II. Atti del Tribunale di Sanità.
Ne’ primordj di queste luttuose vicende, allorquando indizio veruno o terrore di peste eravi in città, e i Milanesi, tranquilli e scevri di cure, attendevano alle loro occupazioni, godendo come è loro costume i piaceri e le gioje della vita, si sparse voce che l’esercito imperiale, movendo all’acquisto di Mantova, disseminava il contagio nei paesi che traversava. Al qual morbo, la gente alemanna, per consuetudine inveterata da secoli, non abbada più che alle comuni malattie. Già era venuto l’avviso che in Lindò dodici famiglie infette di peste trovavansi segregate giusta le prescrizioni sanitarie fra noi in vigore; per la qual cosa il presidente Arconati adoperossi a tutto potere perchè la Sanità dichiarasse Lindò infetto, e quindi interrotto ogni nostro commercio col medesimo. E tanto più che oltre all’avervi stanziato l’esercito alemanno, sporco di peste, essa città è sempre sospetta come emporio delle merci provenienti dalla Germania[150]; laonde l’Arconati instava che per sicurezza di Milano si vietasse con pubblico decreto di ammettere nello Stato persone e mercanzie di là provenienti. Ma gli interessi privati, i quali, al dire d’un antico scrittore, sono mai sempre in collisione coi pubblici, tolsero che si attivasse questo sì provvido divieto. Alcuni nostri cittadini, potenti e ricchissimi negozianti o parenti di negozianti, i quali coprivano altresì eminenti cariche, vi si opposero coll’autorità loro e coi suggerimenti, non tralasciando anche di trarre al loro partito uomini di cui servivasi il Tribunale di Sanità.
Avevano i medici conservatori insistito che s’intercettasse la comunicazione con Lindò almeno durante l’estate, il calore del quale innasprisce sempre i contagi. E quando videro derisi i loro consigli e che i guadagni de’ potenti ostavano ai dettami della filosofia, cercarono che almeno si spedisse in quelle parti un uomo fidato, il quale, fatte diligenti indagini, scrivesse a Milano come progredisse la peste, come s’andasse sviluppando, e da che strade potevasi introdurre nelle nostre provincie.
La Sanità affidò tale missione a Giulio Vimercati, uomo fedele, ardimentoso e sprezzatore d’ogni pericolo, purchè ne riportasse lodi, elogi, certezza di pronto lucro e speranze future.
Il Vimercati perlustrò ogni angolo, esaminando tutto quanto concerneva la peste colla diligenza non solo d’un legato della salute pubblica, ma d’uno speculatore. Ma le sue lettere e le relazioni circostanziate tornarono vane, prevalendo, come dissi, i raggiri de’ negozianti, i quali, per la condizione dei tempi, maneggiavano a loro voglia le cose, ed insaziabili di guadagno, quantunque nobili e ricchi, facevano cadere a vuoto ogni provvedimento contrario al loro interesse. Coll’autorità e con segrete mene adunque riuscirono ad impedire che si vietasse il pericoloso commercio colla Germania, come volevano i medici conservatori. Di più fecero sopprimere le bollette, utile e salutare cautela introdotta l’anno 1628 dal senatore Paolo Ro, presidente della Sanità[151]. E tale misura così improvvida adottossi quando l’esercito alemanno, infetto di peste, non si sapeva ancora per quale strada scenderebbe in Italia. Allorchè poi, muniti i castelli dei Grigioni, esso cominciò a scendere nella Valtellina, avvicinandosi sempre più a noi, il Tribunale di Sanità decretò che niuno comperasse abiti, utensili, vasi e qualsiasi cosa derubata dalle truppe nei villaggi che già si sapevano infetti di peste. Gravissimo era il pericolo, giacchè i soldati cercavano trar partito dei loro furti, offerendoli a’ compratori a basso prezzo; laonde il decreto della Sanità fu vilipeso, e molti, con quell’infame traffico per ingordigia di guadagno, contrassero il morbo, con ruina di molti e della patria.
Il Consiglio, la Sanità, il Senato ed i Questori ordinarj, instarono con raddoppiata energia, perchè, se evitar non potevasi assolutamente il passaggio delle truppe alemanne pel nostro territorio, almeno s’imbarcassero a Chiavenna sul Lario fino a Como. In tal modo scemava il rischio di spargere il contagio nelle terre, e lasciavasi minor adito di rapinare alle soldatesche, baldanzose e sfrenate come è proprio dei barbari. Ma i Comaschi, siccome corse voce, evitarono con un donativo il disturbo: i capi della loro città, mediante quattro mila zecchini, fecero in modo che i comandanti dell’esercito scegliessero la via di terra toccando appena qualche terra del lago. Se l’esercito veniva traghettato con barche, come erasi stabilito, e per abbreviare il viaggio, e per minor danno del paese, il contagio avrebbe recato guasti di gran lunga minori, nè sarebbesi cotanto esteso; e le truppe alemanne non avrebbero desolate le popolazioni colle rapine e la militare licenza.
Dovevano, giusta il prescritto, uscendo dalla Valle Solda, imbarcarsi a Margozzo ed entrare nel Verbano; giù pel Ticino a Pavia, indi pel Po giungere ai luoghi ov’era diretto l’esercito. Si propose altresì una seconda strada, cioè da Belinzona a Magadino dove s’imbarcherebbero; la terza finalmente, che a forza d’oro venne chiusa, era che le truppe, uscendo dalla Valtellina, preso imbarco sul lago di Como, e fatto un tragitto di quattordici miglia, si portassero a Laveno in riva al Lago Maggiore; ovvero, traghettata l’Adda toccassero a Castelnuovo, ove questo fiume mette foce nel Po, e di là s’avviassero per dove li guiderebbero i loro comandanti.
I due Tribunali, il Senato ed i magistrati della città avevano così stabilito; ma quando l’esercito, sprezzando i loro decreti, e cangiata strada, devastò tutto il paese con latrocinj, incendj e crudeltà d’ogni genere, eccedendo perfino la consueta militare licenza; quando Colico fu data alle fiamme, la Valsassina posta a soqquadro, depredata la Brianza e tutta la Geradadda, anche più crudelmente tiranneggiata come se fosse invasa da orde barbariche, quando le truppe ebbero sparsa la peste, lasciandone traccia ovunque passavano, allora la Sanità emanò giornalmente nuovi ordini che furono di poco giovamento.
Il 23 ottobre 1629 il protofisico Settala denunziò alla Sanità che nel villaggio di Chiuso, ultimo del territorio di Lecco sul confine bergamasco, era indubitatamente scoppiato il male e che già dieci case trovavansi infette. Vennero eguali notizie da Colico e Bellano e da Lecco, avendo scritto il medico Francesco Maruello ivi residente. In conseguenza di tali avvisi il Tribunale scelse a commissario un certo Cisero, perchè senz’indugio si recasse sui luoghi, coll’ordine di passare per Como, e prender seco un medico per meglio esaminare le cose attinenti alla salute pubblica. I medesimi scrissero non esservi in que’ dintorni peste, ingannati forse da un ignorante barbiere di Bellano, il quale gli assicurò che era bensì morto qualcuno d’improvviso, ma per le esalazioni delle paludi di Colico, ovvero per gli strapazzi sofferti durante il passaggio degli alemanni; e che molte malattie naturali somigliano alla peste. Ma pochi giorni dopo la Sanità, saputo che anche in altri villaggi prendevano forza i sospetti di contagio per morti improvvise, con spavento non solo degli abitanti che abbandonavano fuggendo il paese, ma anche dei lontani pel concepito allarme, ordinò preghiere a Dio perchè infrenasse il morbo che ormai serpeggiava.
Poscia elessero Alessandro Tadino, uomo che all’ingegno non comune, univa l’esperienza e l’attività necessaria in simile frangente, pregandolo che a’ suoi meriti verso la patria, quello pur aggiungesse di recarsi a perlustrare l’intero tratto di paese percorso dall’esercito alemanno, informando il Tribunale quali luoghi trovasse sani, quali sporchi[152]. Gli diedero compagno Giovanni Visconti, auditore della Sanità, provvedendoli d’ogni mezzo occorrente pel viaggio. Partiti da Milano il 29 novembre, visitarono colla possibile sollecitudine la sponda del Lario, la Valsassina, i colli della Brianza e la Geradadda.
Il quarto giorno scrissero al Tribunale le seguenti notizie. Ad Olginate, paese della Brianza in riva all’Adda, non che a Galbiate, avevano trovati i terrazzani agitatissimi per la peste scoppiata fra loro, e molti che si erano isolati per timore, ovvero fuggiti nei boschi e sui monti vicini[153]. Tutto ivi spirava miseria e squallore, a segno che i contadini, senza pronti soccorsi, si sarebbero ammalati di peste seppure già non l’avevano presa. Soggiungevano essere questi i primi luoghi dove eransi fermati, ma che giungevano loro eguali nuove dalle terre più lontane; il che verificherebbero in appresso. Urgeva il bisogno di medici, chirurgi, infermieri, perchè tali infausti principii non avessero più terribili conseguenze.
Il 10 novembre il Tribunale, dietro tale relazione, emanò ordini che le suddette terre venissero dichiarate infette di peste, nè si ammettesse alcuna provenienza dalle medesime. I registri ordinati sulle prime, poi trascurati, vennero rimessi in vigore con severo decreto, il quale fu osservato dai custodi per timore dei gravi castighi che minacciavansi a’ trasgressori.
I due commissarj continuarono il giro, trovando parecchi villaggi già invasi dal contagio o spaventatissimi pel suo avvicinarsi. Date le più urgenti disposizioni sanitarie, e provveduto col pubblico denaro ai bisogni istantanei, tornarono a Milano, riferendo al Tribunale di Sanità, che ormai non era dubbio il contagio, e già serpeggiava ne’ dintorni della città. I medici collegiati, trepidanti a tale infausto annunzio, ingiunsero ai due commissarj di recarsi ad informarne il governatore. Il Tadino e il Visconte v’andarono, e tornati in seduta riferirono che Sua Eccellenza era dispiacentissimo e molto agitato per l’annunzio, ma che le cure più gravi della guerra, lo tenevano occupato[154].
Il Tribunale ordinò che le lettere dei medesimi, venissero registrate negli atti a perpetua memoria dell’origine e delle prime stragi della pestilenza. Il Tadino, non soltanto medico ma storico egregio, descrisse nella sua relazione lo stato delle terre che visitò, delineando le pianure, le valli, i seni, le paludi, i luoghi irrigati da acque, le squallide lande. Distinse le vigne, gli orti, le campagne, i monti sassosi, i palazzi, le case, i miserabili tugurj dei contadini; notò il numero delle famiglie di ciascun paese, e quali di questi fossero aperti e indifesi contro la peste, quali invece o per posizione, o perchè recinti di mura, avessero speranza di schivarla. A codesta che può dirsi geografia della pestilenza, aggiunse il Tadino le osservazioni sanitarie proprie dell’ufficio suo: descrisse la miseria de’ contadini, molti dei quali trovò giacenti sulla paglia fracida e sporca dal lezzo de’ soldati cui aveva servito; parlò dei rimedj da lui amministrati, de’ soccorsi distribuiti, e delle prescrizioni che aveva attivate, affinchè le terre ancora sane porgessero ajuto alle già infette, e ne ricevessero esse pure, se fatalmente le colpiva il morbo. Conchiuse dicendo aver’egli dati dovunque gli ordini, perchè i cadaveri degli appestati che, frammisti ai viventi, facevano orrore coll’orrendo aspetto, e contaminavano l’aria, venissero posti sotterra[155].
Coteste notizie del morbo, che già erasi diffuso per le campagne, nelle valli, e fino entro i boschi, conturbarono tanto più i nostri magistrati, quanto non se lo aspettavano in quella stagione autunnale, essendo la pestilenza un mostro di cattivo augurio che d’ordinario compare in estate, ed all’appressarsi dal verno si nasconde negli antri, per rialzare nuovamente il capo col sole di primavera. Intanto cinque morti di peste accaddero entro le mura di Milano, le quali, confessate in segreto, minacciavano gravissimo pericolo pel venturo estate. Non fecero senno i magistrati di quei cinque casi, però vollero si registrasse negli atti il loro errore per istruzione dei posteri.
Quel Locato, di cui parlai al principio di questa storia, fu il primo ad introdurre il contagio in città; era un soldato di presidio a Lecco, che, voglioso di venire a Milano, vi s’introdusse con una bolletta falsa, e portò seco un fardello di robe, oltre i vestiti che aveva indosso, comperati dagli Alemanni, per venderli in Milano[156].
Morto il Locato nell’ospital maggiore, come narrai, ammalarono quanti gli erano stati vicino; alcuni morirono, altri, presi da febbri acute con gavoccioli, a stento risanarono. Questo è il primo caso di peste che trovo registrato negli atti del Tribunale di Sanità; morirono in seguito con segni di bubboni, e carbonchj certe donnicciuole della famiglia di un Colonna, abitante nella casa medesima dove alloggiò il soldato. La Sanità fece abbruciare le vesti e tutte le suppellettili di esse donne, perchè avevano comperate alcune robe dal soldato. In seguito si scoprì che, trovandosi esse in pericolo di morte, avevano mandate al vicino oratorio di San Rocco alcune vesti perchè si appendessero come voti al santo protettore della peste; laonde il Tribunale diede ordine, che di là tolte, si abbruciassero, affinchè, per l’intempestiva divozione di quelle femminuccie, il male non si diffondesse dall’oratorio tra il popolo.
Il 2 novembre intervennero alla seduta il protofisico Settala, suo figlio Senatore, da lui educato perchè fosse erede della gloria paterna, ma che non gli sopravvisse a lungo, ed Alessandro Tadino, il quale, congiunto ad entrambi per amicizia, studj uniformi ed amore di patria, formava con essi quasi una sola scuola medica ed una famiglia. Turbati in volto, riferirono come in porta Vercellina, in una casipola di Bernardo Bellano venditore di cenci, era arrivato un Gerolamo Radaello, fuggito per qualche motivo dal borgo di Merate, dove aveva comperato dai soldati alemanni un colletto di bufalo. Preso da febbre pestilenziale era morto in due giorni, ed apparvero sulla schiena del cadavere negre pustole e bubboni; anche il Bellano, suo ospite, morì cogli stessi sintomi di peste; di più Vittoria Cattanea, la quale per compassione o per denaro aveva assistiti i due malati, erasi infermata. Il figlio del Bellano, lattante, e la vecchia Caterina Cattanea con sua figlia, inquilini di essa casa, morirono tutti di peste in conseguenza del contatto inevitabile negli abituri dei poveri.
Dietro questa relazione dei tre illustri medici, la Sanità ordinò che raddoppiassero le cautele preservative. Ma ormai era vicino il principio di quell’anno che doveva menar tante stragi in tutta la città.
Entrante il gennajo 1630, incominciò il contagio ad invadere Milano da due opposte parti, cioè da Porta Orientale e da Porta Vercellina, e il Tribunale di Sanità fece disporre fuori del Lazzaretto le capanne destinate a ricoverare gli appestati. E siccome esistevano le norme disciplinari istituite dal duca Francesco Sforza, pregò il Tadino ed il giovane Settala, medici conservatori, perchè, esaminatele, aggiungessero o mutassero ciocchè esigevano i tempi e l’attuale condizione delle cose, raccomandando loro che traducessero ciascun capitolo in lingua volgare, con apposite e chiare spiegazioni, in guisa che il libro riuscisse utile a quanti dovevano usarne. I conservatori, senza perder tempo, spiegarono e ridussero in tabelle le discipline del vecchio Lazzaretto.
I medesimi riferivano giornalmente al Tribunale che mancava loro autorità per costringere all’osservanza delle leggi sanitarie, non solo i plebei, ma anche molti nobili, i quali andavano dicendo essere falso il pericolo del contagio, e nemici della patria i medici che la sostenevano. L’ottimo e venerando Settala ebbe a soffrire gravi insulti, e per poco non fu dal volgo lapidato: un barbiere ingiuriò il Tadino, e tentò suscitargli contro quelli che passavano per la strada. Altri medici di minor grido, stranieri, e quindi senz’amor di patria, ovvero nostrali, ma corrotti da malevolenza e da invidia contro il collegio perchè non voleva riceverli, schiamazzavano frementi, adoperandosi a tutto potere per mandar a vuoto i suggerimenti dei conservatori e i decreti della Sanità, schernendola, come se fosse magistratura inutile e di puro nome. Colleghi a costoro erano non solo spregevoli barbieri, che dal rasojo e dal pettine passavano a fare il medicastro, ma anche veri chirurgi, i quali avrebber dovuto sostenere la medicina, come quelli ch’esercitano un’arte alla medesima sorella.
Costoro, in ischiera serrata, si scagliarono contro i sostenitori della peste additandoli ai nobili ed al volgo quai carnefici, se non de’ corpi certo degli animi, come quelli che spargevano la costernazione ed il terrore della morte e del pubblico eccidio. La Sanità, vedendo che tutti gli argomenti per comprovare l’esistenza del contagio fra noi erano derisi, decise tentare una prova efficacissima a far conoscere la verità ai prudenti e agli stolti, e ad infondere un ragionevole timore negli animi.
Era venuto il giorno in cui uomini, donne, molti nobili a cavallo o in cocchio, giusta l’uso, ed il popolo, libero dai lavori per essere dì festivo, accorrevano in folla al Foppone di San Gregorio da mattino a sera a pregare pei morti dell’antecedente peste, colà sepolti. Pietosa usanza conservatasi da mezzo secolo tra i milanesi, non senza che taluni, giova confessarlo, v’andassero per far pompa di sè, o per godere lo spettacolo dell’accorrente moltitudine.
I conservatori della Sanità scelsero quel giorno per vincere, con un lugubre spettacolo, l’incredulità al contagio, che in molti, quasi per celeste castigo, era invincibile. Posti sopra carri i cadaveri di non pochi appestati morti in quella giornata, comandarono si traducessero alle aperte sepolture nell’ora del maggior concorso di popolo, come se ciò accadesse per semplice caso.
All’apparire dell’orribile convoglio, scoppiarono pianti, gemiti e voci imploranti la divina misericordia. E fu avvisato il Tribunale che la vista di quei carri aveva fatta sì grande impressione, che anche i più increduli ormai s’erano persuasi dell’esistenza della peste.
Decretossi di chiudere le comunicazioni colla Savoja, affinchè altri barbari da Susa e Pinarolo non introducessero eglino pure in Lombardia il contagio, che già infieriva tra noi a segno, da poterlo trasmettere di nuovo ai medesimi. Proibirono, sotto pena di morte e del bando, qualunque compera d’abiti o stracci, spaventati forse dalla morte di coloro che abitavano in casa del Bellano, venditore di cenci.
In mezzo alle cure che non davano tregua, e crescenti vieppiù di giorno in giorno, suscitava indegnazione e dolore la prepotenza degli individui posti alla sorveglianza delle poste e dei quartieri in Milano, e dei custodi che stavano a guardia al di fuori. Costoro, divenuti arbitri delle faccende e del traffico giornaliero, invece di esercitare un’equa magistratura, tiranneggiavano il popolo.
Erano dessi falliti, in bisogno di pubblico impiego per campare la vita, ovvero uomini danarosi che nelle calamità della patria agognavano d’accrescere le loro ricchezze, o infine gente prezzolata, avida di regali, speculante sulla miseria degli indigenti, e che spartiva i guadagni co’ suoi padroni.
Chi di essi fingeva zelo, quasi fosse uno dei padri della patria, chi vantavasi per ingegno e dovizie, atto a tener in freno gli uffiziali subalterni, altri erano adoperati nel far eseguire gli ordini: pessimi tutti, e fatali quanto il contagio, si tolleravano per la scarsità de’ buoni cittadini ch’eransi dati alla fuga.
Fuvvi uno, non so se fallito, o ricco prepotente, il quale ordinava gli si portassero dalle case rimaste vuote per la morte de’ proprietarj quanto vi si rinveniva di prezioso, ed anche le suppellettili domestiche. In tal modo avevano que’ furfanti raccolto anelli, gioje, vasi di rame e di stagno, biancherie e simili, fingendo tenerli presso di sè come in deposito da restituirsi; ma in realtà per farne bottino.
Il Tribunale, conosciute le rapine di codesti iniqui, non riuscì sulle prime a levarli dal loro posto, ma qualche tempo dopo, côlta l’opportunità, li rimosse, oltrecchè la stessa peste molti ne tolse di mezzo senz’altra briga[157].
In seguito uscì un decreto che sminuiva il numero di costoro, la cui temporaria e illimitata autorità, era sì fatale al paese. Ridotti a minor numero, le cose camminarono un po’ meglio, e la Sanità ebbe meno reclami.
Morti parecchi medici e chirurgi, e trovandosi a stento persone che far ne potessero le veci, sia nell’ordinare rimedj, sia nel cacciar sangue ed altre operazioni di flebotomia, la Sanità invitò con premj quanti esercitavano la medicina e la chirurgia in Milano, ed offrì lauti stipendj a coloro che venissero dalle città e dai paesi vicini.
Il decreto di spurgare Milano colla quarantena fu di pochissimo giovamento, anzi fu causa di disordine, e diede nuovo fomite alla peste, imperocchè, sconsigliatamente, mettevansi insieme i sani, i convalescenti, e quelli che portavano nascosto nelle viscere il male. Tale quarantena, attivata non già nel Lazzaretto maggiore, ma ne’ succursali, stabiliti presso le singole porte della città, ammucchiava, come dissi, i guariti di fresco cogli appestati. Ivi, come se fossero in taverne, davansi in preda a gozzoviglie e giuochi, e con ogni genere di lascivie contaminarono sè e gli altri, morendo avanti il termine fisso all’uscita, per cui riuscì dannosissima quella disciplina sanitaria. Il Tribunale non trovò altro rimedio al disordine, fuorchè di aprire que’ recinti, e non far eseguire il decreto com’era accaduto di parecchi altri, lasciando impuniti i trasgressori, perocchè in quei luoghi riconoscevasi solo l’impero della morte.
Un caso impreveduto, o, per dir meglio, la vana speranza e la cieca smania di creder vero ciò che ardentemente si desidera, trasse in errore il Tribunale. Una donnicciuola giunse a Milano da un villaggio del Lago Maggiore, e per materna tenerezza verso un suo figliuolo condannato alle galere, presentossi al Tribunale, assicurando di avere rimedj mirabili contro la peste, scoperti collo studio dei semplici per grazia celeste, ed anche con mezzi arcani che non le era lecito appalesare. Ella propose che ove le restituissero libero il figliuolo, o almeno glielo promettessero, entrerebbe immediatamente nel Lazzaretto, ove i fatti farebbero prova della verità di sue promesse.
La Sanità accettò, ed ammise tosto la vecchia medicastra nel Lazzaretto, ove amministrò certe erbe e polveri agli appestati, mormorando sovr’essi alcune misteriose parole con aria ispirata. Ma coloro che la tenevano d’occhio osservarono che pronunziava parole senza senso, e che le erbe e le polveri non avevano virtù efficace, anzi quando porse rimedj attivi ai malati, riuscirono fatali, essendone morti parecchi nelle sue mani. In tal guisa una donnicciuola ingannò il rispettabile Tribunale della Sanità[158].
Il suddetto rappresentò poscia al Senato che nelle carceri i rei di delitti capitali, e molti che vi si trovavano per debiti, cadevano ammalati per lo squallore ed il sucidume delle prigioni, e molti erano già morti[159]. Laonde suggeriva essere prudente consiglio lasciare in libertà quanti si poteva senza rischio. Il Senato scelse alcuni de’ suoi membri per esaminare le controversie e le liti de’ singoli detenuti, non chè i loro delitti con piena facoltà di rilasciarli o di trattenerli in carcere: inoltre decretò che per tre mesi alcuno non s’imprigionasse per debiti[160].
In quest’ultima parte del mio racconto, inserii varj casi, non solo di lieve conto, ma abbietti a tale che appena la storia degnasi farne menzione. E li raccolsi dovunque, narrandoli a misura mi capitavano per le mani e mi venivano sulla penna, a ciò mosso dal desiderio di nulla ommettere di quanto fecero i nostri magistrati per zelo della pubblica salute.
Presero molta cura per le filande, e perchè non si ammucchiassero gli escrementi dei bachi di seta, dai quali estraesi quel filo emulatore dell’oro, e che, tessuto in splendide vesti, fa brillare e rende superbi i nobili. S’avvidero che, vietando pel lezzo il mettere bachi e le filature de’ medesimi, sarebbe un togliere al popolo il mezzo di vivere e in città e nelle campagne, giacchè quasi in tutti i paesi del nostro territorio si aspetta avidamente la stagione de’ bozzoli che dà lavoro a tante braccia. D’altra parte riflettevano che i contadini per amor di guadagno e per abitudine, non baderebbero al pericolo d’infettar l’aria col lezzo prodotto dalle diverse operazioni intorno i bachi da seta. Perciò, quantunque nell’editto generale avessero ordinato che in quell’anno della peste non si mettesse semente, modificarono il divieto, concedendo di farlo sotto certe discipline e cautele. Fu conceduto tener bachi non entro i borghi e villaggi, ma soltanto nelle cascine e case isolate, qualora però queste non fossero già infette per casi di peste. Se alcuno cittadino o campagnuolo dava la semente a metà ai contadini, come si usa, doveva offrire sicurtà per l’osservanza dei prescritti regolamenti.
Il letto de’ bachi, e le immondizie rimaste dopo che si sono messi al lavoro dei cocconi, fu ordinato che si trasportassero ne’ campi all’aperto, lungi dall’abitato. Nelle stanze, dove eranvi i bachi, si prescrisse di accendere di tempo in tempo falò di lauro, ginepro, ed altre erbe odorifere, comuni nelle campagne, servendosi in mancanza di radici e tralci delle viti. In esse stanze poi niuno dormisse, anche per ventidue giorni dopo, badando che il fetore non producesse deliquj.
I politici volgari, che vivono alla giornata, sentenziarono codeste discipline minuziose e inconcludenti, ma ben altro giudizio ne daranno coloro i quali rammentino ciò che un greco sapiente lasciò scritto. Esservi, cioè, in una sola parola, in un movimento opportuno del corpo, un cenno, in un volger d’occhi, maggior forza per indicare il senno e la grandezza dell’animo, che non siavi in molte egregie azioni.
E siccome l’impero di Roma, giusta la sentenza d’un illustre storico latino, crebbe appunto per molte minime circostanze da esso narrate, così le minute prescrizioni immaginate e poste in opera dai nostri magistrati, furono causa, dopo la divina misericordia, che non perisse l’intera città pel contagio, e in tutte le terre dello Stato non si propagasse.
Molti errori si commisero, e principalmente nell’aver trascurato con grave danno di sequestrare dal commercio giornaliero le due Porte Orientale e Ticinese. Il che ove si fosse fatto, ponendo guardiani a custodia delle medesime, infette di peste, era sperabile che, raffrenato il male, e respintolo come nemico, avrebbero salvata la città, impedendo che si allargasse nel cuore di essa. Ma questa misura era più facile suggerirla che mandarla ad effetto; però non v’ha dubbio che il Locato in Porta Orientale, ed il cenciajuolo in Porta Vercellina, furono i primi ad introdurre la peste in Milano.
Tutta la colpa di non aver avvertita simile cautela, o d’averla trascurata, diedesi ad un uomo, l’opinione del quale, nel Consiglio Pubblico, riuscì dannosa, e non solo in questo affare. Perocchè il medesimo, contrario ai lavacri, che situati presso le acque correnti del Lazzaretto, detergevano le immondizie, e via le trasportavano, godendo il vantaggio d’una scaturigine perenne[161], s’adoperò a tutto potere per far erigere altri lavacri in un padule, le cui acque stagnanti e putrefatte, già di per sè corrotte, e vieppiù da sì gran cumulo d’immondizie alimentavano ed esalavano la peste. Trovai ne’ registri che furono spesi quattro mila zecchini in quell’edifizio. Così un uomo impetuoso ed ignaro della natura delle cose, fece sprecare al pubblico sì grossa somma senz’altro effetto che di porgere fomite al morbo ed accrescerlo[162].
Non già ch’io voglia farmi interprete dei divini giudizj, e chiamare temerariamente l’imperscrutabile provvidenza, ministra dell’ire nostre, e punitrice di chi, per leggerezza o per colpa, ne arrecò danno. Ma fu caso mirabile e degno di ricordanza che il nobile summentovato, il quale dirigeva le cose a suo capriccio, senza le necessarie cognizioni, e parecchi commissarj e ministri subalterni della Sanità, colpevoli di trascuratezza nell’adempimento dei loro doveri, perirono tutti quanti. Il Primoldo, il Confalonieri, l’apparitore Pontino, il quale col comperare, indi vendere il lenzuolo d’un appestato, fu causa che perissero più di sette mila persone, ed altri furfanti di simil tempra, morirono colle loro famiglie lo stesso giorno, offrendo un esempio della giustizia divina.
È impossibile descrivere la violenza e l’atrocità di questo contagio. I tanti casi narrati, e la città, resa quasi deserta d’abitanti, basterebbero, ov’altro non fosse, a comprovarlo; pure mi turbano l’animo meraviglia e terrore al ricordare la morte repentina di tutti i religiosi d’un convento. E ciò non per contatto o per gli unguenti ed i veleni pestiferi, ma per una cosa vana e leggera qual è il fumo. Nella strada Marina, rinomata per amena posizione e per il vivace ingegno d’un nobile e ricco vecchio, che indicò ai magistrati quello spazio adjacente al pomerio della città[163], come opportuno al corso dei cocchi ed ai passeggeri. E, ottenutane licenza, lo spurgò, lo ridusse in linea retta, e l’abbellì, imponendo alla nuova strada il proprio nome che tuttora conserva.
Ivi, mentre di notte tempo, nella supposizione che tutti i vicini abitanti dormissero, abbruciavansi abiti, coltri, piumacci, cenci ed altre suppellettili, il puzzo penetrò nell’adiacente monastero, insinuandosi traverso le griglie delle finestre nelle stanze dei religiosi.
Il dì seguente morirono parecchi di loro, gli altri per due giorni lottarono col male, indi spirarono; quelli soltanto che abitavano nell’interno in luoghi chiusi dove non penetrò il fumo ed il puzzo, sopravvissero.
Fra tutte le cose rimarchevoli di quest’anno, e la catastrofe del popolo milanese, nulla tanto mi commosse e commoverà, cred’io, gli animi dei lettori, quanto l’esimia pietà del medesimo, che propria di questa città, d’onde sembra siasi sparsa nelle altre regioni, s’infervorò vieppiù tra le miserie, restando illustre ed imitabile esempio a tutte le genti nei tempi futuri.
Oltre i digiuni pubblicamente intrapresi, i voti, e i sacri riti, e quant’altro può rendere propizio Iddio; oltre le elargizioni a’ Luoghi Pii, decretate dal Consiglio Generale, le limosine a’ poveri, in nome di Cristo Salvatore per placarlo; in breve, oltre quanto la religione e la natia munificenza della città suggerì, ciascuno gareggiava nel promovere gli atti di pietà e di beneficenza, e tutto ciò che reputavasi valevole a impietosire Dio, affinchè perdonasse colla bontà e misericordia sua le colpe dei mortali.
Andavano a visitare le chiese a piedi scalzi, coperti di sacco, battendosi il dorso col cilicio, finchè ne grondava in copia il sangue, e tingevano di porpora quella veste di dolore e di penitenza. Molti giravano di giorno coperti di sacco, assai più, durante la notte, andavano ignoti e soli; poi, riunendosi a schiere, insieme piangevano, oravano, flagellavansi, battendosi a gara gli uni gli altri nelle tenebre. Lo spesseggiare dei colpi, ed il crescente romore raddoppiava l’emulazione ne’ loro animi, siccome notarono certuni, cui prese vaghezza di tener dietro di notte a quelle schiere spiandone gli atti.
Anche le donne, le quali sempre nei disastri sono più pietose ed eccedono sì nelle cose oneste che nelle riprovevoli, intervenivano a tali processioni e si flagellavano, offrendo le penitenze come espiazione a Dio, alla Vergine, ai Santi loro protettori in cielo. Queste pratiche facevansi in pubblico, altre moltissime tra le domestiche mura, e più efficaci, io son d’avviso[164], ad impetrar grazia del Cielo; ed erano le estreme prove degli animi compunti per ottenere la misericordia del Signore.
L’amor del denaro è l’ultima passione da cui staccasi l’uomo anche quando dispera di tutto, e a lui sovrasta la morte; nondimeno i Milanesi l’offerivano a Dio, non già come vile e sprezzato metallo, ma come prezioso e carissimo pegno. Non che credessero aver Dio bisogno di quell’oro, ma nella speranza che accetterebbe benigno il loro buon volere.
Donne avare, vecchi tenacissimi, crudi e sfacciati usuraj, che custodivano il proprio scrigno come il gran drago[165]; molti nobili, i quali, non per illeciti guadagni, ma per eredità d’antiche famiglie eransi arricchiti; ogni agiato mercante, ogni artefice, per poco denaroso, rivenditori, sensali, sacerdoti, ricchi per pingui prebende o per risparmj d’una lunga vita, tutti costoro, chi al primo scoppiar della peste, chi dopo morte, mostrarono che l’uomo, perduta ogni speranza e cura delle terrene cose, affida sè stesso e gli averi a Dio, o, per dir meglio, li restituisce a lui. Quelli de’ soprannomati che vedevano con ispavento avvicinarsi il termine de’ loro giorni; altri che pur speravano sopravvivere al contagio, altri finalmente, i quali anelavano emigrare in lontani paesi per fuggire il morbo, ed ivi trovare quieta stanza, tutti, secondo la propria condizione, diedero denari per la comune salvezza.
Taluno li consegnò al confessore, altri all’amico, e fino al proprio nemico. Chi lasciò per testamento alla città, chi a’ monasteri, alle chiese, alle confraternite. Aprirono gli scrigni, legarono i crediti loro, e palesarono fino i tesori nascosti nelle caverne, o tra i ruderi delle case. Ve ne furono però di quelli che morirono senza testare a favore di alcuno il molto oro trovato in seguito a caso ne’ più schifosi nascondigli, rimanendo incerto chi mai ne fosse stato il proprietario.
Trovai ne’ pubblici atti orazioni contro la peste, composte da pie persone, ovvero per ordine de’ magistrati, quasi che in Milano, città fin dai più antichi tempi religiosissima, non si facessero bastanti preghiere, e divote pratiche!
«O S. Nicola, decoro e gloria di Tolentino, caro a Dio per amore della povertà, della virginità e dell’ubbidienza, i cui miracoli illustrano l’ordine degli Eremitani, e lo rendono venerato fra gli uomini, deh! tu co’ tuoi meriti ne intercedi il termine della pestilenza».
La qual divota antifona impararono cantare i nostri fanciulli e le donne, avendo udito che in altri paesi era riuscita efficace.
Parecchie simili orazioni stampate o scritte, giravano per le mani e pendevano affisse alle porte delle case. Una recitavasi con grandissima divozione a Maria Vergine, che aveva liberata, com’era fama, la città di Coimbra dalla peste, ed io qui la trascrivo colle proprie parole.
«La Stella del cielo che allattò il Nostro Signore, estirpò la morte di peste, che il primo padre degli uomini piantò. Essa Stella si degni ora frenare gli astri che avversi uccidono il popolo, piagandolo crudelmente a morte. O piissima Stella del mare, liberaci dalla pestilenza; porgi orecchio, o Signora, alle nostre preci, chè il Figliuolo tuo ti onora, e nulla ricusa alle tue suppliche. Ne salva, o Gesù![166]»
Questa ed altre molte orazioni furono usate insieme co’ rimedj umani per allontanare il contagio; e il Signore, che per gl’imperscrutabili suoi decreti pareva da principio negare soccorso, si mostrò poscia clementissimo al supplicante popolo.
Io non sono di quelli, nè deggio esserlo, che vogliono scevri di qualsiasi colpa i magistrati e la patria, anzi temo che alcuno non trovi soverchj gli elogi da me compartiti in questo racconto. Ad ogni modo, ove mi sia conceduta la libertà propria d’una veridica storia, non esiterò a ripetere quanto già notai, e biasimai altrove. Questo contagio non fu sulle prime conosciuto e creduto, e gli appestati non vennero tosto rinchiusi nel Lazzaretto per tener conto dei sintomi. Invece si rinserrarono, ammucchiati nelle case, ed ivi sulle scale, ne’ cortili, e perfino nelle soffitta, in numero di quaranta, e più ancora, coll’alito, il lezzo, ed il fetore continuo, s’infettavano a vicenda. Queste furono le cause per cui le stesse preghiere rimasero inefficaci coll’Onnipotente, da cui dipendeva il cessare del flagello.
È altresì opportuno che io impunemente deplori un’altra calamità, la quale non si potrà leggere o udire senza rammarico e senz’onta per Milano come d’ingiuria alla natura. Per alcuni mesi, durante il contagio, perì non solo la moltitudine già adulta, e che tosto o tardi pur deve morire, ma anche la futura generazione, speranza dello Stato, i bambini, che appena usciti in luce, morivano in uno colla madre di peste. Imperocchè le nutrici mercenarie, per timore, ricusavano dar le poppe, o prestandosi, comunicavano il male ai lattanti o da essi il contraevano.
In tal guisa, oltre tante migliaja di cittadini, perirono i neonati, che non avevano per anche il sentimento dell’esistenza. Più infelici, mille e mille altri, i quali trovarono tomba nell’utero materno! E sebbene i medesimi non sentissero la morte, ne patì il danno lo Stato, mancandogli i nascituri che supplir dovevano al vuoto lasciato dai periti pel contagio. I magistrati adducevano a scusa del non aver posto riparo a tale sciagura la violenza del morbo, le immense spese e la difficoltà di rinvenire in quei giorni, per qualsiasi mercede, puerpere, il cui latte non fosse viziato.