IX. Come incominciò a rallentare la pestilenza, e come ebbe termine.
Il morbo, contumace a tutti gli umani rimedj, e mandato dal cielo a punizione delle umane scelleraggini, non poteva infrenarsi e spegnere fuorchè dalla misericordia divina, la quale non mancò all’infelice Milano, ormai in tanta desolazione ridotta all’ultimo eccidio.
Fra i tempii che l’avita pietà de’ cittadini e l’età più recente, imitatrice de’ costumi e degli esempj paterni, sacrò a Maria, celebratissimo è quello cui diede nobile nome il favore della Vergine per la città nostra, e che chiamasi delle Grazie, per le molte grazie dalla Madre Santissima a’ Milanesi impartite. Lo adornarono i nostri duchi con munificenza regale, allorchè governavano questo paese; e i Padri di S. Domenico, colonne della fede, stanno a custodia del tempio, e hanno stanza nell’attiguo monastero, dove risiede il Sant’Uffizio ed il tribunale supremo dell’Inquisizione[115].
Là il 23 settembre, nel queto silenzio della notte, mentre alcuni de’ Padri riposavano o attendevano agli studj nel ritiro delle singole celle, ed altri a ciò destinati vegliavano in orazione negli oscuri angoli del tempio aspettando l’ora della mattutina salmodìa, d’improvviso le campane suonarono da sè. Coloro che sonnecchiavano si riscuotono, i desti meravigliano di cosa tanto insolita, e tremanti s’aggirano pel monastero; ma in un subito conobbero agitarsi le campane per forza miracolosa, chè niuno le aveva tocche. Meraviglia e terrore invasero gli animi de’ Religiosi, che, riunitisi, discutevano su quel portento; allorquando, narrasi, fra i suoni de’ sacri bronzi fu udita una voce più sonora che se fosse umana, prorompere in questi detti:
AVRÒ PIETÀ DEL MIO POPOLO, O MADRE,
e tosto s’interpretò che cessar doveva in breve la peste; averlo implorato la Vergine dal divin Figlio, che esaudì le sue preghiere.
Ho riferito questo portento, perchè era giusto ed equo l’annoverarlo tra i fatti autentici, dietro la testimonianza dei Padri Dominicani, la credenza generale della città, e l’esito che lo confermò. Anche la desta turba de’ prigionieri che per delitti contro la religione, o per sospetti trovavansi nelle carceri del Sant’Uffizio in una remota parte del monastero, udirono il rimbombo delle campane. Interrogati, risposero essere loro venuti all’orecchio in quella notte suoni e voci inusitate, e per togliere qualunque dubbio, che la pubblica salvezza sia venuta da Maria patrona del tempio delle Grazie, aggiungerò come l’olio della pendente lumiera che arde avanti l’effigie della Vergine Sacratissima fu salutare antidoto anche in seguito contro la peste.
Quell’olio cercavano a gara ne’ giorni seguenti i grandi e gli infimi del popolo come mirabile rimedio, e i Padri lo distribuivano a stille quasi dono celeste[116]. Allorchè poi il scemare giornaliero dell’intensità del morbo e delle stragi, la fede nel miracolo ed il numero dei morti che di continuo sminuiva[117] attestarono placato Iddio; i magnati si animarono a togliere di mezzo ogni negligenza, che assai di rado è meritevole dei divini favori. Intimarono una quarantena[118], nuova ed ultima speranza della città ed alla intera popolazione, che per tale spazio di tempo rimaner doveva chiusa e nascosta nelle case. Vietarono comunicare coi limitrofi, uscire in istrada, e quant’altro poteva attaccare e far ripullulare il contagio, con minaccia di pene capitali che, disprezzate per l’addietro, ormai la vezzeggiata speranza di salute e gli allettamenti del vivere inducevano ad iscansare e temere. In sul finire di quell’anno era quasi scomparsa la peste, ma non rediva agli animi la sicurezza, e Milano, trepidante, afflitto, quasi annientato, pareva risorgesse da morte. I superstiti, con faccie pallide e smunte, macilenti, stravolti gli occhi e lo stupore in viso, sbucavano, per le vie come se uscissero dal sepolcro: appena osavano tremebondi appressarsi e far colloquj, sfuggendosi l’un l’altro: non stringevansi le destre, temevano l’alito reciproco, e con tronco saluto s’allontanavano, non prestando per anche fede alla ripristinata salute ed alla patria salva. A costoro sì guardinghi venivano incontro altri, i quali nell’incuria domestica, noncuranti delle pubbliche sciagure, e divenuti pingui pel lungo ozio, ridevansi dell’altrui prudenza e del terrore intempestivo, perciò solo che essi ignari di tema, e senz’usar cautele, erano nondimeno usciti illesi dalla pestilenza.
Gli uomini semplici, caparbj, che, restii a qualsiasi persuasione, non volevano credere ascondersi ne’ panni, e in molti altri oggetti un principio mortifero a chi lo toccava; ed altri, i quali superando ogni timore per cupidigia di rapinare e per la dolcezza del lucro, afferravano quanto loro capitava alle mani, e poscia avidissimamente il custodivano, porsero di nuovo alimento alla peste. Il Tribunale di Sanità fu in grande travaglio per questi miserabili e per le robe ch’essi tenevano nascoste o sotterrate.
Gli punivano i giudici, ed ogni giorno emanavansi sentenze con multe e pene; ma nè i gastighi, nè il timore del contagio valevano a impedir loro di comperare, rubare e nascondere cose sospette o venderle altrui. Nessun vantaggio ritraevano da quel mercimonio perchè, o venivano côlti e puniti dai satelliti[119] di sanità, o, se pure riusciva ad essi di deluderne la vigilanza, incorrevano in peggior danno per le robe comperate o vendute. Parecchi morirono per gli abiti, o i lenzuoli trafugati, e vi furono taluni che per un meschino guadagno, non solo la propria famiglia, ma villaggi, borghi, interi municipj, ormai liberi dalla peste, in nuovi guai e in nuove stragi precipitarono.
APPENDICI DEL TRADUTTORE AL LIBRO SECONDO
I. DIFESA DI GIOVANNI DE PADILLA
Il Padilla, incarcerato, confutò gli accusatori suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza essere egli a que’ giorni assente da Milano, e non avere conosciuti nè mai veduti costoro.
Ripam., Lib. II, pag. 78.
Il Processo degli Untori, come dissi (pag. 67), non era conosciuto che per metà, vale a dire, la sola Pars offensiva. L’altra, cioè la Difesa del Padilla, e che include altresì le giustificazioni de’ principali accusati, sapevasi esistere, ma a pochi, o forse a nessuno, era riuscito trovarla. Sia che durante il Processo ne fosse stampato un solo esemplare per senatore, come taluni pretenderebbero, sia piuttosto che si perdesse coll’andar del tempo un libro di cui nessuno occupavasi, fatto sta che divenne rarissimo. Verri di certo non lo conobbe, perchè se ne sarebbe moltissimo giovato nelle sue Osservazioni, e d’altronde il Processo manoscritto, postillato di sua mano, esistente tra le carte di lui, contiene la sola prima parte. Tutti gli altri che scrissero dappoi su gli Untori notarono che il Padilla venne assolto, e nulla più.
Ora, essendomi riuscito di avere in mano un esemplare dell’intero Processo, trovai che la Difesa racchiude fatti di somma importanza, e schiarisce molti dubbj, in guisa da spargere viva luce su questo compassionevole e misterioso dramma. Risolsi quindi di aggiungere al Ripamonti codesto nuovo Documento istorico, pubblicandolo non già per intero, perchè altrettanto voluminoso e prolisso come la Parte offensiva, ma bensì offrirne un sunto. Non era però sì agevole il compilarlo, stante che i costituti dal 24 luglio 1631 al 12 agosto 1632, altro non sono che un ammasso di testimonianze in favore del Padilla senz’alcun ordine. A misura che egli e i suoi difensori trovavano prove o testimonj contro alcuno de’ capi d’accusa, li presentavano al Senato, cosichè tutte le giustificazioni trovansi sparpagliate dal principio al fine del Processo.
Io tenterò darvene un saggio, o lettori, con una succinta ed ordinata esposizione, nella quale, a maggior schiarimento, inserii in corsivo varj brani del Processo medesimo, che ha per titolo:
Defensiones D. Joannis Gaytani de Padilla
Equitis Sancti Jacobi a Spata
Ducis Equitis pro S. M.
In Dominio Mediolani.
D. Francesco de Padilla, governatore del castello di Milano nel 1630, era un vecchio, religioso, altiero, esatto ne’ proprj doveri fino alla pedanteria; un vero tipo dei cavalieri spagnuoli, inimicissimo di Francesi, Veneziani e di gente forastiera come il diavolo con la croce. Appartenente ad una delle nobilissime famiglie di Spagna, non gli mancavano al certo protettori, dacchè i Padilla coprivano le più cospicue cariche: troviamo un Sancio Padilla, governatore del castello di Milano, il quale resse lo Stato provvisoriamente dal 1580 al 1583, dalla morte cioè del marchese d’Ayamonte alla venuta del duca di Terranova; e un Martino, che era Adelantado Mayor di Castiglia.
Entrato da giovine nella carriera militare, fu nominato cavaliere di San Jago nel 1583 da Filippo II, que està en el Cielo! Nel 1590 venne eletto capitano nel presidio del nostro castello. Sul principio del secolo passò a guerreggiare in Francia, e ne buscò onori e pensioni non poche. Nel 1609 fu eletto membro del Consiglio Segreto a Milano e capitano generale dell’artiglieria dello Stato di Milano, e finalmente il re, con decreto dato dall’Escuriale il 29 agosto 1620, le hace merced del cargo de Castillano de Milan.
Durante l’assenza dello Spinola sotto Casale, era vice governatore dell’armi, e grande fiducia avevasi in lui, dacchè appunto nel 1630 haueva sotto la sua custodia in castello circa doi miglioni de’ reali da otto, et di pasta d’argento tali quali vengono dalle Indie. Detto tesoro staua sotto tre chiavi una de’ quali l’hauesse a tenere il sig. Castellano, l’altra il Presidente del Magistrato e la terza il Tesoriere generale.
Scrupolosissimo de’ proprj doveri, scoppiata la peste, custodì il castello con tutta diligenza, chiudendo la porta verso la città, e mettendo guardie a quella del soccorso. Niuno entrava od usciva senza bolletta e saputa di lui, che assisteua in persona benchè piovesse et facesse qualsivoglia mal tempo: e così mentre lui visse non successero in castello doi casi dechiarati di peste. Ed era savio e necessario rigore: infatti la mattina o sera seguente alla sua morte, il signor Tenente fece aprire la porta che viene alla città, et serrar quella del soccorso, et allargò la mano nel lasciar uscire li soldati; sicchè fu portata la peste in castello, in modo che ne morsero più de’ quaranta, o quarantacinque persone.
D. Francesco aveva varj figli ed uno di nome Giovanni, che sfuggì all’obblio per essere stato accusato qual capo degli Untori.
D. Giovanni Padilla, soldato come il padre, fu nominato nel 1620 capitano d’infanteria, passò in seguito in cavalleria, avendogli il duca di Feria data a comandare una compagnia di lance, e si trovava coll’esercito sotto Casale all’epoca della peste. Bello della persona, esperto cavallerizzo e schermitore valoroso, il Padilla era bizzarro et peccava piutosto di troppa bravura che di poltroneria. Il giorno di S. Giovanni venne alle mani con alcuni francesi che erano sortiti di Casale, et andò a risigo di restar prigione perchè l’afferrorono in un braccio, ma se li ruppe la manica sicchè si liberò; avendo date molte coltellate all’inimici seguitandoli fino al castello.
Il nostro valoroso, che metteva a repentaglio così spensieratamente la vita, era ben lungi dall’immaginare che il Senato avesse emanato un ordine d’arresto contro di lui come capo degli Untori.
Il Processo frattanto andava per le spiccie, e uscì la fulminante sentenza del 27 luglio. A tale annunzio il castellano tremò per suo figlio. Hauendo inteso che per giustizia si doveva far morire un certo Barbiero et un certo commissario della Sanità e che la detentione del signor D. Giovanni suo figliuolo era causata perchè questi lo hauessero aggravato in cosa toccante la riputazione, ordinò al suo luogotenente, D. Francesco di Bargas che, insieme col segretario Diego Patigna, andasse dal presidente della Sanità, Monti, per pregarlo a far sospendere l’esecuzione della sentenza, finchè detti tali s’hauessero potuto confrontare con detto signor D. Giovanni per giustificare la causa; altrimenti per tutto quello che poteva occorrere per alcun tempo a venire li protestava l’ingiustizia. Andarono i due il dopo pranzo del 31 luglio, e trovarono il Monti in casa sua in una sala abasso. Il quale subito si retirò in studio, et gli feci l’imbasciata. Rispose che non era lui il giudice della causa, ma che toccava al Senato, et però ne douessi parlare al signor Presidente.
Il quale, udita che ebbe l’inchiesta del castellano, diede per risposta che l’esecutione della sentenza non si poteva soprasedere, se non per ordine del patrone supremo o dal signor Governatore perchè il popolo reclamava[120]. Ma, soggiunse, che il detto de’ due vigliacchi non poteua macchiare la reputazione d’un cavagliere della qualità del signor D. Giovanni, et che però Sua Signoria Illustrissima non si douesse pigliar fastidio.
Però il vecchio e altiero spagnuolo, prevedendo le conseguenze del rifiuto, se ne pigliò invece grandissimo fastidio. Restò mortificato; la qual mortificazione fu tale che fra pochi giorni se ne morse.
Mentre ciò accadeva a Milano, un bel giorno arrivò al campo, col mandato d’arresto, l’auditore di Sanità Gaspare Alfieri, lo stesso che aveva esaminati il Mora ed il Piazza. Il marchese Manfrino Castiglioni, commissario generale, intimò al Padilla, per ordine di S. E., che si costituisse prigione nel castello di Pomate. Et esso sig. D. Giovanni con ogni prontezza se ne andò di longo al castello; ma prima senza che alcuno glielo dimandasse, si levò dalle calci una borsa senza quattrini, con dentro una reliquia et un’altra con dentro alcune lettere che erano d’amore e scritti alla francesa o fosse piemontesa, e le consegnò al Castiglioni, che gettolle al fuoco.
L’Alfieri fece una minuta perquisizione delle sue robe, ma senza trovare nulla di sospetto e nemmeno denari, giacchè il nostro D. Giovanni, quantunque facesse debiti allegramente, non haueua mai un soldo.
Dopo essere rimasto qualche tempo nel castello di Pomate, venne condotto in quello di Pizzighettone, dove era libero sulla data parola di girare nel recinto. Spensierato ma leale, non pensava nemmen per sogno violarla, e fermavasi sul limitare del castello ogni qualvolta accompagnava gli amici che lo visitavano. E tanta fiducia avevasi in lui che morto il comandante di Pizzighettone, egli ne fe’ le veci sino all’arrivo del successore.
Alfine, dopo parecchi mesi, giunse l’ordine del Senato di tradurlo a Milano. Il capitano D. Cristoforo Caviglia andò a pigliarlo da Codogno, e, cavalcando uniti da buoni amici, giunsero a Milano la sera del 9 gennajo 1631. L’ordine portava di consegnare il Padilla al giudice della causa, ma il Caviglia, che da vero soldato nulla sapeva nè di giudici nè di uffizj, mandò uno de’ suoi uomini a prender lingua, e intanto coll’amico si mise a passeggiare su e giù nella chiesa di Sant’Antonio, non discosta dal Palazzo di Giustizia. Il messo tornò, dicendo aver trovate chiuse le porte, ed il Caviglia, stanco della lunga cavalcata, s’avviava per dormire all’albergo. Se non che D. Giovanni, colla puntigliosa esattezza d’un castigliano, rispose che voleua andare consegnarsi prigione.
E quasi non vi riuscì, perocchè il custode del Capitano di Giustizia, non avendo ordini, gli diede per grazia una camera. La mattina vegnente, messo in prigione in tutte le regole, fu interrogato, ma siccome, cessata omai la peste, e con essa lo spavento degli untori, le cose avevano ripresa l’ordinaria lentezza, soltanto il 9 maggio il Senato decretò che si procederebbe contro l’inquisito come reo d’aver fabbricati e sparsi gli unti in Milano.
Il 24 luglio cominciò il Padilla a produrre le sue giustificazioni per testimonj, e continuò più d’un anno, dovendo far esaminare parecchi soldati della sua compagnia, i quali si trovavano nelle Fiandre; stante le difficili e scarse comunicazioni a quei tempi, vi volevano mesi per avere le risposte.
Il Padilla provò con un gran numero di testimonj di non avere abbandonato il campo per recarsi a Milano che una sola volta nella quaresima, dando minuto conto delle poche ore che rimase con suo padre. Deposero in favor suo soldati, uffiziali d’ogni grado, e lo stesso governatore Spinola. Il commissario generale della cavalleria Montera disse: Se bisognasse entrare in un fuoco per mantenere questa verità, purchè li miei peccati non resistessero, io v’entrerei sicuro di riuscirne salvo. E il tenente Pojetta: Dio perdoni a chi ha fatto male a questo cavagliere, perche sibbene io ho ricevuto male da lui, perche m’ha levata la tenenza sua al torto, non posso di manco, che non dica la verità che questo cavagliere non è mai mancato in tutta la campagna fuorche questo mercordì santo ed il giorno di S. Pietro. Inoltre l’accusato provò come durante il mese di giugno, essendo straripate le acque del Tanaro, della Sesia e del Ticino, e chiusi tutti i passi a motivo della peste, egli era nell’impossibilità di venire inosservato dal suo campo, lontano novanta miglia, a Milano, come l’avevano accusato il Mora e gli altri.
Quanto all’accusa di essere capo degli untori, egli la ribattè vittoriosamente, confrontando ad una ad una le deposizioni del Mora e del Piazza ne fe’ risultare le incongruenze, le assurdità, le false date, e dimostrò le loro confessioni non attendibili, poiche oltre all’essere tante volte spergiuri (il qual vizio non si può purgare colla tortura se non una volta sola) inverisimili, falsi, vili, et infami si scoprono, e nei particolari esami loro tanto varj che non si può far certo giudizio sopra quale delle loro deposizioni debbasi fondare il fisco. E per le quali contrarietà tanto manifeste che risultauano e risultano dal detto processo era pur necessario, essendo l’accusato in prigione far qualche confronto tra il sudetto, il Mora e gli altri perche di tanto delitto si potesse finalmente cauar la verità. Inoltre queste confessioni estorte a furia di tormenti non fanno prova contro li nominati, perche vedendosi questi scellerati persi et condannati, si movono a nominare persone grandi, sperando saluarsi mediante il studio o privilegio delli nominati, o almeno portar in longo l’esecutione della loro condanna.
E tolse ogni ombra di dubbio con una scrittura che troncava di netto la questione. I difensori del Padilla avevano introdotto fra i testimonj un capitano Gorini, il quale raccontò, che trovandosi in prigione, mentre il Piazza era in confortatorio, l’aveva udito altercare con doi padri capucini; Ed io mi leuai dal letto così in camisa, et andai all’uschio et dando orrecchio al detto contrasto quale durò circa mezzora sentei che detto Commissario strepitaua et diceva che moriua al torto per essere stato assassinato sotto promessa et che perciò si voleuano far perder l’anima. Insomma li padri capucini partirono senz’hauerlo potuto disporre a confessarsi nè a far atto di contrizione. In quanto a me m’accorgei che lui haueva speranza che si douesse retrattare la sua causa e agiutarlo. Partiti che furono i capucini io mi misi li calzoni et gippone et andai dal detto commissario, pensando far atto di carità col persuaderlo a disporsi a ben morire in grazia di Dio come in effetto posso dire che mi riuscii. Poiche li padri non toccarono il ponto che toccai io; qual fu che l’accertai di non hauer mai visto ne sentito dire che il Senato retrattasse cause simili dopo seguita la condanna. Anzi li dissi che se hauesse trouato altrimenti mi accontentauo di morir per lui.
Il Piazza, rassegnatosi, gli domandò come potesse sgravarsi la coscienza di aver indebitamente aggravati innocenti, ed il Gorini gli suggerì di rivolgersi per consiglio al cappuccino che l’assisteva. Avuti questi dati, riuscirono a trovare l’anzidetta scrittura che era nelle mani di un prete Francesco Gallarati Varese, coadjutore nel 1630 a San Vito in Pasquirolo, e conteneva le proteste del Mora e del Piazza, dettate al Padre Giacinto cappuccino loro confessore la notte prima di andare al supplizio.
«In nomine Jesu il 31 luglio 1630.
«Io Giacomo Mora, Barbiero, mi protesto, che essendo condannato a morte, e perchè io non voglio, et protesto di non partirmi da questo mondo con carico della mia coscienza, e perciò con la presente scrittura, e protesta, mi dechiaro, et dico sopra la mi coscienza che tutti quelli li quali sono stati nel processo incolpati da me per causa degl’onti pestilentiali, li ho incolpati al torto, et questo in quanto a me, et questo lo protesto avanti li Padri Capucini, et altri assistenti alla cura dell’anima mia».
Et a basso pur nell’istesso foglio si legge un’altra scrittura, cioè:
«In nomine Jesu il 1 agosto 1630.
«Io Guglielmo Piazza Commissario mi protesto, etc.» e ripete le parole medesime del Mora.
Rimaneva a sventarsi la deposizione del Baruello, il quale, per avere l’impunità e sfuggire ad una morte infame ha hauto tanto ardire da comporre il discorso tanto inverosimile et falso; e in sei ore divenne così letterato che seppe distinguere le voci hebraiche et latine se bene era persona lontana da tali scienze, e solo virtuoso nelle infamie. Inventando cerchi, proferendo nomi diabolici et adducendo concorsi del comune inimico, et il pantalone muto ma piacevole.
Gabriele Millione, curato di Sant’Eusebio, depose che essendo egli lontano parente del reo, aveva ufficiato per ottenere l’impunità quando fu condannato a morte. Raccomandatosi al fiscale Bottinoni, questi gli disse che il Senato aveva firmata la sentenza, ma però a sua persuasione egli s’accontentava di procurargli da S. E. l’impunità, et salvarlo dalla morte et da qualsivoglia altra pena da un esiglio perpetuo in poi dallo stato di Milano. Il fiscale fece avere il permesso di parlare col reo al curato Millione, che lo trovò nella camera della corda che diceva l’uffizio, ed al vederlo esclamò. Oh monsignore portate forsi cattiva nova? ed io li risposi pur troppo la porto, et così li dissi come il Senato l’haueva sentenziato a morte. Soggiunse però che gli otterrebbe una lettera d’impunità ove si risolvesse a dir il vero circa gli unti. E il Baruello: faranno poi di me come hanno fatto del commissario? alludendo al Piazza cui erasi lusingato coll’impunità. Nondimeno tanto è prepotente l’amore della vita! immaginò subito una filastrocca tale che ben sapeva andrebbe a genio al Senato, e disse che lo avevano un giorno condotto a casa del Mora il quale leuata una tappezzeria l’introdusse in una gran sala (nella casipola del Barbiere!) dove vide dieci o dodici persone assentate sopra le cadreghe fra quali vi era il signor D. Giovanni Gaetano Padilla.
Il curato Millione per quanto gli fosse caro salvar il parente, non potè a meno di farli osservare che ciò era assurdo: allora il meschino rispose: tornate domani che fratanto vi penserò. Ma l’indomani disse ingenuamente che in verità non sapeua che dire.
Pure, risoluto ad afferrare ad ogni costo quell’unico mezzo di salvezza, immaginò la mattina seguente il suo romanzo. Se non che, caduto pochi giorni dopo il Baruello malato di peste (pag. 76), disse, per isgravio di coscienza, al carcerato Giacomo Palazzi, datogli per assisterlo: Fattemi piacere di dire al signor Podestà che tutti quelli che ho incolpati, li ho incolpati al torto, et non è vero ch’io abbia chiapato denari dal signor Castellano, perchè ne anche mai ho praticato con lui. Indi a due ore che fu sul far del giorno se ne morse.
Simili proteste fatte nelle ore estreme, quando lo spavento della morte vicina e inevitabile, forza anche l’uomo più scellerato a palesare intera la verità, provarono la piena innocenza dell’accusato.
Il Padilla partecipava all’erronea opinione dei tempi intorno ai patti conchiusi col demonio, quindi egli afferma che il Migliavacca ed il Baruello erano stregoni o dati al diavolo, e come tali essere verosimile che si siano mossi a far morire le persone con li onti maleficiati per sola et pura istigatione del diavolo, quale si sforza come ognuno sa a proccurare simili morti improvise alli uomini, perche non s’abbino tempo, ne commodità di confessarsi et ricevere li santissimi sacramenti, ma vadano dannati, et non già per istigatione o persuasione d’alcun uomo vivente. E per viemeglio provare che il Migliavacca era uno stregone, racconta che trovandosi egli in prigione immaginò insieme con altri di trouar forma di liberarsi dalle carceri. Et egli preparò un incanto per scrittura con cerchi, et caratteri diabolici scritto, e fatto a mano con la preda lapis; e poi con penna et inchiostro trascritto per fare che il Giudice delle loro cause, Notaro, Guardiani, et altri non trouassero mai reposso ne di berre, ne di dormire finche non hauessero liberato lui et altri dalle carceri, et che non liberandoli fossero morti fra poco tempo.
Chi dava fede a simili assurdità, era difficile non credesse agli unguenti pestiferi. E in vero risulta dal Processo che il Padilla opinava essere i medesimi adoperati in Milano. Nondimeno, benchè partecipasse a tale erronea ma comune credenza, addusse, per scolparsi, testimonianze che la dimostravano assurda. Voglio dire alcune deposizioni di medici che riferirò testualmente, perchè onorano il nostro paese, mostrando che nel generale delirio v’erano uomini che non lasciavansi illudere. Che se tacquero finchè cessato il tremendo contagio si calmarono gli animi, fu perchè avrebbero esposta inutilmente la vita senza lusinga che si desse loro retta, chè il fanatismo non ascolta ragione.
Il medico Appiano fu uno de’ più distinti e benemeriti, come vedremo nel Libro IV.
Deposizione del medico G. B. Appiano della parrocchia di S. Stefano in Broglio.
«Non solamente io ho visto la peste, ma provatala dal primo principio et medicatola sino all’ultimo fine, sì nel Lazzaretto come per tutta la città et tuttavia io l’ho sempre vista uniforme sì nelli mali che apportaua come nella maniera che ammazzaua et nella prestezza del tempo. E questo per infiniti casi veduti in quei principj nel Lazzaretto dove tutti gli appestati o vivi o morti erano condotti, non essendovi in quei tempi pur sospetto alcuno non che parola d’onti, tuttavia con accidenti terribili, e repentinamente morivano molti delli appestati.... Che se forse ne’ mesi caldi di luglio e agosto morivano più persone più presto et con accidenti più terribili, cagione della quantità dei morti n’era l’essere disperso per il contagio o commercio il male per tutta la città. Delli accidenti o morti più terribili n’era cagione il caldo, il quale quanto è maggiore tanto più fa malignare gli umori... perciò non mi meraviglio de detti accidenti. E dopo ancora li detti mesi caldi, et passato il sospetto dell’onto sono morti molti con gl’istessi accidenti, con li quali morivano quando degli onti si parlava».
E conchiude: «Onde, siccome ho detto da principio, mi pare che sempre dal principiar di detto male sino al fine sii sempre stato et uniforme a sè stesso et conforme a quello che viene descritto da buoni autori; et che siano occorsi casi simili a quelli che erano riputati d’onti sì avanti il sospetto degli onti come doppo, io ne posso fare certa e vera testimonianza per aver prima et più d’ogni altro medicato detto male sì nel Lazzaretto come per tutta la città».
Deposizione del fisico collegiato Branda Borri di Santa Maria alla Porta.
«Io ho medicato quasi tutto il tempo della peste, visitando moltissimi ammalati et ho notato in tutto quel tempo li segni di quel male, tanto in una persona quanto in un’altra, ch’io non seppi mai trovare, e accertare segni o accidenti o sintomi da noi detti, i quali mi potessero distintamente con le loro indicationi indurre a far conseguenza che più questo o quell’ammalato morisse di peste nata solamente da contagio, ovvero che procedesse dall’onto. E ciò l’ho potuto molto accuratamente notare et osservare, stando che essendo io già dalla peste infetto non visitauo altro che appestati ai quali io toccauo il polso, et vedeuo distintamente le urine, toccandoli ancora il male (bubboni) sì nelle persone ordinarie quanto ne’ grandi, et anche nelle clausure delle monache. In niuno de’ quali luoghi non ho mai potuto accertare et dire quest’è ammalato per esser onto, o per essergli in altra maniera il morbo contagioso comunicato... L’opinione del volgo ha sempre giudicato e tenuto piuttosto tutto il male procedere dall’onto, la qual opinione è sempre stata lontana dal mio sentimento. Poichè ancor ch’io non neghi che vi sii potuto essere stato l’onto col quale si potesse comunicare l’infettione, nulladimeno io tengo per fermo che moltissimi morissero di contagio ordinario, benchè da loro fosse stimato venir dall’onto.
Deposizione del chirurgo Antonio Gambaloita a San Paolo in Compito.
Appoggiandosi al fatto che a taluni veniva prima la febbre, poi «sopraggiungevano bubboni, antraci et carboni», ed in altri accadeva il contrario, affermava essere il primo caso sintomo salutare, funesto il secondo giusta Ippocrate. «Questa fu la causa, dice, che presso di me (cioè in cuor suo) non credeuo che gli onti (se pure ve n’erano) auessero fatti progressi alcuni... E concludo che doppo cessato il sospetto degli onti la peste faceua l’istesso effetto, ed haueua gli stessi accidenti come nel tempo che si parlaua degli onti».
E seguono altre testimonianze di medici affermanti essere morto egual numero di persone anche dopo che non si parlò d’unti.
E il Padilla? era impossibile con tanto cumulo di prove che non uscisse innocente, ed uscì, dopo due e più anni di prigionia. Ma che il Senato lo dichiarasse tale con sentenza, ovvero gli aprisse il carcere, mettendo, come dicevasi, in tacere le cose, è quanto ignorasi, perocchè l’esemplare dell’intero Processo da me veduto finisce tronco. Per ora non mi riesce di sciogliere questo dubbio, malgrado lunghe e ripetute ricerche.