IV. Confronto della pestilenza del 1630 con quella del 1576.

Ora, lasciati gli estranei, indagheremo il sempre uniforme andamento della peste tra noi, e fia non tanto paragone, quanto nuovo racconto delle vicende di Milano. Veramente all’età dei nostri padri non vi furono nè guerre, nè eserciti stranieri che col passaggio o la dimora angariassero il paese, disseminando per le terre il contagio, d’onde s’introdusse in città, siccome dimostrai essere avvenuto ai giorni nostri.

Imperocchè, debellato dall’imperatore Carlo V il re Francesco I, la Francia, per la prigionia di lui a Madrid, e l’esempio delle sofferte sciagure, prostrata ed avvilita, invano fremeva. Il figlio del vittorioso Carlo, bramoso di quiete, con ogni mezzo la procurava, essendo in lui trasfuso dal cielo lo spirito di sapienza e di pace più vivo che mai non fosse in alcun principe o mortale, a detta dei saggi. Perciò non solo tutta Italia era tranquillissima, ma anche i re stranieri tacevano, non osi di muoversi in armi. Allora non precedette il contagio la fame[175], pessima delle tre furie, la quale a dì nostri spinse a tumultuare il popolo, rompendo al suo monarca quella fede ond’era sì superbo, che avrebbe impugnate le armi, se un altro popolo si fosse vantato averla più ossequiosa di lui.

I primordj del contagio nel 1576 vennero d’onde meno aspettavansi. L’origine del morbo fu diversa, e non pertanto simile per noi e per gli avi nostri.

Trento, Mantova, le città confinanti colla repubblica di Venezia e la stessa Venezia erano sporche di peste, e andavansi spopolando le terre lungo tutta la frontiera dello Stato. In quell’anno celebravasi in Milano il Giubileo secolare, impartito per favore del pontefice Gregorio XIII a codesta metropoli, colle stesse discipline con cui poc’anzi erasi celebrato in Roma, ove desideravasi la stabilita rinnovazione di quel grande e salutare mistero.

Mentre la gente accorreva in schiere a Milano per celebrare il Giubileo, che, offrendo il mezzo di tergere le colpe, riconciliava con Dio l’uman genere, non deve far meraviglia se alcuni delle terre infette portarono, venendo, la peste[176].

Paruzero, meschino villaggio sulle sponde del lago Maggiore, e Melegnano, popoloso borgo discosto dieci miglia dalla città, chiamare si ponno le porte per cui s’introdusse il contagio nel 1576, come furono nel 1630 Clusio, Bellano, Monza e Saronno, ed altre più o meno nobili terre. In que’ luoghi e in questi si svilupparono i germi del morbo, e dilatossi in ambedue le epoche verso la metropoli, cui recò non lieve danno la prima volta, gravissimo la seconda, lasciando di sè non peritura memoria presso i posteri e le estranee genti.

E siccome il Locato, il Bellano ed altre persone del volgo si resero famose presso le venture età, acquistando un’infame celebrità, essendo usciti dalle loro casipole i primi cadaveri con buboni ed altri sintomi di peste, così le cascine Comino, vicino al borgo degli Ortolani, e nel medesimo borgo, una vecchia ortolana sono per noi di triste ricordanza, poichè i loro nomi leggonsi primi tra quelli che infettarono Milano all’epoca dei nostri padri[177]. Riferiscono gli annali di quel tempo, quali uomini introdussero e seminarono il morbo, come ho riferito. L’origine ed il progresso d’ambedue le pestilenze apparisce uniforme in quanto che vennero da straniere contrade, soltanto la prima in vece d’un soldato la recarono i pellegrini del Giubileo.

Differenza rimarchevole nel principio delle due pesti fu, che gli avi non si mostrarono increduli al morbo, la plebe stoltamente non ne rise, nè s’indugiò a por mano ai rimedj, mentre invece a’ dì nostri accadde il contrario con grave danno, siccome, scrivendo la presente storia, non ho potuto dissimulare. Nel 1576, all’irrompere del contagio, i governanti e coloro tutti che eseguire ne dovevano gli ordini, non lasciandosi vincere dal terrore, s’adoperarono per salvare il paese dall’imminente naufragio.

Non trovo che allora la plebe si scagliasse petulantemente contro i medici, inseguendoli a sassate, o che i nobili e gli impiegati li ingiuriassero a parole. Si comandò con energia, e l’ubbidienza de’ cittadini fu modesta e intera; talchè se non riuscì ad essi con ciò di evitare il morbo, ne resero minore il danno. Invece a’ giorni nostri i loro figli ed eredi, non credendo e sprezzando la peste, ne sperimentarono più rapide e fatali le stragi. Pur nondimeno in questa fatale disparità di regime, di circostanze e opinioni, verificossi una coincidenza mirabile, e sto per dire divina; che tale potrebbero crederla fin quelli che interpretano molti degli umani eventi come effetto del caso. Ora dirò quale dessa fu.

Il Tribunale di Sanità, istituito dalla sapienza dei nostri antenati come una salvaguardia contro le stragi della morte, allorchè regnava tiranna la peste[178], ed al quale i trepidanti monarchi affidarono l’autorità loro durante il pericolo, il Tribunale della Sanità nel 1576 ebbe a presidente il senatore Gerolamo Monti, padre di Princivalle, ed avo di quel Marc’Antonio che fu presidente durante la nostra peste, e morì in carica, siccome raccontai.

Fu opinione non ambigua dell’intera città, che il generoso Monti, sprezzando i pericoli e non curante della vita, si sacrificasse per la patria, propostosi di seguire le vestigia dell’avo, e di lasciare in sè imitabile esempio ai posteri.

Essendo adunque Gerolamo Monti[179] presidente della Sanità l’anno 1576, ai primi romori di peste, d’animo nobilissimo com’era, s’infervorò di zelo e carità, eccitando i tribunali e gli altri magistrati, i quali però trovai che non abbisognarono d’eccitamento e di esortazioni.

I decreti e gli istituti ebbero un’impronta di grandezza e magnificenza pari a quelli fatti all’età nostra, meno che in allora non fuvvi incredulità, e quindi nessuna fatale tardanza. Vennero poste guardie ai ponti, ai traghetti dei fiumi; oltre la custodia delle porte in città, s’innalzarono le mura in que’ luoghi che bassi rendevano facile la scalata, e si ristaurarono dove ruinose, affine di chiudere ogni adito a’ quei di fuori.

Si scrissero soldati nelle singole regioni di Milano, ordinandoli in squadre, perchè a vicenda facessero la notte il giro delle mura. Furono scelti tra i nobili quelli che dovevano girare a cavallo per città, visitare le porte ed aver occhio a tutto; altri che procedessero ogni giorno fino tre e quattro miglia ed anche di più; altri che perlustrassero le campagne più lontane con una squadriglia di birri e soldati, come se andassero contro il nemico. Lo stesso Monti, benchè vecchio, e più forte d’animo che di corpo, si recava in persona ai villaggi sospetti con al fianco altri nobili, i quali lo seguivano per l’influenza che aveva su tutti gli animi e per la riputazione d’integrità e sapere di esso senatore.

Furono usate grandi cautele per le bollette e le osterie nei villaggi e dovunque, affinchè non accadessero frodi, esibendo false bollette invece delle autentiche. Si proibì ricevere ne’ pubblici alberghi i pellegrini, come anche nelle terre i custodi dovevano, traverso i cancelli, gridar loro che si tenessero discosti, additando sentieri fuor di mano, seguendo i quali sarebbero pervenuti a taverne o casolari, dove loro accordavasi, secondo il diritto delle genti, ospitalità; ma segregati da qualunque comunicazione.

Fu interdetto di venire a Milano ai facchini e a tutti coloro che sogliono concorrervi dai monti e dalle vallate in cerca di lavoro, affinchè non eccedesse il numero stabilito de’ medesimi.

I fanciulli e le fanciulle derelitte dai parenti, e questuanti per le strade, non che i mendichi adulti, vennero presi e riuniti nell’antico edificio fuor delle mura, che dicesi la Vittoria, per ricordanza dei nemici ivi fugati ed uccisi, come lo comprovano le biancheggianti ossa che vedonsi anche oggidì nelle adjacenti campagne. Colà la squallida e sudicia caterva dei mendichi era alimentata a spese di S. Carlo[180], ed insieme istruita, non altrimenti di quel che si fece a’ tempi nostri all’ospizio della Stella. Anche il Lazzaretto di San Gregorio e gli altri secondari si riempirono durante quella peste.

Giova il fare simili raffronti, perchè apparisca unica differenza fra i due contagi essere stata la maggiore o minore credenza sul principio, ed il numero più grande dei morti, appunto per l’incredulità loro. Nell’ultima pestilenza non si credette finchè non fur visti i cadaveri condotti alla sepoltura; invece i padri nostri tennero per certissimi i primi rumori di peste, e si premunirono con quanti rimedj è concesso d’usare a’ mortali.

Spinsero le cautele fino a proibire la vendita in città de’ funghi, dei frutti e delle uve immature. Ordinarono che i conciapelli cessassero dall’arte loro, e non si educassero bachi da seta, affine di evitare il puzzo: i loro figli e nipoti gli imitarono, adottando essi pure eguali provvedimenti. Le cloache, le fosse, che oggidì per mezzo delle acque sotterranee assorbono, e via trasportano tutte le immondizie della città, ristaurarono se inservibili per vetustà, e ne aprirono di nuove laddove non esistevano.

Si lavorò, a quanto credo, assai più allora che durante la nostra peste, benchè si trovasse con istento il denaro occorrente. Esausto l’erario, il municipio trovavasi inoltre aggravato d’un debito per il regalo di duecento mila zecchini fatto al re, onde sostenesse la guerra contro i ribelli della Fiandra, nemici di lui e della cattolica religione.

Neppure s’incassavano le consuete imposte, con cui lo Stato sopporta i necessari pesi. Rimedio in tali strettezze fu un altro male, voglio dire i debiti, i pegni, ed il sussidio degli altrui denari, che produce sempre nuovi incomodi, perchè con simili ripieghi, non solo gli individui, ma popoli e Stati ricchissimi, credendo uscir d’imbarazzo, s’avviluppano miseramente, e con più danno, in lacci inestricabili. Soltanto che nello sbilancio de’ pubblici redditi ciascun uomo libero e indipendente lotta, dal canto suo, con energica costanza; e il male in tal guisa si va perpetuando insensibilmente, perchè le città non si ponno incarcerare per debiti.

I Decurioni in que’ giorni, giusta la consuetudine del Consiglio Generale, ogni qual volta dovettero a malincuore erogare alcuna somma per supplire alle gravosissime spese, ne resero pubblico conto, instando perchè l’erario ne sostenesse il carico. Dicevano ciò spettare al re per le antiche leggi; esservi l’esempio degli imperatori e degli Sforza; avere annuito Carlo V con decreto dell’anno 1529. A queste e simili rappresentanze fu risposto dai regi ministri, che lo stesso monarca era sopraccaricato di debiti[181], risposta spiacente e vergognosa per qualunque ministro, ma che non fe’ arrossire quelli d’un monarca, padrone dei tesori del nuovo mondo, e sui dominii del quale non tramonta giammai il sole.

I reclami del Consiglio Generale, ed i rifiuti dei regi ministri circa le spese, furono identici in ambedue le pesti, come già ho riferito. In entrambe le epoche si trovarono uomini che diedero in prestito denaro alla città, ed ebbero la gloria di sostenere la patria, la quale però, dopo la calamità, trovossi impoverita pei guadagni de’ prestatori. Immaginarono gli avi, imitati anche in ciò dai nipoti, di stabilire un erario separato per alimentare il popolo, raccogliendo denaro dai Luoghi Pii, senza chiasso, senz’interesse, ed altresì senz’incontrare ostacoli, poichè quello era una specie di patrimonio del pubblico.

Non saprei decidere se i nostri vecchi furono di noi più zelanti e splendidi nelle preci e nei voti per rendere propizio Iddio e placarne lo sdegno, imperocchè quelli non potevano mostrarsi più religiosi, e i posteri, traendone esempio, gareggiarono con essi. Fecero voti, visitarono supplichevoli per molti giorni, senz’interruzione, le chiese; decretarono tempj da erigersi ai santi avvocati contro la peste; innalzarono oratorj, instituendo anche feste e digiuni. E memori che nel 1524, infuriando con più atroce violenza il contagio in Milano, eransi alzate colonne colla croce nei quadrivj, perchè, ricordando l’acerbissima morte di Cristo, consolassero ed ispirassero coraggio agli afflitti del morbo, e insieme rappresentassero loro il pegno e la speranza dell’eterna salute, ristaurarono que’ trofei cadenti per vetustà, eccitando il popolo a tener fissi sempre gli occhi a quel segno, vincitore della morte e del demonio.

Queste ed altre espiazioni adoperarono i maggiori nella loro pestilenza, e qual mezzo per sè efficacissimo a placare l’ira celeste, calarono dalla vôlta del Duomo il Chiodo, che, infisso nel corpo del Redentore, fu anch’esso stromento della salvezza del genere umano; e trassero fuori quel ferro imbevuto del sangue divino, siccome reliquia, che avrebbe impetrata di certo la misericordia di Dio. Lo portò per le strade della città, seguìto dal popolo, il cardinale arcivescovo Carlo[182], che, per somma ventura di quell’età, fu tra non molti anni assunto fra i beati in cielo, dove la seguente generazione invocar lo doveva suo protettore. La qual peculiare circostanza avvalorò di molto le preci degli avi, e noi, ridotti all’estreme angustie, trasportammo il corpo del santo arcivescovo, mentre non era venuto ancora il giorno del perdono; indi non cessammo da religiose pratiche finchè Dio non accordò l’impetrata salute. Ma su tale argomento dicemmo ormai abbastanza.

Piuttosto sarà questo il luogo opportuno d’esporre ciocchè fecero, durante la loro peste, gli avi ed i padri dei nostri magistrati, ciocchè il Borromeo, santo patrono dei Milanesi, operò, non ultimo de’ grandi suoi meriti pei quali ora gode la beatitudine al cospetto di Dio, e qui in terra cinto d’aureola il capo, ottenne l’onore della santificazione, il più esimio premio che ad uomo compartisca la divina misericordia.

Dopo la solenne processione, in cui Milano vide due mirabili cose, il preziosissimo ferro che traforò i nervi e le vene del Redentore, e il santo Pastore che lo portava colla destra lacera e sanguinosa, incominciò a farsi sentire più grave la fame, calamità quasi eguale alla pestilenza, o, per dir meglio, fomite della medesima. La carestia che precedette a dì nostri il morbo, sopraggiunse invece più tardi nel 1576, ma non riuscì meno funesta.

Il milanese territorio, che tanto si estende intorno la città, non forniva ormai più granaglia, privo d’agricoltori, i quali, morti, nascosti ne’ tugurj, ovvero rinchiusi nelle capanne degli appestati, sbalorditi dal terrore, attendevano con indolenza ai campestri lavori, o del tutto gli abbandonavano.

Il Consiglio Generale, annuente il governatore con regio placito, decise, per riparo, di comperare e far condurre a Milano buona copia di frumento dalle città di provincia, e segnatamente da Lodi, Alessandria, Novara e Pavia, come quelle che più abbondano di cereali. Non già che i loro abitanti negassero di vendere frumento; ma incrudelendo ed allargandosi ogni dì più la peste, aborrivano qualunque commercio colla metropoli, talchè riusciva difficile il commercio fra essa e le provincie.

I Pavesi in ispecie, con ardito rifiuto, s’erano resi odiosi, come accadde un tempo coi Romani, quando alcune colonie militari ricusarono di fornire soldati all’impero. Nondimeno si comperò frumento in copia, specialmente in Lumellina, e fissato lo stradale, venne riunito presso Abbiategrasso, in granaj ivi aperti lungo il naviglio, affinchè rinchiuso in altri sacchi e caricato su barche, si trasportasse in Milano senza frode o senza pericolo d’infettare le terre donde veniva esso grano. E perchè l’operazione si eseguisse con ogni diligenza e cura, tanto il Consiglio Generale quanto i venditori, delegarono persone, le quali, recandosi sul luogo, invigilassero che il grano fosse scaricato e ricaricato colle debite cautele.

A costoro si diede ampia facoltà di costringere i fittabili e gli ammassatori di grani a vendere per equo prezzo al municipio quanto frumento, riso, orzo e segale avevano ne’ magazzini. E non solo a vendere, ma a trasportarlo ben condizionato a Milano ne’ pubblici granaj. Altre vettovaglie si raccoglievano a Binasco sul Pavese, e nel villaggio di Gallera[183] sul Lodigiano. Si stabilirono in quelle parti emporj, a’ quali ricorrevano dalla città i compratori, affine di non obbligare i venditori a venire ne’ paesi infetti di peste. Sul Pavese ebbero la sovrintendenza Guido e Giulio Scacabarozzi, sul Lodigiano Marco Fagnani, prefetto dell’annona.

Mentre, per alimentare i poveri adottavansi queste misure, senza cui sarebbero mancati i grani indispensabili alla vita; i magistrati ebbero cura anche dei salumi, olj, formaggi, majali, legna e carbone, oggetti che sussidiano quei di prima necessità. E furono inviati Ambrogio Archinto, Guido Cusani e Cesare Pietrasanta per farne acquisto sul Piacentino. Finalmente non si trascurò la più piccola cosa in mezzo a tante cure ed al trambusto. La quale previdenza, il più ammirabile degli scrittori latini, quasi colle medesime parole da me usate, narra aver avuta il Senato di Roma, allorquando la repubblica trovossi in pericolo.

Del resto, nel mentre queste minute cure ed altre ben più rilevanti, facendosi ad ogni ora più gravi, rendevano ormai intollerabile il peso dell’amministrazione a’ nostri magistrati, non ristavano essi dal ripetere che le spese toccavano al regio Fisco. Ma veniva sempre data loro la solita risposta, il principe essere estraneo a quelle spese, vasto l’impero, nè bastare l’oro che ricavasi dalle miniere o dall’arena de’ fiumi, nè i tesori delle Indie e i tributi di tanti regni. Quando poi i regi furono stanchi dal continuo insistere, trovarono una sottigliezza per convalidare il rifiuto col diritto e l’interpretazione delle leggi. Venne fuori, sia dal governatore, sia dal Consiglio segreto, o forse d’ambidue, un rescritto del seguente tenore.

Gli egregi Decurioni instavano, sostenendo che toccava al re di pagare le somme impiegate per la peste, ma doversi fare una distinzione, separando cioè gli stipendi dei ministri dalle altre spese. I primi concedevasi di porli a carico dell’erario, ma non già il denaro consunto per alimentare il popolo, giacchè spetta alla città nutrire i suoi poveri, che dir si ponno membri del suo corpo. Appoggiavano la loro decisione col citare gli editti dei medesimi decurioni, allorchè sette anni prima nella carestia eransi addossato siffatto carico, spendendo settantamila zecchini per mantenere gl’indigenti.

I Decurioni, a nome della città, di nuovo replicarono non doversi apporre a pregiudizio quanto la città stessa, pietosa e splendida, in altri tempi elargì, nè tacciar di frodi i suoi meriti e l’ossequio verso il monarca. Perocchè la fedeltà al cattolico re, fu appunto quella che l’indusse a non lasciar perire di fame tante migliaja de’ suoi sudditi in Milano, che egli guardava con speciale indulgenza ed aveva sì cara. E siccome i Decurioni, volendo il giusto, non esigevano che tutto il peso gravitasse sul regio Fisco, si prese una strada di mezzo fra il bisogno e la munificenza.

Vennero assegnati quattro mila zecchini per anno alla città da esigere sul dazio del sale, da aggiungersi ad altri quattro mila sulla misura del vino, non lieve sussidio nelle angustie del momento, ma non però quale esigevano le circostanze. Pel rimanente, il governatore diede speranza di poterlo impetrare dal re, qualora scemassero in avvenire le gravose e indispensabili spese che allora lo aggravavano. I magistrati ripreso coraggio, scelsero Brivio Sforza, idoneo, per avita nobiltà, per uso delle corti e pel favore di cui godeva presso il re, inviandolo a Madrid ad esporre le istanze del Consiglio Pubblico; gli diedero facoltà di legato, colle istruzioni relative all’affare, lasciando il resto in suo arbitrio, spiate che avesse la mente del re e le tendenze degli animi in corte.

Doveva lo Sforza, prima di tutto, far presente, che il decreto di Carlo V era chiaro, e senza veruna restrizione, per cui il figlio ed erede dell’impero e della gloria di lui, anche per riverenza del volere paterno, mosso a pietà, guardasse con clemenza e benignità l’infelice condizione dell’afflitta Milano. Qual esito abbia avuto codesta legazione, trovasi nei nostri annali relativi alle vicende di quell’epoca.

V[184]. Lazzaretti secondarj. — Capanne per gli appestati e per i poveri. — Medici. — Asilo pei bambini.

La peste frattanto non rallentava, a segno che le sue stragi sarebbero state più grandi d’ogni altra precedente, ove non l’avesse di gran lunga oltrepassata quella dell’età nostra, nel descrivere la quale io forse seguii l’esempio di tutti i tempi e degli uomini, sempre proclivi ad esagerare i proprii mali a confronto degli altrui, talchè affermano le recenti sciagure di tutte le altre più atroci e terribili.

Anche allora pel contagio diffuso diventò angusto il Lazzaretto alla turba degli appestati, benchè sembri che un sì vasto edificio essere debba a tal uopo più che sufficiente per qualsiasi città. Nel 1576, come nel 1630, il popolo milanese, lagnandosi, come sempre, de’ beneficj e delle liberalità dei governanti, strepitava, tacciando d’avarizia e d’imprevidenza la saggezza de’ vecchi duca, perchè avessero troppa circoscritta l’area del Lazzaretto. A sentirlo avrebbero dovuto ingrandire quell’asilo della morte in guisa che abbracciasse tutta quanta l’ampia Milano sopravvenendo un contagio[185]!

In tale ristrettezza del Lazzaretto si supplì, come facemmo noi pure, alla turba, erigendo pei malati ed i moribondi, lazzaretti succursali fuori delle mure. Anzi ritengo in ciò aver noi seguito l’esempio lasciatoci dagli avi, i quali decretarono che da tutte le terre, entro il circuito di venti miglia, si trasportassero a Milano pali, assi e paglia, e venissero anche i contadini per innalzare le capanne. Furono queste duecento per ciascuna porta, e non fia inutile ricordarne la forma come trovasi descritta negli annali di quella pestilenza, affinchè non rimanga sepolta negli atti del municipio, ma si conosca eziandio dagli estranei, se mai questa mia storia fia letta un giorno in altri paesi.

Sceglievasi un luogo il più alto che si poteva e declive, piantando per lungo le capanne in fila ed eguali, per quanto lo permetteva la natura del terreno.

Le strade intersecanti il lazzaretto aprivansi dieci braccia lontane l’una dall’altra, ed eravi uno spazio vuoto di sei braccia tra le singole capanne, le quali avevano tutte l’ingresso rivolto dalla medesima parte, con uno spiraglio sopra l’uscio, ed una imposta congegnata in guisa che ciascun malato, anche piovendo, potesse veder la luce, respirare l’aria libera, ed evitare in parte il tedio dell’angusto suo carcere.

Le capanne formavansi con travicelli, il pavimento di terra battuta ed alquanto alto perchè fosse meno umido, con vari buchi all’ingiro, pei quali l’acqua piovana colava entro rigagnoli. Una larga fossa[186] chiudeva intorno ciascun lazzaretto, per impedire che di giorno o fra le tenebre, alcuno vi penetrasse a maltrattare i rinchiusi, come anche perchè questi temerariamente non uscissero. In tale fossa colavano tutte le acque derivate, con canali, dalle vicine sorgenti pei vari usi dei lazzaretti. Fuori del recinto di ciascuno dei medesimi s’innalzavano tettoje pei soldati che facevano la guardia sul limitare: ivi pure sorgevano altri tugurj ad uso di cucina, taverne, farmacie, pei molteplici bisogni della numerosa famiglia là radunata. Una gran croce presentava la vista consolante del Redentore ai miseri appestati, chè la religione fu la prima d’ogni cura sì nel lazzaretto di San Gregorio[187] come ne’ secondarj. Ogni mattina davasi il segnale perchè tutti, inginocchiandosi, volgessero gli occhi alla croce, meditando i tormenti sofferti da Cristo. Celebravasi giornalmente la messa in oratorj posti nel recinto, affinchè ciascun ammalato, dal limitare della propria capanna, potesse, se non ascoltare, vedere almeno il Santo Sacrificio.

Per impedire la fuga ai rinchiusi s’investirono di straordinari poteri alcuni gentiluomini, i quali avevano il titolo di capitano, e sotto di sè cento soldati per ciascheduno, con un pubblico scrivano ed altri uffiziali. La somma spesa in queste guardie fu di 46,000 lire, per fitto delle case vicine ai lazzaretti, legna, materassi ed altre suppellettili ad uso dei soldati e dei capi, non che per le cibarie.

Ad ogni porta di Milano si destinarono altri nobili, coll’incarico di comperare e spedire le vettovaglie ai lazzaretti. In questi però non ammettevansi con facilità e promiscuamente tutti i poveri; ma quando l’uffiziale, cui spettava tale cura, riferiva esservi alcun povero da trasportare fuori di città, i nobili a ciò deputati nelle singole parrocchie, li visitavano. E trovate vere le esposte ragioni, lo ricevevano, pigliando nota in apposito registro del suo nome, cognome, condizione; se aveva moglie, e quanti figliuoli, sotto quale parrocchia, ed in quale casa abitasse, non che il giorno in cui venne ricevuto. Poscia, condotto o trasportato all’ingresso dei lazzaretto, spogliato degli abiti e lavato, si rivestiva d’una tunica nuova, era messo in una delle capanne insieme con un compagno, e talvolta con due, colla cautela di tenere sempre i sospetti e gli appestati in quartieri divisi[188].

Ogni quartiere aveva i propri ministri e inservienti, col divieto di qualunque menomo contatto fra loro, perchè i sani non contraessero il morbo.

Scarsi erano i medici, essendosi nascosti, o simulando di non essere tali, quei che anteponevano la dolcezza del vivere al lucro. Benchè si promettessero stipendii generosissimi, non si riuscì a cavar fuori dalle ville parecchi di loro, i quali vi si tenevano nascosti, abborrendo la mercede della morte. In codesta privazione d’un’arte, il cui nome soltanto è sollievo e farmaco agli infermi, nel mentre si cercavano per ogni dove persone le quali, avendo almeno una tintura di medicina, acconsentissero ad entrare ne’ lazzaretti, capitarono vicino a Pavia alcuni Francesi che spacciavansi per medici, e tali si sarebbero creduti alla fisonomia ed all’abito. Mettevano fuori aforismi, e, condotti da un oste a visitare i malati in que’ dintorni, prescrissero medicine, bevute le quali, guarirono, probabilmente perchè non era giunta l’ora di morte per essi.

I Francesi dicevano d’esser avviati a Venezia per liberare dal contagio quella città. Un Lonato, spedito dalla Sanità a Pavia, assoldò e menò seco quattro o cinque dei sedicenti dottori, non più esperti della vecchia montanara che a’ giorni nostri s’intromise, come raccontai, nel Lazzaretto. Fu loro assegnato uno stipendio mensile, più largo che non avrebbero ardito pretendere i più riputati medici, cioè mille e seicento zecchini, la massima parte de’ quali venne loro sborsata all’istante.

Introdotti ne’ lazzaretti, si scoprì poco dopo, non so come, la lora sfrontatezza e ignoranza, per cui, messi in carcere, battuti con verghe e ritolto loro il denaro avuto, affinchè non fossero d’ulteriore aggravio, vennero scacciati. Due però di quei cerretani morirono di peste in prigione. Infine si ebbe ricorso al Collegio dei fisici che provvedesse in qualche modo all’urgenza, ed esso, coll’autorità sua, fe’ sì che uscirono fuori medici, i quali adempirono al proprio dovere. A ciascuno vennero assegnati dal pubblico zecchini cinquanta di salario per ogni mese: cento a Lanfranco Boniperti novarese, per la molta rinomanza di cui godeva nell’arte sua[189]. I medicinali, le pozioni e quant’altro si trovò giovevole a curare e rifocillare i malati, somministrò Santa Corona, istituto che il fondatore, con regale munificenza, aperse a beneficio de’ poveri[190]. E quando non bastavano le rendite del medesimo, supplirono alla spesa i nobili ed il municipio.

Soccorso grandissimo in ogni bisogno prestava il cardinale arcivescovo Carlo, allora vivente qual santo tra gli uomini, ed io son d’avviso che quanto egli fece durante il contagio, valse più d’ogni altra azione dell’operosa sua vita a schiudergli le porte del cielo al termine di questa nostra calamitosa carriera, ed a procacciargli dappoi gli onori della canonizzazione. Egli assunse con gioja la cura degli appestati per amore del suo popolo, profuse ricchezze, vendè poderi, spogliò il palazzo per sovvenire a’ bisognosi, e assai più fece in tutto il tempo della pestilenza per la salute spirituale del suo gregge. Le quali cose non istarò ora a ripetere per averle già bastantemente spiegate nei libri che pubblicai sulla vita e il pontificato del Borromeo.

Il pane ed il vino si distribuivano nelle capanne come segue: venti oncie di pane di frumento per testa al giorno, ventotto oncie di vino non annacquato, un po’ di riso, o che altro più leggiero e gustoso secondo le prescrizioni del medico. Tali commestibili erano forniti dai dispensieri, e li recavano ai lazzaretti con tremende cautele a motivo del contagio. Quei di fuori provavano il terrore di chi si avvicina ad un covile di belve, poichè i rinchiusi, somigliavano a tante fiere ivi incatenate, nè uscivano a prendere le vettovaglie, finchè non eransi discostati i dispensieri dopo averle poste a terra lontano dal limitare.

Alcuno meraviglierà forse per tante sollecitudini e ripieghi usati par tenere in vita que’ plebei; ma rifletta che essi erano membri del corpo dello Stato, che importava sommamente di salvare la metropoli, e che le miserie e il sucidume del popolo mettevano a repentaglio anche la vita dei grandi. La città spese la somma di 105,000 lire per alimentare la caterva dei poveri chiusa ne’ tugurj dei lazzaretti, meglio e più salubremente che nelle loro case. Si raddoppiarono diligenze nella quarantena cui furono assoggettati per esplorare se la peste di nascosto non covasse tra loro.

Nelle file di capanne destinate ai quarantenanti, se alcuno moriva, quanti trovavansi nel medesimo recinto non potevano moversi di là o rientrare in città prima che trascorressero quaranta giorni da quella morte. Dopo il qual periodo di tempo, trasferivansi in altri recinti netti, che avevano due ingressi. Colui che doveva fare lo spurgo entrava da una porta, e spogliandosi, gettava fuori le vesti, poi lavatosi nel serbatojo ivi pronto, indossava un abito nuovo che gli veniva sporto dall’altra porta; allora soltanto gli era concesso l’uscire, ben inteso che non apparisse in lui il più lieve indizio di peste. Con tal metodo si denudavano, lavavano ed esploravano gli uomini; quanto alle femmine, per non offendere il pudore, erano visitate dalle levatrici, che assistevano le partorienti nel lazzaretto.

Coloro che rientravano in città, subìta la quarantena, non potevano uscire dalle loro abitazioni e vagare liberamente, ma per venti giorni dovevano rimanervi chiusi ed isolati. Il denaro trovato nelle tasche dei morti nelle capanne o che essi palesavano celato in qualche nascondiglio, era restituito ai loro congiunti da uno dei Decurioni trascelto a questo ufficio. Qualora non vi fossero congiunti o parenti, ereditava il pubblico. Eguale buona fede ed esattezza usavano i nobili col denaro depositato da molti, credendo inevitabile la morte, poichè, guariti, lo riavevano senza la minima perdita. Il Senato, perchè non riuscissero vane le ultime volontà dei moribondi, decretò fosse lecito a qualunque ministro o custode de’ lazzaretti scrivere e firmare testamenti, i quali sarebbero validi come se dettati con tutte le solennità notarili, e col tabellionato inscritti nei loro atti autentici. E per evitare che l’ignoranza non desse luogo a frodi più dannose dei raggiri legali, s’aggiunse al decreto che simili testamenti sarebbero nulli senza l’approvazione del Senato.

I lattanti, i bambini di fresco spoppati, e tuttora deboli, rimasti privi di genitori; infelici non solo per l’imbecillità dell’infanzia, ma perchè privi d’ogni sussidio, morivano nei letticciuoli stessi ove erano ancora caldi i cadaveri dei genitori, o superstiti per maggiore sciagura, traendo a stento la vita, avvoltolavansi per terra, senza che alcuno li raccogliesse. I proprj mali e lo spavento dei maggiori pericoli sovrastanti faceva sì che niuno badasse a quel vergognoso disordine.

Finalmente il Municipio vi rimediò, destinando un ampio edificio, nel quale i medesimi erano alimentati con materne cure, salvando questi sgraziati che parevano venuti in luce per tosto morire.

Balie, levatrici ed altre donne pietose e amorevoli, fungenti le veci di madre, che natura, madre comune, destina a fasciare e porre in culla il neonato che vagisce, quasi presago de’ mali dell’esistenza; tutte queste donne, madri ai figli dello Stato, furono a spese pubbliche e per cura dei nobili riunite in quell’ospizio, ove i derelitti bambini ebbero asilo. Il quale insieme colle nuove capanne che si dovettero innalzare pel numero degli appestati sempre crescente, mancando altresì paglia e legnami, costò cinquanta mila lire.