V.
Alessandro Tadino, di antica e nobile famiglia milanese, fu aggregato al Collegio medico nel 1603. «Uomo, dice l’Argellati, che ad un grande ingegno e sapere univa molteplice esperienza e destrezza negli affari». Inviato dal Magistrato di Sanità come commissario sul lago di Como e nella Brianza, all’avvicinarsi della peste diede ottimi provvedimenti. Penetrato il contagio in Milano, il Tadino s’adoperò con zelo instancabile, e sostenne, si può dire, solo il grave incarico del Tribunale di Sanità, di cui era uno dei conservatori, stantechè il protofisico Settala era reso inabile ad operare dalla vecchiaja.
Tadino morì ottuagenario[29] il 26 novembre 1661, e fu sepolto nella chiesa de’ Cappuccini di Porta Orientale, benchè fino dal 1617 avesse posta, giusta una consuetudine non infrequente in quel secolo, la seguente lapide in Santa Maria della Passarella.
ALESSANDRO TADINO FILOSOFO E MEDICO
E GIOVANNA TADINO DONEGANA
CONJUGI CONCORDI
POSERO
Lasciò varie opere di medicina e la relazione della pestilenza del 1630, di cui diremo, avendolo appunto per essa annoverato fra i nostri storici. Ha il titolo pomposo di «Ragguaglio dell’Origine et Giornali Successi Della Gran Peste Contagiosa Venefica et Malefica seguita in Milano e suo Ducato dall’anno 1629 al 1631». Un volume in 4.º di pag. 150, stampato nel 1642, e dedicato al vicario di provvisione Francesco Orrigone.
Il Tadino dice che rimase perplesso in quale lingua scrivere, «sendoche in idioma latino dal fu D. Giuseppe Ripamonti alcuni anni sono fu data fuori. Ho risoluto valermi del naturale linguaggio anche perchè così dal pubblico era molto desiderata, come che con maggiore facilità da ogni qualunque persona potrà essere letta...... La mia fatica qual si sia contiene ciò che in questo contagio dal principio al fine è occorso. Un racconto minuto et distinto di tutti i casi di tempo in tempo et luogo seguiti in generale et in particolare, con molti ordini et provigioni fatte per beneficio publico».
Ed è veramente tale, offrendo questo Ragguaglio di particolarità storiche, mediche, statistiche, che invano si cercherebbero altrove. Quanto poi al pregio letterario del libro, il Tadino sta al Ripamonti come un disadorno ma esatto racconto prosaico sta ad un’elegante ed immaginosa narrazione poetica.
Un Agostino Lampugnani, benedettino, morto nel 1646 in S. Simpliciano, dov’era priore, pubblicò nel 1634 un libriccino, in cui nulla trovasi d’importante, e dettato con uno stile sì falso e barocco che non si potrebbe far peggio. Lo cito soltanto per essere stato il primo a scrivere intorno la Peste: «Correndo il quart’anno, dic’egli, ch’è cessata, ne veggendosene ancora alcun volume alla luce, ho voluto intraprendere io a raccontarti quel poco che, trovandomi in essa, ho avvertito».
Pio della Croce, guardiano de’ Cappuccini, cinquant’anni dopo compilò, servendosi, a quanto pare, di una cronaca esistente nel suo convento a Porta Orientale, la Memoria delle cose notabili successe in Milano in quel contagio e del Ricorso dei signori della città ai Padri Cappuccini pel governo del Lazzaretto. Il libro è dedicato al marchese Giuseppe Arconati, pronipote di quello che si distinse nel 1630 come presidente della Sanità, e tratta per diffuso di quanto operarono i Cappuccini durante il contagio. Sotto quest’aspetto è di molto interesse, perchè è noto il gran bene che fecero quei Padri adoperandosi con uno zelo superiore ad ogni encomio.
Il conte Carlo Cavazzo della Somaglia nel suo Alleggiamento dello Stato di Milano per le imposte, ec., opera di cui ragioneremo più innanzi, offre importanti particolarità di statistica ed economia intorno il contagio.
Omettendo parecchi altri libri e scritti su questo argomento, che riuscirebbe nojoso e superfluo l’enumerarli, conchiuderò con uno di sommo rilievo. È un manoscritto del cardinale Federico Borromeo che si conserva nell’Ambrosiana tutto di sua propria mano, col titolo: De Pestilentia quæ Mediolani anno 1630 magnam stragem edidit. L’esposizione di varj fatti dei quali Federico fu testimonio, le sue opinioni intorno gli Untori, l’impulso che diede al proprio clero, sono dati preziosi a chi studia codesto periodo. Il Ripamonti trasfuse nel libro III della sua storia i passi più rilevanti di esso racconto.
E basti, poichè di editti, processi, lettere e documenti d’ogni genere intorno la Peste del 1630 riboccano i nostri archivj pubblici, e varj delle famiglie private, in guisa che lo storico, nell’abbondanza dei materiali, trovasi imbarazzato a scegliere.
Venendo ora agli storici milanesi che scrissero durante il secondo periodo del dominio Spagnuolo, ecc....
Il desiderio di far conoscere a’ miei concittadini questa storia della Peste che rimaneva necessariamente ignota al più de’ lettori, m’indusse a tradurla. Come vi sia riuscito, ne giudichino gl’intelligenti latinisti, i quali condoneranno, spero, i difetti della versione, in vista della somma difficoltà del testo talvolta quasi inintelligibile.
Quanto alle note, io le desunsi dagli autori contemporanei e da documenti inediti, nè mi si farà, spero, rimprovero d’avere in esse ecceduto, ove si consideri che valgono a mettere in luce il più fatale e miserando periodo della storia milanese.
Il Traduttore.
Agli Illustrissimi Signori IL VICARIO ED I SESSANTA DECURIONI DEL CONSIGLIO GENERALE DELLA CITTÀ DI MILANO
Volge il terz’anno dacchè il Consiglio Generale, per decreto degli Illustrissimi Decurioni, affidommi la cura di raccogliere i documenti della patria storia, e di ordinarli in continuata narrazione dall’origine della città nostra fino al principio del regno di Filippo II ed alla morte di S. Carlo. E siccome la nostra Opera riuniva sotto un titolo ecclesiastico le cose sacre e le profane insieme, fu decretato, per servire alla fama di Milano, che le Memorie da me anche posteriormente raccolte fossero scritte nella lingua del Lazio, come quella che sempre venne giudicata propria alle storie, e che sola può rendere sempiterna la ricordanza degli umani eventi. Così statuirono i due sapienti decurioni Giovanni Maria marchese Visconti e Gerolamo Legnani[30], a’ quali era affidata la tutela della storia patria. Opinarono essi che i miei scritti aggiunti a’ volumi già da me dati in luce, formerebbero uniti un corpo di storia completo e d’uniforme tenore; monumento che fra tanti d’Insubria manca tuttora al desiderio degli studiosi.
Le memorie dell’Insubria e di Milano, dalla sua fondazione fino ai giorni nostri, ci furono, è vero, tramandate da molti e chiari autori; ma nè l’arte, nè la diligenza sono eguali in essi, nè tutti servironsi, nel compilarle, della medesima lingua. Talvolta si contraddicono gli uni gli altri; e la storia di Milano, come quella dei grandi imperj, pecca per soverchia copia di materiali, laonde soccombe, per così dire, sotto il proprio peso.
Non facilmente si troverebbe altrove una schiera numerosa di scrittori quale ne offre Milano, città dal poeta Ausonio, precettore dei Cesari, chiamata Roma Seconda; a misura che in essa succedevansi gli avvenimenti, cresceva tra gli uomini d’ingegno il desiderio di lasciarne memoria nei loro scritti. Ciò accadde ai tempi della Repubblica, allora cioè che i Milanesi liberi governavano l’Insubria con regime quasi eguale a quel de’ Romani, e vieppiù allorquando essa Repubblica cadde in eredità dei duchi. Da ultimo crebbe il numero degli scrittori dappoi che, spenta la milanese repubblica ed estinta poscia la stirpe dei duchi, venne la città nostra aggregata all’impero del cattolico monarca.
Fuvvi adunque, ripeto, una turba di storici i quali scrissero o di proprio moto o per ordine di chi comandava, e che sono diversi tra loro per indole e per tendenze. Galvano Fiamma inclina volontieri a’ favolosi racconti, derivando da’ tempi eroici i nomi delle più illustri famiglie, mescolando sempre qualche miracolo all’accaduto, vago di narrare cose incredibili anche laddove la nuda verità basterebbe ad allettare i leggitori. Altri, scrittore sincero, si smarrisce nella caligine dei tempi, e non dà per sicuro se non quanto rinviene negli archivj. Alcuni de’ nostri storici studiarono la brevità dello stile, invece l’Arluno, coll’ampollosità de’ vocaboli e lo scrivere prolisso, guastò le sue storie colla vaniloquenza, come del declamatore Alcidamante riferisce Platone.
Taluni lasciarono giornali delle cose accadute a’ tempi loro in Milano. Bonaventura Castiglioni, già canonico della Scala e nostro collega, fece raccolta di iscrizioni e di marmi, e con non lieve fatica, sebbene da molti stimata pedantesca, notando luoghi, epoche, nomi, e colla durevole memoria delle lapidi fe’ in guisa che la patria, per così dire, narrasse i proprj casi, divenuta storica di sè medesima. Tristano Calco e Simonetta, i soli due tra i nostri che si sforzarono di raggiungere il genio dell’antica storia romana, lasciarono imperfette le loro opere; il Simonetta la sua Sforzeide ed il Calco la Storia di Milano, che non continuò oltre la morte dell’imperatore Enrico III.
Per la qual cosa i due sullodati Decurioni stimarono partito più facile e più idoneo che io, ripigliando il filo delle storie milanesi, le quali scrissi e pubblicai in addietro, le continuassi collo stesso metodo. Sono tre anni che m’affidarono codesto incarico: morto nel frattempo il Visconti, il superstite collega di lui, Legnano, continuò ad instare perchè dessi mano alla storia di cui m’aveva incaricato, e che avrebbe potuto scrivere benissimo egli stesso. Io non reputai quindi di oltre procrastinare, e pigliate le mosse dalla fine del regno di Filippo II e dai principj dei due Borromei, dapprima reggente il vicario Sormani, indi il vicario Archinti, stabilii narrare i casi e le azioni di questo periodo, e la guerra che ora si combatte implacabile ed atroce fra i due re, e che sarà famosa anche alle venture generazioni. Un volume di questa storia consegnai al decurione Legnano perchè, esaminatolo giusta l’ufficio suo, decida se debbasi tosto dar mano a stamparlo, ovvero sospendere, secondochè approverà o no il mio scritto. Frattanto, avendo io raccolte parecchie note e memorie intorno la peste che fu in Milano nel MDCXXX, risolvetti, tra per sdebitarmi in parte col Legnano, tra per le vive istanze del vicario Castiglioni, poi dell’Alfieri, suo successore, di pubblicare il racconto di essa peste diviso in cinque Libri, stampandoli senza indugio, staccati dal corpo delle storie. E ciò, dietro l’esempio di celebri storici, i quali staccarono alcun brano dell’opera loro, allorchè o la grandezza d’un avvenimento superava ogni altro, ovvero l’ammirazione ond’erano compresi li infiammava ad illustrarlo con maggior cura. — Siami lecito imitare l’esempio loro, quantunque non possa eguagliarne i pregi.
Cercai procacciare un grand’onore a questo mio lieve e melanconico lavoro, pubblicandolo in nome del Consiglio Generale, e dedicandolo a voi, Illustrissimi Decurioni, com’era di diritto. Nato sotto i vostri auspicii, a voi era devoluto, che foste in quell’epoca funestissima padri della patria e di codesta città. L’ordine vostro, durante quella strage, erogò denaro in tal copia, che alle altre genti sembrerà incredibile come siasi potuto raccogliere, qualora con minuto esame de’ giornali e de’ libri non vedano in che fu speso. E invero, le generose vostre offerte furono tali da equivalere al valore di altre città.
Giuseppe Ripamonti