II. D’un terribile e falso rumore divulgato in Milano ed all’estero.
Non ignoro che a taluni sembreranno esagerate le cose che narrai e quelle che mi rimangono a dire; ed io suppongo altresì favoloso quanto a que’ giorni venne divulgato e creduto tra simili vaneggiamenti degli uomini o esempii di calamità. Fu adunque in Milano comune la credenza, non isventata come assurda nemmeno dagli uomini di senno, tenere i demonii sicure stanze in essa città, nelle quali avevano stabilito l’emporio delle loro arti per dispensare gli unguenti. Molti osavano indicare il quartiere dove erano situate quelle case, nominandone perfino i proprietarii. Finalmente citavasi a nome, e s’indicava a dito un tale che faceva il seguente racconto.
Essendo un giorno fermato a caso sulla piazza del Duomo, vide venire un cocchio tirato da sei cavalli bianchi, nel quale, scortato da numeroso seguito, sedeva un uomo con aspetto da principe, ma con fronte infocata, occhio fiammeggiante, irti capegli, labbro minaccioso, e con una fisonomia che mai egli non aveva veduta l’eguale. Mentr’ei stava guardando a bocca aperta lo strano personaggio, il cocchiere, tirate le briglie a sè, arrestò la carrozza, e gli disse di salire e andar con loro. Avendo annuito per cortesia, lo condussero alquanto in giro per la città, finchè giunti dinanzi la porta di una certa casa, scese e v’entrò insieme coi forastieri.
Quella casa, continuava il narratore, gli parve somigliantissima a colui che l’aveva fatto montare in carrozza, e i cui ordini osservò che là venivano da tutti ubbiditi. La descrizione della medesima, si può dire eguale a quella che fa Omero, immaginando nella Odissea l’antro di Circe. Orrori congiunti a maestà, un non so che di ameno e di terribile: qua fulgori e luce, là tenebre e notte artificiale; dove larve sedute in giro quasi a consesso, dove vasti deserti, sale, boschi, giardini, e dall’orlo di nereggianti scogli acque cadenti con gran fracasso nel sottoposto bacino. Altri portenti meravigliosi aggiungeva il nostro narratore, i quali, esaminati sul serio, divengono insulsi e ridicoli. Da ultimo conchiudeva che in quella casa gli furono mostrati immensi tesori, e scrigni pieni di denaro, colla promessa che ne avrebbe la sua parte, e di più quanto mai potesse desiderare, purchè, giurando in nome del principe, coadiuvasse a quanto si doveva fare. Ove gli offerti patti accettasse, desse il segnale del consenso, alzando il dito, facendo un giro sulla persona e piegando il ginocchio a terra. Il che avendo egli ricusato di fare, repentinamente si trovò trasportato sulla piazza del Duomo dov’era salito in cocchio.
In simil guisa impastoiava colui la sua favola, che molti ritennero desunta da un fatto riferito nell’antica storia. Credettero i Milanesi, credettero gli esteri, ed i libraj di Germania trassero partito da quella fola per guadagnar denaro, alle spalle della curiosità pubblica, vendendo una stampa rappresentante il supposto mirabile avvenimento.
Ho veduto io stesso frammenti di un disegno in carta eseguito in Germania, sul quale scorgesi il demonio sopra un alto cocchio, e con sotto un’iscrizione in lingua tedesca, in cui è detto qualmente l’apparizione di lui illudesse i Milanesi. Ho veduto altresì lettere scritte dall’arcivescovo di Magonza al cardinale nostro, richiedendo lo informasse sulla veracità dei maravigliosi avvenimenti che la fama divulgava accaduti tra il suo popolo. Gli venne rescritto che nessun cocchio infernale, spettro nessuno erasi veduto in Milano. Così le estranee genti non davano piena credenza a tali fole, perchè vivendo da noi lontani, poco interesse vi prendevano, fra noi invece il malore crescente ogni dì sotto gli occhi, e nell’ime viscere, rendeva vieppiù credibili tutti i racconti quanto più erano truci e stravaganti.
Dappoichè adunque il timore che gettasi prontamente ad ogni stolta credenza ebbe persuaso avere le frodi e le malvagità degli uomini, compagni all’opera i demonj, ed esistere in Milano un’officina per ispargere il contagio, nacque quella noncuranza che suole venir compagna della disperazione. I primarj cittadini, incapaci di trovar rimedj e purgare la città, vedute le tante stragi della peste, andavano tra loro commentando con sottigliezze le dicerie del volgo ignorante, e indagavano da qual principe o re straniero avesse potuto chiamare l’inferno in ajuto, e far ministri i demonj della sua malevolenza contro noi. Codesta era la insana investigazione, nè ritengo che mai riuscissero a scoprire l’autore del misfatto, stantechè non ne esisteva per avventura alcuno. Mentre la tabe, i cadaveri a mucchj e i moribondi qua e là giacenti facevano inorridire, ed i morti commisti ai vivi tramutavano questa città in un solo sepolcro ed in un rogo, la pubblica calamità diveniva vieppiù orrenda per gli odj intestini, l’esacerbazione degli animi e il mostruoso sospetto che taluni, corrotti e compri dai demonj, a prezzo d’oro attendessero a disseminare la pestilenza. I congiunti medesimi e gli amici si schivavano; nè paventavasi solo il vicino e l’ospite come pericoloso, ma i genitori, il figlio, il fratello, il marito e la moglie, cui ne uniscono i vincoli dell’affetto. Orribile e vergognoso a dirsi! la mensa, il talamo geniale, e checchè altro v’ha di santo per diritto di natura e delle genti, incuteva terrore, come se ivi appunto s’appiattasse e si effondesse il morbo. Trepidanti e con piè sospeso giravano i cittadini le strade, sopraffatti dalla tema de’ pestiferi unguenti[73].