IX. Opinioni e sentenze di Federico Borromeo circa la peste.

Narrati i precedenti fatti ch’io vidi, o udii, mi diedi ad indagare e raccogliere d’ogni parte altre notizie che viemeglio illustrino la memoria del Cardinale, e la tramandino all’esempio dei posteri. In tali ricerche ho rinvenuto un breve manoscritto[138] in cui, secondo era uso, notava, anche fra tanta calamità della patria, le amene lucubrazioni della feconda sua mente, sempre intenta al filosofare. Ed io, non volendo defraudare lui di questa gloria, e gli uomini d’ingegno del frutto che trar ponno da’ suoi utili ed eleganti scritti, riporterò in codesta mia storia molti fatti belli e insieme tristissimi, che l’Arcivescovo, testimonio oculare della pestilenza, lasciò scritti, ovvero raccontò ne’ discorsi famigliari. In quel modo che antichi scrittori conservarono i detti memorabili di Socrate e l’altissima sapienza di lui, così noi conserveremo i commentarj e i detti di Federico intorno la peste.

Egli incomincia a paragonare la strage di Milano con quella di Gerusalemme al tempo de’ Maccabei, quando il re Antioco, ministro dell’ira divina, la desolò; e le attribuisce entrambe ai giusti e clementi giudizj d’Iddio; affermando che quei castighi furono prove della benignità e misericordia di lui, perchè il popolo Ebreo ed i Milanesi divenissero migliori. E soggiungeva, che mirando egli le buone opere e la pietà dei cittadini, sperava non si rinnovasse più sì tremendo esempio dell’ira celeste; quantunque non sia lecito all’uomo scrutare gli arcani della Provvidenza. La quale sentenza, da lui profferita, sarà sempre un conforto ed una grata testimonianza per la nostra metropoli.

Viene poscia a esporre la sua opinione circa l’origine della peste, col senno che in esso univasi ai talenti letterarj ed alle molteplici cognizioni, affermando che, sebbene scoppiata per divino volere, avevano contribuita a spargerla anche cause umane. Appoggiandosi all’autorità di Omero, citato da gravissimi filosofi e dai Santi Padri, dimostra che non senza ragione il poeta introduce Apollo che vibra i dardi avvelenati sul campo de’ Greci, per indicare che la Divinità si serve anche di questo mezzo per castigare i mortali. E da ciò conferma che la nostra pestilenza fu divino castigo, notando a maggior prova che l’esercito alemanno, il quale recò a noi il contagio, ne andò quasi immune; e che le truppe spagnuole occupate all’assedio di Casale, ricevendo quasi giornalmente viveri dalla Lombardia, non contrassero il male per tale comunicazione, essendo manifestamente così piaciuto a Dio. Il quale volle certi luoghi ed uomini punire con tale morbo, ed altri risparmiare, serbandoli forse ad altre pene. Anche nel recinto del Lazzaretto, quella notte che poteva essere l’ultima ai rinchiusi per l’allagamento, furono salvi dalle acque coloro che poscia la peste tolse di vita. Laonde chiaro appariva essere destinato che tali uomini dovevano morire di contagio. Stabilita in tal guisa una causa soprannaturale, ragionava delle umane cose come segue, non diversamente da quanto noi abbiamo esposto.

«La fame, dice Federico, originò il contagio; e la fame venne dalla sterilità dei campi e più dai soprusi delle soldatesche e dalle violenze usate dagli stranieri a questo paese. È la lombarda gente forte e in uno delicata: la robustezza sua la rende indomita alla guerra ed alle fatiche come attestano le storie; ma d’altronde sprezza ed abborre, per superbia e mollezza, gli incomodi a’ quali aggiungasi anche l’avvilimento. Laonde essendo ne’ Lombardi più vivo il senso dei mali, la noja, la disperazione e l’impazienza loro li rese più proclivi a contrarre la peste».

Tale è l’opinione di Federico intorno la duplice origine del morbo; quanto a inganni ed artificj di principi e re stranieri per diffonderlo, ed a congiure per devastare Milano, egli nega ve ne siano stati. Circa l’unto venefico per spargere la peste, le misture avvelenate, i veneficj, egli lascia in dubbio se realmente ve ne furono, ovvero se li abbia sognati la vanità ed il timore degli uomini. Pur nondimeno mostrasi proclive a dar fede a quanto fu detto e creduto, che alcuni facinorosi e insani immaginassero la scelleraggine degli unti nella speranza di rubare; e paragona la loro follia alla stoltezza di certe arti. Che mai non fantasticano gli astrologi e gli alchimisti? così del pari gli untori avevano forse vagheggiato un immenso bottino e cambiamento di fortuna qualora si estinguessero le famiglie e si distruggessero le case; ad ogni modo è cosa incerta ed ancora nascosta nel mistero, ciò solo è sicuro ed evidente, che la peste afflisse Milano per voler celeste, affinchè i cittadini si emendassero.

Dopo le stragi della pestilenza, apparvero in maggior numero che per l’innanzi delitti e libidini dei plebei e de’ nobili; della quale corruttela e perversità, molteplici furono per avventura le cause e principalissima la seguente. Gli uomini, cessata la peste, insuperbirono, abbandonandosi ad una gioja smodata e puerile come se avessero trionfato della morte, essendo favoriti dalla prospera loro sorte nell’universale calamità. Siccome quei che privi a lungo di cibo e di vino, non appena vien loro fatto d’averne se ne riempiono l’epa, così costoro, immergendosi in ogni genere di voluttà delle quali credevano essere rimasti defraudati, si gettarono più sfrenatamente ad ogni vizio, gozzovigliarono, lascivirono.

Le esposte cose rinvenni scritte nelle Memorie che il Cardinale compilava di mano in mano.

In esse con eguale diligenza e saggezza notò e raccolse quanto riferivasi alle arti di spargere il contagio ed all’origine loro; ragionò de’ mostri, dell’orribile aspetto della peste, della penitenza dei cittadini e frequenza ai sacri misteri de’ sacerdoti: descrisse i vani specifici adoperati dal volgo per evitare il contagio; ed i rimedj salutari che potevano adoperarsi per ristorare, dopo sì gran strage, la città, e far rifiorire le arti. Tali ed altre cose desunte dalle sue Memorie, e qui ripetute, hanno tanta maggiore autorità, in quantochè lo Scrittore, per grado e per santità eminente, discuteva con somma prudenza ogni fatto riferito.

Nel capitolo Degli Unguenti pestiferi, Federico s’esprime in questa guisa: «Agevolmente e volentieri si mischia la verità colla menzogna, le cose veridiche colle false; quindi intorno la peste manufatta molto fu detto che può essere creduto, o confutato con pari facilità. E noi abbiamo ammesse alcune cose, mentre siam d’avviso che a certe altre si possa negare credenza. Non esitiamo di affermare per sicuro che furonvi molti i quali per iscusarsi della loro riprovevole negligenza, divulgavano che venne loro attaccata la peste cogli unguenti, mentre la contrassero coll’alito od il contatto.

«Circa le arti dell’ungere, raccontavansi le seguenti cose, se vere o false lo ignoro. Aggirarsi e vagarsi per Milano taluni con carte avvelenate che, sporte come suppliche agli incauti, contaminavano e davan morte a chi le pigliava. La terra, i grani e perfino le picciole monete distribuite in elemosina a’ poveri, essere asperse di quella materia venefica. Aggiungevano che si appiccicavano gli unti alle pareti col mezzo di pertiche e soffietti, e che la rabbia de’ congiurati untori giunse a tale, che uno dei loro emissarj cercò d’introdursi in un monastero, dove ammesso, recò, sotto velo di santimonia, il contagio, ungendo dal primo all’ultimo gl’infelici monaci, i quali tutti perirono prima che venisse discoperta la frode.

«Questi ed altri racconti che giravano in bocca di molti, noi nè crediamo, dice il Cardinale, nè osiamo dire temerariamente divulgate».

Quanto poi al furore dell’ungere si esprime come segue.

«Nel Lazzaretto un untore confessò in pubblico d’aver fatto patto col demonio, e additò il luogo ove aveva nascosti i barattoli e i vasi dei veleni, ed appena ebbe finito di parlare, spirò. Momenti prima, stimolato da disperazione e rabbia, egli aveva cercato un pugnale per uccidersi; ma non riuscendogli ottenerlo, tentò segarsi la gola con una pietra tagliente. Una donna confessato il delitto, accusò la figlia sua partecipe e ministra: arrestata immediatamente, si rinvennero presso di lei i barattoli e gli altri stromenti delle unzioni. Un tale reo convinto dello stesso misfatto traducevasi al supplizio sopra un carro fra la moltitudine accorsa allo spettacolo, martoriato, a tenore della sentenza, per tutta la strada dal carnefice, il quale con tenaglie roventi gli stringeva le braccia e le nude membra. Il paziente, additando uno degli spettatori, disse ai satelliti d’arrestarlo, essendo reo d’aver sparsi in sua compagnia gli unti, facendo morire un gran numero di persone.

Questi ed altri casi furono raccolti e narrati dal Cardinale, ed io ne trascelsi alcuni pochi per offrire un saggio ed un esempio della stoltezza di quegli untori. Ma poichè, siccome accennai più sopra, gli animi ondeggiavano in molte dubbiezze circa la questione se vi furono realmente unti ed un’arte di spargerli, ovvero se fu uno di quei vani timori senza fondamento che spesso fan delirare gli uomini caduti nell’estremo de’ mali[139]; io, per conchiudere sulle controverse opinioni, riferirò un passo del medesimo Federico, che pone ad esame le ragioni addotte da entrambe le parti.

«Consta, dic’egli, non essere stata questa la prima o l’unica pestilenza che si dice composta per frode e colpa dei mortali, poichè e in Italia e fuori ebbero luogo più d’una volta somiglianti sfrenatezze. Esiste un libro della peste manufatta, prova non dubbia che gli uomini inferocirono altre volte a danno della vita e della pubblica salute, imitando in certa guisa le divine saette, con scellerate invenzioni, per compiere il loro delitto. Nè questa è cosa di facile esecuzione, sibbene soggetta a molte e incredibili difficoltà, come si riferisce dell’arte degli alchimisti, i quali s’affannano a cuocere metalli e trasmutarli, ma ad onta degli indicibili loro sforzi, invecchiano senza riuscirvi. Gli untori però, trovato che abbiano i venefici unguenti, paghi d’aver in mano questo colpevole mezzo, con molta facilità e speditamente commettono il misfatto. Agli sfrenati appetiti degli uomini ed a’ molteplici veleni che offre la natura, s’aggiunse il potere dei demonj, nemici sempre del genere umano, eccitatori e maestri ai delitti con cui i mortali, nuocendosi tra loro, offrono all’eterno nemico graditissima preda di corpi e di anime.

«Tutto ciò conferma la divulgata opinione degli unguenti e dei veleni, ma alla stessa opponesi che tali misfatti erano ineseguibili con soli mezzi privati, e d’altronde nessun re o principe ajutò gli untori coll’autorità sua o con sussidj. Di più non si rinvenne mai alcun capo od autore di codeste scellerate unzioni, a provare l’insussistenza delle quali non è lieve congettura, l’essere svanite da sè, mentre sarebbero, fuori di dubbio, continuate fino all’ultimo, ove fossero state sparse con metodo sicuro. La storia pende dubbiosa fra le due opposte sentenze. Soltanto sì Lombardi che stranieri, di carattere violenti, usi alle lascivie, annojati dello scarso stipendio de’ faticosi lavori e di soffrire la fame, conseguenze tutte della condizione infelice dei tempi, incominciarono a far tra di sè combriccole per rinvenire un termine ai proprj mali. Ajutati dal demonio, il quale vieppiù aizzava i loro animi accesi, immaginarono quest’arte di ungere, i cui elementi avevano per avventura imparati ne’ paesi, d’onde la peste fu recata in Lombardia.

«E non è cosa nuova che uomini scellerati, per sottrarsi a’ mali ed incomodi, ricorrano ai delitti. In ogni secolo esisterono uomini che i sentimenti e la fortuna eguale consociò, siccome attestano le storie romane, dei congiurati di Catilina. Che poi codesti untori fossero i più spregevoli e corrotti degli uomini, chiaro apparisce dal modo con cui incontrarono la morte. Parecchi di loro, sprezzando gli inviti all’eterna salute e i sacramenti, perseverarono torvi e impenitenti già col laccio alla gola, talchè, dopo varj tentativi ed esortazioni, si strangolavano come già dannati all’inferno.

«Uno tra essi, côlto sul fatto mentre ungeva, e tradotto senz’indugio alla forca, veduto un carro sul quale stavano i Monatti sovra cadaveri d’appestati, prese la corsa, e si slanciò in mezzo a quella pestifera turba, quasi in sicurissimo asilo, fra i bubboni e la marcia grondante, dove nessuno avria osato porre le mani su lui. Côlto da un nembo di sassi e projettili, cadde ferito in più parti, e sul carro medesimo fu tradotto alla fossa[140]».

Fin qui il Cardinale con prudenti sentenze; e continua a discutere con maggiore sottigliezza, all’uso dei filosofi, sui veleni ed unguenti per comporre, alimentare e spargere la peste, affinchè gli untori avessero tutto l’agio di rapinare e far bottino in mezzo ai malati ed ai cadaveri.

Il Cardinale narra poscia i seguenti miserandi e abbominevoli casi.

Ad una nobile fanciulla erasi talmente enfiata la lingua chiudendo la chiostra dei denti, che per otto interi giorni non potè inghiottire cibo. Tagliata dappoi l’ulcera, ed introdotta in bocca una cannuccia, i genitori vi stillarono alcune goccie, che diedero all’inferma un momentaneo ristoro; ma rincalzando il male, poco stante spirò. Un monaco, per un eguale tumore, rimase dieci giorni senza potersi cibare, e colla lingua sporgente dalle fauci due dita di lunghezza, sicchè tra spasimi atroci, e presentando un ributtante spettacolo, morì. Una donna nel Lazzaretto continuò cinque giorni a correre su e giù, percorrendo sempre lo stesso tratto, nè fu possibile tenerla quieta, chè il morbo l’aveva resa furente: stracciava la veste, nudandosi il corpo, e spezzando i legami. Casi simili e la smania di andar nudi, riferisce Tucidide, che nobilitò colla sua storia la peste di Atene.

Fuvvi un altro nella turba del Lazzaretto che avendo a nausea il cibo, rimase per otto giorni quasi digiuno e senza parlare come fosse privo di lingua, talchè fu ritenuto per morto. Il nono dì, ito alla stalla dei Monatti, ed agguantato la notte un indomito cavallaccio, lo inforcò, e cacciandolo a corsa fino all’alba senza respiro, l’affaticò in guisa, che il cavalcatore e la bestia, cadendo esanimi a terra, spirarono.

Uno rimase in vita, cadutegli ambidue le gambe incancrenite; un altro, scoppiatogli un bubbone sul petto, mostrava, in respirare, orrenda vista! i palpitanti precordj.

Un giovane monaco, smarrito il lume dell’intelletto e in delirio per violenza del morbo, fuggì dal chiostro, e vagava per la città, e dicendo esser egli il papa, sporgeva il piede al bacio. E siccome niuno appagava questa pazza fantasia, si astenne dal cibo, risoluto di morire. Il simulato ossequio fu rimedio all’infelice deliro, e venerato come pontefice da taluni, consentì a prendere gli offerti alimenti, e risanò dalla peste, e in uno della sua monomania.

Miseranda e ridicola fu l’insania d’un altro, il quale, immersosi in uno stagno coll’acqua fino alle fauci, durò per tre giorni senza pigliar cibo, canterellando d’aver trovato un asilo sicurissimo contro i satelliti, e che gli erano stati derubati dieci mila zecchini avuti in regalo dall’imperatore.

Un fenomeno quasi identico a quello della pestilenza d’Atene, secondo racconta Tucidide, fu rimarcato anche tra noi, cioè che i moribondi cercavano i pozzi e le acque in genere.

Orrendo spettacolo e ributtante a vedersi più d’ogni altro, fu che malati ed anche gli uomini sani e robusti, stillando marcia e sangue dalla bocca o dal naso, stramazzavano a terra, spirando al momento.

Il dolore di capo fece ad alcuni schizzar gli occhi ridendo, e vantandosi di non aver indosso la peste, esalavano l’anima; altri si precipitarono dalle finestre. Taluni vennero a rissa armati di bastoni: abbattuti dalle percosse, e in uno dal morbo, giacquero estinti nel luogo stesso dove si batterono, spinti da pazzo furore.

Le donne incinte abortivano, e i bambini che nascevano vivi, davansi da allattare alle capre, le quali, addestrate a codesto pietoso ufficio, vagavano pei prati del Lazzaretto, porgendo le poppe con amorevolezza quasi materna. E si osservò che una di esse capre aveva preso tanto amore ad un suo lattante, che se le veniva tolto, ricusava dare le mamme a qualunque altro. Alcuni, per curiosità di far sperimento di questa strana affezione della capra, nascosero il bambino; e la bestiola, irrequieta, palesò il dolore belando e rifiutando il pascolo; e sembrava cercasse in modo intelligibile il suo alunno, il quale, riavuto che ebbe, saltellava con insolita vivacità, esternando la propria gioja.

Ultimi esempj codesti delle umane miserie; ma dono speciale della misericordia divina in tanta confusione di cose e tante sciagure, fu il seguente. Alcuni uomini scelleratissimi, i quali da venti anni non avevano mai confessato le loro colpe, e se per avventura lo fecero, astretti dalle leggi ecclesiastiche, con frode e sacrilego inganno contaminarono sè stessi ed il sacramento della penitenza, tocchi di repente nel Lazzaretto dalla grazia celeste, si pentirono, lasciando dopo morte tale opinione di loro come se fossero saliti direttamente in paradiso. A taluni fu sì benigno Iddio, che negli estremi momenti di vita concesse la beatifica visione dei Santi, e specialmente della Vergine Maria, che additarono ai circostanti, i quali resero testimonianza del prodigio. Ciò affermava il cardinale Federico.

Al medesimo non andava punto a genio la traslazione del corpo di San Carlo, proposta quando cominciava a infierire la peste. La credeva per varj motivi cosa assai pericolosa, e in cuor suo sospettava che certi stolidissimi uomini e le semplici femminuccie specialmente, use ad apprezzare dalle apparenze anche le cose divine, immaginassero più grande ciocchè dovevano vedere, e che per nulla concerne i meriti e la beatitudine dei santi. Vale a dire che anche i cadaveri di coloro i quali furono dopo la morte annoverati fra i santi, vadano sempre esenti dalla dissoluzione, come è sorte di tutti i mortali al cessar della vita.

Ma più temeva e prevedeva ciocchè avvenne infatti, che se v’erano in Milano untori ed unguenti venefici, la processione darebbe loro opportunità al delitto, e potrebbero, nella inevitabile affluenza di popolo, ungere comodamente e nascondere le empie e impure mani. Se poi untori non esistevano, sarebbe del pari inevitabile ciocchè ogni giorno succedeva tra i singoli anche senza concorso di gente.

Il popolo affollato per le contrade, i cittadini stretti gli uni cogli altri, le vesti femminili, il contatto dei corpi e dell’alito sarebbero un male certo, prescindendo anche dagli unti.

Laonde il Cardinale negava l’assenso, e cercò dissuadere la traslazione del corpo di San Carlo, perchè i cittadini non solo, ma tutti gli abitanti dei vicini villaggi, non si raccogliessero in una sola caterva. E quando annuì alle ripetute istanze, aggiungendo agli ordini del Consiglio Pubblico ed alla magnificenza della città la pompa e lo splendore ecclesiastico, ebbe ogni cura perchè la processione riuscisse decorosa in modo, che se non pareggiava la santità del Borromeo, attestasse almeno la divozione del clero e dei Milanesi.

Egli prescrisse ed emanò ordini, che trovansi riuniti in un libriccino, circa le fermate, le preci e le flebili cantilene, onde impetrare il soccorso e la misericordia divina. E siccome il desiderio del popolo ed una certa esultanza pubblica fra le sciagure, esigevano che il corpo di San Carlo non venisse rinchiuso subito dopo la processione, ma si lasciasse esposto perchè la folla dei divoti lo potesse contemplare e venerare, Federico accondiscese ai pii desiderj della città e di tutta la popolazione, siccome già dissi. Egli stabilì pure e pubblicò la norma disciplinare per la venerazione, affinchè tutti stessero innanzi al santissimo corpo con quella disposizione di animo, che avrebbe in essi voluto eccitare il santo Pastore alloraquando la celeste anima sua era unita al corpo.

FINE DEL LIBRO TERZO.