.
Dalla corrispondenza dei due fratelli con me da quel primo giorno sino alla loro fuga d'Italia, e dei disegni ch'essi maturavano a prò del paese io non posso, per ragioni che tutti intendono, dar conto alcuno. Ma dall'unico frammento, spettante alla fine del 1843, che mi sia dato, senza pericoli d'altri, inserire, apparirà come più potente di tutti meditati disegni fremesse fin d'allora nell'anima loro la febbre d'azione, d'azione personale, immediata, che decretava non molto dopo la loro morte in Calabria. «Il fermento insurrezionale in Italia—mi scriveva Attilio—dura, se debbo credere alle voci che corrono, tuttavia; e pensando che potrebbe ben essere l'aurora del gran giorno di nostra liberazione, mi pare che ad ogni buon patriota corra l'obbligo di cooperarvi per quanto gli è possibile. Sto dunque studiando il modo di potermi recare io stesso sulla scena d'azione. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . e, se non vi riescirò, non sarà certamente mia colpa. Sarebbe mio pensiero di costituirmi, giunto su' luoghi, condottiero d'una banda politica, cacciarmi ne' monti, e là combattere per la nostra causa sino alla morte. L'importanza materiale sarebbe, ben lo veggio, per questo fatto assai debole, ma molto più importante sarebbe l'influenza morale, perch'io porterei il sospetto nel cuore del più potente nostro oppressore, darei un eloquente esempio ad ogni altro che come me fosse legato da giuramenti assurdi ed inammissibili, e fortificherei quindi la fiducia dei nostri, deboli più che per altro, per mancanza di fede ne' proprî mezzi e per l'esagerata idea delle forze nemiche. . . . . . . . »
Quando Attilio mi scriveva (il 14 novembre) quelle parole e vagheggiava il partito estremo d'abbandonare elementi che potevano riuscire un giorno decisamente importanti all'insurrezione italiana, per cacciarsi disperatamente con pochi individui sull'Apennino, egli aveva già, quanto agli uomini d'oggi, il tarlo dello sconforto nell'anima. I lettori ricordano come dall'agosto al novembre del 1843 un fermento insolito, prodotto in parte da promesse inadempite da cospiratori, ma più assai dal mal governo e dalla naturale impazienza di un popolo tormentato, agitasse l'Italia centrale. E da quel fermento che poteva, tanto era energico e unanime, esser cominciamento dell'impresa italiana, e che, per errori e colpe da non discutersi qui, non fruttò se non morti, prigioni ed esiglio ai migliori, i Bandiera avevano tratto speranze e ardire come di chi sente vicini i tempi. Tra gl'indizî, emergenti dalla banda dei Muratori, d'un miglioramento nell'opinione circa i modi da tenersi nella guerra d'insurrezione, la risse continue fra popolani e pontificî nelle città di Romagna, e i rumori insistenti di moto imminente nell'Italia meridionale, essi, scesi a contatto con taluni fra gl'influenti, alle proposte d'azione, alcune importanti davvero e facilmente verificabili con pochi mezzi, ebbero risposta funesta di promesse per un tempo vicino, poi di dilazioni e illusioni senza fine fondate su piani vasti e ineseguibili: i pochi, meschinissimi ajuti in danaro negati. Cercavano l'entusiasmo che, raccolti una volta gli elementi a fare, è il più alto calcolo delle insurrezioni, e trovavano diplomazia: cercavano la lava ardente d'anime vulcanizzate e trovavano rigagnoletti d'acque tiepide volgenti a palude: il Fiat onnipotente di fede e di volontà, e udivano vocine di eunuchi susurranti computi d'aritmetica e di paura. Cominciava per essi quella trista esperienza che travolge tante nobili anime allo scetticismo, e che essi troncarono in un subito col martirio.
Di queste delusioni, sia per altezza d'animo, sia perch'ei temesse di ferire uomini che potevano essermi amici, Attilio tacque sempre con me. Ma in una lettera scritta dopo la fuga, il 28 marzo 1844, Emilio più giovane d'anni, e di natura, non dirò più candida, ma più aperta agli impulsi, si sfogava dicendomi: «Nell'autunno del 1843, la sollevazione dell'Italia centrale minacciava di farsi nazionale dove fosse stata soccorsa, e noi domandavamo un ajuto di 10,000 franchi, e in ricambio avremmo. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .—Non so di chi sia stata la colpa, ma noi non fummo soccorsi. Si sprezzò quasi una dimostrazione che avrebbe forse assicurato la vittoria, se non altro per l'esempio contagioso che la nostra diserzione avrebbe messo dinanzi a 40,000 Italiani che amanti del loro paese stanno contro lui vincolati da un vano giuramento. Intanto, noi ci eravamo esposti; non temevamo violenze, perchè un ordine imprudente di arresto (fosse stato pronunciato!) ne avrebbe suscitato difensori più del bisogno. Tutto finì: i Bolognesi fugati, gli arresti moltiplicati; e quasi per derisione, a noi frementi, a noi già troppo scoperti, si manda a dire, come se fossimo vegetabili, aspettate la primavera. Noi però non ci scoraggiamo. . . . . Io domandava per questo poche migliaia di franchi; mio fratello mi rispose che ognuno li negava! Intanto, il governo impaurito sospettava noi rivoltosi, e non osando farci arrestare con la forza, impiegava l'artifizio e richiamava in Italia mio fratello, facendolo in pari tempo osservare da spie e da' suoi tedeschi. Egli chiese anche una volta danaro, promettendo a fronte di tutti gli ostacoli tentare la sorte: non fu ascoltato; e alla vigilia della sua partenza per Venezia, fuggì, mentre io contemporaneamente lo facea da Trieste. . . . . . Ricadano i danni sui neghittosi che ci sprezzarono, sugli uomini che avvertiti da *** che in un mese noi saremmo perduti se prima del mese non ci si davano i mezzi d'operare, in capo al mese rispondevano freddamente: Non parliamo più de' tuoi amici. . . . . che a quanto mi scrivi devono a quest'ora esser perduti. Perdonate se io mi lascio andare a parlare altamente il linguaggio dell'abbandonato; lo fo perchè so che voi siete innocente degli indugi che ci hanno sacrificati: ma dite a coloro che ne furono consiglieri che quando la patria sarà liberata, io li accuserò al suo tribunale come cospiratori che cospirarono a prolungarne la schiavitù e il disonore.»
Ho trascritto deliberatamente, e checchè altri possa dirne o pensarne, queste parole, perchè toccano una piaga ch'io reputo mortale all'Italia, se la crescente generazione non fa di liberarsene ad ogni patto. È sorta negli ultimi otto o nove anni, fra coloro che si professano amatori della patria loro, una setta d'uomini che diresti avessero tolto ad impegno d'infamare gl'Italiani davanti a sè stessi ed ai popoli, non solamente come codardi, ma come codardi e millantatori. Influenti, taluni per condizione sociale o ricchezza, tutti per opinione di liberalismo forse sentito, ma di certo tiepidamente sentito—non privi d'ingegno, ma senza scintilla di genio e guasti dalle abitudini d'un'analisi gretta, sterile, cadaverica, tolta in prestito al secolo decimottavo—fermi irrevocabilmente nell'animo, tra per difetto di vera scienza rivoluzionaria, tra per paura, di non mai fare, ma pur vogliosi, per certo—essendo l'obbligo che corre a ogni uomo in Italia, d'essere e più di parere agitatori animosi—stanno fatalmente capi ed oracoli della gioventù buona della Penisola, e s'inframmettono inevitabilmente moderatori in ogni moto di malcontento popolare che minacci di tradursi in azione, in ogni ardito disegno degli uomini che amano davvero la patria e con animo deliberato di sacrificare ogni cosa più cara a farla libera e grande. Costoro, con tre o quattro adagi rubati all'aggrinzita, decrepita, diplomatica politica conservatrice e con certi ragionari ad arzigogolo ch'essi intitolano machiavellici e sono un insulto all'ingegno di Machiavelli, fanno l'uffizio della torpedine sull'anime più avide di vita e di moto. Quando il fremito non prorompe in segni manifesti e le proposte d'azione non partono se non dai pochi valenti a indovinare, anche latente, quel fremito, essi—ed è il meglio—armeggiano a viso aperto contro ogni possibilità d'insurrezione italiana se prima tutti i re non siano in guerra accanita fra loro e tutta Europa in fiamme da un capo all'altro: gemono la gioventù corrotta, il popolo ignorante, il clero onnipotente ed avverso: evocano, computando e ricomputando, sì che appajono tre volte tanti, gli 80,000 Austriaci che stanziano in Lombardia, più gli 80,000 che verranno dalla Boemia e dall'Ungheria, più gli 80,000 che verranno non si sa di dove. Ma quando il grido di sommossa è, come nell'anno or decorso quanto a una parte d'Italia, grido di popolo anzichè di pochi cospiratori ed essi temono ch'altri prenda il campo senza di loro, accettano—ed è il peggio—volonterosi in sembianza, in idea di fare, non serbandosi che il diritto di discutere il quando e il come. E allora sorgono—se l'agitazione è in autunno—le teoriche della primavera, quando i fiori sbucciano e i salassi giovano agli uomini, o—se l'agitazione è in primavera—le teoriche dell'autunno quando le piogge rigonfiano i torrentelli e le vigne fronzute proteggono le imboscate: allora s'affacciano da sostituirsi ai disegni semplici e logicamente rivoluzionarî degli uomini d'azione, disegni vasti, imponenti, magnifici, a' quali non manca—e lo sanno—se non di esser fattibili; disegni di metropoli sostituite a provincie, di fusioni d'elementi eterogenei, sostituite all'azione sicura e spedita di elementi omogenei, d'insurrezioni architettate a scocco d'oriuolo oggi in un punto, domani in un altro, il dì dopo in un terzo, ma in nessuno se non irrompe, per ostacoli impensati, in quel primo. Quindi, le dilazioni di quindicina in quindicina, di mese in mese. Intanto, il fermento che non può regolarsi a oriuolo si sfoga in ciarle, risse e sommosse microscopiche inutili, anzi dannose, all'intento, poi gradatamente s'acqueta; i molti giovani disposti all'opre, ma facili allo sconforto, cominciano a diffidare, a calcolare i pericoli ed a sviarsi; i pochi nati al martirio si cacciano disperatamente nella voragine delle imprese avventate, sperando di rompere coll'esempio gli indugi; e intanto i governi che vegliano col sospetto di chi ha il mane, thecel, phares di Dio davanti agli occhi dell'anima, imprigionano cautamente, tacitamente, or in una or in altra città, oggi uno, domani un altro degli uomini ch'essi temono, raccolgono le loro forze, raddoppian le spie, seminano terrori di scoperte, di tradimenti, d'interventi immediati d'eserciti forastieri:—finchè il tentativo, reso davvero impossibile, sfuma tra i lontani orizzonti d'un incerto futuro, i buoni si coprono, per rossore, la faccia, i tristi sogghignano, i deboli e quei che non sanno dichiarano utopia la risurrezione d'Italia, le madri piangono i morti sul palco, le iene delle polizie s'affrettano a sbranarne i cadaveri profanandone—se potessero—ai posteri la memoria, gli stranieri dicono: vorrebbero ma non s'attentano, i governi ciarlano per due mesi di concessioni probabili; e gli uomini della primavera, dopo avere, a scolparsi, scelto dentro o fuori—meglio se fuori e tra gli esuli—un irco emissario de' loro peccati e apposto impudentemente ordini, contrordini, imprudenze ed errori a chi probabilmente gridava tutto quel tempo alla gioventù: voi non farete mai nulla se prima non vi sgombrate ne' vostri consigli di siffatta genìa, ricominciano pacificamente i loro computi e ricomputi sugli 80,000 uomini austriaci moltiplicati per tre. Io a queste mie parole potrei fare un commento storico, e lo farò, ma non qui.
Le insurrezioni non si faranno ora nè mai in Italia per fusione, come dicono, d'elementi eterogenei tendenti ognuno a diverso fine ma uniti per rovesciare, quando per forza immutabile di logica a ognuno di questi fini corrisponde un metodo diverso d'azione;—nè per viluppo di vasti disegni lungamente premeditati a far sollevazioni simultanee in più parti e in un'ora prestabilita, perchè i governi ne avranno infallibilmente sentore e potranno sempre impedire;—nè, se non difficilissimamente, per iniziativa di metropoli dove il governo tiene naturalmente accentrati più mezzi di resistenza, di spionaggio e di corruttela, e dove un tentativo fallito riesce decisivo e dà legge d'inerzia a tutto il paese; nè finalmente per altezza di virtù cittadine o d'istruzione popolare impossibili dove non è patria, nè popolo, nè mezzo alcuno d'educazione se non gesuitica, o austriaca, o neo-cattolica—torna tutt'uno—e dove appunto si cerca l'insurrezione per far che nascano le virtù. Un popolo che fosse virtuoso davvero non avrebbe mai bisogno d'insurrezioni, perchè non sarebbe mai schiavo; ma i Francesi del 1789, gli Spagnuoli del 1808, i Greci del 1821 non erano meno corrotti di quel ch'oggi non siamo, e nondimeno fecero prodigi di valore e di sacrificio. L'insurrezione in Italia, s'avrà quando gli uomini vogliosi d'agire, credenti in un patto, intesi sui modi e sul fine, serrati a unità di falange, si prevarranno d'un fermento, nato spontaneo o creato, ma diffuso più o meno generalmente nella Penisola, per operare improvvisi, in nome di tutta Italia, a bandiere spiegate e cacciando via la guaina del ferro, sul punto dove la vittoria sarà meno contrastata e men dubbia. Dato un primo successo, dalla scelta dei cinque, dei tre, dell'uno chiamati a diriger la mossa, dipenderà lo spandersi e il vincere dell'insurrezione. Tutta la questione sta nel decidere se, per malcontento, per istinto di patria, per universalità d'opinione, il popolo d'Italia è maturo pel tentativo o non è. I Bandiera—ed io consentiva con essi—ritenevano che fosse maturo; però anelavano azione, e se gli uomini della primavera non erano, avrebbero agito.
Intanto erano sospetti e vegliati. E agli indizî che il governo austriaco andava colle sue spie raccogliendo s'aggiunsero, se credo ai Bandiera, l'arti d'un traditore. «Gravi avvenimenti per me—mi scriveva Attilio da Sira il 19 marzo—non meno che per la causa comune accaddero qui in Levante dalla seconda metà del gennajo in poi. Un certo T. V. Micciarelli, che voi già forse di fama conoscerete, denunziò ogni mia trama. . . . . . . Mi convenne obbedire, e infatti il 3 corrente partir doveva il bastimento che mi trasportava dove non è che luca; ma io per queste ed altre prove antecedenti istruito dell'animo perfido del Micciarelli, temendo che al primo suo colpo avesse a succederne un secondo men difendibile, aveva clandestinamente preparato la fuga, e al 29 del trascorso la cominciai, e dopo accidentata peregrinazione qui in questi ultimi giorni la compiei. A mio fratello ch'era anch'egli dal traditore conosciuto e che in Venezia trovavasi, ho per tempo dato cenno della mia determinazione, perchè la sua parte agisse conformemente, ma non ebbi per anco di lui nuova alcuna. Come sosterranno questa rovina mia madre e mia moglie, creature delicate, incapaci forse di resistere a grandi dolori? Ah! servire umanità e patria fu e sarà sempre, io spero, il primo mio desiderio, ma confessar devo che molto mi costa...» Quand'egli mi scriveva queste parole, la moglie era morta. Avvertita da Emilio del progetto di fuga, aveva, finchè l'esito rimanevasi dubbio, mantenuto il segreto e la forza d'animo necessaria a non tradire le inquietudini mortali che l'opprimevano; poi, saputo in salvo il marito, aveva ceduto al dolore: donna rara, al dir di chi la conobbe, per core, per intelletto e per bellezza di forme, vittima anch'essa, come Teresa Confalonieri, Enrichetta Castiglioni, e tante altre ignote a tutti fuorchè ai pochissimi che rimangono a piangerle, della fatale condizione de' tempi che non concede in Italia esercizio di virtù cittadine senza il doppio martirio di sè stessi e di chi più s'ama.
Emilio s'era, fuggendo, ridotto a Corfù, dove l'aspettava la più terribile fra le prove. Il governo austriaco, impaurito del fermento che la partenza dei due Bandiera avea desto nella sua flotta, temendo la virtù dell'esempio e più d'ogni altra cosa la fiducia che la rivelazione d'un elemento nazionale, fin allora non sospettato in mezzo alle forze nemiche, darebbe ai rivoluzionarî Italiani, cercava modo perchè il fatto apparisse piuttosto avventatezza di giovani traviati che proposito d'anime deliberate, e tentava le vie pacifiche. «L'arciduca Rainieri—mi scriveva Emilio il 22 aprile da Corfù—vicerè del Lombardo-Veneto, mandò uno de' suoi a mia madre, a dirle che ov'essa potesse da Corfù ricondurmi a Venezia coll'autorità che una genitrice deve saper conservare sopra un figlio, egli impegnerebbe la sacra sua parola che io sarei non solo assolto, ma tornato al mio grado, alla mia nobiltà, a' miei onori. Aggiungeva poter subito farsi mallevadore della mia impunità, come di giovane che gli empî perturbatori avevano traviato approfittando dell'inesperienza di venticinque anni, e che la medesima circostanza non potendo militare per mio fratello, la cosa sarebbe più difficile, però non dubbia, in riguardo alla clemenza di Ferdinando magnanimo suo nipote. Mia madre crede, spera, parte all'istante, e giunge qui dove vi lascio considerare quali assalti, quali scene debba io sostenere. Invano, io le dico che il dovere mi comanda di restar qui, che la patria mi è desideratissima, ma che allorquando mi moverò per rivederla non sarà per andarmene a vivere d'ignominiosa vita, ma a morire di gloriosa morte; che il salvacondotto mio in Italia sta ormai sulla punta della mia spada, che nessuna affezione mi potrà strappare dall'insegna che ho abbracciato, e che l'insegna d'un re si deve abbandonare, quella della patria non mai. Mia madre agitata, acciecata dalla passione, non m'intende, mi chiama un empio, uno snaturato, un assassino, e le sue lagrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri, quantunque non meritati, mi sono come punte di pugnale; ma la desolazione non mi toglie il senno; io so che quelle lacrime e quello sdegno spettano ai tiranni, e però, se prima non era animato che dal solo amore di patria, ora potente quant'esso è l'odio che provo contro i despoti usurpatori che per infame ambizione di regnare sull'altrui, condannano le famiglie a siffatti orrori. . . . . . Rispondetemi una parola di conforto: il vostro applauso mi varrà per mille ingiurie che a gara mi mandano i vili, gli stolti, gli egoisti, gli illusi.»
Tra i fatti—e non ne eccettuo il morire—che onoreranno il nome dei fratelli Bandiera tra i posteri, parmi che questo del rifiuto di sottomettersi, a fronte anche delle supplicazioni materne, sarà tenuto il più degno. E so di molti pur troppo che dissentiranno da me e avrebbero non solamente ceduto, ma adonestato il loro cedere di belle parole sugli obblighi del sangue, sulla onnipotenza dei moti del cuore e sugli affetti di famiglia anteriori e superiori ad ogni altro: frasi tutte che suonano commoventissime a chi non s'addentra, ma che a me pajono veramente significare: noi siamo egoisti che tentiamo inalzare l'egoismo a virtù. Oggi, generalmente parlando, non s'ama. L'amore, la più santa cosa che Dio abbia dato all'uomo come promessa di sviluppo di vita, s'è fatto, sotto l'ugne d'arpia del secolo profanatore, una lordura di sensi, un bisogno febbrile, un istinto di bruti: la famiglia, simbolo del modo con che si compie nell'universo l'incessante operazione di Dio e germe della società s'è convertita in una negazione d'ogni vocazione, d'ogni dovere sociale: il maschio e la femmina hanno cancellato l'Uomo e la Donna. Le povere madri in Italia, schiave anch'esse d'una tristissima educazione e nulle nell'ordinamento sociale, predicano trepidanti ai figli la sommessione al potente qualunque ei sia; i padri che sanno come al limitare d'ogni famiglia veglia una spia, li ammaestrano alla diffidenza e all'isolamento, e le fanciulle innamorate balzano di gioja quando alle loro istanze s'odono rispondere dall'amato: io vivrò per te sola; poi d'amanti beate di frenesie senza nome riescono per lo più infelicissime mogli, perch'io ho sempre veduto mariti pessimi e tiepidi amici i pessimi tra' cittadini.
Ma se ogni amica rispondesse al frenetico o forse ipocrita amante: «Tu non devi vivere, ma gioire in me e per me sola, e in me sola confortarti ne' tuoi patimenti: noi dobbiamo fare delle nostre due vite una sola vita più potente d'intelletto e d'amore, un solo continuo sacrificio al grande, al bello, al divino, una sola continua aspirazione, un solo moto verso l'eterno Vero;»—se i padri definissero la vita ai figli, non come la ricerca del piacere quaggiù, bensì come preparazione, per mezzo di doveri adempiti, a uno stadio di sviluppo superiore;—se le madri, che pur si dicon cristiane, meditassero più sovente e ripetessero ai nati da loro alcune delle parole di Cristo e tutto quel libro de' Maccabei che par dettato per gl'Italiani—adempirebbero tutti, meglio ch'oggi non fanno, ai debiti dell'amore, e l'Italia non avrebbe da piangere ad ogni tanto i migliori tra' suoi cittadini spenti ad uno ad uno isolatamente di morte violenta sul palco o di lenta consunzione d'anima nell'esiglio. Parmi che tutti i grandi profeti d'affetto da Platone a Schiller, e sovra tutti i nostri sommi Italiani e fra gl'Italiani Dante, che avea tanto amore nell'anima da infiammarne due o tre delle nostre generazioni pigmee, intendessero quei due santi vocaboli di famiglia e d'amore in un modo diverso assai da quel d'oggi, e parmi che i credenti in un'anima immortale—dacchè dei materialisti, nei quali l'amore è necessariamente cosa schifosa o contradizione, non parlo—non possono amare se non immedesimando l'amore coll'adorazione del Vero e presentando all'ente ch'essi amano, simboleggiato nell'anima loro, il più alto spettacolo di virtù ch'essi possano. Tolga Iddio ch'io mova il più lieve rimprovero alla madre d'Attilio e d'Emilio: dico solo—e vorrei ch'essa potesse leggere queste linee—che qui o altrove essa intenderà un giorno come i figli l'amavano più che mai quando ricusavano, benchè trasmesso da lei, il perdono dell'arciduca Rainieri.
E del ricusato perdono, nuovo indizio di bene, i tristi s'inviperivano. Il 4 maggio, appariva, in Venezia, firmato d'un nome barbaro, Poosch, con qualificazione anche più barbara e inintelligibile d'auditore stabale, un editto di citazione che diceva: «L'I. R. Auditorato Stabale di marina rendere pubblicamente noto che i signori barone Attilio Bandiera, alfiere di vascello, e barone Emilio Bandiera, alfiere di fregata... essendosi resi fuggiaschi, cioè il primo ai 28 di febbrajo anno corrente dal bordo dell'I. R. fregata Bellona in rada di Smirne, insieme col di lui servo privato Paolo Mariani appartenente all'artiglieria di marina; ed il secondo al 24 dello stesso mese da Trieste per dove avea ottenuto un permesso di quarantott'ore, e non essendo ritornati, ed apparendo eziandio ambedue legalmente prevenuti di essersi resi colpevoli del delitto di alto tradimento coll'unirsi alla setta della Giovine Italia, erano perciò ambedue tenuti di presentarsi nello spazio di giorni novanta, a partire dalla pubblicazione del presente editto, innanzi al tribunale suddetto od all'I. R. comando di piazza in Venezia, ecc., ecc.» Rispondevano da Corfù, dove anche Attilio s'era ridotto, i due fratelli: «All'eccelso I. R. comando superiore della marina austriaca.—Al 14 del corrente noi qui sottoscritti abbiamo ricevuto l'editto di citazione speditoci dall'I. R. Auditorato Stabale di cotesto eccelso comando superiore. Noi ci vantiamo di ciò che l'accennato tribunale minaccia di chiamare alto tradimento. La nostra scelta è determinata fra il tradire la patria e l'umanità o l'abbandonare lo straniero e l'oppressore. Le leggi, alle quali ci si vorrebbe ancora soggetti, sono leggi di sangue che noi, con ognuno che sia giusto ed umano, sconosciamo e abborriamo. La morte a cui esse immancabilmente ci dannerebbero, val meglio incontrarla in qualunque altro modo che sotto la bugiarda e infame lor egida. La forza è il loro solo diritto, e noi in qualche parte almeno mostrandoci ad esse consentanei, cercheremo di metter la forza dalla nostra parte, ma per poi far trionfare il vero diritto—Corfù, 19 maggio 1844—Attilio Bandiera, Emilio Bandiera.»—E questa risposta fu da essi inviata al Mediterraneo, gazzetta maltese, preceduta dalle linee che qui trascrivo: «Signor editore,—Noi qui sottoscritti venimmo officiosamente a conoscere come il governo austriaco abbia pubblicato il suo atto d'accusa contro di noi. La pubblicità nelle procedure è un principio così incontrastabile ed universalmente desiderato che anche quei degni successori della Veneta Inquisizione attraverso ai tenebrosi lor conciliaboli pur lasciano di tratto in tratto balenare qualche omaggio a tale verità; se non che tali concessioni sono in essi piuttosto ironìa che sincere dimostrazioni di rispetto. Comunque però siasi la cosa, ad ognuno, per debole che sia, corre l'obbligo d'incoraggire le disposizioni al bene, dovunque e comunque desse appariscano. Noi ci crediamo quindi tenuti a secondare da nostra parte la via presa dai tribunali austriaci, e conseguentemente osiamo rivolgerci a voi per pregarvi d'inserire nel vostro giornale tanto l'editto quanto la risposta da noi data. I giudici austriaci dicono d'aver pubblicato in Venezia la nostra accusa, e noi non intendiamo che di compire la loro opera se per via di Malta trasferiamo la istruzione del processo da un pubblico ristretto e circondato di bajonette ad un pubblico più esteso e libero dai terrori d'una forza inesorabilmente ostile. Aggradite, ecc.—Corfù, 21 maggio.—Attilio Bandiera. Emilio Bandiera.—»
Nel frattempo dell'editto di citazione e della risposta dei due fratelli, un altro ufficiale della flotta austriaca s'era aggiunto, esule volontario, ai Bandiera: Domenico Moro, giovine d'anni ventidue, il cui sembiante ricordava il verso di Dante
Biondo era e bello e di gentile aspetto;
natura angelica dotata d'un'intrepidezza di lione e d'una docilità di fanciullo amoroso. Era luogotenente sull'Adria, e toccando, reduce da Tunisi, Malta, abbandonò la corvetta, e raggiunse gli amici. E inserirò la lettera ch'egli indirizzò al suo comandante. «Allorquando—diceva—i vostri modi poco usitati mi hanno avvertito in questi ultimi giorni di qualche sospetto a mio carico nell'animo vostro, io mi sono persuaso che più d'ogni altra cosa vi avesse dato luogo la mia antica amicizia agli onorevoli patrioti e commilitoni Bandiera. Sapendo pur troppo per dolorose sciagure italiane che i sospetti son tatto presso un governo come l'austriaco e presso i suoi servitori, potei facilmente supporre le conseguenze che mi avrebbero atteso. Nondimeno un pensiero mi balenò puranco di pietosa amicizia da vostra parte, che Italiano qual siete, di nascimento almeno, abbiate voi stesso colle vostre asprezze voluto darmi un avviso a salvamento, e se ciò fosse, ve ne sono riconoscente. Ma qualunque sia l'intenzione che vi ha diretto, la prevenzione mi ha valso. Quando vi giungerà questa lettera, io sarò già lontano; e però facendo voti per la mia patria, perchè presto possa presentarsi l'occasione, a voi di smentire le fallaci apparenze che, come Italiano, vi disonorano, a me di provare col fatto la verità di quei generosi sentimenti che finora in faccia a voi sono un delitto, ho creduto del mio decoro lasciare queste spiegazioni nell'atto di risolvermi al presente solenne passo della mia vita.—Domenico Moro.—»
Intanto i malumori in Italia erano più vivi che mai. Il fermento sopito verso la fine del 1843, s'era nel 1844 risvegliato più minaccioso, e dal centro s'era steso al mezzogiorno della penisola. In Calabria, una sommossa armata, tentata e repressa a Cosenza, avea lasciato gli spiriti eccitati e vogliosi di ritentare. La Sicilia, paese sistematicamente angariato da ogni sorta di vessazioni e d'espilazioni, fremeva rivolta, e, popolata di gente più avvezza all'opre che alle parole, l'avrebbe osata, se in una città, che dava, sei secoli addietro, ben altri esempî alle città sorelle, i temporeggiatori non avessero trovato centro e influenza predominante su tutta l'isola. I governi titubavano paurosi. Gli Austriaci ingrossavano a Ferrara e facevano correre per ogni dove minacce d'un intervento, inevitabile dopo un'insurrezione italiana, ma impossibile prima. Gli uomini della primavera s'affaccendavano a fare e disfare. Annunziavano per quel tal giorno, anzi per quella tal ora, la mossa: decretavano il dì dopo reo senza scusa di lesa patria chi s'attentasse di movere, finchè i giornali parlavano: non volendo avvedersi che le ciarle de' giornalisti profetizzanti preparavano non foss'altro, in Italia e in Europa, al primo fatto propizio opinione e importanza d'insurrezione potente e degna d'ajuti. Sola una provincia d'Italia esibiva, tristo spettacolo—parlo degli influenti e non della povera gioventù buona e ingannata—il coraggio della paura, e predicava, con un entusiasmo di crociata per lo stato quo, l'immobilità dell'abbietta rassegnazione. Ma i giovani popolani degli Stati Pontifici e delle provincie del Regno minacciavano a ogni tanto di romper gl'indugi. E un riflesso di tutta questa vampa d'insurrezione che scaldava il core alla gioventù, un'eco di tutto questo tumulto di speranze, di terrori, di promesse e scoraggiamenti, si ripercoteva sull'anima dei Bandiera, i quali da Corfù guardandosi intorno, cercavano come lioni la preda, il dove e il quando potessero scendere sull'arena.
Lo scendere era fin d'allora spontaneamente, irrevocabilmente, determinato dai due fratelli: il dove e il quando fu scelto, temo—e apparirà tra non molto,—dal governo di Napoli.
E le cagioni dello scendere sull'arena, cercate da uomini che non sanno intendere sacrificio se non comandato in disegni e incitamenti d'associazioni segrete o capi influenti, stavano pei Bandiera, nella condizione morale degl'Italiani, unanimi nell'opinione, lenti a tradurre l'opinione in atti e a far della vita un commento pratico alle credenze. Manca agl'Italiani pur troppo il concetto religioso della nazione e dei doveri del cittadino, quindi l'unità della vita che dev'essere un'armonia progressiva d'idee rappresentate coll'opere, di pensiero espresso in azione. Tra i materialisti, che diseredano l'uomo di ogni alto intento abbandonandolo agli arbitrî del caso o al dominio della forza cieca, e i neo-cattolici (peste nuovissima del paese) che lo chiamano ad adorare un cadavere galvanizzato, gl'Italiani hanno smarrito il pensiero di Dante, il pensiero della grande missione commessa da Dio alla patria loro e con quello la coscienza delle forze che Dio dà sempre eguali alla vocazione. Il loro patriotismo non è il proposito solenne, severo, tenace che rivesta i caratteri d'una fede e proceda in continuo sviluppo, senza foga, ma senza posa, come le stelle nel cielo[90] verso il fine, remoto o prossimo non importa, segnato dalla Provvidenza al paese: non è l'idea dominatrice d'un'intera vita, scintillante di tutta la poesia del sole che sorge negli anni fervidi giovenili, incoronata di tutta la poesia del sole al tramonto negli anni canuti, forte come il diritto, perenne come il dovere, grande come l'avvenire: è patriotismo d'impulsi, febbre di sangue meridionale che tocca subitamente il delirio, poi per poche ore di sonno svanisce, fiamma d'orgoglio generoso nudrito di ricordi e di mal definiti presentimenti; ma quale orgoglio può reggere lungamente davanti alle mille delusioni che s'affacciano inevitabili sulla via d'ogni ardito e vasto disegno? Collocati fra il palco e lo Spielberg da un lato, fra il tradimento e l'indifferenza dall'altro, i giovani, dopo avere lottato con impeto per un tempo più o meno breve, si ritraggono stanchi e rinegano, non le opinioni, ma l'attività pel trionfo delle opinioni. Nè le opinioni avranno trionfo mai, se prima gl'Italiani non imparino ad affratellarsi colla morte del corpo e colla morte, assai più dura, dell'anima come in questo stadio di vita si manifesta: colla morte del corpo, imparando che la vita terrestre non è se non preparazione ad un'altra che ha culla in ciò che noi chiamiamo sepolcro: colla morte dell'anima imparando che glorie, speranze terrene, orgoglio di trionfo immediato e felicità come dicono, son tutte illusioni, fantasmi più o meno dorati, ma pur sempre fantasmi, e che il dovere è l'unica verità dell'umana esistenza e l'incarnazione in atti di ciò che la coscienza e la tradizione dell'umanità tutta quanta c'insegnano, la sola cosa che possa togliere alla vita d'apparire bestemmia e ironia. I Bandiera sentivano che la coscienza e la voce profetica del passato insegnano agli Italiani che la loro patria è chiamata ad essere nazione libera e grande pel progresso dell'umanità; ch'essi pur sapendolo, non s'attentano d'oprare e di morire, occorrendo, per far che sia: e che un de' modi più efficaci a ridurveli è, nelle condizioni attuali d'Italia, l'esempio. Però avean fermo nell'anima, non potendo vincere, di morire.
Pochi giorni dopo esser giunto a Corfù, Attilio mi scriveva (10 maggio) le linee seguenti: «Il 28 del trascorso, dopo un viaggio variato d'avventure e pericoli, giunsi finalmente in Corfù. Da Malta mi s'indirizzò la vostra del 1.º aprile. Vi rendo grazie dell'interesse che prendete per la mia sorte, e il vostro affetto è certamente il più valido sprone per operare il bene. Non temete ch'io dubitar mai possa de' nostri comuni principî. Nessuno più di me è persuaso che a mali estremi convengono estremi rimedî; e tanto più quando per questi militano l'utile, la verità e la giustizia. Ciò che può parere eccessivo ad altri popoli non deve sembrarlo agli Italiani. È da lungo tempo che ho ammesso per insegna nazionale l'aquila legionaria, e per motto di guerra l'antico grido guelfo: Popolo, popolo! Potete dunque credere che con simili credenze non si potrà mai rimaner soddisfatti di tutti quei mezzi termini che, più per tradirci che per placarci, i nostri nemici possono mai concedere. Italia indipendente, libera ed unita, democraticamente costituita in repubblica con Roma per capitale: ecco l'esposizione della mia fede politica nazionale.—Il grido di guerra dei nostri fratelli mi romba continuamente all'orecchio; ed ho già preso tutte le disposizioni per slanciarmi quanto prima a combattere con essi e perire. Occupatissimo di tali preparativi, non ho tempo per entrare con voi su' particolari; ma incarico *** di comunicarveli. Dacchè sono a Corfù, ho maturato due progetti, uno su. . . . . . l'altro sulla Calabria; il primo esige più tempo e danaro, mentre il secondo sarebbe più sollecito e meno dispendioso. La forza delle circostanze mi determinò pel secondo. Onde eseguirlo, mio fratello ed io stiamo vendendo a rovina tutto quel poco che abbiamo potuto portare con noi, ma non ne ricaveremo nemmeno mille cinquecento franchi, e ce ne occorrono almeno quattro mila. In tali ristrettezze, io mi credo obbligato a giovarmi dell'offerta che in altro tempo mi faceste di tre mila franchi, e scrivo a Nicola perchè mi spedisca colla prima occasione danaro. Perdonatemi questa libertà, ma non il mio, l'interesse bensì della causa comune lo esige, e mi conforta la fiducia che voi non vorrete ritrarvi dal cooperare a qualunque patrio ed utile tentativo. Addio dunque, e se fosse per sempre, per sempre addio.»
E in calce a questa lettera Emilio scriveva con anima piena degli affetti supremi: «Mio fratello—Una riga anche da me, poichè saran queste forse le ultime che da noi due ricevete. Il cielo vi benedica per tutto quel gran bene che alla patria avete fatto. Alla vigilia dei rischi io proclamo altamente che ogni Italiano vi deve gratitudine e venerazione. I nostri principî sono i vostri e ne vado fiero, ed in patria con l'arme in mano griderò quello che voi da tanto tempo gridate. Addio, addio; poveri di tutto eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.—Emilio.»
Allora tra i due fratelli da un lato, me e l'amico mio di Malta dall'altro, cominciò una lotta pur troppo ineguale; noi a tentar di smoverli dal disegno d'agir soli e immediatamente, essi ad aprirsi comunque una via. I tremila franchi da me profferti per altro quando i Bandiera erano ancora in Italia, furono dall'amico, che n'era depositario, negati; e il tentativo ch'essi intendevano di compiere prima che il maggio spirasse, si rimase per allora sventato. Il 21 maggio, Attilio riscriveva sconfortatissimo: «Al 10 del corrente io vi scriveva credendo di presto dover partire per l'Italia; ma la mia supposizione riescì fallace; mi conforta però almeno la riflessione che di questo risultato la mia volontà è affatto innocente. Con modica spesa noi avevamo noleggiato una barca: un nativo della provincia dove intendevamo sbarcare ci avrebbe servito di guida tanto più sicura che egli guerreggiò lungo tempo colà contro la gendarmeria: saremmo scesi in vicinanza d'un bosco che continua sino alle montagne dove stanno gl'insorti. Avremmo potuto sommare a più di trenta; ma non avevamo scelto che una ventina incirca di risoluti e bene armati; il numero era sufficiente per respingere qualche picchetto che forse avremmo incontrato per via, e conveniente per poterci con facilità muovere, nasconderci, e sussistere. A quest'ora, vivo o morto, sarei in Italia. Tutte queste disposizioni vennero rese nulle dalle lettere di Nicola. Io gli aveva domandato i tremila franchi pei quali m'avevate un tempo accordato autorizzazione; ma egli ricusò spedirli e insinuò anzi agli amici di non secondarci in questa impresa ch'egli chiama pazza e dannosa. Questo suo giudizio non m'avrebbe smosso dal mio progetto, perchè dieci valevano come venti e di dieci io avrei sempre potuto disporre: gl'insorti non domandano già uomini, ma rappresentanza attiva della connivenza degli altri Italiani al loro movimento. La mancanza bensì di danaro ci ha messi nell'assoluta impossibilità d'operare, perchè noi non potevamo ragionevolmente sbarcare se non muniti di qualche somma tanto per poter sussistere senza violenze, quanto per ricompensare gli emissarî e le guide e provvedere a tutti siffatti bisogni di guerra. Mio fratello ed io abbiamo intanto venduto tutto per far danaro e lo scarso risultato di questa nostra estrema risoluzione fu tutto impiegato nel compenso di noleggio alla barca che dovemmo licenziare e nel provvederci d'armi e di munizioni. Come vivremo d'ora innanzi, nol so, perchè la nostra famiglia corrucciata non vuole spedirci un soldo, e qui poi più forse che altrove è difficile trovare impiego. Non dovete credere per altro che la miseria ci abbia menomamente cangiati; ci accora solamente il pensiero che noi perdiamo nel merito del sacrifizio, non potendo omai dar più alla causa dell'umanità e della patria se non un'esistenza travagliata e infelice, mentre potevamo un giorno sagrificarle una vita avventurosa ed agiata. . . . . . . Intanto cominciano i supplizî in Bologna! Non sarebbero dunque davanti all'Eterna Giustizia i delitti dei nostri padri ancora scontati? Checchè ne sia, aspiriamo almeno a legare alla generazione ventura l'esempio di un'inconcussa perseveranza.—Fidando sempre sulla nota lealtà delle poste inglesi, potete indirizzar qui al mio nome le vostre lettere. Addio.—Attilio.»
Alla nobile fiducia d'Attilio nella nota lealtà delle poste inglesi, il governo inglese rispondeva dissuggellando sistematicamente per sette mesi, con arti infami e contraffazioni degne della più abbietta poliziuccia italiana, la mia corrispondenza, e comunicandone quanto importava al gabinetto napoletano e all'austriaco: atto nefando che commosse di sdegno unanime la nazione e ch'io resi pubblico perchè s'aggiungesse una prova alle tante della immoralità di tutti i governi attuali d'Europa fondati sopra una menzogna, se di diritto divino o di patto monarchico-costituzionale poco rileva. Ma quanto ai progetti dei due fratelli, l'impotenza li ritardava senza distruggerli; e riardevano al menomo romore che venisse d'Italia. La corrispondenza, che ho tutta sott'occhio, corsa a quel tempo e intorno a quel primo disegno, tra l'amico mio di Malta e i due martiri, prova che tutte l'arti della persuasione furono tentate a salvarli, e che tutte andavano a rompersi, contro la determinazione irrevocabile che li consacrava alla morte. E di questa corrispondenza, per più ampia confutazione delle calunnie avventate all'amico, io inserirò due frammenti, il primo spettante a Nicola Fabrizi, il secondo a Emilio Bandiera.
«Considero—diceva, in data del 15 maggio, il primo ai due fratelli—considero il mio sangue e quello de' miei amici una moneta da spendere per l'onore e per lo scopo. Ed è perciò che non esito a dirvi, che il vostro, nel modo in cui volete esibirlo, frutto di generosa impazienza, non ha per risultato possibile nè l'uno nè l'altro; bensì apparirà in un senso di frenetica esigenza di soddisfazione vostra tutta personale la noncuranza dello scopo che unicamente comprometterete, e degli uomini che s'abbandonano alla vostra fede e che voi inesorabilmente sacrificherete. Quindici o venti uomini sono peggio che un solo, e assai peggio dove tutto essi debbon crearsi cominciando dalle prime relazioni. Un uomo trova simpatia e ascolto per potere essere individualmente assistito da chi l'intenda. Venti, sono prima schiacciati che ascoltati. Un equivoco, un mal volere, un tocco di campana li annienta. Le cose in Calabria sono o disperse o paralizzate. A noi però. . . . . . . . . . . . . . . . . E questo è il caso unico per cui può essere importantissimo un atto, ancorchè limitato di mezzi, a ridare andamento sotto una nuova impressione alle cose sopite sul punto che dite o su d'altro, ma il numero a tale effetto non può in tal caso neppure restringersi oltre il completo delle nostre precedenti intelligenze.—La delusione inaspettata che mi portò la tua lettera, rovesciando a un tratto ogni nostro accordo, mi ha ben fortemente sorpreso; nè io credeva più possibile tra voi il ritorno alla stessa natura d'illusioni che hanno già fatalmente influito sulla divergenza di mezzi che non dimandavano se non un po' di calma per essere calcolati e attivati a tempo e con efficacia. Non credeva possibile che l'incontro d'un individuo, l'accidente d'una barca, e il discorso d'un capitano senza garanzia alcuna, senza mandato, potessero bastare a porvi totalmente sul nuovo, cangiando ogni fiducia di persone e di relazioni. . . . . . . .—Se voi mi aveste avvertito che persona d'onore a voi nota nell'interno, sicura per tranquillità di spirito e per aderenze, offriva anche solamente di farci arrivare in quattro, in tre e meno ancora fra gente in arme e decisa a seguirci, io sarei venuto con mezzi e ogni cosa immediatamente, poichè sono codeste le offerte sulle quali posano le trattative del giorno, e quelle uniche per cui e dalla coscienza e dal mandato dell'altrui fiducia io sia autorizzato. Io verrei oggi, se la brevità del tempo non mi trattenesse, nella fiducia che uomini d'onore e di coscienza quali voi siete e di senno non esitereste a ricredervi d'una risoluzione promossa da calcoli su fatti erronei—e verrei per oppormi personalmente, dirigendomi a tutti e singoli che parteggiano con voi su tale argomento. Non solo non approvo, nè intendo cooperare, ma intendo aver solennemente dichiarato il mio più aperto disparere dal fatto della natura che esprimete, come da fatto incapace d'alcun risultato, se non la rivelazione intempestiva delle nostre intenzioni, il sacrificio dei migliori, la dispersione irreparabile del tanto che poteva eseguirsi con elementi conservati intatti fin oggi, e l'assoluta esclusione d'ogni fiducia interna ad ogni nostra proposta smentita sì compiutamente da uomini di concetto quali voi siete in un simulacro di fatto che solo può dar prova d'una irragionevole disperazione. . . . . . . . . . . . . . . . . —»
«Terrò la tua lettera—rispondeva Emilio quattro giorni dopo—a documento della buona volontà che mi avrebbe condotto nel luogo dell'azione, dove poco ragionevoli pretesti non mi avessero chiusa la strada che il dovere mi additava unica a percorrere....... Convinti che il punto più strategico ad incominciare la guerra è appunto l'estremità della penisola; che là per energia di popolazione, per le montagne alte, per le foreste fitte, e per esempî in altra epoca offerti, si devono rivolgere tutti i nostri sforzi, credemmo che ogni pericolo fosse giustamente affrontato a suscitare una insurrezione che avrebbe potuto estendersi in Sicilia e negli Abruzzi prima che l'Austriaco avesse tempo di precipitarvisi addosso. L'anno scorso si esposero uomini che valevano meglio di noi per favorire nel centro una sommossa che per quanto bene fosse riescita sarebbe stata in tre giorni schiacciata dagli Austriaci, e quest'anno non si vuole far niente pei Calabresi che insorsero se non altro più apertamente dei Romagnoli, cioè colla nostra bandiera e il nostro programma. In verità la cosa è assai strana. Se la tua lettera giungeva favorevole, questa sera noi saremmo partiti; così, restiamo invece colla convinzione che non riesciremo in cosa alcuna. . . . . . . . . . . . . . . . Le tue speranze sono nel Centro: Dio mio! e il più debole, il più spregevole de' nostri tiranni fa giustiziare in Bologna sei patrioti, e il popolo, se non applaude, tace almeno, soffre, e piuttosto che recidere la mano omicida, la bacia e la rispetta. Questo fatto m'ha interamente palesato a qual punto siamo. Io non voglio disperare della salvezza della mia patria, perchè il disperarne sarebbe delitto, ma temo assai che guerrieri della sua redenzione saranno i nostri figli se non i nostri nepoti.
«. . . . . . . . . . . . . Quando tu dici che eseguendo il mio progetto avremmo perduto la vita, te lo posso credere, ma quando aggiungi che avremmo perduto l'onore, mi ribello. Se fossimo stati presi, si sarebbe detto che gli esuli fedeli alla loro missione, attraverso pericoli e stenti, si trasportano sempre colà dove i loro compatrioti alzano un grido di libertà e sollevano una bandiera italiana. Fino adesso i governi dicono a coloro che si mostrano insofferenti:—«State tranquilli; non fidate nelle istigazioni della propaganda che vi eccita alla rivoluzione e vi lascia quindi soli alle prese con essa.—» E in Italia si comincia a credere che quei di fuori, impazienti di trionfare, fanno vedere ogni cosa in color di rosa e sperano che un caso trarrà d'una debole scintilla un generale divamparsi e però stanno pronti a profittar del buon esito senza durare la prima incertezza. E noi recentemente proscritti fummo testimonî di quanto siate voi (ingiustamente lo accordo) calunniati per non esservi fatti ammazzare cercando mettervi alla testa dei primi moti, procurando di dare ad essi forze colla vostra presenza e colla vostra esperienza. E però, volendo rispondere per tutti, oggi che la sciagura ci ha confusi con voi, volevamo far vedere ai milioni che se ne stanno incerti, che ovunque sorga un commovimento, gli esuli corrono a parteciparne la gloria e i pericoli senza aspettare che riusciti vittoriosi quei moti siano tali da non aver più bisogno della loro influenza.
«. . . . . . . . . . . Spero che questa mia lettera non ti offenderà. Per quanto contrario tu sia a quello che io faccia o mediti, io nondimeno ti stimo uno dei patrioti più benemeriti, e t'amo come un compagno, come un fratello. . . . . »
Nel frattempo di questa corrispondenza partiva da Londra per Malta e Corfù un altro dei martiri di Cosenza, Nicola Ricciotti, amico mio fin dal 1831.
Ricciotti era nato col secolo in Frosinone, terra degli Stati Papali. A diciotto anni l'idea nazionale s'impossessò di lui, ed egli giurò che avrebbe speso la vita in promoverne lo sviluppo e il trionfo. Di giuramenti siffatti, io ne ho uditi tanti, negli ultimi quindici anni, pronunziati da uomini ben altramente potenti d'intelletto, e poi, dopo due o tre anni di tiepidi sforzi, traditi, che le parole stesse mi suonano oggi tristissime come contenessero una profezia inesorabile di delusione. Ma egli attenne il suo giuramento: disse e fece. Nelle facoltà limitate d'una natura semplice, onesta, diritta, fermissima, come è descritta in parecchi degli uomini di Plutarco, trovò la forza che le vaste facoltà intellettuali dovrebbero dare, e pur troppo, quando sono scompagnate da una credenza, non danno: avea l'ingegno del cuore. Da quando ei giurò fino al giorno della sua morte, la sua vita non fu che una serie di patimenti. E nondimeno, ei portava sul volto, quand'io lo rividi in Londra nel 1844, lo stesso sorriso di pace con se stesso e cogli altri che i più vecchi amici avean notato nella prima sua giovinezza: la virtù, che in altri ha sembianza di lotta, in lui s'era fatta natura; nè alcuno avrebbe mai potuto indovinar da' suoi modi ch'egli avea per ventiquattro anni patito e s'apprestava, lasciando Londra, a correre i rischi supremi. Nel 1821, affrettatosi a Napoli, fece parte, in qualità di tenente, d'un battaglione attivo delle milizie del regno, e v'ottenne testimonianze onorevoli di coraggio e di zelo. Tornato in paese, fu imprigionato e consumò i nove più belli anni della sua gioventù nel forte di Civita Castellana. Liberato dai terrori del Papa nel 1831, avresti detto ch'egli avesse sofferto, non nove anni, ma nove giorni di carcere, tanto era lo stesso di prima: sereno nell'anima e nell'aspetto, caldo d'affetti patrî e voglioso di ritentare; e noi c'incontrammo quell'anno in Corsica in cerca ambedue d'una via per la quale si potesse raggiungere gl'insorti dell'Italia Centrale. Caduto, per colpa di chi fu messo a dirigerlo, quel tentativo, quando, perchè gl'Italiani arrossissero d'aver sperato negli ajuti di Francia, Casimiro Perier mandò i soldati francesi a far da birri del Papa, Ricciotti si cacciò in Ancona, dove creato comandante della così detta Colonna mobile di volontari protesse la città da crisi di sangue e ordinò i giovani a una serie di manifestazioni pacifiche nazionali, tanto che il mondo sapesse che cosa volevano: poi, ottenuto compenso d'accuse infami dalla immoralità sistematica de' nostri nemici, e di più infame silenzio dal generale francese, che pur s'era valso sovente dell'opera sua ad acquetare gli spiriti bollenti de' giovani anconitani, tornò in Francia quando l'occupazione cessò, e si ricongiunse a' suoi fratelli d'esiglio, finchè nel 1833, mentre la gioventù italiana pareva apprestarsi all'azione, ei mi ricomparve davanti, chiedendo d'andare in Italia per trovarsi ai primi pericoli; e v'andò. Tornatone anche quella volta salvo per mezzo a pericoli assai più gravi che non quei dell'azione, errò, povero e angariato dalle autorità francesi che facevano a quel tempo quanto umanamente potevasi per istancare la pazienza e la virtù de' proscritti, di deposito in deposito, senza lasciarsi avvilire dalle persecuzioncelle dei prefettucci di polizia, senza lasciarsi contaminare dall'arti sozze e dalle sozze querele della compagnia malvagia e scempia che purtroppo grava in ogni tempo le spalle agli esuli buoni. Finalmente, nel 1835, non vedendo probabilità di salute vicina, ei decise giovarsi del tempo per impratichirsi più sempre nelle discipline della milizia, e scrisse annunciando la sua determinazione ai figli—perch'ei s'era ammogliato giovanissimo ed era padre—le linee seguenti, fra le pochissime che a me rimangon di lui: «Eccomi giunto ad uno dei momenti più tristi della mia vita e forse al più decisivo per me. Un cumulo di ragioni mi costringono ad abbandonare la Francia, ad allontanarmi più ancora da voi. Mille privazioni m'attendono, infiniti pericoli circondano il sentiero che devo scorrere, la morte stessa è forse là per colpirmi. L'amore ch'io m'ebbi per voi, e che per lontananza non s'è giammai diminuito, il dovere di padre e di buon cittadino non mi permettono di dare esecuzione al mio divisamento senza ricordarmi di voi e senza darvi alcuni precetti ch'io spero vorrete adempiere. Se mi è riserbata una sorte crudele, se dovessi mai esser rapito al vostro affetto, conservate memoria di me, la mia sventura non vi sgomenti, e sia questo mio scritto un documento della mia tenerezza per voi. Onorate, voi lo sapete, furono le cagioni che togliendomi alla patria, mi condannarono a languire sulla terra straniera. La condizione d'Italia è così crudele, così basso è ora caduta questa terra un dì sì gloriosa, che qualunque tra i suoi figli ha sensi d'onore, qualunque sente nel suo cuore l'offesa che i despoti fanno alla dignità nazionale italiana, qualunque ama la libertà e la virtù, è condannato a trascinare nell'esiglio i suoi giorni se ha ventura di sottrarsi alla prigione o alla morte. Noi siamo martiri della causa d'Italia, ma il nostro patire prepara alla patria giorni di libertà e di trionfo. Chi ingiustamente ora ci opprime sarà alla sua volta oppresso, e gli Italiani vincitori sapranno usare con magnanimità della riportata vittoria. Intanto, io parto per la Spagna; combatterò anche una volta per la causa della libertà, e se il destino mi è propizio, metterò a profitto d'Italia le cognizioni che avrò acquistate. Voi, miei figli, dirizzate sulle mie tracce i vostri passi; fate ch'io abbia almeno il conforto di sapere che lascio in voi degli imitatori, e che l'Italia potrà calcolare su voi come su di me.»—Questa lettera non fu mai, ch'io mi sappia, ricapitata; ma in novembre egli partì per la Spagna, dove, raccomandato dal maresciallo Maison, ministro della guerra in Francia, e dal generale d'Harispe, ottenne d'entrare col grado di tenente in un battaglione dei tiratori di Navarra. Dai documenti officiali ch'egli, partendo, lasciò in mie mani, io potrei desumere la lista dei molti fatti d'armi contro i guerilleros carlisti nei quali ei meritò da' suoi capi menzione onorevole; ma nol farò, e basterà il dire ch'egli nel giugno 1837 fu inalzato al grado di capitano, ottenne, nell'aprile 1841, per le vittorie riportate l'anno innanzi contro il ribelle Balmaseda, la croce di San Fernando, e fu promosso, il 30 giugno 1843, al grado di comandante di fanteria. E non molto dopo, quando udì ravvivarsi le speranze italiane, lasciò la Spagna, e venne al solito ad offrirsi volontario per la causa della nazione. Il primo tentativo per penetrare in Italia gli andò fallito: imprigionato, per opera d'un denunziatore, dal governo francese in Marsiglia, tornò, appena fu lasciato libero, in Inghilterra, di dove, ajutato, poich'ei lo voleva, di mezzi, ripartì lietamente per Malta e Corfù, con animo di ripatriare. Il luogo d'Italia dov'egli, per propria scelta, per invito d'altri, e per ingiunzione strettissima degli amici che gli spianavan la via, dovea cercar d'introdursi, non apparteneva ai dominî del governo napoletano. Era Ancona.
Giunto sui primi di giugno in Corfù, Ricciotti si affratellò coi Bandiera. La loro mente ondeggiava allora tra il fare e il non fare, tra il mantenersi a Corfù finchè tutte speranze d'azione non fossero dileguate e il ridursi immediatamente, poverissimi com'erano, in Algeri dove speravano trovare impiego. L'idea d'uno sbarco in Calabria era a ogni modo abbandonata, e le ragioni addotte dall'amico li avevano persuasi a promettere ch'essi non agirebbero mai senza il nostro consenso, e s'uniformerebbero alle condizioni d'un disegno più vasto dipendente dalle mosse dell'interno d'Italia. Le rivelazioni di Ricciotti intorno all'intento prefisso al suo viaggio e al punto dov'egli intendeva recarsi, ridestarono in essi il desiderio d'un'azione immediata ma il vecchio progetto s'era di tanto rimosso dall'animo loro, ch'essi non pensavano se non ad accompagnarsi all'amico. «Ho abbracciato Ricciotti—mi scriveva, il 6 giugno, Attilio—e si farà il possibile per ispingerlo al suo destino. Il *** mostrasi renitente perchè il viaggio per *** è lungo; nondimeno non dispero di persuaderlo. Ma Ricciotti andrà solo? Perchè i venti risoluti di qui non si moverebbero? ed io con essi? Ho stabilito di farlo, perchè qualunque sia l'evento, meglio è ch'egli vada accompagnato che non solo. Lascieremmo a *** le nostre comunicazioni per quello che concerne il regno.» Un giorno dopo scriveva Emilio: «Vi ringrazio delle parole amorevoli recatemi da Ricciotti. L'amicizia che mi accordate v'è da me professata da assai lunghi anni, da quell'epoca in che sorta la Giovine Italia io me ne procurava gli scritti per ripeterli nel collegio a' miei compagni, e non potendo meglio, per aizzarli all'odio e alle zuffe contro i figli degli oppressori. Qualunque sia la mia sorte, mi mostrerò costante; all'Italia dedicherò sempre mente, onore e braccio; a voi e ai pochi altri che la rendono rispettabile anche prostrata, affezione di fratello. Con Ricciotti stiamo risolvendo la questione dell'intricato problema. Ad ogni modo spero d'esser presto in azione con lui. Lascieremo a ***, che accorrerà al ritorno del messo, le pratiche colla Calabria. Addio, e serbatemi sempre il patto fraterno che avete stretto con Emilio.»—E un altro giorno dopo, li 8, poche righe di Ricciotti dicevano: «In questo momento non v'è occasione alcuna di partenza per dove sapete, ma spero si presenterà presto, e meco verrà, uno dei fratelli Bandiera, e forse ambidue con altri venti uomini.»
Ho insistito su questo punto, perchè mi pare elemento essenziale di giudizio, a qualunque voglia esplorare le cagioni probabili della subita mossa, la certezza che non era, tre giorni prima, premeditata.
Nella notte dal 12 al 13, tre giorni dopo scritte quell'ultime righe, i fratelli Bandiera partivano, con Ricciotti e gli altri, per la Calabria; ed ecco l'ultima loro lettera a me:
«Corfù, 11 giugno 1844.
«Carissimo amico,
«Si fece il possibile per poter inviare al suo destino Ricciotti; non si potè riuscire poichè da qui, per là dov'era destinato, barche non partono, e in ogni modo non si sarebbero incaricate del trasporto. Le notizie di Calabria e di Puglia giungevano favorevoli; dimostravano però sempre mancanza d'energia e di confidenza nei capi. Convenimmo correr la sorte.—Fra poche ore partiamo per la Calabria.
«Se giungeremo a salvamento, faremo il meglio che per noi si potrà, militarmente e politicamente.
«Ci seguono diciasette altri Italiani, la maggior parte emigrati: abbiamo una guida calabrese.—Ricordatevi di noi, e credete che se potremo metter piede in Italia, di tutto cuore ed intima convinzione saremo fermi nel sostenere quei principî che, riconosciuti soli atti a trasformare in gloriosa libertà la vergognosa schiavitù della patria, abbiamo assieme inculcato.
«Se soccombiamo, dite ai nostri concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa e quella della Libertà, dell'Eguaglianza, dell'Umanità, dell'Indipendenza e dell'Unità italiana.
«Quelli che ci seguono sono i seguenti:
«Domenico Moro, di Venezia, ex-ufficiale della marina austriaca.
«Nardi, della Lunigiana, esule del 1831.
«Boccheciampi, di Corsica[91].
«Mazzoli, di Bologna.
«Miller, di Forlì, esule del 1832.
«Rocca, di Lugo.
«Venerucci, di Forlì.
«Lupatelli, di Perugia, carcerato per gli affari del 1831 fino al 1837, poi esiliato.
«Osmani, di Ancona.
«Manessi, di Venezia.
«Piazzoli, di Lugo, esule nel 1832.
«Natali, di Forlì.
«Berti, di Ravenna.
«Pacchioni, di Bologna.
«Napoleoni, di Corsica.
«Mariani, di Milano, ex-cannoniere a servizio dell'Austria.
«Il Calabrese, di cui vi sarà riferito il nome da ***.
«Le notizie avute d'Italia furono le seguenti:
«I Calabresi si mantenevano armati e numerosi. Molta truppa occupava i declivi delle montagne e le città. Agli inviti d'impunità rispondevano: Non aver più che fare col re di Napoli. Difettavano di munizioni. Da Bitonto in Puglia una grossa banda sortì, e sotto gli ordini di ***, occupò la foresta di Gioja. Un Calabrese fu arrestato a Bitonto; egli confessò essere per le montagne disceso dal suo paese, dove aveva preso l'armi, su Bitonto, apportatore d'un invito a ***.
«Le provincie di Lecce, Bari, Foggia, e Avellino sono agitatissime; l'ultima massimamente.
«Abbiamo con noi quanta più munizione ci abbiamo potuto procurare.
«Abbiamo incaricato *** di tenervi informato delle nostre operazioni. Fate voi altrettanto con lui, poichè lo lasciamo in caso di potere probabilmente comunicare con noi.
«Furono prese tutte le misure: fu calcolato il numero degli individui; a tutto fu disposto. Se non riesciremo, sarà colpa del destino, non nostra.
«Addio.
«Nicola Ricciotti.
«Emilio Bandiera.»
«Addio: il tempo mi manca. Porto meco gli articoli principali d'una nuova costituzione politica all'Italia, cioè quello dell'organizzazione comunale, della guardia nazionale, e delle elezioni. La prima di queste è necessario che sia dovunque uniforme per far dimenticare tante funeste e sanguinose antecedenze. Per individualità nazionale ho scelto il circondario e non il comune, perchè questo è di sua natura ineguale, l'altro formato, senza riguardo al territorio, di diecimila cittadini attivi. Da ventun'anni in poi s'è cittadini, ecc., ecc. Il giurì è applicato al criminale soltanto, perchè per adesso la nostra nazione non è ancora abbastanza matura per questa ottima istituzione. Insomma, conviene far tavola rasa, ma coll'obbligo di subitamente o bene o male riedificare, onde non cadere nell'anarchia che porta sempre seco la morte. Se mai la sorte vuole arridere finalmente alla nostra causa, accorrete; venite fra chi da tanti anni vi stima ed ama, tra chi voi più d'ogni altro poteste risvegliare dal sonno che, per esser profondo i malvagi dicevano essere di tomba. Venite, e ricordatevi degli Ebrei reduci dalla schiavitù che ricostruivano il sacro lor tempio sempre colla spada brandita. Abbiatemi presente, e credetemi sempre vostro amico.
«Attilio Bandiera.»
Come mai, a fronte dei nuovi progetti, delle promesse fatte all'amico e del mandato positivo, esplicito, dato a Ricciotti, poche e incerte voci di circostanze propizie in Calabria indussero i due fratelli e gli amici loro alla subita determinazione?
Io non presento accuse formali, perchè non ho prove dirette, e l'impudenza delle asserzioni deliberate quando non s'hanno che indizî mi par arte da lasciarsi ai nemici, immorali per vocazione ed oggi per necessità di difesa, dacchè, se combattessero ad armi eguali e da generosi, cadrebbero, e lo sanno. Ma accennerò alcuni fatti su' quali ogni uomo potrà fondare spassionatamente il proprio giudizio.
Per gli indizî desunti da lettere mie e d'altri violate per uffizio di spionaggio dal gabinetto inglese, e per le imprudenze commesse da quei che più ciarlano e meno fanno, il governo napoletano e l'austriaco sapevano che gli esuli italiani si preparavano ad accorrere, con mezzi abbastanza forti ed animo assai più forte, dovunque sorgesse una bandiera italiana; ignoravano, come appare dalle mille e una sciocchezze pubblicate ne' loro giornali, i modi e i disegni. Pareva, in siffatta incertezza, savio partito lo smembrarne le forze anzi tratto, e seducendo alcuni de' migliori a una impresa disperata, perchè calcolata dal nemico, spegner quei pochi, sfiduciar tutti gli altri, far credere agli esuli che non v'era da sperare in moti di popolazioni italiane, e a quei dell'interno che a un drappello di venti si riducevano tutti gli ajuti che dar potevano gli esuli alla causa italiana: poi prepararsi via di logorare colla calunnia l'influenza esercitata da alcuni individui, imposturandoli ordinatori del tentativo. I Bandiera, ardentissimi e improvvidi, erano tali da dar nel laccio. Importava spegnerli, perchè già abbastanza pericolosi per le facoltà dell'animo e dell'ingegno, lo erano poi oltremodo per le aderenze nella marina dell'Austria e pel nome: importava che non pellegrinassero tra le nazioni, simbolo vivo dell'estensione conquistata oggimai dall'opinione nazionale italiana: importava che a quanti nelle file dell'esercito austriaco avessero in animo di seguir l'esempio, un fatto solenne intimasse: morrete. Il nome dei Bandiera influente nel Lombardo-Veneto, e quello di Ricciotti potente assai nelle Marche, erano pressochè ignoti tra le popolazioni delle Calabrie. E quanto a tender l'insidia, il fermento lasciato negli spiriti dal tentativo di Cosenza, i decreti regi che sottomettevano ai rigori di leggi repressive straordinarie le due provincie, e la fuga nelle foreste di molti pericolanti, dovevano dar sembianza di vero a quante voci d'insurrezioni iniziate o imminenti avrebbero suonato all'orecchio degli esuli di Corfù.
Per tutto il mese di maggio e sul cominciare del giugno siffatte voci abbondarono stranamente moltiplicate a Corfù: recatevi da capitani ignoti di barche mercantili provenienti da Cotrone, da Rossano, da Taranto, da più altri punti. Dicevano le montagne di Cosenza, Scigliano e San Giovanni in Fiore, popolate, gremite d'insorti armati, nudriti con viveri mandati dalle città, determinati ad agire e solamente incerti del come. Dicevano gl'insorti mancanti unicamente di capi eguali all'impresa, desiderosi d'alcuni uomini militari scelti fra gli esuli influenti a rappresentare in Calabria l'unità del Pensiero Italiano anzi queruli dell'indugio e di ciò che pareva ad essi diffidenza o tiepidezza negli esuli. Aggiungevano le spiagge non essere custodite più severamente del solito e facilissimo il passaggio da quelle ai luoghi dove si tenevan gl'insorti. Un capitano austriaco proveniente da Rossano affermava che in un bosco distante mezz'ora dalla città stava una buona mano d'insorti che assalivano quasi ogni notte la gendarmeria. Un altro, credo certo Cavalieri, satellite austriaco, dava avviso che due e più centinaja di sbandati s'erano affacciati a Cotrone e n'erano stati respinti, ma non distrutti, e mentre depredavano nei dintorni qualche podere di ricchi, spargevano oro fra' contadini. Altre consimili nuove stanno registrate nell'ultima lettera dei Bandiera. Le più erano assolutamente false: l'altre esageratissime.
Gli esuli e segnatamente i fratelli Bandiera erano in Corfù noti, vegliati, ricinti di spie. Del loro antico disegno era corso romore fino all'orecchio dei consoli che ivi rappresentano i tirannucci d'Italia. La loro partenza ebbe luogo senza che vi fosse frapposto il menomo ostacolo; nè ostacolo alcuno da legni in crociera o da altro ebbe il loro sbarco in Calabria. Il console napoletano in Corfù, stando a' meriti noti, avrebbe dovuto ricevere accuse e rimproveri di noncuranza dal suo governo. E nondimeno, con disposizione del 18 luglio, Ferdinando II volendo ricompensarne la condotta e lo zelo spiegato in quella circostanza, conferì la croce di cavaliere dell'ordine regio di Francesco I a Gregorio Balsamo, console del re in Corfù.
Finalmente—e questo a molti parrà indizio equivalente a una prova diretta—un dei ventuno, tristissimo a dirsi, tradiva[92]: il Boccheciampi. Fomentatore arditissimo dell'impresa, partiva da Corfù recando seco alcuni documenti che rivendicavano dal governo di Napoli certi diritti concessi ad un suo zio per servigi prestati appunto nelle Calabrie a' tempi dell'invasione francese. Toccato appena, e senza pericoli sovrastanti, il suolo italiano, spariva nell'ombre della notte, andava a Cotrone a dar nuova degl'ultimi concerti presi e della via tenuta dagli esuli. I nostri non lo rividero se non davanti alla commissione militare in Cosenza, accusato di scienza e di non rivelazione di complotto, libero quindi d'ogni rischio di vita.
Or giudichi ognuno se il quando e il dove dell'impresa fossero scelti dal governo di Napoli o dai nostri fratelli.
Partirono, poichè alcuni incidenti ritardarono di ventiquattr'ore l'esecuzione del loro progetto, nella notte dal 12 al 13: sbarcarono dopo quattro giorni di viaggio, la sera del 16, agli sbocchi del fiume Neto, e s'inselvarono. Era loro intento apparire improvvisi, fuggendo ogni scontro, davanti a Cosenza e tentare, per cominciamento all'impresa, la liberazione dei prigionieri politici che v'erano numerosi. Ma dopo tre giorni di viaggio attraverso foreste, affacciatisi a un burrone presso San Giovanni in Fiore, dove gli esperti de' luoghi affermavano non essere via di salute possibile se non la vittoria, si trovarono aspettati, circondati, assaliti da forze regie, composte di cacciatori del secondo battaglione, di gendarmi e di urbani, numericamente tali da rendere inutile ogni combattere. Combattevano nondimeno, e con qual vigore lo dica il decreto del 18 luglio, col quale Ferdinando II assegna ricompense di croci, medaglie, promozioni e danaro a più di centosettanta individui presenti al conflitto: decreto che sarebbe ridicolo se non fosse machiavellicamente architettato a vincolare, infamandoli, uomini incerti e a ingannare le popolazioni lontane, ma che lascia a ogni modo intravvedere quante centinaja di soldati fossero stimate necessarie dal governo napoletano a vincere i ventun uomini della libertà. Spento Miller[93], caduto per gravi ferite Domenico Moro, la guida calabrese e due altri riuscirono a rinselvarsi; i rimanenti, afferrati, furono trascinati al martirio in Cosenza.
Del loro contegno nel tempo decorso tra il conflitto di San Giovanni in Fiore e la morte, io non so cosa alcuna; nè del processo o della condotta dei giudici. Alcuni tra gli amici dei Bandiera s'illudevano in quei giorni a sperare che l'arciduca Federico, fratello della regina di Napoli, s'indurrebbe, allievo com'era stato, del contr'ammiraglio, e condiscepolo e commilitone d'Emilio, a intercedere spontaneo per essi: poco esperti conoscitori dei principi e della fredda, infernale, immutabile politica austriaca.
Il 25 luglio, alle cinque del mattino, Attilio ed Emilio Bandiera[94], Nicola Ricciotti, Domenico Moro, Anacarsi Nardi[95], Giovanni Venerucci, Giacomo Rocca[96], Francesco Berti[97], Domenico Lupatelli, morirono di fucilazione. I loro compagni all'impresa gemono, e gemeranno Dio sa per quanto, a vergogna degli Italiani, in catene.
Gli ultimi momenti dei nove martiri furono degni della loro vita e della Fede Italiana ch'essi col sangue santificarono. Estraggo quanto segue da una lettera di Calabria, contenente il ragguaglio d'un testimonio oculare:
«La mattina del giorno fatale furono trovati dormendo. S'abbigliarono con somma cura, e per quanto potevano con eleganza, come se s'apparecchiassero a un atto solenne religioso. Un prete venne per confessarli; ma essi lo respinsero dolcemente[98] dicendogli: ch'essi, avendo praticata la legge del Vangelo e cercato di propagarla anche a prezzo del loro sangue fra i redenti da Cristo, speravano d'esser raccomandati a Dio meglio dalle proprie opere che dalle sue parole, e lo esortavano a serbarle per predicare ai loro oppressi fratelli in Gesù la religione della Libertà e dell'Eguaglianza. S'avviarono col volto sereno e ragionando tra loro al luogo dell'esecuzione. Giunti, e apprestate l'armi dei soldati, pregarono che si risparmiasse la testa, fatta a imagine di Dio. Guardarono ai pochi muti, ma commossi circostanti gridarono: Viva l'Italia! e caddero morti.»
Viva l'Italia!—Sarà quel grido, o giovani, un'amara ironia, o lo raccoglierete voi, santo com'è dell'ultimo sacrificio dei migliori tra noi, per incarnarlo nelle vostre vite? In nome dei martiri che morirono per redimervi non foss'altro dalla taccia di codardia che tutta Europa vi dà: in nome della vostra Patria, io vi chiedo: proferirete quel grido a fronte delle persecuzioni, tra le delusioni dell'anima, in faccia al patibolo, o perduti nelle stolide o viziose abitudini del servaggio, direte, iloti avvinazzati d'Europa: muoja l'Italia! muoja l'onore! perisca la memoria dei martiri! viva il cappello gesuitico! viva il bastone tedesco!
Molti fra voi vi diranno, lamentando ipocritamente il fato dei Bandiera o dei loro compagni alla bella morte, che il martirio è sterile, anzi dannoso, che la morte dei buoni senza frutto di vittoria immediata incuora i tristi e sconforta più sempre le moltitudini, e che giova, oggi, anzichè operare prematuramente, rimanersi inerti, addormentare il nemico, poi giovarsi d'una circostanza propizia europea per trucidarlo nel sonno. Non date orecchio, o giovani, a quelle parole. Meschini politici e peggiori credenti, gli uomini che così insidiano alla santità dell'anima vostra, immiseriscono la nostra fede nei falsi calcoli d'una gretta questione politica: avrebbero rinegato, nel dì del supplizio, la virtù della croce di Cristo per poi benedirla con pompose parole, se la vita fosse loro bastata sino a quel tempo, quando al segno del martirio Costantino sovrappose il segno della vittoria. Il martirio non è sterile mai. Il martirio per una Idea è la più alta formola che l'Io umano possa raggiungere ad esprimere la propria missione; e quando un Giusto sorge di mezzo a' suoi fratelli giacenti ed esclama: ecco: questo è il Vero, ed io, morendo, l'adoro, uno spirito di nuova vita si trasfonde per tutta quanta l'Umanità, perchè ogni uomo legge sulla fronte del martire una linea de' proprî doveri e quanta potenza Dio abbia dato per adempierli alla sua creatura. I sagrificati in Cosenza hanno insegnato a noi tutti che l'Uomo deve vivere e morire per le proprie credenze: hanno provato al mondo che gl'Italiani sanno morire: hanno convalidato per tutta Europa l'opinione che una Italia sarà. La Fede per la quale uomini così fatti cercano la morte come il giovane l'abbraccio della fidanzata, non è frenesia d'agitatori colpevoli o sogno di pochi illusi; è religione in germe, è decreto di Provvidenza. Alla fiamma di patria ch'esce da quei sepolcri, l'Angiolo dell'Italia accenderà, presto o tardi, la fiaccola che illuminerà una terza volta da Roma—dalla Roma non già, come v'insinuano i falsi profeti, del papa, grande un tempo, oggi, checchè cinguettino, spenta e per sempre—ma dalla Roma del Popolo, le vie del Progresso all'Umanità.
L'Italia è chiamata, o giovani, a grandi destini. Solcata l'anima di mille dolori e piena d'alto sconforto ogni qualvolta io guardo agli uomini d'oggi e a quelli segnatamente che s'assumono or di dirigervi, io pur sento tanta fede nel core quando guardo negli anni futuri e in voi che sarete uomini fra non molto, da trovare forza che basti a intuonarvi l'inno della speranza e la profezia dei vostri destini fin sulla pietra dei martiri. Una grande missione aspetta l'Italia. L'Europa è oggi in cerca d'unità religiosa. La Francia colla sua rivoluzione—non parlo della sommossa del 1830—rivoluzione non intesa finora se non dai pochi, compendiava in una gigantesca manifestazione il lavoro di molti secoli e traducendo nel linguaggio politico la somma di progresso conquistata in quelli dell'anima umana, conchiudeva un ciclo d'attività religiosa, che aveva ricevuto da Dio la missione di costituire ordinato all'interno l'Uomo: l'uomo-individuo libero, eguale, ricco di diritti e d'aspirazioni a uno sviluppo maggiore. E d'allora in poi, presaga dell'epoca nuova, dell'epoca che avrà per termine dominatore d'ogni sua attività l'uomo-collettivo, l'Umanità, l'Europa erra nel vuoto in cerca del nuovo vincolo, che annoderà in concordia di religione le credenze, i presentimenti, l'energia degli individui, oggi isolati dal dubbio, senza cielo e quindi senza potenza per trasformare la Terra. Tentennante fra il dispotismo del Cattolicismo e l'anarchia del Protestantismo, fra l'Autorità illimitata che cancella l'uomo e la libera coscienza dell'individuo impotente a fondare una fede sociale, il mondo invoca e presente una nuova e più vasta Unità che congiunga in bella e santa armonia i due termini Tradizione e Coscienza oggi in cozzo fra loro e che pur sono e saranno sempre le due ali date all'anima umana per raggiungere il Vero:—una Unità che mova da' pie' della Croce per avviar l'uomo sul cammino della vittoria, abbracciando in sè e santificando tutto quanto il progresso ulteriore;—una Unità che rannodi le sette diverse in un solo Popolo di Credenti e di tutte le chiese, chiesuole e cappelle, inalzi l'immenso tempio, il Panteon dell'Umanità a Dio:—una Unità che di tutte le rivelazioni date a tempo da Dio al genere umano componga l'eterna progressiva Rivelazione del Creatore sulla sua creatura. Questo a chi ben guarda, è il problema vitale che agita, o giovani, il mondo d'oggi: tutte le questioni politiche, che pajono esclusivamente sommovere le nazioni non potranno acquetarsi che nella soluzione di quel problema. E questa soluzione, o Italiani, questa invocata Unità, non può escire, checchè facciano, se non della Patria vostra e da voi: non può scriversi che sull'insegna alla quale sarà dato di fiammeggiare superiore alle due colonne migliari che segnano il corso di trenta e più secoli nella vita dell'Umanità, il Campidoglio ed il Vaticano.
Dalla Roma dei Cesari escì l'unità d'incivilimento comandata dalla Forza all'Europa. Dalla Roma dei Papi escì l'unità d'incivilimento, comandata dall'Autorità, a gran parte del genere umano. Dalla Roma del Popolo escirà, quando voi sarete, o Italiani, migliori ch'oggi non siete, Unità d'incivilimento, accettata dal libero consenso dei popoli, all'Umanità.
Per questa Fede, o giovani, morirono i Bandiera e i loro fratelli nel martirio: per questa Fede io pure, nullo per intelletto e per core, ma a nessun altro inferiore in credenza, se il desiderio non m'inganna, morrò.
E nondimeno, io non vi chiamo al Martirio:—il Martirio si venera, ma non si predica—io vi chiamo a combattere e vincere: vi chiamo a imparare il disprezzo della morte e a venerare chi coll'esempio ha voluto insegnarvelo, perchè so che senza quello voi non potrete conquistar mai la vittoria: vi chiamo all'opere continue ed al fremito, quand'altri vi chiama a fingere d'addormentarvi, perchè so che i fatti continui ed il fremito possono soli dar sospetto, terrore, e frenesia di persecuzione feconda di sdegni, ai vostri padroni, coscienza della tristissima condizione in che vegeta e della vocazione italiana al popolo vostro, fede nei vostri diritti e nelle vostre intenzioni ai popoli dell'Europa commossa. Confortatevi, o giovani! la nostra causa è destinata al trionfo. I malvagi che anch'oggi dominano, lo sanno e ci maledicono; ma l'anatema ch'essi gittano contro noi si perde nel vuoto, come rio seme portato dal vento. I germi che noi cacciamo rimangono: sul terreno santificato dal sangue dei martiri, Iddio li feconderà; e s'anche gli alberi che devono escirne non distenderanno l'ombra loro che sul nostro sepolcro, sia benedetto Iddio: noi godremo altrove. Perseguitate, noi possiam dire ai malvagi, ma tremate. Un giorno, innanzi alla fiamma che consumava, per ordine del Senato le storie di Cremuzio Cordo, un Romano, balzando in piedi, gridava: cacciate me pure nel rogo, perch'io so quelle storie a memoria. Pochi dì passeranno, e l'Europa risponderà con un grido consimile alle vostre stolidamente feroci persecuzioni. Voi potete uccidere pochi uomini ma non l'Idea. L'Idea è immortale. L'Idea ingigantisce fra la tempesta e splende a ogni colpo, come il diamante di nuova luce. L'Idea s'incarna più sempre nell'Umanità. E quando voi avrete esaurito l'ira vostra e la vostra brutale potenza sugli individui che non sono se non precursori, l'Idea v'apparirà irresistibile, nella maestà popolare, e sommergerà sotto l'onda oceanica del futuro i vostri nomi e fin la memoria della vostra resistenza al moto delle generazioni che Iddio commove.
LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ.
INDIPENDENZA, UNITÀ.
Italiani!
Divisi in otto stati noi destinati da Dio ad abitare un paese unito conculcati in Napoli da un re villano e dispregevole, sottomessi in Piemonte ai voleri di un reprobo che ne tradì, in Modena a quelli di un mostro che nel secolo XIX arrivò la trista fama di Caligola e di Nerone; in Roma scherniti da un pontefice indegno di rappresentare un Dio di pace e di carità; in Toscana dalle arti narcotiche di un governo traditore; in Parma governati da una femmina che, potendo elevarsi sopra tutte le europee, alle più vili si mostrò inferiore; oppressi in Venezia ed in Lombardia dagli stranieri che ne sfidano colle bajonette e ne perseguitano colle spie, smungono i tesori del nostro suolo e fanno servire la nostra gioventù a puntello del nostro servaggio; disgraziati in tutta Europa; vilipesi, mantenuti divisi; pasciuti di glorie di teatro, di dispute di letterati, di controversie da fanciulli; ecco, Italiani, in quali condizioni ci troviamo.—Fummo grandi e temuti! che monta, se non fosse più acerba rampogna dell'esser caduti sì in basso? Se i nostri padri abbandonassero i loro riposi per venir a contemplare come difendiamo ed abitiamo la terra che essi resero la prima del mondo, con quai fronti ne sosterremmo noi gli aspetti? A lavare tanta infamia, a scuotere tanto giogo, a conquistare la libertà, i Calabresi generosi insorsero; insorsero per tutti, con levata in alto la bandiera di tutti: Redimere l'Italia o Morire! E noi balestrati da' comuni oppressori in straniere contrade, abbiamo compreso quel grido, abbiamo benedetta quella bandiera, ripetuto quel giuramento, e, pochi, ma vanguardia di molti lontani, dalla terra d'esiglio ci siamo quivi ridotti. Siciliani, Abruzzesi, Romagnoli, Toscani, Piemontesi, Lombardi, Genovesi, Italiani di tutte contrade, preferireste la vita fra le spie, le bajonette, gl'insulti de' vostri oppressori ai pericoli ed ai cimenti che seguendo il nobile esempio v'aspettano? Gli Austriaci, che oltraggiosi vi conculcano da sì lungo tempo, non vorreste alfine combattere e alla vostra volta perseguitare? Sono numerosi, agguerriti? E voi non siete ventiquattro milioni di fratelli, non i più animosi guerrieri dell'antichità, non i figli dei prodi che in Spagna, in Polonia, in Germania, in Russia, illustrarono di tanto splendore l'aquila di Napoleone? Bonaparte ha detto che un popolo di dieci milioni fermamente risoluto di esser libero, non può essere sottomesso, e la Spagna inferiore a voi della metà di popolazione lo provò resistendo e mandando al basso ben altro invasore che l'inetto Ferdinando non sarà.—Tutte le nazioni europee hanno raggiunto o marciano verso la conquista dei più sacrosanti diritti dell'Uomo; voi soli, Italiani, siete ancora sottoposti a pravissime leggi, vivete ineguali, senza diritto, oppressi da doveri d'ogni sorta; lavorate, e il frutto de' vostri sudori oltrepassa le Alpi o serve ai bagordi delle tante reggie stabilite nella vostra bella Penisola.—All'armi! o fratelli; correte come noi al conquisto della Libertà, dell'Unità, dell'Indipendenza, della prosperità della patria; correte a fare che l'eguaglianza dei diritti e dei doveri, delle pene e delle ricompense avvivi l'Italia. Non più re, o Italiani! Iddio ci ha creati tutti eguali; siamo tutti fatti ad imagine sua; nessun altro che lui abbia dunque il diritto di dirci suoi.—Che hanno fatto i re di noi? Ci hanno venduti, perseguitati, oppressi, hanno pieno il nostro paese di vergogna, e di obbrobrio. Costituiamoci in repubblica come i nostri padri, poichè ebbero scacciati i Tarquinî; gridiamoci liberi, e padroni di noi stessi e delle contrade in cui Dio ne ha collocati. Gli Austriaci ci combatteranno; il pontefice ci scomunicherà; i re d'Europa ci avverseranno. Non importa, o Italiani, gettiamo il fodero e contro l'Austriaco facciamo d'ogni uomo un soldato, d'ogni donna una suora di carità, d'ogni casale una rocca; al papa protestiamo di conoscere Iddio meglio di lui attraverso i suoi sordidi interessi di dominazione, di grandezza temporale; i re d'Europa rispettiamo ma non temiamo, invochiamo contr'essi le simpatie de' loro popoli.
La nostra causa è santa, o Italiani, e vinceremo perchè Iddio non vorrà abbandonarla se in essa persistiamo con costanza, fermezza, cuore e risoluzione.—Che se la vittoria intravvedete difficile, gioitene; gli sforzi ed i sacrificî che opererete per guadagnarla varranno a scontare nell'opinione dei popoli, tanto passato obbrobrio e così lungo servaggio. Essi solo potranno farci riguardare come non degeneri nepoti dei più grandi che portarono lo splendore del nome italiano in ogni angolo del mondo conosciuto; essi solo ci permetteranno lasciare ai nostri figli una patria libera, unita, indipendente, e gloriosa.
In nome degli esuli italiani sbarcati:
Attilio Bandiera,
Nicola Ricciotti,
Emilio Bandiera.
LIBERTÀ, EGUAGLIANZA, UMANITÀ.
INDIPENDENZA, UNITÀ.
Calabresi!
Al grido de' vostri fatti, all'annunzio del giuramento che avete giurato, noi attraverso ostacoli e pericoli, dalla prossima terra d'esilio siam venuti a schierarci fra le vostre file, a combattere le vostre battaglie ed ammirare la bandiera dell'Italia repubblicana, che avete coraggiosamente sollevata.—Vinceremo o moriremo con voi, Calabresi, grideremo come voi avete gridato, che scopo comune è di costituire l'Italia e le sue isole in nazionalità libera, una, indipendente; con voi combatteremo quanti despoti ci combatteranno, quanti stranieri ci vorranno schiavi ed oppressi. Calabresi, non è epoca remota quella in cui avete distrutto sessantamila invasori condotti da un Italiano, il più grande dei capitani di Napoleone; armatevi della energia di allora, e preparatevi all'assalto degli Austriaci, che vi riguardano loro vassalli, vi sfidano, e vi chiamano briganti.
Continuate, o Calabresi, nella generosa via, che avete dimostrato voler unicamente percorrere, e l'Italia resa grande ed indipendente, chiamerà la vostra la benedetta delle sue terre, il nido della sua libertà, il primo campo delle sue vittorie.
In nome degli esuli italiani sbarcati:
Attilio Bandiera,
Nicola Ricciotti,
Emilio Bandiera.
A PIO IX, PONTEFICE MASSIMO
Beatissimo padre.
Londra, 8 settembre 1847.
Concedete a un Italiano, che studia da alcuni mesi ogni vostro passo con un'immensa speranza, di indirizzarvi, in mezzo agli applausi spesso pur troppo servili e indegni di voi, che vi suonano intorno, una parola libera e profondamente sincera. Togliete, per leggerla, alcuni momenti alle cure infinite. Da un semplice individuo animato di sante intenzioni può escire talvolta un grande consiglio; ed io vi scrivo con tanto amore, con tanto commovimento di tutta l'anima mia, con tanta fede nei destini del paese che può per opera vostra risorgere, che i miei pensieri dovrebbero esser la verità.
E prima è necessario, beatissimo padre, ch'io vi dica qualche cosa sul conto mio. Il mio nome v'è probabilmente giunto all'orecchio; ma accompagnato di tutte le calunnie, di tutti gli errori, di tutte le stolide congetture che le polizie per sistema e molti uomini del mio partito per poca conoscenza e povertà d'intelletto v'hanno accumulato d'intorno. Io non son sovvertitore, nè comunista, nè uomo di sangue, nè odiatore, nè intollerante, nè adoratore esclusivo di un sistema o d'una forma imaginata dalla mente mia. Adoro Dio e una idea che mi par di Dio: l'Italia una, angelo d'unità morale e di civiltà progressiva alle nazioni d'Europa. Qui e dappertutto ho scritto come meglio ho saputo contro i vizî di materialismo, d'egoismo, di riazione, e contro le tendenze distruggitrici che contaminano molti del nostro partito. Se i popoli sorgessero in urto violento contro l'egoismo e il malgoverno dei loro dominatori, io pur, rendendo omaggio al diritto dei popoli, morrò probabilmente fra i primi per impedire gli eccessi e le vendette che la lunga servitù ha maturato. Credo profondamente in un principio religioso, supremo a tutti gli ordinamenti sociali in un ordine divino che noi dobbiamo cercare di realizzare qui sulla terra; in una legge, in un disegno provvidenziale che dobbiamo tutti, a seconda delle nostre forze, studiare e promovere. Credo nelle ispirazioni dell'anima mia immortale e nella tradizione dell'umanità. Ho studiato la tradizione italiana e v'ho trovato Roma due volte direttrice del mondo, prima per gli imperatori, più tardi pei papi. V'ho trovato che ogni manifestazione di vita italiana è stata manifestazione di vita europea; e che sempre, quando cadde, l'Italia, l'unità, morale europea cominciò a smembrarsi nell'analisi, nel dubbio, nell'anarchia. Credo in un'altra manifestazione del pensiero italiano; e credo che un altro mondo europeo debba svolgersi dall'alto della città eterna ch'ebbe il Campidoglio ed ha il Vaticano. E questa credenza non m'ha abbandonato mai, per anni, povertà, delusioni e dolori che Dio solo conosce. In queste poche parole sta tutto l'esser mio, tutto il segreto della mia vita. Posso errare per intelletto, ma il core è sempre rimasto puro. Non ho mentito mai per paura o speranze, e vi parlo come se parlassi a Dio al di là del sepolcro.
Io vi credo buono. Non v'è uomo, non dirò in Italia ma in Europa, che sia più potente di voi. Voi dunque avete, beatissimo padre, immensi doveri: Dio li misura a seconda dei mezzi ch'ei concede alle sue creature. L'Europa è in una crisi tremenda di dubbî e di desiderî. Per opera del tempo, affrettata dai vostri predecessori e dall'alta gerarchia della Chiesa, le credenze son morte; il cattolicismo s'è perduto nel dispotismo: il protestantismo si perde nell'anarchia. Guardatevi intorno: troverete superstiziosi o ipocriti; non credenti. L'intelletto cammina nel vuoto. I tristi adorano il calcolo, i beni materiali: i buoni invocano e sperano: nessuno crede. I re, i governi, le classi dominatrici combatton per un potere usurpato, illegittimo, dacchè non rappresenta culto di verità, nè disposizione a sagrificarsi pel bene di tutti: i popoli combattono perchè soffrono, perchè vorrebbero alla volta loro godere: nessuno combatte pel dovere; nessuno, perchè la guerra contro il male e la menzogna è una guerra santa, la crociata di Dio. Noi non abbiamo più cielo: quindi non abbiamo più società.
Non v'illudete, beatissimo padre: questo è lo stato d'Europa. Ma l'umanità non può vivere senza cielo. L'idea società non è che una conseguenza dell'idea religione. Avremo dunque, più o meno rapidamente, religione e cielo.
L'avremo, non dai re e dalle classi privilegiate: la loro condizione stessa esclude l'amore, anima di tutte le religioni: ma dal popolo. Lo spirito di Dio discende sui molti, radunati in suo nome. Il popolo ha patito per secoli sulla croce; e Dio lo benedirà d'una fede.
Voi potete, beatissimo padre, affrettar quel momento. Io non vi dirò le mie opinioni individuali sullo sviluppo religioso futuro: poco importano. Vi dirò che qualunque sia il destino delle attuali credenze, voi potete porvene a capo. Se Dio vuole che rivivano, voi potete far che rivivano. Se Dio vuole che si trasformino; che, movendo dappiè della croce, dogma e culto si purifichino inalzandosi d'un passo verso Dio padre ed educatore del mondo, voi potete mettervi fra le due epoche e guidare il mondo alla conquista e alla pratica della verità religiosa, spegnendo l'esoso materialismo e la sterile negazione.
Dio mi guardi dal tentarvi coll'ambizione: mi parrebbe di profanar voi e me. Io vi chiamo, in nome della potenza che Iddio v'ha concesso, e non vi ha concesso senza perchè a compire un'opera buona, rinnovatrice, europea.
Vi chiamo, dopo tanti secoli di dubbio e di corruttela, ad essere apostolo dell'eterno Vero. Vi chiamo a farvi servo di tutti; a sacrificarvi, occorrendo, perchè la volontà di Dio sia fatta così sulla terra com'è nel cielo; a tenervi pronto a glorificar Dio nella vittoria o a ripetere rassegnatamente, se mai soccombeste, le parole di Gregorio VII: Muojo nell'esilio, perchè ho amato la giustizia e odiato la iniquità.
Ma per questo, per compiere la missione che Dio v'affida, vi sono necessarie due cose: esser credente e unificare l'Italia. Senza la prima cadrete a mezzo la via, abbandonato da Dio e dagli uomini; senza la seconda, non avrete la leva colla quale soltanto potete operare grandi, sante e durevoli cose.
Siate credente. Abborrite dall'essere re, politico, uomo di Stato. Non transigete coll'errore: non vi contaminate di diplomazia: non venite a patti colla paura, cogli espedienti, colle false dottrine d'una legalità che non è se non menzogna inventata quando la fede mancò. Non abbiate consiglio se non da Dio, dalle ispirazioni del vostro core e dall'imperiosa necessità di riedificare un tempio alla verità, alla giustizia, alla fede. Chiedete a Dio, raccolto in entusiasmo d'amore per l'umanità e fuor d'ogni altro riguardo, ch'ei v'insegni la via: poi ponetevi per quella colla fiducia del trionfatore sulla fronte, coll'irrevocabile decisione del martire. Non guardate a diritta o a sinistra, ma davanti a voi ed al cielo. Ad ogni cosa che incontrate fra via, domandate a voi stesso: è questo giusto o ingiusto? vero o menzogna? legge d'uomini o legge di Dio? Bandite altamente il risultato del vostro esame e operate a seconda. Non dite a voi s'io parlo ed opero nel tal modo, i principi della terra dissentiranno: gli ambasciatori daranno note e proteste. Che sono le querele d'egoismo dei principi e le loro note davanti a una sillaba dell'Evangelo eterno di Dio? Hanno avuto finora importanza perchè, fantasmi, non avevano contro se non fantasmi. Opponete ad essi la realtà d'un uomo che vede l'aspetto divino, ignoto ad essi, delle cose umane: d'un'anima immortale che sente la coscienza d'un'alta missione; e spariranno davanti a voi come i vapori accumulati nelle tenebre davanti al sole che si inalza sull'orizzonte. Non vi lasciate atterrire da insidie: la creatura che compie un dovere non è cosa degli uomini, ma di Dio. Dio vi proteggerà: Dio vi stenderà intorno una tale corona d'amore che nè perfidia d'uomini irreparabilmente perduti, nè suggestioni d'inferno potranno mai rompere. Date uno spettacolo nuovo, unico al mondo: avrete risultati nuovi, imprevedibili da qualunque calcolo umano. Annunciate un'êra; dichiarate che l'umanità è sacra e figlia di Dio: che quanti violano i suoi diritti al progresso, all'associazione, sono sulla via dell'errore: che in Dio sta la sorgente d'ogni governo: che i migliori per intelletto e per core, per genio e virtù hanno ad essere i guidatori del popolo. Benedite a chi soffre e combatte: biasimate, rimproverate chi fa soffrire, senza badare al nome ch'ei porta, alla qualità ch'ei riveste. I popoli adoreranno in voi il miglior interprete dei disegni divini; e la vostra coscienza vi darà prodigi di forza e di conforto ineffabile.
Unificate l'Italia, la patria vostra. E per questo non avete bisogno d'oprare, ma di benedire chi oprerà per voi e nel vostro nome. Raccogliete intorno a voi quelli che rappresentano meglio il partito nazionale. Non mendicate alleanze di principi. Seguite a conquistare l'alleanza del nostro popolo. Diteci: L'unità d'Italia deve essere un fatto del XIX secolo; e basterà: opereremo per voi. Lasciateci libera la penna, libera la circolazione delle idee per quanto riguarda questo punto, vitale per noi, dell'unità nazionale. Trattate il governo austriaco, anche dove non minacci più il vostro territorio, col contegno di chi lo sa governo d'usurpazione in Italia e altrove. Combattetelo colla parola del giusto, dovunque ei macchina oppressioni e violazioni del diritto altrui fuori d'Italia. Invitate, in nome del Dio di pace, i gesuiti, alleati dell'Austria in Isvizzera, a ritirarsi da un paese dove la loro presenza prepara inevitabile e prossimo spargimento di sangue cittadino. Dite una parola di simpatia che riesca pubblica al primo polacco di Galizia che vi verrà innanzi. Mostrateci insomma con un fatto qualunque che voi non tendete solamente a migliorare la condizione fisica dei pochi sudditi vostri, ma che abbracciate nel vostro amore i milioni d'Italiani fratelli vostri; che li credete chiamati da Dio a congiungersi in unità di famiglia sotto un unico patto; che benedireste la bandiera nazionale dove si levasse sorretta da mani pure, incontaminate; e lasciate il resto a noi. Noi vi faremo sorger intorno una nazione, al cui sviluppo libero voi, vivendo, presiederete. Noi fonderemo un governo unico in Europa, che distruggerà l'assurdo divorzio fra il potere spirituale ed il temporale; e nel quale voi sarete scelto a rappresentare il principio del quale gli uomini scelti a rappresentar la nazione faranno le applicazioni. Noi sapremo tradurre in un fatto potente l'istinto che freme da un capo all'altro della terra italiana: noi vi susciteremo attivi sostenitori nei popoli d'Europa: noi vi troveremo amici nelle file stesse dell'Austria: noi soli, perchè noi soli abbiamo unità di disegno e crediamo nella verità del nostro principio, e non l'abbiamo tradito mai. Non temete d'eccessi da parte del popolo gittato una volta su quella via: il popolo non commette eccessi se non quando è lasciato agli impulsi proprî senza una guida ch'ei veneri. Non v'arretrate davanti all'idea d'essere cagione di guerra. La guerra esiste dappertutto: aperta o latente, ma vicina a prorompere e inevitabile.
Nè, beatissimo padre, io v'indirizzo queste parole, perch'io dubiti menomamente dei nostri destini, perchè io vi creda mezzo unico, indispensabile all'impresa. L'unità italiana è cosa di Dio: parte di disegno provvidenziale e voto di tutti, anche di quei che vi si mostrano più soddisfatti dei miglioramenti locali e che, meno sinceri di me, disegnano farne mezzo di raggiunger l'intento. Si compierà con voi o senza di voi. Ma ve lo indirizzo perchè vi credo degno d'essere iniziatore del vostro concetto; perchè il vostro porvi a capo dell'impresa abbrevierebbe di molto le vie, e diminuirebbe i pericoli, i danni, il sangue che si verserà nella lotta; perchè con voi questa lotta assumerebbe aspetto religioso e ci libererebbe da molti rischi di reazioni e colpe civili; perchè s'otterrebbe a un tempo, sotto la vostra bandiera, un risultato politico e un risultato immenso morale; perchè il rinascimento d'Italia, sotto l'egida d'una idea religiosa, d'uno stendardo non di diritti ma di doveri, lascierebbe addietro tutte le rivoluzioni de' paesi stranieri e porrebbe immediatamente l'Italia a capo del progresso europeo; perchè sta nelle mani vostre il poter fare che questi due termini Dio e il Popolo, troppo spesso e fatalmente disgiunti, sorgano a un tratto in bella e santa armonia, a dirigere le sorti delle nazioni.
S'io potessi esservi vicino, invocherei da Dio potenza, per convincervi col gesto, coll'accento, col pianto: così, non posso che affidar freddamente alla carta il cadavere, per così dire, del mio pensiero; nè mi riuscirà pure d'aver la certezza che avete letto e meditato un momento quello ch'io scrivo. Ma io sento un bisogno imperioso di adempiere a questo dovere verso l'Italia e voi; e qualunque sia per essere il pensier vostro, mi parrà di trovarmi più in pace colla mia coscienza.
Credete, beatissimo padre, ai sensi di venerazione e d'alta speranza che vi professa il vostro devotissimo
Giuseppe Mazzini.
MISSIONE DELLA STAMPA PERIODICA
1848.
La stampa periodica politica ha oggi un'alta missione; è necessario per essa sollevarsi a quell'altezza o perir moralmente, consumando le forze, senza potenza d'iniziativa, per entro un misero cerchio di fatti transitori e di polemiche inutili o pericolose.
Tutto è transitorio oggi in Italia. Abbiamo innanzi agli occhi, nella penisola, il sublime ma disordinato fermento d'un'opera di creazione, e intorno, per tutta Europa, i sintomi innegabili d'un'opera di trasformazione. Troni edificati con cure ed arti ridotte per diciassette anni a sistema e forti d'armi, d'ingegno pervertito e di corruttela, rovesciati in un subito: principi nati e cresciuti tiranni frementi un tempo alla sola idea di progresso, conceditori a un tratto di libertà e vogliosi d'affratellamento cogli uomini devoti pochi anni prima al palco o all'esilio: un papa, successore a Gregorio XVI, acclamato dai popoli banditore d'emancipazione, apostolo della democrazia del Vangelo: il diritto che dal trattato di Vestfalia in poi regolava la vita internazionale dei popoli lacerato a brani, in una terra e provvidenzialmente, dagli oppressori, in un'altra dagli oppressi; e nazioni nuove accennanti sorgere, razze mute finora nella storia ch'oggi si raccolgono e si apprestano a proferire la loro parola, classi intere, e le più numerose, trattate finora con disprezzo o terrore, chiamate, dall'arcana potenza educatrice dell'umanità, ad atti meravigliosi di potenza e virtù, a coscienza imprevista di missione comune, di fratellanza d'eguali coll'altre classi; questo per l'Europa;—e qui in Italia, un popolo che si leva gigante da un sonno di secoli; un forte esercito straniero accampato da lunghi anni nelle nostre città, nelle nostre fortezze, nelle posizioni più difficili a vincersi, côlto di terrore dal suono a stormo delle nostre campane, fuggente davanti al berretto di giovani volontari, ricacciato in sulle prime fin quasi all'Alpi da insurrezione di cittadini; un grido unanime d'Italia e di libertà, là dove la statua d'Italia era velata e non poteva insegnarsi libertà che dai pochi e a prezzo di sangue; un anelito al confondersi in uno, al riviver fratelli, là dove l'ultima parola libera era stata parola di guerra, e il mondo diceva: non rivivranno più mai perchè non sanno amarsi l'un l'altro. È spettacolo grande e degno di Dio; spettacolo profetico della sua vita, che sommove in oggi le moltitudini, come l'alito dell'alba sommove l'addormentata campagna e le inonderà tra non molto d'una nuova immensa potenza e d'un nuovo amore, come il sole inonda, abbraccia la natura, ridesta di luce e calore. A nessuno, qualunque sia l'ostacolo ch'egli incontra, è lecito sconfortarsi senza ateismo. A nessuno, qualunque sia l'apparenza delle cose che gli suggerisce un'opinione o giudizio, è lecito far altro che presentir l'avvenire e dirlo fraternamente. Soccorrimi, o Dio, mormora l'abitatore delle spiaggie della Brettagna: Il mare è sì vasto e la mia nave è sì piccola! E noi siam tutti simili all'abitatore della Brettagna. Vasto è il mare d'un popolo che si ricrea a nuova vita: infiniti, incerti sono gli orizzonti che si rivelano successivi a chi rivive con esso, e l'intelletto, alimentato, spronato, determinato ne' suoi giudizî dai fatti dell'oggi, è sì piccola cosa!
L'intelletto suscitato dalle speranze e dai timori dell'oggi, è in una fase transitoria come il mondo che gli s'agita intorno e su cui si esercita: e vorremmo ricordarlo a quanti nostri fratelli parlano o scrivono intorno a' destini politici del paese. Noi non siamo in tempi normali. Ogni giorno rivela un nuovo elemento d'azione, una facoltà, una tendenza che ci era ignota. Ogni giorno sospinge innanzi d'un passo il nostro popolo; e i passi d'un popolo sono i passi del Nettuno omerico. In tempi siffatti, sopra un terreno vulcanico, davanti a un popolo inteso in sobbollimento d'affetti, di voti, d'aspirazioni, d'istinti, l'assoluto nelle opinioni è gravissimo errore, l'intolleranza una colpa, colpa, diciamo, non verso gl'individui, che poco importa, ma verso l'avvenire, verso i fati non decisi della nazione. Il pensiero è sacro. Forse nell'idea, ch'oggi vi sembra falsa e nocevole, cova il futuro sviluppo della patria comune. Noi tutti tendiamo verso lo stesso fine, adoriamo lo stesso ideale: differiamo sui mezzi. Noi crediamo che l'Italia una non potrà sorgere che all'ombra della bandiera repubblicana ondeggiante dall'alto della città ch'ebbe il Campidoglio ed ha il Vaticano; altri crede che a raggiungersi l'unità debbano costituirsi prima cinque Italie, poi quattro, poi tre, sino a fusione assoluta; altri che il sistema federativo sia preferibile all'unità. Discutiamo: illuminiamoci: fermi ed aperti intorno a pochi principî conquistati dal lavoro dei secoli e impiantati nella coscienza dell'umanità; tolleranti e modesti quanto ai disegni architettati su quello che noi chiamiamo fatti e non è forse che apparenza di fatti: tolleranti e modesti ogni qual volta noi non abbiamo fondamento ai disegni convinzioni perenni, ma solamente calcoli di opportunità e concessioni a necessità transitorie che il domani forse cancellerà. Le nazioni si fondano sull'eterno, pe' principî, pel vero. Ai credenti nell'eterno, nei principî, nel vero, spetta, nei grandi periodi di trasformazione, più assai parte d'iniziativa che non agli uomini del reale, del possibile, dei fatti, come oggi sono. Ricordatevi che Cesare Balbo aspettava l'emancipazione italiana dallo smembramento dell'impero turco:—che Massimo d'Azeglio dichiarava impossibile a un papa l'esser buono efficacemente;—ch'altri predicava il progresso italiano non potere che scendere dall'alto, e l'insurrezione, l'iniziativa sgorganti dalle viscere del popolo, esser cosa funestissima, rovinosa. E Dio e il popolo creavano Pio IX; e l'insurrezione di Sicilia conquistava libertà di Statuti a tutta l'Italia: e le barricate di Milano scioglievano, senza il beneplacito dell'Oriente, la questione d'indipendenza. Ah! ben altri segreti di forza e d'azione fremono nel core di questo popolo che non i calcolati dagli uomini del possibile e delle cinque Italie!
Ma intanto, e mentre noi tutti discuteremo fraternamente sui mezzi, sulle vie da scegliersi, esiste una sfera superiore alla quale è necessario che la stampa periodica s'inalzi, o, ripetiamo, rinneghi ogni potenza d'iniziativa. Il problema che s'agita è problema d'educazione; gli scrittori politici hanno ad essere educatori, e un giornale deve essere un atto di sacerdozio, un'opera d'apostolato. Noi non combattiamo solamente per l'impianto d'un sistema o d'un altro: combattiamo perchè gli uomini, e gl'Italiani, segnatamente, migliorino, perchè imparino più sempre ad amarsi, perchè vie meglio corrispondano, facendo sempre più potente e diffondendo al maggior numero possibile l'associazione, il patto fra gli eguali, al disegno della provvidenza; perchè crescano in intelletto, in attività progressiva verso il fine che Dio prefisse all'umanità. Le istituzioni che noi cerchiamo son mezzi d'educazione, non altro. E questa educazione morale che le istituzioni, quando che sia, compieranno, noi possiamo e dobbiamo iniziarla fin d'ora. Noi dobbiamo rannodare cielo e terra; religione e politica. Dalla sfera secondaria nella quale le ricerche e le discussioni sfumano pur troppo sovente in querele di partiti avidi del trionfo d'un giorno, dobbiamo salire, quante più volte possiamo e perch'altri vi salga con noi, alla più sublime, dove vivono e s'inculcano la fede in Dio, nell'umanità e nella patria; la soggezione alla legge morale che guida i fati del mondo; la riverenza al popolo, non perchè forte di cifra potente inevitabile, ma perchè riassumendo in sè tutte quante le facoltà di religione, di politica, d'industria e di arte largite all'umana natura ma disperse sugli individui, e solo interprete progressivo di questa legge: alla sfera insomma dei principî, comunque immediata o remota possa esserne l'applicazione. Dobbiamo fondar la politica sulla definizione della vita sulla missione della creatura quaggiù, sulla credenza di dovere e di sacrificio che solo fa santa la politica, sola può avviare a un'armonia permanente d'affetti e d'azioni le moltitudini. Dobbiamo ritemprare, riconsecrare a grandi pensieri, a forti fatti, l'uomo ineducato per ineguaglianza di sorti, corrotto dall'arti della tirannide, avvezzo alla diffidenza, alle cieche subite reazioni. Dobbiamo insegnargli l'umanità ch'egli ignora, per la quale egli sta, ne' suoi atti, mallevadore, lavoratore nell'opificio speciale che Dio gli assegnava, la patria. E per questo dobbiamo mostrargli in noi gli uomini: gli uomini ch'egli cerca e, trovati, venera, lontani dalle esagerazioni, dai tristi sospetti e dalle stolide adorazioni, cercatori unicamente del vero e devoti a rappresentarne il culto negli atti pratici della vita. Gli uomini sono i libri del popolo; la parola vivente ch'ei cerca e segue. Un uomo uno nell'idea e nell'azione, del quale nessuno possa dire: l'opere vostre non consuonano co' vostri detti, è più potente di mille volumi sopra una nazione che si rigenera.
E base, principio sommo di questa opera educatrice a cui noi invitiamo i nostri fratelli della stampa politica, è la santità, l'inviolabilità del pensiero. È il nostro palladio; e noi ne siamo custodi. Ognuno di noi qualunque sia l'opinione particolare alla quale appartiene, dovrebbe farsi mallevadore per tutti della libertà del pensiero. Ognuno di noi, repubblicano, monarchico, unitario o federalista, dovrebbe stringersi agli altri come a fratelli su questo terreno comune.
Noi facciamo a' nostri colleghi proposta formale in nome della inviolabilità del pensiero, d'un'associazione diretta a tutelarne, qualunque sia l'avvenire, la libertà: d'un'associazione che s'opponga, in ogni caso d'arbitrio e di tirannia, colla voce di tutti, coi mezzi di tutti, a qualunque violazione, a qualunque ingiusta limitazione ne fosse in avvenire tentata. Se la proposta verrà accettata, noi ne sminuzzeremo le condizioni, e un'assemblea, composta d'un delegato per ogni giornale, le giudicherà.
Il primo atto collettivo del giornalismo ne fonderà a un tempo la moralità e la potenza. In noi sta oggi l'espressione molteplice della coscienza italiana. È deposito sacro; e dovremmo vegliarvi sopra, come i Leviti vegliavano sull'Arca del Patto.
AI GIOVANI.
RICORDI
La linea retta è la più breve
fra due punti dati.—
Euclide.
I.
Sono nella vita dei popoli, come in quella degli individui, momenti solenni, supremi, nei quali si decidono le sorti di un lungo avvenire, quando tra due vie schiuse al moto, fra due insegnamenti, tra due principî diversi, la nazione oscilla incerta nella scelta e cerca una norma alla propria azione. Allora ogni uomo ha diritto di chiedere all'altro: in che credi? E a ogni uomo corre debito di rispondere: questa è la mia fede; su questa giudicherete l'opera mia. Allora, i pessimi sono i tiepidi: gli uomini che per povertà di core e grettezza di mente tentennano fra le due vie, rifuggono codardamente dall'armonizzare gli atti alla fede e s'illudono o cercano illudere le moltitudini a un concetto d'accordo impossibile fra i due principî. I tristi si giovano di costoro per pascere di speranze protratte i desiderosi di cose nuove: i buoni si ritraggono irritati e disperano: e l'occasione, come il ciuffo della fortuna, sparisce per non tornare se non dopo un lungo volger di ruota, dopo lunghi anni di nuovi dolori, di nuove delusioni e sciagure.
L'Italia è oggi in uno di questi momenti.
Il fermento è universale in Italia; ma senza intento determinato, senza unità di credenza intorno alla via da tenersi, prorompe in sommosse senza nome e senza frutto, non promove di un passo la causa della nazione. L'accordo tra governi e governati è cessato; ma il principio intorno a cui i governati devono raccogliersi non è francamente, apertamente bandito. Il popolo, ove durasse anche per poco in sì fatto stato, cadrebbe rapidamente dall'anarchia morale in una diffidenza profonda di cose e d'uomini, e da quella nel sonno d'inerzia onde esciva poc'anzi. E quel sonno, per un popolo che viaggia in cerca di nuovi destini, è la morte: il sonno del viandante tra le nevi dell'Alpi, al quale è mal fido amico chi non lo scuote e non gli grida all'orecchio: Cammina innanzi o perisci.
II.
Cammina innanzi o perisci! È tempo di dire al popolo, a una gioventù buona ma traviata pur troppo dai faccendieri politici, tutta e nuda la verità. Da due anni s'è speso in Italia oro, entusiasmo, sangue, tanto quanto basterebbe a crear due nazioni, non una; e ci troviamo a un dipresso là d'onde partimmo. Il grido di patria, libertà, indipendenza, suonò da un capo all'altro della terra italiana: grido, ruggito di moltitudini potenti, volenti, non di pochi devoti al martirio. In Sicilia, in Bologna, nelle città lombarde, in Venezia, il popolo imparò subitamente, sotto l'impulso d'una grande idea, a combattere, a vincere, a disfare eserciti. Bandita dal popolo la guerra all'Austria, cinque giorni videro ridotti in tre fortezze i dominî dello straniero; videro nostro il Lombardo-Veneto; videro la bandiera tricolore italiana sventolare, acclamata, fin nel Tirolo. Settanta mila soldati agguerriti, se non per battaglie, per lunga disciplina, tennero il campo contro l'austriaco; e intorno ad essi era il fiore della gioventù italiana, era il fremito delle popolazioni ebbre di vittoria e di belle speranze. E tutto questo è sparito; l'Austriaco insolentisce per le vie di Milano: migliaja d'esuli lombardo-veneti ramingano su terre straniere: l'Europa che plaudiva, pochi mesi or sono, attonita al nostro risorgere, ricomincia a schernirci queruli, codardi, impotenti. Come avvenne? Come tornarono a un tratto in nulla le quasi adempite speranze? Gli uni accusano le colpe o gli errori militari dei capi; gli altri i dissidî, le diffidenze, l'ignavia di chi seguiva—i repubblicani, che dopo aver dato il segno delle barricate cittadine, tacquero e si confusero nei ranghi de' combattenti—la forza prepotente d'un esercito che la campana a stormo avea dato alla fuga—i gesuiti, cadavere galvanizzato d'una sêtta che, perduto genio, appoggio di credenza e tesori, affogherebbe sotto il disprezzo se gli uomini d'oggi sapessero disprezzare. E molte di queste cagioni e più altre sono vere; ma tutte secondarie, occasionali, insufficienti a generare la rovina d'un popolo insorto. Superiore a tutte, e sorgente prima di tutte, sta quest'una che molti hanno in core e nessuno s'attenta dir chiaramente: che le Nazioni non si rigenerano colla menzogna; che un popolo schiavo da secoli di poteri guasti, corruttori per indole e necessità, ligi dello straniero, avversi a tutte sublimi credenze, sospettosi d'ogni sviluppo d'intelletto libero, incerti del presente e tremanti dell'avvenire, non sorge a nazione, se non rovesciando quei poteri-fantasmi, traendo dall'ime viscere il segreto della propria vita, levandosi nell'orgoglio delle sue tradizioni e nella potenza d'una grande idea, e dichiarando non volere riconoscere che un solo padrone nel cielo, Dio padre ed educatore, una sola norma d'attività sulla terra, la verità ch'è l'ombra di Dio.
III.
Voi avete, o Italiani, tradito quest'unica norma e sagrificato—poco monta se a tempo o per sempre—la vostra coscienza a una illusione di forza. Ogni linea della vostra storia v'additava, da quando cessaste di reggervi a popolo, una colpa o una imbecillità di regnanti; ogni sillaba de' vostri grandi v'insegnava, santificata dal martirio, una fede che fa interprete il popolo del pensiero di Dio; ogni esperimento vostro ed altrui negli ultimi sessant'anni v'era documento splendido, irrecusabile, che ogni libertà d'individuo o nazione si conquista per virtù propria, non per artificio di diplomazia e concessioni di principi; e nondimeno, non sì tosto il terrore della rivelata vostra potenza ebbe condotto i vostri padroni a balbettare pochi accenti di libertà menzognere e d'ipocrite leghe, voi cancellaste, miseramente affascinati dalla speranza di menomarvi i pericoli della via, ricordi storici, ispirazioni di grandi, giuramenti, e riverenza a chi pativa e moriva per voi: piegaste il ginocchio davanti a tutti poteri, e diceste: non da Dio, ma da voi. E non eravate credenti. Il vostro labbro accattava a lodarli pompa di frasi ne' retori delle età corrotte; la vostra mano scriveva oltraggi e condanna a quei tra vostri concittadini che serbavano intatta la santità del loro proposito e la dignità severa del nome italiano; e nell'anima vostra vigilavano il disprezzo e la diffidenza degli uomini salutati rigeneratori; e mormoravate sommessamente—ma non tanto che essi, quegli uomini, non v'udissero—poi che ci saremo giovati d'essi e dei loro battaglioni e della loro influenza, noi li infrangeremo, come gli Israeliti facevano dei loro idoli: essi hanno infranto voi, e meritamente. Così, rimpicciolita, ringrettita la divina verità per entro le vie tortuose di quella che oggi chiamano politica e non è che parodia di politica, ideaste di cogliere il più alto premio che Dio conceda ad un popolo, l'unità nazionale, senza meritarlo colla dignità dell'animo, colla rettitudine del pensiero, colla serena franchezza degli atti e della parola. Dovevate procedere colla spada in una mano e col vangelo nell'altra, in nome dei vostri diritti e della vostra missione, in nome del lungo vostro martirio e della potenza di vita che freme più che altrove in questa sacra terra d'Italia; e procedeste invece col Machiavelli nella destra, cogli statuti bastardi di re perpetuamente spergiuri nella sinistra. Quelli statuti che voi disegnavate di romper più tardi vi condannavano intanto a subire i raggiri di corti e diplomazie, a servire capi sprezzati e perfidi o inetti, a frenare l'impeto, sospetto ai principi, delle moltitudini, a violare l'indivisibilità della bandiera italiana e inalzare un lembo all'adorazione, a velare in nome dell'indipendenza la statua della libertà ch'è il Labaro della vittoria. E voi subiste ad una ad una, fremendo impotenti, combattendo senza pro, tremanti sempre d'insidie che potevate, e non v'attentavate, vincere con una parola, tutte quelle fatalità, travolgendovi d'errore in errore, di menzogna in menzogna, dietro a faccendieri politici che vi sviavano con una larva di forza ordinata dall'unica vera invincibile forza: l'insurrezione. Però cadeste; e s'anche ora ricomincierete la guerra regia—ricordatevi ciò ch'io, palpitando per ira e dolore, vi dico—cadrete.
IV.
Le Nazioni non si rigenerano colla menzogna. Machiavelli, che i falsi profeti di libertà imitano da lungi e profanandone la sapienza, veniva a tempi nei quali Chiesa, principato e stranieri avevano spento un'epoca di vita italiana, e dopo aver tentato gli estremi pericoli per la patria e subìto prigione e tormenti per vedere se pur fosse modo di trarne scintilla d'azione, procedeva, Dio solo sa con quali fraintesi inconfortati dolori, all'autopsia del cadavere, a segnarne le piaghe, a numerare i vermi principeschi, cortigianeschi, preteschi che vi si agitavano dentro, e offeriva quello spettacolo ai posteri migliori ch'ei presentiva, come i padri spartani conducevano i giovanetti davanti all'iloto briaco perchè imparassero a fuggire la vergogna dell'intemperanza. E noi siamo all'alba d'un'epoca, commossi dall'alito della vita novella; e che mai potremo attingere dalle pagine di Machiavelli se non la conoscenza delle tattiche de' malvagi a sfuggirle e deluderle? Io dico che i popoli si ritemprano colla virtù, si rigenerano coll'amore, si fanno grandi e potenti colla religione del vero, quando essi possono guardar securi dentro l'occhio delle nazioni e della propria coscienza e dire: la nostra vita è una santa battaglia, la nostra morte è quella dei martiri; dico che la mortalità è l'anima delle grandi imprese, che l'inganno efficace a corrompere, a smembrare, a inceppare, e buono ai padroni, è impotente a muovere, a produrre, a creare, e riesce fatale ai servi che intendono emanciparsi e rifarsi uomini; dico che per quanto s'esamini studiosamente la tradizione storica della umanità, nè un popolo ha conquistato indipendenza e unità di nazione, nè una grande idea s'è incarnata, trionfando, nei fatti, nè un incremento reale di potenza e di libera vita s'è aggiunto allo sviluppo di una razza mortale per artificî machiavellici o reticenze gesuitiche. E dico che per averlo tentato noi abbiamo sparso inutilmente lagrime e sangue; e che fra tutte le pesti della misera Italia la più funesta e la più vergognosa è questa degli intelletti dalle vie oblique, dei machiavellucci d'anticamera e di consulte, degli uomini di Stato in trentaduesimo ai quali, negli ultimi due anni, è toccato in sorte di reggere la più bella, la più santa, la più grande impresa che fosse dato tentare ad uomini, la liberazione d'un popolo schiavo da secoli, la creazione d'una Italia, cioè d'una nazione che non può sorgere senza che la carta d'Europa si muti, senza che l'umanità s'indirizzi per nuove vie. Taluni fra coloro ai quali la linea retta non par la più breve e che preferiscono il sistema monarchico misto al repubblicano, per questo appunto che l'ultimo s'impianta sul principio semplice e chiaro della sovranità popolare e il primo sulla conciliazione dei tre inconciliabili elementi spettanti a tre epoche diverse, monarchico, aristocratico e democratico, sorrideranno. E sorridano, purch'io li disprezzi. Io so che la potenza di tutta quanta la loro dottrina politica si libra fra un armistizio Salasco e il dissolvimento d'un ministero Pinelli. La questione italiana soggiorna in ben altra sfera: nella sfera de' principî eterni, incancellabili, che assegnano a venticinque milioni d'uomini affratellati da Dio nella gloria, nel dolore, nella speranza, nelle tendenze, nella lingua, nella carezza dei canti materni, nell'alito che vien dal cielo, nell'aspirazione che s'inalza da una terra conterminata dall'Alpi e dal mare, una parte, una missione speciale nel moto progressivo della umanità: nella coscienza d'individui seguaci, a prezzo di vivo sangue del core, della verità e impavidi a sostenerla avvenga che può: negli istinti del popolo che non legge Machiavelli nè sa di ponderazione di poteri e di siffatte dottissime cose, ma procede, come il genio, per intuizione, sotto gli impulsi rapidi, concitati, impreveduti d'una vita collettiva concentrata ad azione, virtuoso sempre quando opera spontaneo e soddisfatto a scegliere tra il giusto e l'ingiusto, fra la religione del vero e l'ateismo di una falsa scienza inorpellatrice. Se la patria non è per noi una religione, io non intendo che sia.
V.
E il popolo italiano, più grande e più logico dei suoi dottori, ha sempre, lode a Dio, seguito la religione della patria e de' principî, non l'idolatria dell'opportunità o delle finzioni legali. Il nostro popolo cacciava il guanto di sfida all'Austria celebrando co' fuochi delle montagne l'insurrezione genovese del 1746, quando gli omiopatici della politica contendevano doversi vincere l'Austria colle vie ferrate e coi congressi scientifici: cacciava il guanto di sfida ai proprî governi colle sommosse, le manifestazioni di piazza, e le irruzioni nei conventi gesuitici, quando il conte Balbo e compagni insegnavano, nei dovuti limiti, il diritto delle supplici petizioni. Il nostro popolo trapiantava la questione, insorgendo in Sicilia, dall'arena delle riforme amministrative per concessione principesca a quella degli statuti politici, ossia dei patti fra cittadini e monarchi, quando i letterati che s'erano posti a capo dell'impresa italiana rabbrividivano alla sola idea d'una collisione violenta fra governanti e governati. Il nostro popolo inalzava feroce il grido di guerra all'Austriaco di sulle barricate lombarde e dalle lagune del Veneto, mentre gli uomini delle riforme, fatti per forza di cose cospiratori, diplomatizzavano per una iniziativa impossibile con re Carlo Alberto. E il nostro popolo griderà di bel nuovo la santa guerra, quando i cospiratori, rifatti diplomatici per cautela, andranno oltre sofisticando, come i Greci del basso-impero, sui termini della mediazione, su leghe ideali di principi che tremano l'uno dell'altro e tutti dei loro popoli, e sulle intenzioni probabili o possibili d'un governo che maneggia per agenti a Vienna, a Parigi, a Milano, la pace coll'Austria all'Adige e peggio: stolti che ignorano non esservi pace possibile tra l'Italia e l'Austria, dopo una insurrezione come quella del marzo, fuorchè segnata al di là dell'Alpi, nè speranza di conquistarla fuorchè colla guerra, abborrita dall'antiveggenza dei principi, che farà del paese un vulcano, del popolo intero un esercito, della nazione affratellata una coscienza di diritti inviolabili e di potenza.
VI.
L'Italia sembra in oggi ingombra di sêtte e di opinioni diverse, repubblicane, monarchiche, unitarie, federalistiche, ed altre; spettacolo doloroso, non insolito o fatale com'altri vorrebbe. A un popolo che versa in uno di quei momenti supremi che accennai cominciando, le forme del vero appajono sempre molte e distorte. Fra una tomba e una culla sta l'infinito. E noi balziamo a un tratto, come ogni popolo chiamato da Dio a grandi cose, dalla sepoltura d'un'epoca spenta al limitare d'un'altra nascente appena, che aspetta forse la prima parola da noi. Ma a chi ben guarda entro a questo caos foriero di una creazione, due soli partiti esistono: il partito che crede nel moto dall'alto al basso, e quello che intende la vita italiana non poter salire oggi mai che dalle viscere del paese alle sue sommità, dalla base della piramide al vertice: il principesco e il popolare: il partito moderato e il nazionale.
VII.
La fazione protea che s'andò intitolando, a seconda dei casi, dei moderati, dei riformisti, dei pratici, degli uomini dell'opportunità, e che io chiamerei fazione delle torpedini, dopo avere iniziato la propria carriera ajutando, fra il 1814 e il 1815, l'Austria a impadronirsi della Lombardia, e strisciato di tempo in tempo, ad ogni sciagura che feriva il principio d'azione, tra le nostre cospirazioni, sorse, quando appunto morivano i Bandiera per la fede repubblicana dell'unità nazionale, e dichiarò che bisognava conquistare non il governo, ma i governi d'Italia. Era il vecchio programma di federalismo monarchico del 1820 e 21, accresciuto da un ingegno, potente ma traviato, di una formola di filosofia religioso-politica, e peggiorato di tanto quanto il vecchio consecrava implicito nel fatto dell'insurrezione il diritto di sovranità popolare, e la nuova edizione, richiamandosi unicamente alle concessioni dei principi, lo cancellava. Pur nondimeno, dacchè trovò fautori quanti, per fiacchezza d'animo o di principî, disperavano di salvare il paese per altre vie—quanti per mediocrità d'intelletto, si cacciano corrivi dietro ad ogni sistema che trovi un ingegno facile a svilupparlo in molti e grossi volumi—quanti affascinati dalle guerre parlamentarie di quel periodo francese che fu chiamato meritamente la commedia dei quindici anni, erano presti a creder parte d'ingegno raffinato e sottile l'immoralità politica—quanti vagheggiavano opportunità di parere agitatori patrioti senza gravi pericoli—e quanti, per concetto falsato o calcoli d'egoismo o terrore delle stranezze che allignano, come in ogni parte, anche nella democratica, abborrono dal simbolo popolare—crebbe rapidamente in vigore, e, come avviene d'ogni sêtta potente per numero, giovò a suscitare le menti che intorpidivano nel silenzio, e schiuse, con un mezzo gergo di libertà, l'arena alle discussioni politiche confinate fino allora nel cerchio delle associazioni segrete o della stampa clandestina e vietata. Sorse, per disegno di provvidenza non avvertito finora e sul quale or non importa fermarsi, un papa di buone tendenze, di non forte intelletto, tentennante per natura, ma tenero di plauso popolare e voglioso di essere amato anzichè temuto dai sudditi: e i moderati, taluni, ch'io stimo ed amo, stanchi del vuoto e lieti del subito apparente affratellamento della religione colla politica, i più non credenti e ipocriti di cattolicismo com'erano di monarchismo, s'affrettarono a farne lor pro; inalzarono al valore di programma politico e nazionale un atto di clemenza locale reso inevitabile dalla condizione degli Stati romani, praticato quasi ad ogni mutamento di principe e dettato in termini poco onorevoli a chi largiva e a chi riceveva; idearono intenzioni recondite, crearono aneddoti, magnificarono, illusero, e trascinarono, tra il voglioso e l'attonito, il pontefice accarezzato, adulato, assordato d'evviva, sino allo schiudersi d'una via ch'ei non voleva, nè sapeva, nè poteva correre intera. Risorgeva dall'altro lato, forse per sospetto o gelosia di quell'uno, ad apparenze di liberalismo, un principe roso dall'ambizione, da terrori di gesuiti e di uomini liberi, da ricordi di sangue e da concetti perpetuamente intravveduti e smarriti, ed essi, a prepararsi un appoggio sul principio ghibellino dove il guelfo mancasse, lo ricinsero alla sua volta di lodi non sentite, di promesse, di seduzioni; lo bandirono iniziatore d'un'êra d'incivilimento italiano, e convertirono sfrontatamente ogni riformuccia strappata non dalle loro adulazioni, ma dal fremito popolare, in un passo gigantesco verso l'adempimento d'una idea ch'egli per debito e pietà di sè stesso avrebbe dovuto incarnare tre lustri innanzi, che gli era stata affacciata e ch'egli aveva ricacciato lungi da sè con dispetto e paura. Altri piaggiava al gran duca; altri—Dio perdoni i codardi—al Borbone di Napoli: taluni insinuavano che un po' di opposizione legale e pacifica avrebbe ridotto il padrone a sensi di padre nel Lombardo-Veneto, e che l'Austria avrebbe reso comportabile il dominio usurpato, fino al giorno, vaticinato dal conte Balbo, in cui la cessione di qualche terra ottomana avrebbe quetamente emancipato l'Italia dal teutono. Vergogna eterna d'uomini profanatori del concetto italiano, ed anche di voi, o giovani, che vi lasciaste allettare da quelle vocine d'eunuchi: se non che voi lavaste la colpa nelle battaglie del marzo e laverete, ho fede, i più recenti errori con altre battaglie: essi durarono e durarono incorreggibili. Io non credo s'udisse mai linguaggio stampato di tanta bassezza, di tanta stolida adulazione in bocca di gente che dicevasi libera e pretendeva far libero altrui[99]. Bastava esser principe per essere battezzato rigeneratore: cinger corona perchè fosse in serbo nel capo che la portava una parte d'iniziativa nei fati dell'Italia redenta; e tutte quelle corone, abbominate pochi dì prima e grondanti ancora di pianto di madri e sangue di martiri, dovevano congiungersi, ordinarsi a piramide sotto il triregno, splendide di novello incivilimento all'Europa; e leghe, diete anfizioniche, primati intellettuali e civili scaturivano, ogni giorno, come sogni d'infermo, dalle penne dei novellatori della fazione. I buoni si coprivano per rossore la faccia e ringraziavano Iddio perchè la lingua italiana, scaduta colla monarchia, sia in oggi men nota che non nel passato alle nazioni straniere. I tristi, che facean coda al partito e invadevano il giornalismo, incensavano i capi, sistematizzavano in menzogna periodica ciò che in parecchi de' primi non era se non tranquilla utopia, insolentivano con quei che sprezzavan tacendo, e rinegando ogni pudore di cittadini, chiedevano arrogantemente agli uomini che avevano, nelle associazioni segrete, serbata intatta la tradizione del pensiero italiano: che avete voi fatto?
VIII.
Che avete voi fatto?—Ah! se da una di quelle sepolture che gli Italiani cospargevano pochi anni innanzi, benedicendo e sperando, di fiori, avesse potuto sorgere Menotti, Attilio Bandiera, Anacarsi Nardi, un di quei tanti che posero rassegnatamente la vita sotto la mannaja del carnefice per la salute d'Italia, egli avrebbe risposto per tutti: «Ingrati! noi abbiamo, colle fatiche e col sangue, educato la bella pianta intorno alla quale voi strisciate in oggi, come il verme intorno alla rosa. Abbiamo, dopo il 1814 quando voi, moderati, tradivate le speranze dell'esercito italiano fremente di dover cacciar nel fango a' piedi dell'Austria le memorie di venti battaglie, preparato, noi, uomini del partito nazionale nelle nostre vendite e sotto leggi di morte, la protesta solenne del 1820 e 21, che prima rivelò all'Europa il voto italiano e avrebbe più fatto se inframmettendovi nelle nostre file voi non aveste sottoposto l'esito dell'impresa alla diserzione d'un principe. Abbiamo, nel 1831, provato all'Italia e all'Europa che una bandiera nazionale spiegata al vento in Bologna si trascinava dietro colla rapidità dell'annunzio trasmesso a tutte quante le popolazioni del centro della penisola, senza che in una terra, solcata con lungo studio di corruttele sacerdotali e di masnadieri assoldati, una sola voce s'alzasse in favore dell'autorità minacciata del vecchio papa. E quando voi, saliti per bontà inesperta de' giovani, al governo dell'insurrezione, la perdeste codardamente, dichiarando che non si doveva nè si poteva combattere se non coll'armi straniere, noi raccogliemmo devoti nelle nostre congreghe il pensiero abbandonato in Ancona, vincemmo, insistenti, lo sconforto che s'era insignorito degli animi, e lo riconvertimmo operosi in fremito di minaccia. Così, noi col morire e i nostri fratelli per lunga vita affannata di persecuzioni, delusioni e calunnie, pur devota a un'unica o santa idea, conservammo ai giovani, suprema fra tutte virtù, la costanza, facemmo caro e onorato il nome d'Italia, tra gli stranieri, traemmo dai moti locali, legando in uno uomini di tutte le parti del bel paese, l'aspirazione all'unità, il culto della patria comune; confortammo di principî inconcussi gli istinti generosi che affaticavano le moltitudini, sollevando, noi primi, quella bandiera di pubblicità che rivendicate, predicando a tutti che dovessero essere a un tempo cospiratori ed apostoli. Senza noi, senza le nostre agitazioni del 1843, senza il nostro martirio, voi non avreste avuto un papa che intese, comunque per brevi giorni, unica speranza di vita riposata, per lui essere oggimai il dare o promettere soddisfazione a' bisogni dei sudditi. Senza noi, senza la continua nostra minaccia di peggio ai governi, voi non avreste oggi la libertà omiopatica che vi concede insultarci e che non è, voi lo sapete, se non concessione. Voi tacevate quando i nostri morivano. Sorgeste, come pianta parassitica all'albero della libertà, sull'opera nostra. La nostra lotta ha data dal 1814, dal giorno in che l'Austria rimise piede su terra lombarda; e voi v'ordinaste a partito tre anni sono quando appunto il nostro lavoro e i tentativi provocati da noi vi dimostrarono che l'opinione nazionale era, in Italia, giunta sino ad esser potenza e v'illusero a credere che quella opinione potesse—voi direste salire,—io dirò scendere sino al core d'un re.»
IX.
Queste cose e ben altre noi avremmo potuto rispondere agli accusatori imprudenti: noi potevamo provare ch'essi, non tutti ma pressochè tutti, mentivano egualmente ai principi e ai popoli. Ma che importava a noi della nostra e della loro meschina persona? Profondamente convinti che senza moralità politica non si rigenera un popolo, potevamo forse ingannarci nell'altra nostra credenza che nè papa nè re potesse oggimai dar salute all'Italia; e tanto bastava perchè tacessimo. Tacemmo dunque. Il tempo maturava ben altra risposta che quella che avremmo potuto dar noi.
X.
Ogni giorno dava una mentita all'utopia monarchico-costituzionale dei moderati. La repubblica, non desiderata, impossibile, dicevano, nelle presenti condizioni d'Europa, sorgeva in Francia e vinceva. I principi che dovevano, in Italia, rifarci l'età dell'oro, indietreggiavano. Le leghe annunziate come imminenti dai politici d'anticamera non si stringevano. Il papa rigeneratore del mondo non s'attentava di rigenerare la curia di Roma, s'irritava delle esigenze modestissime de' suoi lodatori, dichiarava di non voler detrarre un menomo che dall'autorità irresponsabile degli antecessori, lasciava che corresse nella Svizzera sangue di cittadini per mano di cittadini anzichè proferire il richiamo de' gesuiti. La questione di libertà si scioglieva in Sicilia coll'armi; e poi che rappresentanza italiana non esisteva nè poteva esistere dove i monarchi erano dichiarati tutti intangibili, l'isola si separava dal regno. La Toscana e il Piemonte inoltravano sulla via; ma a balzi, per virtù di sommosse, per moto popolare dal basso all'alto. E la questione lombarda sorgeva ogni giorno più minacciosa, più urgente a chiedere soluzione non di parole, ma d'armi. Armi regie o di popolo? I moderati, da pochi in fuori che antivedevano e predicavano—anche coll'Austria!—l'opposizione legale, sentirono che a salvare la causa del progresso regio in Italia, era indispensabile che la monarchia si facesse iniziatrice d'emancipazione nazionale, e decretarono Carlo Alberto spada d'Italia e liberatore magnanimo del Lombardo-Veneto. I capi dell'aristocrazia lombarda vecchia e nuova s'unirono co' faccendieri di Piemonte, perchè s'avverasse il decreto, da un lato a impedire che il fremito della gente lombarda non prorompesse in azione, dall'altro a spingere con messi, segretari intimi, offerte e promesse, il re all'invasione. A vederli, a udirli in que' tempi e pensare che agenti e raggiri siffatti provvedevano, nella mente dei più, a fare che una Italia libera fosse, correva il pensiero a uno sciame d'insetti brulicanti fra' velli della criniera del leone.
XI.
Il leone, il popolo, si scosse e ruggì. Ruggì spontaneo, fidando nella propria potenza. E il ruggito fu tale che gli Austriaci impauriti, tremanti, s'appiattarono nelle fortezze. La vittoria era consumata, quando Carlo Alberto, per non balzare dal trono, varcò il Ticino. E dietro a lui, per non perdere l'utopia, lo sciame dei moderati.
Ricordo il dolore ch'io m'ebbi quando, palpitante ancora per entusiasmo e per gioja sui fatti lombardi, lessi in un giornale il proclama all'esercito del re Carlo Alberto. E quel dolore non era, io lo giuro sull'anima mia, dolore di repubblicano tenace o d'uomo che non dimentica: io non pensava in quei giorni che alla questione vitale dell'indipendenza e avrei abbracciato il mio più mortale nemico purchè avesse ajutato l'Italia a ricacciar l'Austriaco oltre l'Alpi: era dolore d'uomo educato dalla sventura che presentiva la delusione, la guerra regia sostituita alla guerra del popolo, l'ambizione irrequieta, impotente d'un individuo all'impeto di sagrificio dei millioni, l'inettezza d'una decrepita aristocrazia ai nobili fecondi impulsi dei giovani popolani, la diffidenza, la briga—tutto, fuorchè il tradimento—alla fratellanza santissima nell'intento, alla semplice diritta logica dell'insurrezione. E quel fiero presentimento non mi lasciò mai; onde io m'ebbi a provare l'estremo e il più forte fra tutti i dolori, quello di sentirmi, dopo diciassette anni d'esilio, esule sulla terra materna. E nondimeno io giurai allora tacermi e mantenermi, finchè vivesse speranza di buona fede, neutro fra la parte regia e quella dei miei fratelli repubblicani, per non meritarmi rimprovero,—non dagli uomini che non curo—ma dalla coscienza, d'aver nociuto per credenze e antiveggenze mie individuali alla concordia e alla patria. Io attenni il mio giuramento, e mi seguirono—forse fu danno—su quella via i più fra i repubblicani.
Oh se Carlo Alberto avesse avuto, se non virtù, l'ingegno almeno dell'ambizione! Se gli inetti che lo seguirono o lo precedevano avessero potuto intendere che la miglior via per ottenere una corona era quella—non di carpirla—ma di vincere e meritarla! Se i moderati chiamati a reggere in Milano le sorti dell'insurrezione avessero amato, se non la libertà, merce arcana per l'anime loro, l'indipendenza almeno e la gloria delle terre lombarde, e inteso che la riconoscenza dei generosi si conquista mostrando e ispirando fiducia, e cercato il trionfo del loro signore per le sole vie dell'onore! Mantenendo inviolato sino al finir della guerra quel programma di neutralità politica ch'essi avevano più volte solennemente giurato—stringendosi intorno con vera sentita fede gli uomini di parte diversa—suscitando più sempre, in appoggio e d'ogni intorno all'esercito sardo, la guerra del popolo—trattando il re come alleato e non come arbitro supremo della rivoluzione lombarda—sollecitando l'ajuto, non dei principi, ma dei popoli di tutta Italia—promovendo con tutti i mezzi la formazione di legioni di volontarî scelti—accogliendo, invitando, ad emulazione e pegno di fratellanza, volontarî pur dalla Svizzera, dalla Francia, da tutte parti—chiamando con rapidi messi, e collocando giusta il merito quei molti fra gli esuli nostri che avevano militato con onore del nome italiano nella Spagna, in Grecia, in America—spingendo, sollecitamente armata e guidata da essi, la gioventù fin oltre il Tirolo italiano, a rompere in urto le stolte pretese della Confederazione Germanica, e creare la necessità della presto o tardi inevitabile guerra europea, procacciandosi gli ajuti fraterni di Francia, non al di qua dell'Alpi, ma al di là del Reno—essi avrebbero salvato il paese dagli orrori e dalla vergogna d'una seconda invasione, meritato, quand'anche per le intenzioni non la meritassero, fama tra i posteri d'uomini liberi, e fondato sulla cieca immemore riconoscenza del popolo—non dirò la dinastia, perchè a nessuna forza è dato oggimai fondar dinastie,—ma il trono del vagheggiato loro padrone. A noi, se fosse spiaciuto il vivere sotto un governo ineguale ai fati italiani, non sarebbe incresciuto il ripigliar la via dell'esilio, ma non com'ora, col dolore di non aver potuto, nè parlando, nè tacendo, giovare alla causa della nazione.
Non eran da tanto; e forse meglio così: il popolo d'Italia dovrà quando che sia la propria salute a sè stesso. Erette ancora le barricate del marzo, davanti al fremito di tutta Italia, davanti al plauso e all'incitamento di tutta Europa, i moderati inventarono... il regno italico settentrionale e la fusione per via di muti registri!
Il dire come, conseguenza di quel meschino raggiro sostituito al grande, splendido concetto italiano che viveva nell'anima dei giovani in Lombardia, per inettezza dapprima, per tradimento dettato dalla paura dappoi, rovinassero le cose lombardo-venete, non è qui mio istituto. Dirò bensì che per oscena sfrontatezza di piccole mene adoperate a carpire i voti per la fusione, per accanimento di calunnie e vilissime personalità seminate, parlate, stampate pei muri contro chi anche tacendo non assentiva, per incapacità portentosa, per imprevidenza da un lato e raggiro astuto dall'altro, io non so di partito che siasi sceso mai così in fondo. A ritrarne le fattezze in quel breve periodo del maggio, converrebbe allo storico intinger la penna nel fango; se non che la storia tacerà di quelli uomiciattoli. I buoni erano; ma i più sprovveduti di forti credenze e d'energia per combattere: taluni dispettosi per altezza d'animo e spronati dalla natura a ravvolgersi, come Peto Trasea, quando uscì dal corrotto senato colla testa nel manto, anzichè contendere di palmo in palmo il terreno. I repubblicani, anche quei tra loro che s'erano subito dopo l'insurrezione costituiti in associazione, fino al 12 maggio tacevano. Il 13 protestarono dignitosi dichiarando a ogni modo non volersi fare promotori di risse civili; poi disperando per allora d'ogni rimedio e convinti che bisognava lasciare si consumasse l'esperimento, si contentavano di registrare nell'Italia del Popolo le promesse tradite e i vaticinî dell'imminente futuro di linea in linea avverati. La è storia questa che nè calunnia di giornalisti, nè altro, potrà cancellare.
E la Lombardia era nuovamente serva. Gli Austriaci passeggiavano le vie di Milano. Il re di Napoli s'era rifatto tiranno; Pio IX, papa non dell'avvenire, ma del passato. Carlo Alberto mendicava alla Francia ajuti che non potevano ottenere, all'Austria armistizî disonorevoli e peggio. Il sogno dei moderati sfumava: il regno dell'alta Italia moriva nella nullità dei portafogli della consulta. Scusate le ciarle.
XII.
Il concettuccio dell'Italia del nord, anti-italiano perchè violando l'indivisibilità della sacra bandiera italiana, e sopprimendo l'ipotesi dell'unità, pregiudicava coi voti d'una frazione questioni che spettano all'intera nazione:—meschino perchè a fronte d'un fermento provvidenzialmente universale dall'Alpi al mar di Sicilia, non mirava che a ordinare una parte e all'impianto d'una specie di Prussia italiana:—impolitico perchè creava sospetti e ripugnanze insormontabili nella Francia senza creare tanta forza che bastasse a non darsene cura:—illiberale perchè fidava lo sviluppo della giovine vita lombarda e d'una civiltà stampata di democrazia all'aristocrazia torinese:—stolto, perchè, mentre si voleva contro l'Austria una guerra di principî, esigeva che tutti ajutassero l'ingrandimento d'un solo e spargessero sangue e tesori per inalzare un trono destinato, come gli uomini del partito dicevano, a dominarli e rovinarli tutti un dì o l'altro!—riescì funestissimo in questo, che suscitando da un lato l'orgogliuzzo della conquista, costringendo dall'altro i raggiratori politici a giovarsi, per carpire l'intento, d'arti inoneste e di promesse deluse, ha generato ciò che prima non esisteva, un lievito di discordia e di gelosia tra piemontesi e lombardi. Quella tristissima conseguenza della precipitata fusione noi l'avevamo predetta; poi a sovrapporre gare alle gare, venne il tradimento compito in Milano; e fremono tuttavia, nè altro oggimai potrà spegnerle che il fatto d'una insurrezione nazionale davvero, e la grande voce del popolo di tutta Italia. Le unioni non si fanno a quel modo. Escono spontanee da una fratellanza di popoli che hanno insieme patito e vinto, inviolabili per solenne e liberamente discussa espressione di rappresentanze legali; mal si fondano su calcoli di paure, mal si chiedono come prezzo d'ajuto, mal si votano sotto la spada di Damocle della minaccia d'un abbandono sì che somigli il fatto nefando di quel chirurgo che sospendeva, a mezzo l'operazione, il coltello per pattuire coll'infermo doppia mercede. Bensì a chi allora affacciava siffatte considerazioni e scongiurava in nome d'Italia che si vincesse prima, poi si lasciasse libero il corso alle intenzioni dei popoli, i maneggiatori rispondevano chiamandolo assoldato dell'Austria.
E questo malumore creato tra due popolazioni italiane nate ad amarsi e ajutarsi è l'unico risultato pratico ch'io mi sappia delle trienni agitazioni di quel partito: partito senza radice, senza tradizione, senza genio, senza possibilità di vita nell'avvenire. I partiti moderati s'intendono ne' paesi già fatti nazione e retti da lunghi anni o secoli a sistema costituzionale, dove, illusi spesso ma razionali a ogni modo, s'oppongono a chi tenta rifar di pianta la società, ordinandola al trionfo d'un nuovo elemento non contemplato fino a quel giorno nelle istituzioni, e contendono dovere il meglio escire dallo sviluppo progressivo delle libertà già esistenti; ma in Italia? Dove nazione non è e si tratta di conquistarla? Dove istituzioni libere non sono o furono ottenute per via di sommosse o popolari minacce e sono tuttavia combattute dalle fazioni retrograde sedenti a governo? Dove non si tratta di miglioramenti amministrativi o di riforme parlamentarie, ma di essere o non essere? Copiatori meschini d'un passato che non è nostro, cinguettano d'autonomia e di libero genio italiano per poi dirci—che? La teorica d'equilibrio dei tre poteri, l'istituzione, provata menzognera e fatta cadavere dall'esperienza d'ormai trent'anni, monarchico-costituzionale! Dimentichi che ci accusavano un anno addietro di esortare a repubblica mentre la Francia reggevasi a monarchia, accusano noi, noi che predicammo repubblica or sono diciassette anni, e cominciammo dopo il febbrajo a invocare unicamente la sovranità del paese, d'imitare servilmente la Francia: imitare la Francia qui dove la monarchia straniera, o entrata collo straniero, non ha per sè vestigio di tradizione nazionale, nè gloria d'utili imprese, nè puntello d'elementi inviscerati nella società, nè amore da' sudditi, nè credenza sincera da que' medesimi che ne sostengon la causa! qui dove ogni grande memoria, ogni gloria, ogni ricordo di potenza è di popolo! qui d'onde insegnammo la vita democratica di comune e la repubblica senza schiavi all'Europa! e l'accusa move da uomini che ricopiano fin nei vocaboli (democrazia regia, monarchie citoyenne) la Francia di Luigi Filippo; da uomini che nel generale maraviglioso commovimento dei popoli volgenti a democrazia non sanno trovare altra missione all'Italia ridesta che quella di cibarsi degli ultimi rifiuti e ricominciare la prova che l'Europa sta concludendo. E riescissero! Ma come? Non proclamano essi da ormai tre anni federazione di principi che non vogliono collegarsi? Non annunziano ai popoli una dieta, mentre dei tre governi che dovrebbero attuarla un si tace, l'altro avversa, il terzo promove invece la costituente? Non evangelizzano ogni settimana la guerra con un ministero che intima pace? Non hanno essi scritto libri di 500 pagine fondati sull'ipotesi d'una lega liberalissima tra Napoli e Piemonte, e non ha egli il re di Napoli risposto abbandonando il campo italiano e trasmutando i soldati in carnefici de' loro fratelli? I mezzi per verificare anche quel meschino concetto di federalismo monarchico non sono nelle loro mani. Noi possiamo con lunghe fatiche educare il popolo, essi non possono educare, non che cinque, un sol re. Le loro teoriche, le loro speranze posano tutte sopra un forse, sopra un se: dietro un se in forma di papa o di principe essi hanno trascinato per tre anni la povera Italia d'illusione in illusione, d'utopia in utopia, alla condizione di prima: e quando si rassegneranno un giorno a rinsavire e morire, il fatto da loro potrà rappresentarsi mirabilmente da quei due versi che un principe di Toscana rispondeva ai sudditi petizionanti:
Talor, qualor, quinci, sovente e guari:
Rifate il ponte co' vostri danari
XIII.
Al popolo toccherà di rifare il ponte co' proprî danari e col proprio sangue. Agli uomini del partito nazionale tocca fin d'ora insistere col popolo perchè impari questa verità troppo spesso dimenticata: che una nazione non si rigenera se non con forze proprie, col sudore della propria fronte, con lunghi sacrificî e coscienza profonda del proprio diritto e del proprio dovere.
Io chiamo uomini del partito nazionale tutti coloro i quali non avendo, per fini privati, venduto l'ingegno e l'anima a un ministero, a una sêtta, a un principe o a una casa regnante—non presumendo che sotto il loro piccolo cranio covi più senno o alberghino più diritti che non nei venticinque milioni d'uomini nati a progredire, ad amare, a sperare, a combattere in questa terra italiana—credono religiosamente anzi tutto nella nazione e nella sua sovranità, e ordinano i loro pensieri, i loro atti, il loro apostolato a far sì che il paese, libero tutto e sottratto ad ogni influenza frazionaria, viziosa, immorale, decida in modo legale e con esame maturo delle proprie sorti. E a questo partito appartengono—m'incresce non aver trovato prima occasione di dirlo—molte anime pure e caldissime d'amor di patria che appartennero ai moderati, sia perchè stimavano necessario al nostro popolo un certo periodo d'educazione politica che lo destasse dal sonno in che si giaceva, sia perchè, soverchiamente tementi del nemico straniero e dei vecchi nostri dissidî, intravedevano in Carlo Alberto l'unificatore di tutta Italia. I primi sentono ora che il popolo è desto ma corre rischio d'esser travolto dall'educazione gesuitica di quel partito in un sonno peggiore del primo; i secondi hanno con amarezza scoperto che la voce unione in bocca a' loro colleghi suonava tutt'altro che avviamento a unità e che ad ogni modo il loro idolo non era da tanto.
Dico che il paese è oggi desto e fuor di tutela; e che, se ciascuno di noi ha non solamente diritto, ma debito di proporgli scrivendo e parlando l'adozione del principio ch'ei crede vero, nessuno ha diritto d'imporgli o di sedurlo con mezzi artificiosi di promesse o terrori ad adottare senza esame deliberato una forma di governo, un sistema, un'idea preconcetta. Quando tutta Italia era schiava, e la libera parola era vietata e il pensiero, che Dio ha messo nelle viscere di questa terra e che un giorno la farà grande, si giaceva per mancanza assoluta di comunione, ignoto al suo popolo, gli uomini che soli nel silenzio comune osavano dire all'Italia: Sorgi e sii grande! avevano diritto di farsene interpreti, di trarre dallo studio della tradizione nazionale e dalla propria coscienza la definizione di quel pensiero e scriverlo risolutamente sulla loro bandiera e dire al popolo: In questo segno tu vincerai—salvo al popolo di consecrarlo o mutarlo, vinto il nemico: oggi no. Il pericolo più grave d'una insurrezione che non poteva iniziarsi se non da pochi era allora quello di non aver bandiera alcuna e di travolgere un popolo, suscitato a un tratto da un sonno di morte alla più alta intensità di vita possibile, in una anarchia senza nome impotente a vincere lo straniero. Oggi il popolo è da qualche anno svegliato: ha potuto guardarsi attorno e scendere a interrogare la propria coscienza: vive in più parti d'Italia di una vita ben più potente di quella che s'elabora nell'aule o nell'anticamere dei potenti: ha conquistato nella Lombardia, in Venezia, in Sicilia, in Bologna, in Livorno, in Genova e altrove, tra le barricate o in quelle manifestazioni che i liberali patrizî chiamano sdegnosamente di piazza e alle quali devono quel tanto di libertà ch'esiste fra noi, il battesimo di sovranità; e saprebbe, cogli istinti suoi logici, col senso diritto che distingue le moltitudini e colla scorta delle sue tradizioni, trovarsi facilmente la buona via, purchè i suoi dottori e gl'inventori delle alte e delle basse Italie volessero lasciarlo in pace. Ei sarebbe forse a quest'ora libero d'ogni peste croata, se i facitori di piani e le strategiche regie non gli avessero fatto tacere la campana a stormo e guasto la sua guerra d'insurrezione.
Gli esuli repubblicani—ed è un altro fatto che la calunnia non potrà cancellare—intesero primi e soli questo diritto inviolabile di sovranità nazionale. Dissero che al paese, ridesto una volta ed in moto, spettava l'iniziativa, a noi tutti studiarne, ajutarne e migliorarne le ispirazioni. La Giovine Italia fu sciolta. L'Associazione nazionale fondata. E dal programma dell'Associazione sino al proclama di Val d'Intelvio il solo grido ch'essi abbiano messo fu: guerra e sovranità del paese.
XIV.
Guerra e sovranità del paese. Ogni altro grido—quando non sia d'individuo che tenti pacificamente persuadere ciò che gli sembra vero ai suoi fratelli di patria—è usurpazione e semenza di danni. Scrivete libri di cinquecento pagine e più se v'aggrada, per provare ai vostri concittadini che la missione italiana sta nell'ordinarsi al federalismo della Svizzera e al monarchismo costituzionale della Spagna o dell'Austria; noi scriveremo pagine a ricordar loro che senza unità non v'è missione, nè forza, nè concordia durevole; a ricordar loro la tradizione della democrazia repubblicana in Italia, la storia della discorde impotenza svizzera e le cento delusioni della corrotta decrepita monarchia. Ma non fondate circoli o associazioni federative sotto l'egida del monarcato, se non volete che noi fondiamo circoli e associazioni con programmi dichiaratamente repubblicani. Non convocate congressi con programma determinato, quando non avete mandato dal vostro popolo. Non annunziate diete che decidano innanzi tratto, col solo fatto della loro esistenza e per la natura degli elementi che voi chiamereste a comporle, le questioni le più vitali al nostro risorgimento, quelle che s'agitano tra il federalismo e l'unità, tra la monarchia e la repubblica. Noi non conosciamo che un solo padrone nel cielo, Dio; un solo sulla terra, ch'è il popolo: il popolo, che ha sparso e dovrà spargere il proprio sangue a riconquistarsi libera e grande questa terra che Iddio gli diede, ha pur diritto di governarsi a sua posta.
E questo programma, solo legale, solo che possa dirsi non intollerante, non esclusivo, noi lo spiegammo primi e lo manterremo. Noi non tradimmo programmi di neutralità solennemente giurati: la nostra parola è la stessa d'ieri. Noi non capitolammo col nemico: Garibaldi e d'Apice non attraversarono pacificamente la Lombardia con fogli di via segnati di un nome di generale straniero; portarono seco, cedendo alla forza, la bandiera italiana, liberi di ripiantarla sul primo giogo, nella prima valle, dove suonasse il grido di viva Italia!
XV.
Noi scrivevamo in Milano, nel programma dell'Italia del Popolo: «Dov'è l'assemblea costituente, sola legittima interprete del pensiero di un popolo?»
E il 27 dello stesso mese: «Se chi proferì primo in questa Italia sconvolta la parola di dieta italiana avesse detto Assemblea nazionale costituente italiana, la questione che affatica in oggi per vie diverse le menti, sarebbe stata posta sulla vera e unica via che può condurre a scioglimento pacifico, legale, solenne, il nodo de' nostri futuri destini. Volete tutti che un'Italia sia? Dica l'Italia come vuol essere e sotto quali forme la vita nazionale che Dio le comanda deve emergere rappresentata a tutti i suoi figli e ai popoli dell'Europa.... Sorga e s'accolga in Roma non una dieta, ma l'Assemblea nazionale costituente italiana, eletta, non per divisioni di Stati esistenti, ma con eguaglianza di circoscrizioni, e con una sola legge elettorale, dall'università dei cittadini d'Italia. Preparino gl'ingegni a questa le vie. S'interroghi il paese sui proprî fati. Fino a quel giorno, voi rimarrete, checchè concertiate, nel provvisorio.»
E il 12 giugno: «Non v'è nè può esservi che una sola metropoli, Roma. Non v'è nè può esservi che una sola costituente: L'Assemblea nazionale costituente italiana.»
Ed io cito queste linee a provare come i repubblicani, rimproverati continuamente d'intolleranza da chi non ricusa combattere coll'arme sleale della calunnia, curvassero primi la fronte, anche quand'altri violava sfrontatamente le sue promesse, davanti la maestà popolare. Ma chi fu giusto mai coi repubblicani? Non affermava il conte Balbo nel suo libro delle Speranze d'Italia che gli unitarî della Giovine Italia volevano le repubblichette del medio evo?
XVI.
Il moto che segretamente dal 1815 in poi, e palesemente da tre anni, agita la nostra contrada, è moto nazionale anzi tutto. E dicendo nazionale io non intendo moto puramente d'indipendenza, riazione cieca e senza nobile intento di razza oppressa contro una razza straniera che opprime. Nel XIX secolo, la voce nazione suona ben altro che una emancipazione di razza. Il grido di Viva Italia! che i Bandiera e i loro fratelli di martirio in Cosenza cacciarono lietamente morendo, era grido di libertà: grido religioso d'unione, di nuova vita, di affratellamento fra quanti popolano questa terra divisa e fatta impotente da tirannidi straniere e domestiche. Quel grido fu raccolto dai milioni, e le agitazioni degli ultimi tre anni ne sono il commento. Il popolo vuol essere una famiglia: famiglia potente di vita collettiva, di bandiera propria, di leggi comuni, di nome, di gloria, di missione riconosciuta in Europa. Idoli suoi, meritamente o no, sono tutti coloro che dovrebbero o potrebbero più facilmente dargli una patria: nemici suoi quanti ei considera, a torto o a ragione, avversi a questo pensiero, a questo suo supremo bisogno. Tutte le parole, tutti i programmi che i falsi profeti gli han messo da tre anni innanzi ebbero il suo plauso perchè gli dissero che dovevano fruttargli la patria; poi passarono rapidi come speranze deluse; e la sola parola, il solo eterno programma ch'ei va ripetendo, è quello di Italia; chi non intende questo ch'io dico non intende popolo, nè storia, nè provvidenza. L'Italia vuol essere.—Noi siamo in aperta rivoluzione; e questa rivoluzione, che si compirà checchè avvenga, e muterà la carta e le sorti d'Europa, è innanzi tutto una rivoluzione nazionale.
Ogni rivoluzione ha un elemento nuovo, una forza propria, una leva speciale corrispondente allo scopo che deve raggiungersi. Una rivoluzione nazionale può iniziarsi da chicchesia; ma non può compirsi che da un'Assemblea nazionale.
E quest'Assemblea non può escire legittima ed efficace che dall'elezione popolare: eletta da governi o da Stati, non potrebbe rappresentare che il vecchio principio, più o meno modificato, di smembramento contro il quale il paese s'agita e s'agiterà:—non può aver limite il mandato, perchè ogni mandato chiamerebbe, più o meno, i vecchi poteri, contro i quali il paese è commosso, a decidere le condizioni della nuova vita cercata.
L'Assemblea nazionale non può dunque essere che costituente. Dove nol fosse, l'agitazione non soddisfatta ricomincerebbe il dì dopo.
Non v'è che una Italia. L'Italia del nord, le tre Italie, le cinque Italie, sono bestemmie di sofisti o trovati di politica cortigianesca condannati dal nascere all'impotenza.
Il popolo d'Italia intende costituirsi in nazione: cerca una forma di nazionalità che più convenga ai suoi futuri destini in Europa; e questa forma non può escire che dal voto di tutti, non può sancirsi accettata da tutti e durevole fuorchè da una Assemblea costituente italiana. La parola proferita, con autorità di potere, da Montanelli e Guerrazzi avrà presto o tardi adesione, non dai principi, ma dai popoli di tutta Italia. La scienza politica d'un popolo che si rigenera è semplice; i sofismi e i trovati cortigianeschi non prevarranno lung'ora.
E s'anche la costituente italiana decreterà monarcato e federalismo, noi, repubblicani unitarî, non rinegheremo ciò ch'oggi diciamo. Deploreremo immaturi i tempi e ineguali gl'intelletti al concetto che solo può svolgere la terza Italia, l'Italia del Popolo; rivendicheremo, come s'addice a uomini liberi, diritto di pacifica espressione alle nostre dottrine; ma rispetteremo la monarchia ringiovanita per battesimo popolare e la federazione escita dal libero voto della nazione. Avremo almeno una patria. Oggi non abbiamo che cadaveri di monarchie, governucci inetti o tirannici, e gran parte della nostra terra in mano dell'Austria.
XVII.
In mano dell'Austria! È parola questa, o giovani, che suona insulto a noi tutti, e non dovrebbe lasciar nell'anima vostra campo a pensieri fuorchè di guerra nè a me conceder parole fuorchè di guerra. La terra lombarda è schiava. Il croato ride stolidamente feroce in Milano dei nostri libri, dei nostri circoli, del nostro cinguettìo di sofisti. Libertà! Noi non possiamo, non che applicare, intendere, proferir degnamente la santa parola col marchio dell'impotenza e della schiavitù sulla fronte. Noi non possiamo avere, non meritiamo costituente, nè patria, nè diritti, nè nome d'uomini, finchè la nostra bandiera non sventoli, terrore ai nemici e pegno di salute pei figli alle nostre madri, sull'Alpi.
Io non so se il lungo esilio testè ricominciato, la vita non confortata fuorchè d'affetti lontani o contesi, e la speranza lungamente protratta e il desiderio che incomincia a farmisi supremo di dormire finalmente in pace, dacchè non ho potuto vivere, in terra mia, m'irritino, e nol credo, l'anima nata ad amare e per lunga prova incapacissima d'odio; ma so che, perchè noi potessimo dirci degni di libertà, questo grido di guerra all'Austria! dovrebbe essere oggimai la giaculatoria del credente nella patria, la voce per la quale, dentro e fuori del paese, l'italiano si riconoscesse d'una terra coll'italiano, il motto di comunione che corresse da un capo all'altro della penisola ed oltre, potente e rapido come il fluido che alimenta sotterraneo i nostri vulcani, sì che ne escisse tremoto, e le passioni sobbollissero come lava, e l'Etna in eruzione rimanesse simbolo convenevole agli sdegni e al levarsi d'Italia. Vorrei che come i leggendarî dei secoli cristiani cominciavano e finivano tutti colla formola: «Nel nome del Padre, del Figlio e del santo Spirito,» così nessun scrittore toccasse la penna in Italia se non cominciando e finendo colla formola: In nome della patria e dei nostri martiri, sia guerra all'Austria. Vorrei che le fanciulle italiane, comprese dell'onta sofferta per mano dei barbari dalla donna italiana, rammentassero col bacio di fidanzata ai loro promessi: ricordate e vendicate le fanciulle di Monza. Vorrei che, come i romiti della Trappa non s'incontrano senza dirsi l'un l'altro: fratello, bisogna morire, i giovani d'Italia non s'incontrassero per le vie, nei teatri, nei circoli, senza dirsi: fratello, bisogna combattere; tu ed io viviamo disonorati.
Perchè, è forza il dirlo, noi viviamo disonorati: disonorati, o giovani, in faccia a noi stessi, in faccia all'Austria, in faccia all'Europa. Nessun popolo in Europa, dalla Polonia in fuori, soffre gli oltraggi che noi soffriamo; nessun popolo sopporta che una gente straniera, inferiore di numero, d'intelletto, di civiltà, rubi, saccheggi, arda, manometta ferocemente a capriccio un terreno non suo; trascini altrove, colla coscrizione, a farsi complici di delitti e stromenti di tirannide, giovani non suoi; contamini di violenze, di battiture donne non sue: uccida per sospetto o disonori col bastone cittadini di patria non sua. E nessun popolo—io lo dirò comechè suoni ingratissimo a me che scrivo e a quanti mi leggono—nessun popolo ha più di noi millantato odio al barbaro, valore italiano, potenza di desiderio, e furore d'indipendenza. Da noi uscirono bandi grandiloqui, discorsi pomposi di memorie del Campidoglio, d'aquile romane e di conquiste mondiali, tanti da incendiarne gli accampamenti nemici, e centinaja di gazzette, libri e libercoli a tritare lo stesso tema di minaccia impotente, e migliaja d'inni di guerra e milioni d'urli e grida di Viva Italia e di morte agli Austriaci, nei banchetti, su pe' teatri, in convegni di piazza. Tra noi escì, acclamata, commentata, messa in cima ai giornali, come guanto cacciato solennemente all'Austria in faccia all'Europa, la parola: l'Italia farà da sè: parola santa fin dove si tratti d'indipendenza, perchè ogni popolo deve conquistare con forze proprie il proprio nome, il proprio titolo a rappresentare una parte pel bene comune nella grande associazione delle nazioni; ma volgente al ridicolo quando quei che l'hanno proferita non fanno, per conto d'Italia, che armistizî, capitolazioni e raggiri di mediazione. E la Polonia, ch'io citai dianzi, affranta da lunghe battaglie e da sagrificî senza esempio, priva d'ogni libertà di parola, di convegni, di stampa, vuota d'armi e senza un palmo di terreno sul quale essa possa riprepararsi a combattere, non può finora che ordinar congiure e lo fa; ma noi fummo in armi: siamo in armi; e la nostra parola, accetta o invisa ai governi, guizza da un capo all'altro d'Italia, il nostro pensiero s'esprime con nessuno o con poco pericolo in piazze gremite di popolo, tumultua alle porte di parlamenti dove si parla—tranne da qualche ministro—la nostra favella, splende a programma sulle coccarde dei nostri cappelli. E nondimeno quel programma, programma d'indipendenza e di guerra all'Austria, si consuma in suoni vuoti di senso, e giace, lettera morta, alle porte di quei parlamenti, al limitare delle anticamere ministeriali; nondimeno, quella parola l'Italia farà da sé suona parola meritamente schernitrice sulla bocca dei ministri di Francia nei loro colloquî cogli inviati italiani: meritamente, dico, perchè tra quegli inviati che chieser ajuto fraterno e si rassegnano umiliati alla mediazione sono gli inviati di quel governo, or rimpicciolito a consulta, che ricusò, sprezzando, le profferte dei volontari francesi dicendo non averne bisogno; sono gli inviati del re che primo proferiva l'orgogliosa parola. Intanto, a ogni lagno, a ogni annunzio di protocolli futuri, ci giunge dal suolo lombardo, risposta dell'Austria, l'eco di qualche fucilazione!
«I Francesi fucilano in Madrid i nostri fratelli.» Io ricordo che queste parole, firmate e diffuse dall'alcade di Mosteles furono, nel 1808, il segnale di quella guerra di popolo che consunse il fiore degli eserciti di Napoleone, emancipò la Spagna e segnò la curva discendente all'impero.
XVIII.
Noi vorremmo; ma i nostri governi non vogliono. In nome di Dio sorgete e rovesciate i governi. Non avete oggimai esaurito ogni via per indurli? Non vi siete voi trascinati per essi, con sommessione e inudita credulità, d'illusione in illusione, di sogno in sogno? Non avete bevuto il calice d'umiliazione sino alla feccia? Il governo che rifiuta oggi far guerra all'invasore straniero è governo straniero. Trattatelo come tale. Intendo che tolleriate, se non vi sentite maturi per darvi leggi, un governo tirannico; non uno che sia tirannico e vile. Voi potete sagrificare per alcuni anni la libertà, la vittoria d'un'idea; ma non per un giorno l'onore. Un popolo non deve, non può rassegnarsi ad esser creduto dagli stranieri millantatore e codardo.
Ma se la forza delle abitudini è tanta in voi che, anche sprezzandoli, voi non sapete rovesciare i governi che vi disonorano:—se la funesta addormentatrice parola escita dall'aristocrazia liberale dei vostri maestri, la causa della libertà doversi disgiungere da quella dell'indipendenza, ha solcato l'anima vostra di solco così profondo che tre anni di tradimenti e sciagure non bastino a cancellarlo: lasciate da banda i governi e fate da voi. Redimete, perdio, la vostra bandiera. Riunitevi, associatevi, operate. Traducete in fatti il pensiero. Fate della penisola un arsenale, una cassa, un campo di militi per la crociata. Fondate in ognuna delle vostre città una Giunta d'insurrezione. In ognuna delle vostre città, in ognuna delle località importanti che ne dipendono, aprite un registro che accolga i nomi di quanti opinano per la liberazione della terra ove nacquero dallo straniero che la contrista; e ad ognuno di quei nomi corrisponda una offerta mensile, una promessa di danaro e di sangue; se il nome è di donna, un numero di coccarde e cartucce; le donne sono gli angioli di questa terra e il tocco delle loro mani le benedirà. Dovunque molti fra voi si raccolgono a mensa d'amici, sia promossa una colletta per la cassa della nazione. Ogni viaggio, impreso per diporto o per altro, diventi una missione d'apostolato per la santa causa. Movete da tutti i punti a ricordare alle vostre milizie come siano schernite, inerti e ingloriose ne' paesi stranieri, a ricordare alle milizie lombarde di qual gemito geme la loro contrada, e qual debito d'iniziativa spetti ai loro drappelli. Chiedete a voi stessi—lasciate ch'io vi ripeta la parola che or mesi sono vi dissi—chiedete a voi stessi ogni giorno al sorgere: Che farò oggi io per la mia patria? ogni notte apprestandovi al sonno: Che ho io fatto oggi per la mia patria? E sia per voi giornata perduta, notte inquieta di rimorsi e nuove promesse d'attività quella in che voi non troverete da segnare un servizio anche menomo reso al paese. L'insistenza è il genio d'un popolo: abbiatela e siate grandi. Il vostro servaggio dura da più di tre secoli: insistete in vita operosa per tre mesi e sarete grandi.
XIX.
E quando sarete pronti—quando il fremito suscitato per magnetismo di comunione tra molti nell'anima vostra v'insegnerà, o giovani, che il lieto momento è venuto, che siete degni di prostrarvi un istante al padre dei liberi e iniziare la bella impresa—ricordate allora, io vi prego in nome dei molti dolori che quella scienza ha costato a me e a molti assai migliori di me, le poche parole ch'io sottosegnai nelle prime pagine di questo scritto: Le nazioni non si rigenerano colla menzogna: senza moralità politica non trionfa una causa di popolo. Ricordate, o miei fratelli, i trecento anni di muto corrotto servaggio che pesarono sulla vostra razza per aver fornicato coi principi o coi falsi leviti. Adorate, il vero: Dio e il Popolo sia l'unica formola che splenda sulle vostre bandiere. Dio e il popolo, taluni bestemmiano, non valgono a far la guerra; valgono battaglioni e cannoni. Meschini e irreligiosi beffardi! Voi li aveste i battaglioni invocati; e perchè servivano non a Dio, ma ad un uomo, perchè trattavano la causa non del popolo, ma d'un re, voi sapete a quali termini condussero la povera Lombardia e la nazione con essa.
Novembre, 1848.
Fine pel primo volume.
NOTE:
[1] Vedi Il Socialismo e la Democrazia, Vol. XIII, op. comp. p. 120.
[2] Quartiere di Livorno.
[3] Vedi Archivio triennale delle cose d'italia—Capolago, Tipografia Elvetica, vol. 2.
[4] Questa lettera fu ristampata a Parigi nel 1847 preceduta dalle seguenti parole:
Signore,
Voi mi chiedete s'io consenta alla ristampa di certa mia lettera indirizzata, sul finire del 1831, al re Carlo Alberto. Ogni cosa ch'io pubblico è, il dì dopo, proprietà dei lettori, non mia; e ogni uomo può farne, nei limiti dell'onesto, quel che a lui più piaccia. Bensì, mi dorrebbe ch'altri interpretasse l'assenso siccome consiglio. Provvedete cortese a questo, e mi basta.
Io non credo che da principe, da re o da papa possa venire oggi, nè mai salute all'Italia. Perchè un re dia Unità e Indipendenza alla Nazione, si richiedono in lui genio, energia napoleonica e somma virtù: genio per concepire l'impresa e le condizioni della vittoria; energia, non per affrontare i pericoli che al genio sarebbero pochi e brevi, ma per rompere a un tratto le tendenze d'una vita separata da quella del popolo, i vincoli d'alleanze o di parentele, le reti diplomatiche e le influenze di consiglieri codardi o perversi: virtù per abbandonare parte almeno d'un potere fatto abitudine, dacchè non si suscita un popolo all'armi ed al sacrificio senza cancellarne la servitù. E son doti ignote a quanti in oggi governano, e contese ad essi dall'educazione, dalla diffidenza perenne, dall'atmosfera corrotta in che vivono, e, com'io credo, da Dio che matura i tempi all'Era dei Popoli.
Nè le mie opinioni erano diverse quand'io scriveva quella lettera. Allora Carlo Alberto saliva al trono, fervido di gioventù, fresche ancora nell'animo suo le solenni promesse del 1821, tra gli ultimi romori d'una insurrezione che gl'insegnava i desiderî italiani e i primi di speranze pressochè universali che gl'insegnavano i suoi doveri. Ed io mi faceva interprete di quelle speranze, non delle mie. Però non aggiunsi a quelle poche pagine il nome mio. Oggi, se pur decidete ripubblicarle, proveranno, non foss'altro, a quei che si dicono creatori e ordinatori d'un partito nuovo, che essi non sono se non meschinissimi copiatori delle illusioni di sedici anni addietro e che gli uomini del Partito Nazionale tentavano quel ch'essi ritentano, prima che delusioni amarissime e rivi di sangue fraterno insegnassero loro dire ai concittadini: Voi non avete speranza che in voi medesimi e in Dio.
Vostro:
Gius. Mazzini.
Londra, 27 aprile, 1847.
[5] Sono estratte da quattro lettere sulle Condizioni e sull'Avvenire d'Italia ch'io inserii col mio nome nei numeri di maggio, giugno, agosto e settembre 1839 del Monthly Chronicle, rivista mensile di Londra. Scritte a illuminare l'opinione Inglese intorno alle cose nostre, poco gioverebbe ripubblicarle intere per gli Italiani.
[6] La Carboneria s'impiantò nel Regno delle Due Sicilie, nel 1811, con approvazione del Ministro di Polizia Maghella e del re Murat; e si diffuse tra gli impiegati. Nel 1814, proscritta da Murat, chiese e ottenne l'assenso del re Ferdinando allora in Sicilia. Lord Bentinck ne accolse anch'egli le offerte. Poi, quando il ristabilimento dell'antica forma di Governo la rese inutile ai disegni della Monarchia, cominciarono accanite le persecuzioni contr'essa.
[7] L'insurrezione dovea promoversi subito dopo il 12 del gennajo 1821, giorno in cui il Governo aveva incrudelito col ferro sugli studenti della Università Torinese. Mancò il consenso di Carlo Alberto. E anche nel marzo, dacchè il cenno dato da lui il giorno 8, fu revocato il 9, il moto non avrebbe avuto luogo, se il 10 Alessandria, stanca degli indugi, non violava, insorgendo, gli ordini ricevuti.
[8] La proscrizione dei Carbonari abbracciò tutta Italia. Molti sacerdoti furono condannati nel Sud, due nel ducato di Modena: un d'essi, Giuseppe Andreoli, professore d'eloquenza, udendo che egli solo era fra gli imprigionati con lui, condannato a morire, ringraziò Dio ad alta voce. Molte confessioni furono estorte indebolendo le facoltà intellettuali degli accusati con una infusione d'atropos belladonna mista colla bevanda. Le condanne nel solo piccolo ducato di Modena sommarono a 140 incirca, a più di cento in Piemonte, a molte più in Napoli ed in Sicilia. In Lombardia, condanne capitali furono pronunziate il 18 maggio 1821, contro individui come rei d'appartenere alla Carboneria, parecchi dei quali erano stati imprigionati in Rovigo nel carnevale del 1819-20, cinque o sei mesi prima che fosse promulgata contro la Carboneria la legge di proscrizione del 25 agosto 1820.
[9] Quel Governo era composto del marchese Francesco Bevilacqua, del conte Carlo Pepoli, del conte Alessandro Agucchi, del conte Cesare Bianchetti, del professore F. Orioli, dell'avv. Gio. Vicini, del prof. Ant. Silvani e dell'avv. Ant. Zanolini. Sul finire della Rivoluzione e al tempo della Capitolazione s'era modificato: Vicini era presidente del Consiglio, Silvani ministro di Giustizia, il conte Lodovico Sturani delle Finanze, il conte Terenzio Mamiani della Rovere dell'Interno, Orioli dell'Istruzione pubblica, il dottor Giov. Battista Sarti di Polizia, il generale Armandi di Guerra, Bianchetti degli Esteri.—Taluno di questi uomini s'agita tuttavia tra la coorte de' faccendieri che sgoverna oggi, per la terza volta, il moto d'Italia.
[10] Un barone di Stoelting di Vestfalia, appartenente alla Casa del Principe di Monforte (Gerolamo Bonaparte) era stato pure inviato a persuadere l'Armandi perchè rispettasse una promessa fatta dal Principe al card. Bernetti, che Roma non sarebbe stata assalita. L'abboccamento ebbe luogo in Ancona. Lo Stoelting recava pure con sè una lettera dell'ambasciatore Austriaco in Roma, conte Lutzow—I Bonaparte ci erano fin d'allora, e in tutti i tempi, funesti.
[11] Terenzio Mamiani ritirò il suo nome dall'atto stampato del 26. Ma io ebbi tra le mani il processo verbale dell'atto originale del 25, smarrito con altre carte dal Presidente Vicini nella rapida fuga e inviatomi da Guerrazzi; e il nome di Mamiani era a calce dell'atto senza protesta o cenno di opposizione.
[12] Dal Pozzo, cacciato dopo il 1821 in esilio, ottenne di ripatriare, vendendo la penna all'Austria. V. il suo opuscolo: Della felicità che gli Italiani possono e debbono dal Governo Austriaco procacciarsi.
[13] Parigi era sottoposta allo stato d'assedio in conseguenza dell'insurrezione del 5 e 6 giugno, suscitata dalle esequie del Generale Lamarque.
[14] Tradotta dalla Tribune del 20 settembre 1832.
[15] Dalla Tribune del 18 novembre 1832.
[16] Ecco il testo della sentenza, com'era riportato dal Monitore. Chi legge giudichi.
«La sera del 15 corrente, alle 10 pomeridiane, il Capo della Società, adunati i membri che la compongono, ordinò al Segretario di pubblicare una lettera, nella quale era riportata una sentenza emanata dal tribunale di Marsiglia contro i prevenuti rei Emiliani, Scuriati, Lazzareschi, Andreani; esaminati gli atti processuali speditici dal presidente in Rodez, ne è risultato ch'essi sono rei: 1.º come propagatori di scritti infami contro la sacra nostra Società; 2.º come partitanti dell'infame governo papale di cui hanno corrispondenza che tutto tende a rovesciare i nostri disegni contro la santa causa della libertà. Il fisco, dopo le più esatte riflessioni e da quanto è risultato in processo, facendo uso dell'art. 22, condanna a pieni voti Emiliani e Scuriati alla pena di morte; in quanto a Lazzareschi e Andreani, perchè non consta abbastanza di quanto vengono addebitati, la loro condanna è la percussione di alcuni colpi di verga, e si lascia l'incarico ai loro tribunali appena tornati in patria di condannarli in galera ad vitam (come famosi ladri e trafatori). Si ordina inoltre al presidente di Rodez estrarre quattro individui esecutori della detta sentenza da eseguirsi imprescrittibilmente entro il periodo di giorni 20 e chiunque dell'estratto si recusasse dovrà essere trucidato ipso facto.
«Dato in Marsiglia, dal supremo Tribunale, questa sera, alle ore 12 pomeridiane, 15 dicembre 1832.
«Mazzini, Presidente.
«Cecilia, l'Incaricato.»
[17] Sentenza del 30 novembre 1833. Gavioli fu condannato ai lavori forzosi. La Cecilia continuava a vivere liberamente in Francia, e non era mai stato interrogato.
[18] Tribunale Correzionale di Parigi: aprile 1841. La sentenza statuì che essendo io, a detta di tutti e dello stesso Gisquet, uomo onesto e incapace di misfatto, il documento del Monitore citato nelle Memorie alludeva evidentemente a un altro Mazzini!
[19] Risponda questo all'accusa avventatami periodicamente contro da tutti gli scrittori di parte moderata, ch'io tendeva alla Dittatura.
Più dopo, in un fascicolo della Giovine Italia del 1833, inserendo un articolo di Buonarroti—firmato Camillo—del Governo d'un Popolo in rivolta per conseguire la Libertà, io protestavo contro un § che invocava la Dittatura d'un solo, colla nota seguente: «Noi consentiamo in tutte le idee dell'articolo fuorchè in quest'una che ammette fra i modi della potestà rivoluzionaria la Dittatura d'un solo:
«Perchè, sebbene la potestà che deve governar la rivolta debba essenzialmente differire da quella che deve sottentrare dopo la vittoria, essa deve pure soddisfare a due condizioni: quella di rinegare assolutamente il carattere della potestà contro la quale il popolo insorge, e quella di racchiudere in sè il germe della potestà futura; e ambe le condizioni si risolvono nell'escludere la dominazione dell'uno e indicare la dominazione dei più:
«Perchè, sebbene la potestà rivoluzionaria debba comporsi di potenti d'anima, d'intelletto e di core, e non giovi il ricorrere ai parlamenti, alle numerose assemblee, quando gli atti e i decreti devono succedersi colla rapidità dei colpi nella battaglia, crediamo nondimeno doversi contenere in quella Potestà un rappresentante a ogni grande frazione d'Italia che insorga:
«Perchè, in un popolo guasto dalle abitudini della servitù, la Dittatura d'un solo riesce sommamente pericolosa:
«Perchè fino al giorno in cui il governo della Nazione escirà dalla libera e universale elezione, la diffidenza è condizione inevitabile a un popolo che tende ad emanciparsi; e il concentramento di tutte le forze della rivolta nelle mani d'un solo rende illusorie tutte le guarentigie che vorrebbero stabilirsi:
«Perchè in Italia, come in ogni altro paese servo, mancano tutti gli elementi necessari a riconoscere l'uomo che per virtù, energia, costanza, intelletto di cose e d'uomini, valga ad assumere sulla propria testa i destini di ventisei milioni; e a riconoscerlo è necessario un lungo corso di tempo e vicende, per le quali egli sia uscito incontaminato da alcune delle situazioni che corrompono più facilmente gli uomini;—e pendente quel tempo di prova, la rivoluzione ha pur bisogno d'essere amministrata.
«L'opinione della Dittatura, ove prevalesse in Italia, darà potere illimitato, facilità d'usurpazione e forse corona al primo soldato che la fortuna destinerà a vincere una battaglia.»
[20] A questo di vero si riduce ciò che affermano, sulle condizioni dei quaranta o trent'anni d'età attribuite a una Associazione che numerava tra' suoi il quasi settuagenario generale Ollini, lo storico Farini e altri d'eguale valore.
[21] 23 giugno 1833.
[22] Questa lettera, nella quale Gioberti pronunciava anzitutto condanna acerba contro i moderati e sè stesso, fu pubblicata, col nome Demofilo, nel fascicolo VI della Giovine Italia, e ristampata poi col vero nome vivo Gioberti.
[23] Traduco le seguenti pagine dalla IV Lettera sulle condizioni d'Italia inserita da me nel Monthly Chronicle del 1839.
[24] Questo artificio infernale fu usato con Jacopo Ruffini.
[25] A Miglio, sergente nella Guardia, imprigionato in Genova, fu collocato accanto un ignoto che gli si diede, piangendo, per uno dei congiurati; poi, trascorsi parecchi giorni, gli accennò a un modo di corrispondenza da lui serbato colla famiglia. E Miglio, sedotto a valersene, scrisse, scalfendosi il braccio, col proprio sangue, poche parole agli amici suoi. Quello scritto costituì uno dei principali documenti per la condanna.
[26] «Dopo la fucilazione dei sergenti, essi tentarono di farmi credere a quella di Pianavia. La sua cella era nel mio corridojo. Egli aveva l'abitudine di cantare; ma un sabbato, ei si tacque subitamente. La domenica fu un andare e venire continuo nella sua prigione. Giunse il Governatore e rimase lungo tempo con lui. Alle tre dopo mezzogiorno venne nella mia celletta il Generale comandante la Cittadella (Alessandria) con parecchi de' suoi ufficiali e un Cappellano che avea ceffo d'assassino più che di prete. Tutti sembravano commossi e quasi piangenti. Il Generale mi chiese s'io mi sentissi tranquillo. Risposi di sì. Partì dopo avermi fatto indirizzare alcune parole dal Cappellano. Tutta quella notte continuarono i rumori. Allo spuntare del giorno, udii qualcuno, ch'io credetti essere Pianavia, attraversare il corridojo con passi affrettati, e pochi momenti dopo, tre spari annunciarono una fucilazione. Io piansi amaramente per l'uomo che avea già segnata la rovina di parecchi de' suoi fratelli.» Da una dichiarazione di Giovanni Re. L'ufficiale Pianavia s'era fatto denunziatore, si prestava al maneggio e fu salvo.
[27] «La mia nuova cella era tristissima e scura, con una sola finestra difesa da doppia grata. Incatenandomi all'anello confitto nel muro, Levi, il carceriere, m'andava dicendo che la legge del Re era legge di Dio, e che i suoi trasgressori dovevano aspettare rassegnati il meritato castigo. Di fronte alla mia stava la cella del povero Vochieri, alla vigilia della sua morte. Avevano praticato tre fori nel fondo della mia porta; e siccome quella del carcere di Vochieri era, a bella posta, lasciata aperta, io non poteva star vicino alla mia finestra senza notare la luce che attraversava quei fori. Guardai, curvandomi, e vidi il povero Vochieri seduto, con una pesante catena al piede, due sentinelle gli stavano ai fianchi colla spada nuda; di tempo in tempo gli lasciavano mutar posizione, senza che le due sentinelle lo abbandonassero mai o gli indirizzassero una sola parola. Venivano spesso due cappuccini a parlargli. Durò siffatto spettacolo una settimana intiera, finchè lo condussero al supplizio. E a compiere quella scena d'orrore, stava in una cella contigua alla mia un malato, che gemeva dì e notte e invocava soccorso... Pochi dì dopo fui condotto in un'altra prigione appena finita e umida tuttavia. Fui colto da dolori in tutte le membra. Così, infiacchiti, lo spirito e il corpo, ricominciarono a interrogarmi.
«Gli interrogatorii erano condotti in modo da soggiogare le mie facoltà, A ogni tanto, mentr'io imprendeva a dare spiegazione di fatti allegati, l'auditore Avenati m'interrompeva col dire che badassi a ciò ch'io parlava, ch'io era visibilmente confuso e che le mie spiegazioni aggiungevano al pericolo della mia situazione. E poco dopo ei mutava tono e dichiarava ch'io era chiaramente colpevole e che si terrebbe nota di quanto io diceva a mio danno senza dare la menoma attenzione a ogni cosa che tentasse difesa.
«Mi convinsi che volevano la mia morte.
«Poi vennero una dopo l'altra le deposizioni di parecchi fra' miei compagni, Segrè, Viera, Pianavia, Girardenghi, tutte a carico mio. Io mi sentiva veramente minacciato d'insania.
«Chiesi nondimeno d'un difensore. Sacco, il segretario del Tribunale, mi suggeriva il capitano Turrina; io preferiva un Vicino: non mi fu dato nè l'uno nè l'altro.
«Pensai a preparare io stesso la mia difesa; ma quantunque i procedimenti preliminari fossero da due giorni conchiusi, io non aveva inchiostro nè carta. I miei parenti, ch'erano venuti nella città, ebbero ordine di partirne immediatamente.
«Finalmente, Levi, il mio cerbero, mi propose a difensore il luogo tenente Rapallo. Disperato d'ogni altro ajuto, accettai.
«E venne; ma non per parlarmi della mia difesa. Egli, il solo protettore sul quale io poteva appoggiarmi, mi dichiarò che la mia posizione era oltremodo grave. Mi disse che il Governo sapeva esser io stato uno dei più attivi membri dell'Associazione, ch'io non poteva sfuggire al castigo, e che non m'avanzava se non una via di salute. Mi disse che il mio segreto era omai divulgato da tutti; che Stara confesserebbe a momenti ogni cosa, e saperlo egli dal suo difensore; che Azario aveva anch'egli offerto rivelazioni, e non s'aspettava, per accoglierle, che l'assenso da Torino. E aggiungeva ch'io poteva proporre condizioni le più favorevoli e sarebbero accettate.
«Due volte respinsi la triste proposta. Al terzo convegno, piegai.»
Estratto dalla Dichiarazione di Giovanni Re.
[28] «. . . . . . . . . . Egli mi fu amico: il primo e il migliore. Dai nostri primi anni d'Università fino al 1831, quando prima la prigione, poi l'esilio mi separarono da lui, noi vivemmo come fratelli. Egli studiava medicina, io giurisprudenza; ma, escursioni botaniche dapprima, poi l'amore, pari in ambi, alle lettere, le prime battaglie tra classicismo e romanticismo, e più di tutto gli istinti affini del core, ci attirarono l'un verso l'altro, finchè venimmo a una intimità, unica per me allora e poi. Non credo d'aver mai avuto conoscenza più compiuta e profonda d'un'anima; ed io lo affermo con dolore e conforto, non ebbi a trovarvi una sola macchia. L'imagine di Jacopo mi ricorre sempre alla mente ogni qualvolta io guardo a uno di quei gigli delle valli (lilium convallium) che ammiravamo sovente assieme, dalla corolla d'un candido alpino, senza involucro di calice, e dal profumo delicato e soave. Egli era puro e modesto com'essi sono. E fin anche il lieve piegarsi del collo sull'omero che gli era abitudine, m'è ricordato dal gentile tremolìo che incurva sovente quel piccolo fiore.
«La perdita de' suoi fratelli maggiori, le frequenti e pericolose infermità della madre ch'egli, riamato, amava perdutamente, e più altre cagioni, non gli avean fatto conoscere la vita fuorchè pel dolore. Squisitamente, e quasi direi febbrilmente sensibile, ei ne aveva raccolto una mestizia abituale che s'inacerbiva di tempo in tempo a disperazione d'ogni cosa. E nondimeno, non era in lui vestigio alcuno di quella tendenza a misantropia, che visita sovente le forti nature condannate a vivere in terra schiava. Aveva poca gioja degli uomini, ma li amava: poca stima dei contemporanei, ma riverenza per l'uomo, per l'uomo come dovrebbe essere e come un giorno sarà. Forti tendenze religiose combattevano in lui lo sconforto che gli veniva da quasi tutti, e da tutto. La santa idea del Progresso, che alla fatalità degli antichi e al caso dei tempi di mezzo sostituisce la Provvidenza, gli era stata rivelata dalle intuizioni del core fortificate di studî storici. Adorava l'ideale come fine alla vita, Dio come sorgente dell'Ideale, il Genio come suo interprete quasi sempre frainteso. Era mesto, perchè sentiva la solitudine di chi sta innanzi, e non vedrà vivo la terra promessa: ma era abitualmente tranquillo, perch'ei sapeva che il fine della nostra esistenza terrestre non è la felicità, bensì il compimento d'un dovere, l'esercizio d'una missione, anche dove non vive possibilità di trionfo immediato. Il suo sorriso era sorriso di vittima, pur sorriso. Il suo amore per l'Umanità era, come l'amore ideale di Schiller, un amore senza speranza individuale, ma era amore. Ciò ch'ei pativa non esercitava influenza sulle sue azioni.
«
«Jacopo comprese, dai primi cominciamenti della persecuzione, ch'egli era perduto, e aspettò con serena fermezza i proprî fatti. Avvertito dell'ordine dato per imprigionarlo, non volle sottrarsi. A chi insisteva con lui rispose che chi aveva spinto altrui nel pericolo, dovea soggiacergli primo. Preso, e tormentato d'interrogatorî, rispose con un muto sorriso. Bensì minacce terribili e l'artificio citato delle rivelazioni falsificate e il linguaggio insidioso d'un Rati Opizzoni, auditore, lo ridussero a tale da fargli temere ch'ei forse cederebbe un dì o l'altro. E allora risolse d'uccidersi. Io credo il suicidio atto colpevole come la condanna a pena di morte. La vita è cosa di Dio: non è concesso abbandonare il proprio posto quaggiù, come non è concesso rapire ad alcuno la via di ripigliarlo, quando per colpa s'è abbandonato. Ma nel caso di Jacopo, parmi che il suicidio s'inalzi all'altezza del sagrificio. È l'atto d'un uomo che dice a sè stesso: quando il tuo occhio sta per peccare strappalo; quando per tristizia degli uomini tu ti senti minacciato di cedere ai suggerimenti del male, getta via la tua vita; e piuttosto che peccare contr'altri, poni sull'anima tua un peccato contro te stesso. Dio è buono e clemente. Egli t'accoglierà sotto la grande ala del suo perdono.» Da alcune pagine inglesi mie nel People's Journal, maggio, 1846.
[29] Vedi preliminari della sentenza del 13 giugno contro Rigasso, Costa e Marini.
[30] E basti un unico esempio. Vochieri supplicò che si mutasse la via per la quale ei doveva andare al supplizio, e che passava sotto la casa ov'erano la moglie incinta, la sorella e due figliuoletti. Ebbe rifiuto. La sorella impazzì. Galateri volle essere presente all'esecuzione.
[31] Da quel giorno ha data la mia conoscenza di lui. Il suo nome di guerra nell'Associazione era Borel.
[32] Credo in novembre. Riproduco qui una lettera ch'io scrissi nell'ottobre del 1856 a Federico Campanella e ch'ei pubblicò nell'Italia e Popolo. Il fatto che ne è argomento spetta a questo periodo. Scrissi quella lettera richiesto, perchè se da un lato ho sempre sprezzato calunnie e calunniatori, non ho mai dall'altro ricusato di dire il vero quand'altri lo chiese. Il Gallenga aveva, in una sua Storia del Piemonte, narrato il fatto intorno al quale io aveva sempre taciuto, soltanto dissimulando che il fatto era suo e lasciando credere ch'io lo avessi inspirato e promosso più che non feci. Quindi le inchieste.
[33] Da un mio articolo nella Jeune Suisse, numero del 30 marzo 1836. Le considerazioni espresse in quell'articolo erano le stesse che dirigevano il mio lavoro nel 1834.
[34] Anche il Cristianesimo non contemplò nella sua dottrina che l'individuo; e trapassò fatalmente per le due fasi logiche alle quali io accennava in quell'articolo. Nella prima epoca della sua vita, il Cristianesimo fu, quanto alla parte terrestre del problema dell'Umanità, rassegnato, inerte, contemplatore: nella seconda, quando volle assumersi di risolvere quel problema, fu—nel sublime ma inefficace tentativo di Gregorio VII—dispotico—(1862).
[35] Il sorgere a vita della Russia ha superato, quanto al tempo, le mie previsioni e le altrui: e l'influenza decisiva che ogni suo moto esercita su tutta quanta l'Europa è innegabile. E nondimeno, quanto all'ordinarsi dei varî gruppi della famiglia Slava, credo tuttavia che la maggiore e più diretta influenza sarà esercitata dal surgere della Polonia.
[36] Traduco con vero dolore. Non sembra ch'io scrivessi allora per l'Italia d'oggi?—(1862).
[37] Debbo all'amico ragione d'una frase, che apparve dubbia, inserita nel terzo volume di questi Scritti, a pag. 322, dove, parlando delle cagioni che impedirono si tentasse moto in Genova, accenno al timore generoso di quei che dirigevano l'Associazione, ch'altri attribuisse il segnale dell'azione a un desiderio di tentare la propria salute—e nominai Jacopo e Giovanni Ruffini. Il Comitato Genovese era allora composto d'essi due e di Federico Campanella; e la decisione di non agire fu presa in comune. Nominai i due, perchè, scrivendo su' ricordi della mia memoria soltanto intesi rispondere a incerte accuse che serpeggiarono per breve tempo intorno ad essi. Ma a nessuno che conosca Campanella, o la stima profonda ch'io ho per lui, può cadere in mente, ch'io, tacendone il nome, mirassi a far cadere su lui sospetto d'indole meno generosa e pronta al sagrificio di sè. Campanella diede in quei giorni terribili prova d'animo più che fermo; rimase ultimo fra i più pericolanti dei nostri in Genova e non ne partì che dopo i supplizi e disperata ogni cosa, il 23 giugno del 1833.
[38] Vedi il fascicolo dell'ottobre 1836.
[39] Vedi vol. V dell'Opere complete, pag. 55.
[40] Come documento dei tempi, la collezione della Jeune Suisse potrebbe giovare a chi tesserà la storia degli ultimi tempi; ma credo quasi impossibile rinvenirla. La mia manca di venti e più numeri.
[41] Quel documento è citato in extenso nell'ultimo volume della Storia di dieci anni di Luigi Blanc, c. IV.
. . . . . . . da martiro
E da esilio venne a questa pace.
Paradiso X.
[43] V. La Commedia di Dante Allighieri illustrata da Ugo Foscolo, Londra, P. Rolandi, 1842, quattro volumi.
[44] A Tommaso Duncombe, che aveva con rara energia sostenuto in parlamento le parti mie, una riunione d'Italiani risiedenti in Londra votò il dono di due medaglie coniate allora in Londra e in Parigi a spese d'esuli in onore dei nostri martiri. La medaglia coniata in Parigi ha da un lato l'Italia coronata di spine in atto di accendere una fiaccola alla fiamma uscente dalle ceneri dei martiri di Cosenza racchiuse in un'urna. Sull'urna è scritto: nostris ex ossibus ultor; e sulla base: fucilati in Cosenza il 25 luglio 1844 sotto Ferdinando re. Dietro la tomba è un cipresso; intorno alla medaglia stanno i nomi delle vittime; appiedi: a memoria ed esempio. Dall'altro lato, nel centro d'un serto di palma e alloro stanno le parole: Ora e sempre: poi quelle proferite dai Bandiera: è fede nostra giovare l'italica libertà morti meglio che vivi. Il concetto appartenne a Pietro Giannone.—La medaglia coniata in Londra, sul disegno di Scipione Pistrucci, ha da un lato i nomi di quei fra i membri dell'Associazione che avevano fino a quel giorno patito il martirio; e dall'altro un serto di quercia, palma, ellera e cipresso, e nel centro la leggenda: Ora e sempre: la Giovine Italia ai suoi martiri.
La dedica a Duncombe diceva: A. T. S. Duncombe, membro di parlamento, perchè onorò di generose parole nell'aula la memoria dei loro fratelli caduti per la fede italiana in Cosenza nel 1844; perchè sostenne virilmente i diritti degli esuli codardamente e con tristissimo intento violati nella loro corrispondenza privata dal governo inglese; perchè respinse la calunnia avventata, a palliare l'ospitalità tradita, a un loro concittadino—molti italiani raccolti a convegno hanno votato questo lieve ma carissimo pegno di riconoscenza e di plauso, 23 maggio 1845.
Tra i membri della deputazione che presentò le medaglie era, ricordo, il Gallenga.
[45] Naturalmente, nè io potea ideare nè essi sospettavano allora la possibilità dell'ipotesi verificatasi nel 1859, d'una guerra straniera contro l'Austria capitanata da un principe alleato al Piemonte costituzionale.
[46] Fu inserita nella Pallade, giornale di Roma.
[47] Vedi la lettera di Gioberti al Muzzarelli, presidente del ministero romano, in data del 28 gennajo: in essa ei proponeva la restaurazione politica del papa e, a proteggerla, l'intervento d'un presidio piemontese in Roma. In Toscana si tentavano le stesse pratiche: e a vendicarsi del rifiuto, il Piemonte osteggiava apertamente quella provincia italiana; provocava i soldati toscani posti sulla frontiera alla diserzione e li mandava in Alessandria; ordinava a Lamarmora l'occupazione di Pontremoli e Fivizzano, ecc.
[48] Nella Divisione lombarda serpeggiava, dopo la rotta di Novara, la idea d'avviarsi a Genova e fortificarne l'insurrezione. Intanto noi mandavamo proposte e mezzi per Roma. Il governo, impaurito, aderì, chiedendo promessa che la Divisione non s'immischiasse nelle cose genovesi, e la diresse per la via di Bobbio su Chiavari. Se non che Fanti, inteso col governo, condusse la marcia per sentieri alpestri fino a un punto dove il passo riusciva difficilissimo alla cavalleria, impossibile alle artiglierie. La Divisione giunse nondimeno lentamente e smembrata in Chiavari, ma il governo, sottomessa Genova e libero d'ogni paura, violò la propria promessa e non concesse l'imbarco. I soli bersaglieri comandati da Manara riuscirono e sul finire d'aprile giunsero in Roma.
[49] Questi e molti altri fatti di quel tempo furono raccolti in un volumetto intitolato: Raccolta di Atti e Documenti della Democrazia Italiana, e stampato alla macchia nel 1852. Fu lavoro di Piero Cironi, italiano di Toscana, uomo più che onesto, virtuoso, di severa fede repubblicana, di vigoroso e modesto intelletto, lavoratore instancabile in ogni fortuna e per tutte vie, coll'azione e colla penna, a pro' della Patria. Io l'ebbi amico degno, leale e costante sino alla morte. Parmi che quel lavoro potrebbe utilmente ristamparsi, e che il miglior modo di onorare la memoria dei buoni caduti sia quello di raccoglierne i dettati e farne senno.
[50] 7 dicembre. Enrico Tazzoli, sacerdote, Angelo Scarsellini, Bernardo de Carral, Giovanni Zambelli, Carlo Poma, mantovani il primo e l'ultimo, veneziani gli altri.
[51] Scrivo sul finire del luglio 1866, mentre si sta dalla monarchia italiana maneggiando, auspice Luigi Napoleone, una pace che abbandonerebbe, dopo di aver fatto balenare ad essi innanzi la libertà, il Trentino, i passi dell'Alto Friuli e l'Istria: le chiavi d'Italia.
[52] L'ordinatore militare del moto, cercato per ogni dove, riescì a sottrarsi. Ei vive tuttora in Assisi. E m'è caro ricordarne agli Italiani, in questa pagina, il nome, E. Brizi, nome d'un modesto, operoso, intrepido soldato della Democrazia Nazionale.
Perirono per mano del carnefice, condannati da una Commissione militare, poco dopo il tentativo:
Scannini Alessandro;
Taddei Siro;
Bigatti Eligio;
Faccioli Cesare;
Canevari Pietro;
Piazza Luigi;
Piazza Camillo;
Silva Alessandro;
Broggini Bonaventura;
Cavallotti Antonio;
Diotti Benedetto;
Monti Giuseppe;
Saporiti Gerolamo;
Galimberti Angelo;
Bissi Angelo;
Colla Pietro.
Perirono intrepidi: degni seguaci di quell'Antonio Sciesa, popolano egli pure, che tratto a morte dagli austriaci il 2 agosto 1851 per affissione di scritti rivoluzionarî, avea risposto a chi gli offriva, a due passi dal luogo del supplizio, la vita, purchè rivelasse: tiremm'innanz. Quelle parole dovrebbero essere adottate, come formola della loro vita collettiva, dalle Associazioni operaje d'Italia.
[53] Ne citerò una fra cento.
Prima assai d'ogni ricominciato lavoro in Milano, e quando Luigi Kossuth si preparava a un viaggio, che poteva prolungarsi indefinitamente, negli Stati Uniti, avevamo statuito ch'egli mi lascerebbe un proclama firmato da lui ai soldati ungheresi in Italia, per eccitarli a seguire qualunque moto nazionale avesse luogo tra noi, e ch'io porrei in mano sua, collo stesso intento, un mio proclama agli Italiani che militerebbero, al tempo d'un moto, in Ungheria. E così facemmo. Potevamo, in circostanze decisive e imprevedibili anzi tratto, trovarci lontani; e rimanemmo quindi arbitri l'uno e l'altro d'usar del proclama e d'apporvi data a seconda del nostro giudizio. Io mi giovai del diritto datomi, e ordinai che sul cominciare del moto s'affliggesse, insieme a un mio, il proclama di Kossuth. Il primo cenno dell'insurrezione scoppiata giunse in Londra senza altri particolari e Kossuth, che v'era tornato, s'infervorò di tanto che recatosi all'amico mio, James Stansfeld, lo richiese d'ajuto pecuniario per raggiungermi, e l'ebbe. Ma quando il dì dopo recò la nuova della disfatta, Kossuth, tenero più assai della propria fama che non del vero e dell'amicizia che tra noi correva, s'affrettò a dichiarare sui giornali inglesi, che il proclama agli ungheresi era pura e pretta invenzione mia. Avvertito da' miei amici, mandai al Daily News due linee che dicevano semplicemente, come l'originale del proclama fosse rimasto in mia mano, visibile a ogni uomo che desiderasse di sincerarsi. E bastò agli inglesi; ma la stampa governativa italiana continuò per lunga pezza a invocare il nome di Kossuth per dichiararmi falsario.
Quando io mi ridussi in Londra, non cercai di Kossuth, ma egli venne a vedermi, m'abbracciò con sembiante d'uomo profondamente commosso e non fiatò del proclama. La lega, s'anche mal ferma, tra lui e me poteva giovare alla causa nostra. Mi strinsi nelle spalle e mi tacqui.
[54] Non rimane più dal 1859 in poi.—1866
[55] Dell'Initiative Révolutionnaire en Europe—Foi et Avenir, etc.
[56] E quel più vasto terreno è indicato nella formola Dio e il Popolo—intorno al valore della quale parmi possa giovare ch'io qui inserisca un frammento di lettera mia ad un amico, che l'Italia e il Popolo inseriva sui primi dì di febbrajo:
«Fra le cento formole politiche proposte dalle scuole diverse, che s'avvicendarono, negli ultimi sessant'anni, indizio di transizione da un'epoca consunta, incadaverita, a una nuova, due sole ebbero consecrazione di fatti gloriosi e consenso di popoli.
«La prima è la formola francese: Libertà: Eguaglianza: Fratellanza; uscita dalla Rivoluzione del 1789, e accettata da quanti popoli seguirono allora e poi l'iniziativa di Francia.
«La seconda è la formola italiana: Dio e il Popolo; adottata spontaneamente dai repubblicani e consecrata dagli eroici fatti di Venezia e di Roma, nel 1849.
«Esistono, tra queste due formole, differenze radicali finora poco avvertite e nondimeno importanti.
«Le formole, se vere e destinate a vivere sulla bandiera delle nazioni, racchiudono un programma, che si svolge attraverso gli eventi per una serie di conseguenze logiche inevitabili.
«La formola francese e essenzialmente storica: ricapitola in certo modo la vita dell'Umanità nel passato, accennando, poco definitamente, al futuro. L'idea libertà fu elaborata, conquistata su scala limitata dal mondo greco-romano, dal Paganesimo, il cui problema fu l'emancipazione dell'individuo umano. L'idea eguaglianza fu elaborata e conquistata, in parte dal mondo latino-germanico, dal Cristianesimo, il cui problema, falsato verso il VII secolo dal Papato, fu la libertà per tutti, l'applicazione della conquista anteriore a tutti gli individui, la emancipazione dell'anima umana, in qualunque condizione versasse, sotto la fede nell'unità di natura. L'idea fratellanza, conseguenza inevitabile dell'unità di natura, albeggiò, traducendosi in carità, nel dogma cristiano, e scese, per breve tempo, sul terreno politico internazionale, ne' bei momenti della Rivoluzione Francese.
«La formola italiana è invece radicalmente filosofica: accettando le conquiste del passato, guarda risolutamente al futuro, e tende a definire il metodo più opportuno allo svolgimento progressivo delle facoltà umane.
«La prima esprime, compendiato, un grande fatto. La seconda scrive sulla bandiera un principio. La prima definisce, afferma il progresso compiuto: la seconda costituisce l'istrumento del progresso, il mezzo, il modo per cui deve compirsi.
«Una formola filosofico-politica, per aver diritto e potenza d'avviare normalmente i lavori umani, deve racchiudere, sommi, due termini: la sorgente, la sanzione morale del Progresso: la Legge e l'interprete della Legge.
«Questi due termini mancano nella formola Francese: costituiscono l'Italiana.
«La sorgente, la sanzione morale della Legge, sta in Dio, cioè in una sfera inviolabile, eterna, suprema su tutta quanta l'Umanità, e indipendente dall'arbitrio, dall'errore, dalla forza cieca, di breve durata. Più esattamente, Dio e Legge sono termini identici: Dio, stampando la natura umana delle due tendenze ineluttabili, progresso ed associazione, ch'oggi la distinguono dall'altre nature terrestri, ha scritto in fronte alla Umanità il codice, del quale la vita storica non è se non il commento, l'applicazione. Tolto Dio, non rimane possibile sorgente alla Legge, fuorchè il Caso e la Forza.
«L'interprete della Legge fu problema continuo all'Umanità. Ogni epoca storica lo sciolse diversamente. Un'epoca affidò l'interpretazione della Legge al Capo, qualunque si fosse: un'altra al sacerdozio, fatto casta e sommato nel papa: la terza a un numero definito di famiglie regali preordinate per diritto divino a dirigere l'Umanità. La formola italiana affida l'interpretazione della Legge al Popolo, cioè alla Nazione, all'Umanità collettiva, all'Associazione di tutte le facoltà, di tutte le forze, coordinate da un Patto.
«La formola Italiana, intesa a dovere, sopprime dunque per sempre ogni casta, ogni interprete privilegiato, ogni intermediario per diritto proprio tra Dio padre e ispiratore della Umanità e l'Umanità stessa.
«Tutte le caste desumono la loro origine dalla credenza in una rivelazione immediata, limitata, arbitraria. La formola Italiana, sostituisce a questa la rivelazione continua, progressiva, universale di Dio attraverso l'Umanità; re, papi, patriziati, sacerdozi privilegiati spariscono. La formola Italiana, generalizzata da una Nazione all'associazione delle Nazioni, dichiara fondamento d'una teoria della Vita: Dio è Dio, e la Umanità è il suo Profeta.
«La formola Italiana è dunque essenzialmente, inevitabilmente, esclusivamente repubblicana; non può uscire che da credenza repubblicana; non può inaugurar che repubblica.
«La formola Francese, non accennando alla sorgente eterna della Legge, ha potere per difendere, colla forza, col terrore, non coll'educazione, alla quale manca la base, le conquiste del passato; è muta, incerta, mal ferma sull'avvenire. Non definendo l'interprete della Legge, lascia schiuso il varco agli interpreti privilegiati, papi, monarchi o soldati. Quella formola potè nascere dagli ultimi aneliti d'una monarchia: sussistere ipocritamente in una repubblica che strozzava la libertà repubblicana di Roma: soccombere sotto il nipote di Napoleone, che dichiarava: io sono il migliore interprete della legge: io sarò tutore alla libertà, all'eguaglianza, alla fratellanza dei milioni.
«Nè papa nè re potrebbe assumere coi repubblicani italiani linguaggio siffatto. La formola inesorabile gli direbbe: non conosciamo interpreti intermediarî, privilegiati, tra Dio e il popolo; scendi ne' suoi ranghi ed abdica.
«Più altre differenze contrassegnano le due formole, che rappresentano l'iniziativa francese e l'iniziativa italiana: ma quest'una accennata parmi la più importante. Sgorga evidente dalle due parole. E nondimeno fu sin qui trascurata. Taluno propose di sostituire: Dio e Legge, ciò che vorrebbe dire: legge e legge. Tal altri affermò la formola identica a quella: Dio e Libertà; non s'avvedendo che la libertà non rappresenta se non l'individuo: che la parola dell'epoca nascente è associazione, e che il termine Popolo, termine collettivo e sociale, indica che solamente coll'associazione può compirsi la Legge, il Progresso. Ma è vezzo inconscio, tuttavia radicato nei nostri migliori, di serbare ogni potenza di sofismi e d'esame contro qualunque idea vesta forma italiana, e d'accettar ciecamente ogni formola che vien di Francia.
«Del resto, su tema siffatto occorrerebbero libri; ed oggi, a fronte delle fucilazioni di Mantova, ogni italiano che abbia sangue nelle vene e fremito di patria e coscienza del suo diritto e fede nel popolo, che confuse tutti i sistemi poco più di tre anni addietro, ha da far cartuccie dei libri.
«1.º febbrajo.»
[57] Precis de l'Art de la Guerre, Vol. I, Art. VIII.
[58] Vedi Vol. VIII delle Opere complete.
[59] Proclama del 6 marzo.
[60] Proclama dell'11 marzo.
[61] Ma part aux événements de l'Italie Centrale en 1831.—Par le général Armandi.—Paris, 1831.
[62] Processo verbale della sessione del 25 marzo.
[63] Byron, Childe Harold; c. IV.
[64] Uno straniero, Carlo Didier di Ginevra, scrittore caldo e valente, che guarda all'Italia con tanto amore che noi possiam dirla una seconda patria per lui, ha toccato, confutandole in un discorso intitolato I tre principî, ossia Roma, Vienna e Parigi, queste due ipotesi dell'Austriaco, e del Papa, regnatori unici in Italia per consenso italiano.—Noi non le reputiamo ipotesi pericolose in Italia; e però rimandiamo al discorso citato i pochissimi che le accarezzano. L'una è un anacronismo di secoli; l'altra è peggiore e frutterebbe infamia a chi s'attentasse di predicarla.—Il discorso verrà, spero, tradotto e pubblicato dal benemerito Ruggia e gl'Italiani vedranno il nostro simbolo uscire limpido e intero dalla bocca dello straniero. A me è dolce afferrare questa occasione per attestare affetto e riconoscenza al Didier. S'egli scorrerà queste pagine, io so che il core gli balzerà di gioja in veggendo che nella terra ch'egli ama le massime di rigenerazione da lui predicate germogliano nelle anime giovani e si tenta diffonderle, se non con l'ingegno ch'egli ha, con tutto l'ardore di religione, ch'egli può desiderare agl'Italiani. Son tanti gli scrittori francesi ed altri, che insultano, travedendo o deliberatamente, alla Italia, che quando ci vien fatto d'abbatterci in taluno che le porge una mano d'amore e un consiglio, noi proviamo una sensazione simile a quella che produce nell'esule l'ospitalità data senza fasto d'orgoglio, senza affettazione di pietà.
[65] Questo indirizzo, steso nella nostra favella, venne deliberato dal Comitato Polacco alla Giovine Italia. Dall'epoca di quest'indirizzo le persecuzioni dello Czar ottennero l'intento anche in Francia, e i membri del Comitato andarono dispersi per ordine ministeriale.
[66] Fu discussa più volte e da gravi uomini nell'America; ma per le condizioni particolari v'assunse aspetto singolarmente locale: i Federalisti in America combattono acremente per la centralizzazione; tra noi contro—e d'altra parte quegli scritti son poco noti. In Francia s'agitò la questione, ma combattendo: gli animi insospettiti delle molte insidie, irritati dai pericoli, erano tratti a vedervi questione di vita o di morte; però dove gli argomenti non soccorrevano pronti o non erano intesi, suppliva la scure. In Italia pochi la esaminarono a fondo. Melchiorre Gioia toccò, non certo esaurì tutti i punti importanti nella dissertazione: Quale dei governi liberi meglio convenga all'Italia, e opinò pel sistema unitario.
Il capitolo I del libro IX dell'Esprit des lois, dove Montesquieu sembra proporre la federazione come il miglior dei governi, è superficiale come sono pur troppo molti capitoli del suo libro nei quali ei tocca questioni d'ordine generale: alcune asserzioni non convalidate da prove, e un esempio che conclude forse a suo danno, forman quel capitolo: vedi più giù.—È cosa notabile che nè Voltaire, nè Elvezio, nè quanti hanno gremito di note e osservazioni minuziose e talora pur cavillose ogni linea del testo di Montesquieu, abbiano trovato in quel capitolo argomento d'una sola considerazione; e può trarsene come—da Rousseau in fuori—i critici del secolo XVIII s'addentrassero nella politica organica.
[67] Tranne Brizzot e pochissimi dei minori, gli uomini della Gironda non parteggiarono teoricamente e assolutamente pel sistema federativo. L'accusa data ad essi dalla Montagna dura tuttavia accettata senza esame dai più, forse perchè la condanna e il supplizio tennero dietro all'accusa, e i più danno giudizio sul fatto, non sul diritto. Ma la loro non fu opposizione di sistema, bensì opposizione di circostanza. A molti di quei che oggi ancora si citano federalisti, il pensiero di rompere l'unità della Francia s'affacciava delitto capitale. La questione tra gli uomini della Montagna e della Gironda era ben altra: due sistemi diversi di rivoluzione cozzavano in essi, e il federalismo non fu che un'arme di quella guerra. I Girondini contrastarono il dominio a Parigi, tentarono la sollevazione delle provincie; ma perchè Parigi era a quei giorni la Convenzione, e la Convenzione era la Montagna; perchè volendo pur combattere il sistema della Montagna, vinti in Parigi non potevano che cercare un rifugio nell'influenza onde godevano tuttavia nei dipartimenti. Predicarono Lione, ma perchè ivi si trasportasse una Convenzione come la volevano; nè ad essi cadde in pensiero di smembrare la Francia—nè ad alcuno mai fuorchè ai re della Lega, e a pochi illusi ed iniqui che v'intravvedono anch'oggi il ritorno dei Borboni cacciati. La sentenza pronunciata dalla Convenzione fu giusta, però che in essa risiedeva la rivoluzione—e la guerra tra la rivoluzione e chi s'attraversa, è guerra mortale. Ma il federalismo fu pretesto alla sentenza che i posteri non hanno a ratificare.
[68] L'ordinamento federativo non vieta e non inchiude la libertà, non ha che fare colla costituzione interna di ciascuna delle repubbliche unitarie che compongono la federazione. Dalla interna costituzione dipende la maggiore o minore libertà che spetta a ciascuna: dal sistema che le unisce tutte, la maggiore o minore durata della libertà stabilita. La questione della libertà interna s'agita negli attributi della potestà centrale, nel diritto d'intervento accordato al governo negli affari spettanti ai singoli membri dell'associazione: questione che non può sciogliersi se non colla Legge che provvede all'ordinamento dei comuni e dei municipî: questione estranea a questa del sistema unitario o federativo, che non tocca la costituzione interna. Le libertà comunali e municipali possono essere affogate o svincolate dalla centralizzazione in ognuno dei diversi Stati confederati. Soltanto quei che cercano nella federazione una più forte tutela a siffatte libertà, non s'avvedono che raddoppiano, invece di scemarli gli ostacoli. Ad ogni Stato, membro della confederazione, è forza infatti porsi in guardia contro gli abusi del governo centrale della federazione, e contro a quei del governo particolare a ciascuno laddove uno almeno dei due nemici è soppresso dall'unità.
Giova notar fin d'ora la confusione che molti fanno di due questioni radicalmente diverse, quella della centralizzazione e quella dell'unità—e ne toccheremo più giù.
[69] Il materialismo, che nei secoli di servaggio s'è abbarbicato, assumendo aspetto d'opposizione, alle menti Italiane, ed ha invaso, isterilendole, letteratura, storia, filosofia, ha generato una politica, pretesa sperimentale, vero mare morto, i cui frutti gettati qua e là sulle spiaggie si risolvono in cenere: politica che abborrendo dai vasti principî sintetici, stendardo dei grandi periodi d'incivilimento, s'aggira nei fatti, come l'anatomia tra gli scheletri, e li esamina freddi, muti, isolati, come la morte del passato li ha fatti, senza risalire dalle cagioni secondarie alle prime, senza risuscitarne la vita, senza pure intravvederne la connessione generale, e l'andamento progressivo; politica, il cui sommo risultato scientifico è quello della vicenda alterna delle sorti e dei popoli, il cui sommo risultato morale è quello d'indurre negli animi una rassegnazione asiatica che soggiace ai fatti senza pure attentarsi di romperli o modificarli. È dottrina, che vive quasi esclusivamente di passato, e rinega l'avvenire: guarda con amore ai miglioramenti materiali, non s'avvedendo che dove questi non derivino dall'applicazione d'un principio morale, si rimangono sempre precarî, sottoposti all'ineguaglianza e all'arbitrio; e i dotti che la versano nei loro scritti s'arrestano a Machiavelli in politica, a Condillac in filosofia, ai teoremi d'Obbes in diritto sociale, e deliziandosi nelle ipotesi della guerra connaturale all'uomo, della forza costituente diritto, del clima padrone assoluto delle nazioni, sorridono all'altre del progresso, della umana perfettibilità, della fratellanza tra' popoli, dell'abolizione della pena di morte, come a sogni di cervelli esaltati e superficiali. E se la dottrina che noi qui accenniamo abbia mai fruttato all'Italia altro che tiranni o misantropi, lo dicano i fatti ch'essi invocano onnipotenti. Per noi è dottrina spenta; il secolo la rinega, e contro il secolo non è forza che valga. Ma sentiamo il bisogno di protestare altamente, perchè presso alcuni, che si ostinano tuttavia a predicarla, veste aspetto autorevole dai nomi, e travia li inesperti, proponendosi dottrina italiana per eccellenza—Italiana la dottrina del materialismo politico filosofico sulla terra dove fremono l'ossa di Dante, di Bruno e di Vico!—italiana la dottrina ch'oggi ancora nel XIX secolo, pronuncia le assemblee deliberanti non convenire all'Italia per divieto di clima!—I giovani la indovineranno facilmente a un certo fare che piaggia, non emula Machiavelli, a un'affettazione della gravità non della semplicità antica, alla venerazione che trapela per le riforme principesche, pei consessi aristocratici, per le accademie, all'ira contro qualunque fa di sottrarsene, e più alle frasi prepotenza di cose, onnipotenza di fatti, sogni utopistici, e simili, che ricorrono ad ogni tanto nei volumi che le spettano.
Noi torniamo e torneremo sovente a quest'argomento, dovessimo anche esser tacciati di divagazioni, perchè più che discutere le questioni particolari, ci par giovevole d'adoprarci a che si formi dai giovani un criterio politico.—In politica non si sragiona impunemente mai. Tutte le delusioni che pesano sulla Francia del luglio, e le comandano una seconda rivoluzione, non derivano che da un errore di raziocinio politico, che indusse a credere conciliabili due elementi necessariamente discordi, re e istituzioni repubblicane.
[70] La Lega anfizionica, costituita fra dodici popoli del nord della Grecia, aveva un Consiglio che si riuniva due volte l'anno in Delfo e in Antela, presso le Termopoli. Ventiquattro membri, due per ogni Stato, ciascuno con diritto di voto, lo componevano: poi crebbero i membri, non i voti. L'autorità del Consiglio fu sempre riconosciuta dai deboli, sprezzata dai forti. 354 anni prima di Cristo, i Focesi furono dal Consiglio condannati, come sacrileghi, ad una ammenda per avere lavorato terreni consacrati ad Apollo. Era delitto religioso e dovea trovar tutti uniti. Ma i Focesi corsero all'armi: la Grecia si divise a favore e contro; e la guerra sacra durò dieci anni, spossò i Greci e li diede alle ambiziose tendenze del re dei Macedoni.
[71] Rarus duabus tribusque civitatibus ad propulsandum commune periculum conventus: ita dum singuli pugnant, universi vincuntur.—Tacito in Agric.—ed è la storia di tutte le federazioni.
[72] Neuchâtel apparteneva, quando fu pubblicato l'articolo, alla monarchia prussiana—1861.
[73] All'epoca in cui Gioia scriveva la sua dissertazione, i politici d'Arcadia prevalevano ancora di tanto, ch'egli, non osando quasi enunziare i suoi dubî intorno alla Svizzera, li cacciava in nota, e in bocca a un amico suo viaggiatore. D'allora in poi le storie narrate da Svizzeri rivelarono nuda la condizione della contrada. Vedi fra tutte quella dello Zschokke.
[74] In una lettera del 25 ottobre 1770: confesso che quanto ho veduto m'ha convinto della impossibilità di mantenere la libertà nostra.
E altrove, accennando alle istituzioni abbracciate in comune dai confederati a vantaggio della nazione, soggiunge: capitolo a farsi.
[75] Bruges, Anversa, Amsterdam toccarono l'apogeo della prosperità commerciale prima della indipendenza ottenuta. Vedi tutti gli storici, e segnatamente il nostro Guicciardini.
[76] Rousseau, come Montesquieu, non pensava, trattando la questione, che alle repubbliche pagane e all'intervento diretto del popolo. Ed è vero che l'Attica, a cagion d'esempio, era già troppo vasta per quell'intervento: il popolo non poteva concorrere ad Atene se non di rado, e cedeva quindi inevitabilmente gran parte della propria autorità. E questo probabilmente il vizio interno accennato da Montesquieu.
[77] L'estremo della politica materialista è toccato da chi desume, anche dopo i piroscafi e le vie ferrate, impossibile l'Unità dalla forma allungata dell'Italia, e in verità non merita confutazione.
[78] Inedito, 1861.
[79] Etudes sur les constitutions des peuples libres.
[80] Dalle Lettere sulle condizioni d'Italia, già citate. Lettera I, maggio 1839, nel Monthly Chronicle.
[81] Memoires de Napoléon.
[82] Dichiarazione di Principî e non di Diritti. E questa sola distinzione basterà, se intesa e svolta a dovere, all'iniziativa Italiana in Europa. Il nostro Patto assumerà carattere religioso ed esprimerà le condizioni d'un'Epoca il cui fine è l'Associazione. Le dichiarazioni di Diritti che tutte le Costituzioni s'ostinano a ricopiare servilmente dai Francesi non esprimevano se non quelle d'un'Epoca, compendiata—ed è gloria immortale per essa—dalla Francia, che avea per fine l'individuo e non accennava se non a mezzo il problema.
[83] Accenno appena come spazio e tempo or concedono: ma questa dell'Educazione Nazionale è questione vitale, frantesa finora dai più, e merita un lavoro speciale ch'io tenterò in seguito. La teorica invalsa nelle nostre file della libertà d'insegnamento e non altro, fu grido di guerra giusto e utile contro un monopolio d'educazione fidato ad Autorità rappresentanti il principio feudale e cattolico avverso da lungo al Progresso e incapace di dirigere le manifestazioni della vita nell'individuo e nell'Umanità. E anch'oggi dovunque importa rovesciare quella falsa autorità e riconquistare alla società il diritto di fondarne un'altra che sia espressione dell'Epoca nuova, noi ci appiglieremo a quel grido. Ma ordinata la Nazione a libera vita sotto l'ispirazione d'una fede che abbia a propria insegna la parola Progresso, il problema è mutato. La Nazione è un insieme di principî, di credenze e d'aspirazioni verso un fine comune accettato come base di fratellanza dalla immensa maggioranza dei cittadini. Concedere a ogni cittadino il diritto di comunicare agli altri il proprio programma e contendere alla Nazione il dovere di trasmettere il suo è contradizione inintelligibile in chi vuole l'Unità Nazionale, ridicola in chi sancisce unità di monete, pesi e misure per tutti. L'unità morale è ben altramente importante che non l'unità materiale; e senza Educazione Nazionale quell'Unità morale è impossibile: l'anarchia inevitabile. L'Educazione Nazionale è inoltre l'unica base di giustizia che possa darsi al Diritto Penale. Gli uomini che avversano il principio dell'Educazione Nazionale in nome dell'indipendenza dell'individuo non s'avvedono ch'essi sottraggono il fanciullo all'insegnamento de' suoi fratelli per darne l'anima e l'indipendenza all'arbitrio tirannico d'un solo individuo, il padre. La libertà e l'associazione sono, come dissi, ambo sacre, e ambo devono rappresentarsi: il Dovere sociale dalla trasmessione del Programma Nazionale: la libertà di progresso da quella di tutti gli altri programmi, la cui libera espressione deve essere protetta e confortata dallo Stato. All'individuo appartiene la scelta.
[84] Anche questo vorrebbe sviluppo, e farò di darlo in altro volume. Ricordo or soltanto che fin dalla fine dello scorso secolo, Vincenzo Coco avvertiva come una popolazione che non ha prodotto principale se non l'olio debba aspettarne il ricolto in novembre, un'altra vivente sulla pastorizia e sull'agricoltura raccolga i frutti del lavoro in luglio e, se in paese di fredde montagne, nel settembre, e mentre l'agricoltore ha in un solo giorno il prodotto delle fatiche dell'anno, gli incassi del manifatturiere sieno continui, e quei del commerciante si concentrino spesso ai pericoli delle fiere. E conchiudeva perchè fosse lasciato alle popolazioni il modo di soddisfare al tributo imposto.
[85] Oggi non so quanti più, mercè l'infausta annessione di Nizza e Savoja.
[86] Quest'articolo è stato in gran parte tradotto dall'Autore stesso, come indicano le virgolette che segnano quella parte.
(Nota della Trad.)
[87] Dall'Apostolato Popolare, aprile 1842.
[88] I fondatori dell'Atelier, della Ruche e del Travail, tre giornali che in Francia rappresentano i voti ragionevoli degli operai, hanno deciso, tanto sentivano la necessità che noi predichiamo, che i soli operai sarebbero ammessi a esprimere i bisogni degli operai nelle loro colonne.
[89] Frammenti, dico, poi che la necessità di non trarre a pericolo uomini buoni o di non tradire segreti da' quali può, quando che sia, escir benefizio al paese, mi costringerà sovente a mutilar quelle lettere. Ma dove non militano quelle cagioni, io non ho stimato diritto mio di cancellare una sola sillaba, anche dove quel senso di pudore ch'è ingenito in ogni uomo mi suggeriva di farlo. Le lodi che a me si profondono nelle lettere dei due fratelli sono troppo apertamente immeritate da una vita composta d'una serie d'aspirazioni senza potenza di tradurle in atti, perch'io, esecutore testamentario, potessi, senza peccato, crearmi, sopprimendole, un merito di modestia. Ma in essi la riverenza a un esule e all'espressione costante di certe credenze, non menomata pur dall'idea che la costanza in esilio non frutta pericoli gravi, era indizio d'indole, ch'io non potrei cancellare, per motivi individuali, senza rimorso.
[90] Gœthe.
[91] Era figlio di Côrso, ma nato in Cefalonia, da madre cefalèna.
[92] Sento tutta la gravità dell'accusa ch'io pubblico; ma questa mi sgorga da relazioni d'uomini informatissimi, non sospetti, e a' quali l'accusato, prima ch'essi raccogliessero dati positivi, era ignoto persin di nome. E nondimeno, io m'assumo fin d'ora l'obbligo, se potesse mai un giorno scolparsi, di fargli ammenda onorevole, ritrattandomi pubblicamente com'oggi accuso.
[93] Operajo. Era zoppo.
[94] Avrei vivamente desiderato trasmettere ai giovani il ritratto dei due fratelli, e ne ho fatto ricerca, ma invano. Attilio era di statura piuttosto alta; magro nella persona; calvo. Serio nell'aspetto, grave nei modi, pieno d'entusiasmo nel discorso, aveva del sacerdote nell'insieme: del sacerdote intendo come un giorno sarà. Emilio era piccolo e tendente al pingue: di modi semplici e volgenti a lietezza noncurante in ogni cosa che non toccasse che lui: d'indole indipendente, ma non col fratello ch'ei venerava.—Inserisco in calce allo scritto i loro proclami.
[95] Uomo inoltrato negli anni, avvocato, e figlio del Nardi che fu per pochi giorni dittatore in Modena nei moti del 1831.
[96] Rocca e Venerucci erano, come Miller, uomini del popolo, operai: rari per acutezza naturale d'ingegno: d'aspetto gradevole: di condotta esemplare. Rocca era stato cameriere del poeta greco Solomos, che lo trattava come un amico. Venerucci era fabbro espertissimo. S'erano ambedue negli ultimi tempi adoperati con zelo, in una corsa che fecero nel Levante, per disbrigarsi d'alcuni debiti anteriormente contratti, onde potersi cacciar nell'azione senz'alcun peso sull'anima e senza che alcuno potesse lagnarsi di loro.
[97] Uomo d'armi incanutito nelle battaglie di Napoleone.
[98] Forse da questa circostanza, dall'avere i martiri venerato più Cristo che non il prete, venne il rifiuto dato dai preti cattolici di Parigi ai nostri esuli, quando andarono a richiederli di celebrare un'esequie il 2 novembre ai nove sagrificati.
[99] «Pio nono, angelo deputato dal cielo... novello e dell'antico più sapiente e glorioso fondatore di Roma; restauratore immortale della civiltà cristiana, cui i popoli diffidenti volgono maravigliando lo sguardo vedendo che per lui il pontificato riassume, con non più saputa potenza, la tutela degli oppressi, e l'idea cattolica si svolge fautrice di ben ordinato civile consorzio, di equità, di giudizio, di nazionalità, di emancipazione e di riconoscimento dell'umana dignità ecc.»—Dragonetti.
«Egli s'è fatto profeta del popol suo non solo, ma dell'intera civiltà cristiana: egli ci dice quali saranno le sue sorti future: non son io degno d'unire l'umile mia voce alla potente parola del gran pontefice... che si sparge per l'intero mondo nunzia di giustizia... questa parola che ha in sè maggior potenza che non si ebber tutte insieme le antiche legioni, ha compito in brevi giorni la grand'impresa che costò tanti secoli all'armi romane, la conquista del mondo.»—Azeglio.
E basti per saggio. L'Azeglio è lo stesso che un anno innanzi scriveva: «Se anche salisse al pontificato un uomo dotato d'alta sapienza nell'arte dello Stato e d'ugual virtù per usarla ad utile pubblico e senza pensiero di sè stesso, se questo pontefice volesse risolutamente riformare gli abusi, che sono il profitto di tanti. . . . . costoro non glielo consentirebbero. . . . ed il minor danno a cotal pontefice sarebbe il non poter far frutto nessuno.»
INDICE
degli scritti contenuti nel presente volume
INDICE
degli scritti contenuti nelle note autobiografiche.
- A Carlo Alberto di Savoja» [36]
- Pensieri intorno alla Carboneria—1839.—(Estratto da quattro lettere: Sulle Condizioni e sull'Avvenire d'Italia, pubblicate nel Monthly Chronicle.) Vedi la nota a» [49]
- Istruzione generale per gli affratellati nella Giovine Italia» [59]
- Manifesto della Giovine Italia» [66]
- Istruzioni morali ai Comitati della Giovine Italia» [71]
- Istruzioni politiche, idem» [72]
- Protesta contro il decreto ministeriale d'espulsione dalla Francia.—Al direttore della Tribune, 1832» [74]
- Protesta contro il giornale dell'Aveyron.—Al direttore della Tribune, 1833» [79]
- Altra protesta contro il Monitore.—Al direttore del National, 1833» [80]
- Dilucidazioni intorno allo Statuto della Giovine Italia, 1833» [82]
- Lettera a Federico Campanella intorno al Gallenga» [99]
- Cosmopolitismo e Nazionalità (Dalla Jeune Suisse)» [108]
- Sono partiti! Intorno alla persecuzione dei proscritti» [112]
- Patto di Fratellanza (Giovine Europa)» [114]
- Istruzione generale per gl'iniziatori» [116]
- Lettera a Lamennais» [119]
- Per il giornale la Giovine Svizzera costretto a cessare le pubblicazioni» [130]
- Concetto della vita» [133]
- Dei moderati» [148]
- Lettera ad un certo Leopardi, 1834» [152]
- » a Montanelli, 1847» [157]
- » a Filippo De Boni, 1848» [159]
- » a Lorenzo Valerio, 1848» [163]
- » ai Siciliani, 20 febbrajo 1848» [165]
- Programma (brano) dell'Associazione Nazionale» [167]
- Indirizzo (brano) al Governo repubblicano di Francia» [168]
- Agli amici Romani, 1848 (dalla Pallade)» [171]
- Protesta contro il voto dell'Assemblea Romana» [179]
- Il moto del 6 febbrajo» [185]
- Al direttore dell'Eco delle Provincie» [192]
- Agl'Italiani» [193]
- Lettera a Visconti Venosta, 1853» [224]
- Protesta contro la diserzione della bandiera repubblicana di alcuni membri del Comitato Centrale» [231]
INDICE degli scritti contenuti nel Testo.
- D'alcune cause che impedirono finora lo sviluppo della libertà in Italia» [232]
- Fratellanza dei popoli» [266]
- Italia e Polonia» [269]
- Dell'Unità italiana» [272]
- Interessi e principî» [307]
- Agli operai italiani.—Del dovere di associarsi nazionalmente» [315]
- Necessità dell'ordinamento speciale degli operai italiani: risposta ad un'obbiezione» [318]
- Ricordi dei fratelli Bandiera e dei loro compagni di martirio in Cosenza» [324]
- Dedica a Jacopo Ruffini» [ivi]
- A Pio IX, Pontefice Massimo» [354]
- Missione della stampa periodica» [358]
- Ai Giovani, ricordi» [361]
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