XIII.

Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio.

Cesare Balbo in una delle sue novelle narrate da un maestro di scuola racconta il caso della Bella Alda, innestando qualche cosa di suo alla leggenda[24]. Suppone accaduto il tristo caso verso il 1200 o 1300, al tempo d'una delle discese de' Francesi per la Comba di Susa; e imagina che soldati di Francia tentino la onestà di Alda e la costringano a precipitarsi giù per i dirupi del Pirchiriano.

Per tal guisa lo scrittore prende occasione a rimproverare la baldanza de' Francesi, e lamenta l'oltraggio che spesso a noi fanno i temerari stranieri.

Massimo d'Azeglio, poeta e pittore[25], inventa i casi del monaco Arnaldo, e splendidamente narrando e ritraendo le tradizioni e le pittoresche veduto della Badìa, mette in bocca al monaco il racconto, e gli fa dire che il caso di Alda sia avvenuto ai tempi di Federico Barbarossa, quando gli Imperiali scorrazzavano audacemente in quella valle, ponendo a sacco e distruggendo Susa, Avigliana e tutte le circostanti castella, indignati di Umberto III, Conte di Savoia, che di animo guelfo teneva per il Papa. Le quali cose egli narrando ne accende di sdegno contro i nemici, che ci vengono da Lamagna.

In quanto all'essersi Alda insuperbita del miracolo e l'aver fatto un secondo salto onde morì, il D'Azeglio scusa la stranezza del racconto dicendo: «Ha sete sempre l'animo nostro di maraviglie, nè trovandole vicine, le cerca nel remoto passato e nel tenebroso avvenire».

Il Balbo invece osserva: «Non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici, erano appunto quelli che si chiamavano Giudizi, ma furono vere tentazioni di Dio. Quindi è che si potrebbe dire, che domandando giustizia e riparazione l'Abate e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo e dei secondi il negarlo, venissero poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto a vanità, vi si lasciasse persuadere».