III. LA COLONNA INFAME

Romita una colonna sorge.
PARINI.

La casa del barbiere G. Giacomo Mora, come il Senato ordinava nella sentenza, venne distrutta sino dalle fondamenta, et per memoria delli futuri secoli piantata una colonna in mezzo con inscritione detta Colonna Infame ed a parte con epitaffio inserto nel muro del tenore seguente. (Tadino.)

QUI DOV’È QUESTA PIAZZA
SORGEVA UN TEMPO LA BARBIERIA
DI GIAN GIACOMO MORA
IL QUALE CONGIURATO CON GUGLIELMO PIAZZA
PUBBLICO COMMISSARIO DI SANITÀ E CON ALTRI
MENTRE LA PESTE INFIERIVA PIÙ ATROCE
SPARSI QUA E LÀ MORTIFERI UNGUENTI
MOLTI TRASSE A CRUDA MORTE
QUESTI DUE ADUNQUE GIUDICATI
NEMICI DELLA PATRIA
IL SENATO COMANDÒ
CHE SOVRA ALTO CARRO
MARTORIATI PRIMA CON ROVENTE TANAGLIA
E TRONCA LA MANO DESTRA
SI FRANGESSERO COLLA RUOTA
E ALLA RUOTA INTRECCIATI
DOPO SEI ORE SCANNATI
POSCIA ABBRUCIATI
E PERCHÈ NULLA RESTI D’UOMINI COSÌ SCELLERATI
CONFISCATI GLI AVERI
SI GETTASSERO LE CENERI NEL FIUME
A MEMORIA PERPETUA DI TALE REATO
QUESTA CASA OFFICINA DEL DELITTO
IL SENATO MEDESIMO ORDINÒ SPIANARE
E GIAMMAI RIALZARSI IN FUTURO
ED ERIGERE UNA COLONNA
CHE SI APPELLI INFAME
LUNGI ADUNQUE LUNGI DA QUI
BUONI CITTADINI
CHE VOI L’INFELICE INFAME SUOLO
NON CONTAMINI
IL PRIMO D’AGOSTO MDCXXX.

Marc’Antonio Monti, pubblico Presidente della Sanità.
G. Battista Trotto, Presidente dell’amplissimo Senato.
G. Battista Visconti, Capitano di Giustizia.

Questa Colonna, di granito con basamento di ceppo, ed una palla in cima, sorgeva sull’angolo sinistro della via detta la Vedra dei Cittadini entrando dal corso di San Lorenzo, precisamente rimpetto all’attuale farmacia Poratti. Monumento sciagurato d’errori più dei tempi che degli avi nostri, la Colonna Infame durò in piedi 148 anni, e fu sempre guardata con ribrezzo ed esecrazione. Il canonico di San Nazzaro Carlo Torre, il quale nel 1676 stampò il suo Ritratto di Milano, che per stranezze di concetti, giuochi di parole ed ampollosità di stile è un vero tipo del pessimo gusto dei seicentisti, nella peregrinatione cui guida per Milano il suo lettore, arrivato alla Vedra de’ Cittadini, esclama:

«Venneui mai all’orrecchio più enorme sceleratezza? fu ragione cancellare dal libro dei viuenti chi desideraua estinti gli stessi viuenti: spiantare le mura dell’abitazione di colui che voleua dipopolata di cittadini la sua natiua città, e che con untioni rendeua più sdruccioloso il sentiere della morte. Credetemi che il nominato Mora hebbe coscienza da Moro, e se è nero chi è moro, egli fu un crudo moderno Nerone, che non con fuoco, ma con oglij haueua in pensiere d’apportare l’ultimo esterminio alla sua Patria, benchè gli oglij vengono adoprati per accrescere le mancanti forze negli indeboliti induidui». (Pag. 129.)

Il Lattuada, uno dei pochi scrittori tanto ragionevoli da mettere almeno in dubbio il fatto degli Untori, nella sua Descrizione di Milano, tomo III, pag. 330-338, 1736, si esprime nel modo seguente:

«Sopra la vasta strada che guida verso il centro della città si trova a mano manca una colonna piantata sopra piccola piazza che conduce entro un’altra contrada detta De’ Cittadini, perchè ivi abitava una nobile famiglia di questo nome, chiamasi Colonna Infame, ec.»

E narrato l’avvenimento colle parole del Tadino, conchiude: «Presso cui sia la fede, se tali unguenti fossero fatti per arte diabolica, et atti a dare la morte, non volendo noi farci mallevadori di tale asserzione».

Ma il giudizioso dubitare del buon Lattuada fu un’eccezione quasi senz’esempio, poichè ci è grave il dirlo, i più stimati ed eruditi uomini dello scorso secolo prestavano intera fede alle unzioni. Ed era sì profondamente radicata codesta credenza, che non solo il volgo, ma i primi magistrati e letterati chiarissimi l’avevano quasi per articolo di fede.

Nel 1713, vale a dire quasi un secolo dopo, essendovi sospetti di contagio dal lato del Piemonte, il presidente della Sanità di Milano scriveva al commissario d’un villaggio sul Lago Maggiore, raccomandando somma attività e vigilanza, perocchè era giunto a notizia del magistrato che girassero da quelle parti Untori per diffondere la peste. Ho veduto la lettera io stesso in una raccolta di documenti patrii.

Quell’Argellati, che i benemeriti cavalieri milanesi, fondatori della Società Palatina, chiamarono da Bologna a Milano per dirigere la splendida edizione degli Scrittori delle Cose Italiane, immaginata dal Muratori, quell’Argellati che sì bene rimeritò l’ospitalità avuta tra noi, stampando nel 1745 la sua laboriosa e tanto utile Biblioteca degli Scrittori Milanesi, parlando in essa del Monti, presidente della Sanità durante la peste, chiama Onorevole Menzione che il suo nome figuri nell’iscrizione della Colonna Infame tra i giudici degli Untori. Il sapientissimo Muratori, che ad una sterminata erudizione univa pietà sincera e carattere mansueto, credeva egli pure al delitto degli Untori: «Ne esiste tuttavia, dice nel Governo della Peste, cap. 10, la funesta memoria nella Colonna Infame posta ove era la casa di quegli inumani carnefici».

E in epoca ancora più vicina, l’Orazio Lombardo, che con sì frizzante ironia e ingegno sì svegliato insorse a flagellare gli effeminati costumi del suo tempo, e tanti vecchi pregiudizi fulminò coll’ira del verso potente; egli, uomo di alti sensi e di libera mente, che dalla sua cattedra d’eloquenza educava la novella generazione alle idee del giusto e del bello, partecipò all’erronea credenza sulle unzioni.

Il traduttore in dialetto milanese della Gerusalemme del Tasso, Domenico Balestrieri, in una nota alla stanza 70 del canto VIII ci conservò un frammento d’un Sermone Chiabreresco e del più fino gusto, Orazione che l’abate Parini, degnissimo R. Professore d’Eloquenza, ha recitato in un’accademia pubblica. Si figura in esso d’incamminarsi al Tempio di San Lorenzo, vivamente esprimendosi in questa guisa.

. . . . . . . . . . . . . . . . .

Quando tra vili case in mezzo a poche

Rovine i’ vidi ignobil piazza aprirsi.

Quivi romita una colonna sorge

Infra l’erbe infeconde, e i sassi, e ’l lezzo,

Ov’uom mai non penètra, perocch’indi

Genio propizio all’Insubre Cittade

Ognun rimove, alto gridando: lungi,

O buoni cittadin’, lungi, che il suolo

Miserabile infame non v’infetti.

Al pie’ della colonna una sfacciata

Donna sedea, che della base al destro

Braccio facea puntello: e croci, e rote,

E remi, e fruste, e ceppi erano il seggio

Su cui posava il rilassato fianco.

Ignuda affatto, se non che dal collo

Pendeale un laccio, e scritti al petto aveva

Obbrobriosi, e in capo strane mitre,

Terribile ornamento. Ergeva in alto

La fronte petulante; e quivi sopra

Avea stampate con rovente ferro

Parole che dicean: Io son l’Infamia.

Io che, virtù seguendo, odio costei,

Anzi gloria immortal co’ versi cerco,

A tal vista fuggia; quando la Donna,

Amaramente sorridendo, disse:

. . . . . . . . . . . . . . . . . .

Cioè espone poeticamente quanto contiensi nella mentovata iscrizione, soggiungendo:

Così dicea la Donna... E il vil dispregio

E mille turpi Genj intorno a lei

La gian beffando intanto, ed inframezzo

Il pollice alle due vicine dita

Ad ambe mani le faceano scorno.

Ma ormai la Lombardia risorgeva dal letargo e dall’abbrutimento cui l’aveva ridotta il dominio spagnuolo, mercè il savio e umano regime di Maria Teresa; e alcuni cittadini, zelanti del patrio decoro, avvedutisi come quella ricordanza di atrocità e stoltezze dei tempi disonorasse Milano, idearono di fare in modo che la Colonna Infame venisse levata, perchè colla medesima cadesse in totale obblio quanto riferivasi agli untori. Pietro Verri ed i suoi amici del Caffè, i più chiari e attivi letterati dell’epoca, erano impegnatissimi in tale divisamento; ma la difficoltà stava nel trovar modo di eseguirlo.

Frattanto il Balestrieri aveva mandata una copia della sua Gerusalemme Liberata, tradotta in dialetto milanese, al barone di Sperges, ministro plenipotenziario per gli affari d’Italia in Vienna. E questi nella risposta si dolse col poeta che avesse citata nel suo libro la Colonna Infame, monumento di disonore pel Senato di Milano. Tale disapprovazione che si sparse fra gli eruditi della città nostra, fe’ risorgere più vivo il desiderio di annullare quella infausta memoria. Balestrieri, trovandosi a un pranzo del conte di Firmian, gli comunicò la lettera, e l’illuminato ministro, di concerto con S. A. l’arciduca Ferdinando, e gli altri membri componenti il governo della Lombardia, appigliossi al seguente partito per riuscire nell’intento colla minor pubblicità possibile.

Giusta un’antica legge, i monumenti d’infamia non si dovevano ristaurare qualora per vetustà minacciassero di cadere. Ora la Colonna Infame era, almeno in apparenza, minacciante ruina; il basamento, sia che non l’avessero sprofondato abbastanza quando fu costruito, sia pel naturale abbassarsi del terreno coll’andare del tempo, trovavasi quasi allo scoperto, ed il ceppo, corroso dall’umidità, sfracellavasi. La Colonna poi non era più ben ferma sul piedestallo, perchè, in occasione di concorso per feste od altro, i ragazzi, come sogliono, si arrampicavano tenendosi abbracciati al tronco di essa.

Traendo adunque partito da ciò, il Governo fece in modo che l’anziano della parrocchia facesse sottoscrivere dagli abitanti le case attigue una petizione, in cui imploravano l’atterramento della Colonna, stante il cattivo stato cui era ridotta. Il Governo mandò la petizione al Senato, il quale ricusò, e, se è vero quanto allora si diceva, per ben tre volte, di farvi ragione, non volendo disapprovare con un atto pubblico la sentenza che un secolo e mezzo prima aveva emanata l’antico Senato. Allora il Governo, fermo nel suo proposito, mise mano all’opera; nell’agosto 1778 gli abitanti della Vedra dei Cittadini sentirono più volte di notte tempo battere con forti colpi la base. La notte del 24 e 25 atterrossi la Colonna, che nel cadere si spezzò; la palla che la sormontava, staccatasi, rotolò giù pel vicolo dei Vetraschi. Finalmente l’ultima notte dell’agosto suddetto fu compiuta la demolizione, e perchè nessuno fosse testimonio, si lavorò sul far del giorno, ora di generale quiete, e per maggior precauzione furono poste guardie agli sbocchi delle vicine contrade, vietando l’avvicinarsi a chiunque a caso di là passasse.

Trovo accennato in una vecchia Guida di Milano, che il giorno vegnente, cioè il 1.º settembre 1778, fu fatta una visita giudiziaria sul luogo; ma di questa non mi riuscì rinvenire l’atto ufficiale.

Distrutta la Colonna Infame, i cui frammenti vennero gettati nella cantina dell’antica casuccia del Mora, rimaneva ancora la lapide coll’iscrizione, ma essendo divenuta quasi illeggibile per vetustà, non fu tolta. Il che, a dir vero, era un controsenso alquanto ridicolo, dacchè l’iscrizione ricordava, al pari della Colonna, il processo degli Untori che tanto bramavasi di far cadere in dimenticanza. Nel 1801 sparirono affatto le rimaste vestigia, avendo quel luogo mutato totalmente d’aspetto.

Un Franzino, mercante di vino, comperò l’utile dominio del piazzale appartenente per livello alla famiglia Loria, indi Manzi, e v’innalzò un fabbricato, aprendovi botteghe. L’anno medesimo fu atterrato l’arco, o loggia abitabile, che riuniva i due lati della contrada. La Vedra de’ Cittadini ed il luogo in tal guisa abbellito, non conservò più traccia dell’antica destinazione d’infamia. La lapide nel 1803 fu data all’avvocato Borghi, che pretendesi la collocasse nel proprio giardino.

Queste minute particolarità, non senza interesse per gli amatori delle cose patrie, raccolsi con lunghe indagini e da una cronichetta manoscritta del famoso chimico Porati, testimonio dell’atterramento, e da molte altre private Memorie.

FRANCESCO CUSANI.

FINE DEL LIBRO SECONDO.