IV. Lazzaretto ecclesiastico istituito da Federico.

Indegna e sconcia cosa era non solo il vedere, ma il pensare che i sacri ministri venivano ammonticchiati sui carri, insieme fin anche a’ nudi cadaveri di donne, e gettati alla rinfusa nelle fosse senza onor di sepolcro. Turpe spettacolo e turpe uso, conseguenza di quei giorni di miserie e calamità! L’edificio che dicesi la Canonica, apparteneva già agli Umiliati, i quali vi passavano i giorni nell’inerzia colle inutili loro ricchezze: incorsero le ecclesiastiche censure, e dopo l’inaudito misfatto, abolito l’Ordine[131], vi sottentrarono i chierici che ivi hanno stanza, e vengono educati al sacerdozio. Federico destinò codesto edificio per lazzaretto ecclesiastico, all’uopo di trasportarvi non già tutti i preti ed i chierici appestati, ma quelli soltanto che prendessero il contagio nell’esercizio del loro sacro ministerio.

Vi mise a direttore Girolamo Settala[132], fratello del protofisico, e che da arciprete di Monza era venuto penitenziere maggiore in Milano; uomo di tal sapere e virtù, che pochi ne ebbe d’eguali la Chiesa nostra, e pochi forse ne vedranno in futuro le altre chiese e città. Lui morto, vi mandò Primicerio Visconti, nipote suo per parte di sorella, nominato dal principio di questo libro. I due accennati direttori del lazzaretto ecclesiastico scelsero parecchj tra i più idonei della veneranda Congregazione degli Oblati, i quali avessero cura che i sacerdoti infermi alla Canonica fossero ben trattati, e in uno non mancassero dei sussidj della religione a ben morire. Grandi provviste eransi fatte nel locale delle cose necessarie; e il Cardinale ordinò si mandasse ivi dal suo palazzo ciocchè abbisognava.

Eranvi medici, chirurghi, inservienti ed altri mercenarj per supplire alla meglio qualora alcuno di loro perisse. Morti i primi Oblati nel lazzaretto[133], altri di quella Congregazione sottentrarono alacremente, desiderosi della palma e per far cosa grata al Cardinale, e perchè reputavano una gloria l’avventurare la vita in quell’ufficio di carità. Siccome però le ricchezze del Borromeo ed i denari del pubblico mal bastavano a tante spese, s’invitarono i parrochi, i canonici e gli altri ecclesiastici della città a voler dare quella somma che ciascuno poteva per sostenere quel lazzaretto, aperto a loro vantaggio, e del quale forse ciascuno avrebbe bisogno. Non pochi inviarono denaro per sentimento di carità, altri per rossore, altri perchè ricchi.

Molti danarosi, che trovavansi malati in quel lazzaretto, vedendo avvicinarsi la morte, testarono ai custodi le ricchezze che seco non potevano portare, e che ormai dispregiavano, rivolti i desiderj ai beni dell’altra vita. In tal modo s’accrebbero i fondi di quella caritatevole istituzione. Sussistè per quattro mesi il lazzaretto nel locale della Canonica, con numero variabile di ammalati, però non minori giammai di sessanta. Ognuno di essi, guarendo, assisteva gli altri, ed in tal guisa mostravano la loro riconoscenza della ricuperata salute a Dio, al Cardinale ed alla nostra Chiesa.