X. Il Lazzaretto è riprovato e si sgombra.
Ma ben più degli animi si viziavano i corpi, e ne seguirono tante morti, che quasi poteva chiamarsi un piccolo contagio. Certuni attribuivano la causa alla furfanteria degli inservienti, che avessero adulterato il pane, meschiando la farina con sabbia. Ma io sono d’avviso che la mortalità fosse attribuibile al caldo eccessivo di quell’anno, al sudiciume ed ai pidocchi, brutali compagni, quasi indivisibili dei mendici, e che ivi pel contatto più schifosamente li affliggevano. Intanto que’ poveri gementi e frementi, per aver perduta la libertà ed il diritto di vagabondare, anelavano le antiche ed a loro sì care abitudini. La noja, la melanconia, la disperazione e l’odio pel Lazzaretto trasparivano su tutti i volti: crescevano sempre più le lagnanze. Gridavano che per certo erano stati chiusi in quel recinto a morirvi fuori della patria senza che nemmeno volger potessero alla medesima gli occhi moribondi; così imprecando, esalavano molti l’ultimo respiro. I nobili anch’essi vergognavano e sdegnavansi che tante cure e la liberalità stragrande in quelle pubbliche angustie, non avessero servito che a far morire in maggior numero i poveri che si volevano nutrire[41]. Perciò, riferita la cosa in consiglio, trovarono che l’unico spediente era il mettere al più presto in libertà quella poveraglia, lasciando che tornasse, come per l’addietro, ad accattare. Ciò stabilito, si aprì il Lazzaretto, e le turbe irruppero con pazza gioja e gratitudine maggiore di quando, vagabondi senza fuoco e senza tetto, avevano ottenuto ricovero e nutrimento.
La città, liberata per poco dall’esosa vista dei mendici, ne rivide il funesto spettacolo; anzi s’accrebbe la pietà in coloro che pensavano come tanti poveri fossero morti, ad onta dei sussidj della pubblica carità, per cui ne arrossivano più ora che in prima, alloraquando li vedevano morire di fame.
XI. Tumulto popolare per la carestia[42].
Il giorno di S. Martino di quell’anno 1628 si tumultuò in Milano per la carezza del frumento. Rade volte in passato erano accaduti simili tumulti, giacchè, siccome accennai fin da principio, l’agro milanese, ubertissimo, forniva annualmente in copia i grani, non solo alle vicine popolazioni, ma altresì alle lontane. Narrerò l’origine e la fine di questa sommossa, quali disordini commise la plebe, e come vennero repressi, quali furono le misure adottate dal Consiglio, e per frenarla al momento e perchè non si rinnovasse, affinchè la plebe, animale di molte teste, terribile sempre alle città più potenti, avesse un gastigo condegno al suo ardire, nè s’attentasse alzar di nuovo il capo.
Reggeva la città e il ducato in quel tempo, trovandosi assente il governatore Consalvo, occupato nell’assedio di Casale, il gran cancelliere Ferrer. Egli, crescendo giornalmente la penuria del grano, nè trovandovi riparo, e sentendo il fremito ed i lamenti del popolo, immaginò un ripiego, che non tolse il fomite della sedizione, ma solo la protrasse. Al qual ripiego, i negozianti di frumento ed i fornaj, gente che conveniva blandire in quel tempo, esacerbati, minacciavano un’estrema ruina, d’abbandonare cioè il traffico dei grani, la fabbricazione e la vendita del pane. Il prezzo minimo del frumento era dalle quarantacinque alle cinquanta lire; prezzo adeguato e volgare, che il venditore non arrossiva domandare, nè gli acquirenti udivano con indegnazione. Ma gli incettatori danarosi, gli sfrontati usuraj ed i ricchi possidenti, fissato in segreto fra loro il prezzo, dissero, pronunziarono, richiesero con infame e sfrenata cupidigia prezzi enormissimi, quasi che fossero arbitri della vita dei cittadini, od essi solo avessero diritto di vivere. Mi consta che vi furono certuni, e li ho conosciuti, i quali pretesero cento lire al moggio, e non ancora contenti, per avidità di maggior guadagno in avvenire, tenevano chiusi i granaj, insultando la pubblica fame. Nè giovarono contro siffatta cupidigia, anzi rabbia degli avari, le solite gride con cui ordinavasi che ciascuno notificasse la quantità di frumento che aveva in casa.
Il gran cancelliere, in mezzo alle frodi ed all’avarizia degli uomini ed alla penuria di grano, in que’ difficili momenti, aveva immaginato, tenendo una via di mezzo, di far sopportare a’ fornaj il danno derivante dalla calamità dei tempi e dall’umana malizia. Ordinò che si facesse e si vendesse il pane al peso prescritto ad una meta che ragguagliavasi a lire trentatrè al moggio, fissando questo limite ai venditori ed ai compratori. Credeva egli per avventura che lo scapito si compensasse coi precedenti guadagni de’ fornaj, e con quanto lucrerebbero in appresso. Fors’anche aveva loro data lusinga, calmata quella burrasca, di compensarli a spese dell’erario; ma codeste erano speranze vaghe, e intanto la perdita sicura rendeva insopportabile l’editto. Schiamazzarono i fornaj, protestando senza tregua che avrebbero chiusi i forni ed abbandonata l’arte loro. Il gran cancelliere punto non si smosse, fermo nel voler eseguito il suo decreto, ed il popolo, quasi per rapire a gara il pane a sì buon prezzo, che era una specie di regalo, assediava l’intero giorno i forni con tanta importunità, che i fornaj, per quanto si sbracciassero a cuocere, non riuscivano a soddisfare i compratori. Rinnovaronsi più forti le grida e le lagnanze, cui i magistrati non sapevano ormai come rispondere. I Decurioni scrissero al governatore, al campo, e stabilirono di concerto con esso lui di trovare un temperamento. Consalvo nominò il presidente del Senato, i presidenti dei due magistrati e due fra i questori, i quali, adunatisi, fissassero il prezzo del frumento, tanto allo stajo, in modo che i fornaj potessero continuare a fare il pane. Favoriti i fornaj, venne cresciuto il prezzo di dieci soldi il moggio.
Grande fu la rabbia ed il furor della plebe per tale accrescimento, che dava agio a respirare ai fornaj, poichè aspettavasi che si calasse il prezzo del pane anzichè aumentarlo. Visto essere caduta in peggior condizione, non si curò altro di editti e tariffe, e si fece ella stessa padrona e dispensatrice dei grani. Allora in Milano, città rinomata dai tempi più remoti per ossequio ai governanti e per modestia degli abitanti, fu conosciuto a che servano le armi contro il popolo infuriato, anzi contro una turba imbelle di donne e ragazzi spinti dalla fame.
Correva il dì di S. Martino, giornata allegra sempre e geniale, perchè si finiscono le vendemmie, si mettono in botte i vini, e chiudonsi nelle case de’ ricchi i prodotti dell’annata. All’albeggiare molti garzoni di fornaj uscivano in volta con gerla e canestri pieni di pane per recarlo ai monasteri ed alle case dei signori, o per venderlo al minuto in altri luoghi. Il popolo si pigliò tutto quel pane come suo, e come se avesse già pattuito che dovessero portarglielo a casa. Drappelli di ragazzi, di giovanetti, donne e vecchi senz’alcun arme, ma forti pel numero, ed aizzati dal bisogno, mossero incontro ai garzoni de’ fornaj, che portavano in ispalla il pane, e quanti ne trovarono, costrinsero colla violenza a fermarsi e deporre il carico, intimando poscia che se ne andassero. Bisognava ubbidire, perchè, circondati all’improvviso, sbalorditi, gettavano il peso, e fuggivan a gambe, temendo di peggio: chiunque tentava opporsi, veniva malconcio a pugni ed a calci. Così ebbe principio la sommossa della plebe, che, adescata dalla gustosa preda ottenuta senza sangue, imbaldanzì, credendosi capace di tutto purchè l’osasse, e giudicando che la sofferta miseria era una conseguenza della mansuetudine fin allora usata. Il popolo erasi fatto superbo ed audace per aver rapito il pane con la sola intimazione, forzando pel momento a starne senza le famiglie cui recavasi. I magistrati però, invece d’irritarsi, compassionavano que’ traviati, ridendo essi medesimi, di dover in quel giorno aspettare assai tardi il pane. Ma il popolo proruppe a misfatti più gravi, e risoluto a distruggere il forno, s’avviò alla volta del medesimo senz’alcun capo, chè l’innumerevole turba era guida a sè stessa. Vociferavansi sediziose grida, strepitavano che avrebbero distrutte le botteghe de’ fornaj, centri di raggiri, di fame e della calamità pubblica.
Capitarono a caso dinanzi il forno di porta Orientale[43]. La moltitudine erasi già armata di bastoni, di sassi e di quanto gli capitava alle mani, come se andasse a battagliare[44]. Scassinarono le porte, e vi diedero fuoco, e rotti i cancelli, fecero man bassa su tutta la farina ed il grano ivi raccolti, spargendone per terra, e gettandolo anche in istrada per disprezzo.
Alcuni empirono di farina i sacchi rubati, e via se li portarono; altri caricarono con carri, e tornarono più volte senza che veruno si opponesse al loro depredare[45]. Le contrade per dove andavano e venivano i saccheggiatori, biancheggiavano di farina come se fosse nevicato, ed era preda dei poveri e dell’infima plebe, che s’affaccendava a raccoglierla. Intanto i caporioni della turba, avendo trovato il banco del fornajo in cui eravi il denaro di molti giorni, lo rubarono tutto quanto. Sfogata in tal guisa la rabbia sopra quanto aveva eccitata la sommossa, e più nulla restando da rubare, sfogarono da ultimo il furore sulle tavole, i banchi, i canestri e gli altri utensili da bottega, che non eccitavano l’avidità dei saccheggiatori, e fattone un mucchio, vi diedero il fuoco, quasi olocausto a Cerere, alla carestia ed in uno al Santo, la cui festa avevali riuniti a quell’impresa! Gettarono altresì tra le fiamme tutti i giornali ed i registri del negozio, e v’avrebbero gettati anche il fornajo ed i suoi garzoni, se questi, per buona ventura, non si fossero salvati fuggendo o appiattandosi. Il capitano di giustizia, co’ suoi satelliti armati accorso per ultimo spediente per sedare il tumulto colle armi, côlto da una sassata, mentre fuggiva, ebbe la buona sorte di rifuggirsi nella casa del fornajo, e nascosto in una soffitta, vi rimase in un angolo finchè, dispersa la folla, potè uscire a salvamento[46].
Trascorsa in tali fatti la mattina, la plebe giunse al colmo dell’atrocità, correndo delirante e furibonda per uccidere il vicario di provvisione (magistrato milanese, che viene eletto annualmente, ed è capo del pubblico consiglio, e quasi della città stessa), nobilissimo ed ottimo personaggio, contro il quale esternava un odio accanito[47]. Il suo nome, profferito forse da qualcuno a caso, risuonò in un subito per tutta la città. Il vicario, o sentito lo strepito o avvisato che fosse, si teneva chiuso e nascosto in casa.
Siccome la tempesta scoppiata da un negro nembo tutto riempie il paese d’acqua, di lordure, di spavento, così le caterve de’ plebei accerchiarono di repente la casa, traendo a sè dietro la morte e l’ignominia se riuscivano nell’intento. Recavano seco scale e ferri per spezzare le porte ed introdursi dalle finestre od anche dal tetto. Imposte e ferriate sarebbero riuscite inutili a schermo contro l’impeto della romoreggiante moltitudine, la quale voleva penetrare a tutta forza, ed era sicura di riuscirvi. Fu veduto un vecchio che portava chiodi, un martello ed una corda, e andava dicendo di voler impiccare il vicario alla porta della sua casa, dove sarebbe straziato ed ucciso dal popolo.
Con tali intenzioni assediavano la casa, battendola con spessi colpi, e tentando d’ogni parte la scalata. I magistrati chiamarono, dal prossimo castello di Porta Giovia, una squadriglia di soldati spagnuoli, per mandarla a presidiare la casa del vicario; ma quei soldati, invece dell’incutere timore, furono côlti da subita paura al vedere il popolo che circondava, come un esercito, quell’abitazione. Che far potevano cogli archibugi, scaricati che li avessero sulle donne ed i fanciulli misti cogli uomini? dar mano alle spade? Non ne avevano l’ordine, e d’altronde avrebbero inferocita vieppiù la moltitudine, la quale, già rotto ogni freno, correva agli estremi delitti. Titubarono gli Spagnuoli, e si tennero lontani, mentre il popolo gl’insultava insieme ai loro archibugi, che temuti sempre perchè colpiscono da lungi, allora diventavano inutili e soggetto di scherno. L’arrivo dei soldati non rallentò punto la furia di quelli che battevano la casa.
A frenare alquanto l’impeto loro, sopraggiunse il gran cancelliere Ferrer, venerabile per vecchiaja, e che si guadagnò la simpatia del popolo, appunto perchè non temeva di esporsi in quel parapiglia. Avanzandosi in carrozza tramezzo la folla, ora chiedeva colla mano silenzio, supplicando che lo ascoltassero, ora coll’alzar delle spalle e col piegar la testa interrogava che cosa volessero. E quando, cessato un momento il fracasso, poteva farsi sentire, egli, ponendosi la mano al petto, imprometteva pane a josa, sedando colla sua dolcezza il tumulto. Ma più gli giovò l’arte, che riuscì sempre anche nelle antiche sedizioni utilissima agli uomini, che il popolo voleva uccidere. Affermava il gran cancelliere ch’egli veniva per condurre il vicario colla sua carrozza in castello, dove, se era colpevole di qualche ingiustizia contro una tanto benemerita popolazione, sarebbe punito giusta gli antichi statuti di Milano. Questa promessa calmò la plebe, ed il vicario, messo in carrozza, sotto finta di condurlo al supplizio, evitò, in quel terribile incontro, la morte[48].
Era già tardi, e tra per la sorvegnente notte, tra per la fatica e la sazietà, tutti a poco a poco si ridussero alle proprie case, contenti del bottino e della vendetta che loro pareva aver fatta de’ sofferti stenti; e tra le domestiche pareti gustavano il riposo, e raccontavano gli avvenimenti di quel giorno. Non riposavano però i magistrati ed i decurioni, timorosi che durante la notte si commettessero nuovi delitti; assicurarono la casa del vicario con travi[49], e vi posero a guardia una mano di soldati; indi si raccolsero a consulta.
Provvidero in prima affinchè l’indomani, che era domenica, vi fosse pane in abbondanza: i forni lavorarono tutta la notte. Al tempo stesso diedero gli ordini opportuni che si cercasse dappertutto frumento, onde non mancasse. Nominarono gli anziani, che, recandosi ciascuno di buon mattino al suo posto, custodissero il forno del loro quartiere coll’autorità del nome, cercando, col favore di che godevano presso il pubblico, d’impedire il tumulto qualora ricominciasse, siccome accadde. Spuntato il giorno, il popolo era tranquillo, ed uscendo, mezzo sonnolento, a comperare i viveri, ciascuno andava per la sua strada, appena soffermandosi per scambiar parole. Avresti detto che erano confusi per vergogna della precedente sommossa.
Ma fu una breve sosta, ed ecco infuriare, con più violente impeto, la plebe, non tanto per far bottino nelle botteghe de’ fornaj, quanto per atterrarle dai fondamenti e darvi il fuoco.
La nuova rabbia mirava principalmente al forno del Cordusio, e già dilapidata quanta farina vi si trovò, il frumento e ogni utensilio, stavano per incendiarlo e involgere tutto il caseggiato nelle fiamme, sia che non badassero alle conseguenze, sia coll’intenzione di propagare l’incendio alle vicine case, indi alle lontane. Mentre stavasi per commettere il delitto, un uomo pio del vicinato, scorto il pericolo, riuscì, se non a calmar subito la ferocia della plebe, almeno ad evitare un’irreparabile sciagura. Prese egli un crocifisso, ed accese alcune candele, lo calò d’improvviso innanzi la bottega. Il Salvatore pendente dalla croce, che salvò il genere umano, sembrava chiedesse il termine della follia e dei misfatti. I tumultuanti si mitigarono un poco, chè i Milanesi, anche nei tempi più calamitosi, non obbliarono giammai l’avita pietà; al mirare l’immagine di Cristo crocefisso rimasero stupefatti.
Giunse nel frattempo[50] tutto il clero della metropolitana a croce alzata: i canonici colle cappe procedenti in fila si mescolarono tra la folla[51]. Avevano lasciato in Duomo gli arredi solenni per timore della sommossa. In tal modo si evitò il minacciato incendio. La minuta plebe allora corse alle botteghe di secondo ordine, in cui vendevasi il pane nero; e cessò dal tumultuare allora soltanto che il gran cancelliere ebbe fissata la tariffa di quello e del pane di frumento ad un prezzo che non potevasi desiderare più vile. Fu decretato che il pane nero di otto oncie costerebbe un soldo, e l’altro migliore si vendesse in ragione di tre lire lo stajo[52]. A tale annunzio i plebei tripudiarono con pazza gioja, ridevano amaramente, e su per gli angoli delle vie e nelle taverne si millantavano d’aver essi medesimi creata così bassa la tariffa. In pari tempo cavillando, borbottavano che finirebbe in breve la baldoria: dicevasi il pane esser mescolato con materie venefiche, non aver fiducia in sì gran beneficio, però volerlo intanto godere. Laonde correvano in folla ai forni, comperandone oltre il bisogno; o ne empivano le casse, le caldaje, gli orciuoli, nascondendolo in mille guise, come se ormai fossero i medesimi venditori quelli che dovevano rapir loro il pane di bocca.
Io fui spettatore di tutti questi avvenimenti: testimonio per caso del principio della sommossa, il desiderio di ben conoscere l’indole umana in quella circostanza, mi spinse ad osservarla fino al termine, lontanissimo dal pensare che un giorno avrei dovuto esserne lo storico. In seguito trovai esattamente registrato, negli atti della città, l’origine e il crescere del tumulto, non che il finire e reprimersi spontaneo di esso, come appunto io aveva veduto.
La sommossa della plebe milanese afflisse ed angustiò il pubblico Consiglio, il quale altresì ne arrossiva, come un padre di famiglia se scopre svergognato il casato, violato il pudore dei figli e macchiato il suo buon nome. Un’altra volta, a nostra memoria, fuvvi penuria in Milano di granaglia, perchè vendevasi il frumento sette lire lo stajo ed anche più; ma non per questo il popolo, amato e stimato dai nobili, e per la sua fedeltà ed ossequio verso il monarca, tenuto come un’altra classe di nobili, non per questo ruppe il freno all’ubbidienza, nè ribellossi ai decreti del Consiglio. Ora invece aveva calpestata l’autorità pubblica, insultando lo stesso re e la patria nostra, a lui carissima, perchè nutrice sempre di uomini forti e in uno modesti.
Siffatti riflessi angustiavano i magnati, per tema che la notizia dell’accaduto, misto il vero col falso, non pervenisse al monarca, come se la popolare sommossa per la carestia fosse scoppiata per colpa del Consiglio. Aveva la città, per altre sue faccende, spedito al re cattolico un legato[53], il quale trovavasi allora in Madrid, con buona speranza di riuscita in alcuna delle trattative affidategli, di altre disperando. A lui il Consiglio inviò, con apposito corriere, lettere del seguente tenore.
Pochi dell’infima plebe, colla speranza di rubare, aver eccitati da principio ragazzi e donne, a questi essersi uniti altri, poi altri, finchè il tumulto, per la carezza del pane, diventò una specie di sommossa. Dilapidati i forni, il vicario di provvisione cercato a morte, e quanto avvenne dappoi. In conseguenza scrivevano al legato, si presentasse, quanto prima, ai piedi del re, ed esposto il caso, soggiungesse: Che fu un impeto repentino ed una follia del popolo, non mai una meditata rivolta, chè la nobiltà conservava intatta la fede ereditata dai suoi maggiori verso Sua Maestà, che non eravi in Milano alcun nobile il quale titubasse a sacrificare la vita, se quella popolare agitazione non si calmava[54].
I membri del Consiglio aggiunsero a questa altre lettere, di cui doveva servirsi il legato a tempo e luogo, ove mai, sotto pretesto dell’accaduto, si tentasse ledere gli antichi statuti della città, e indurre il re a gastigarla, promulgando nuove leggi. Raccomandavano di esporre la premura del Consiglio, le spese sostenute, e la non interrotta diligenza affinchè non mancassero al popolo i viveri. E come recentemente avesse comperato a spese pubbliche quindici mila moggia di frumento e dodici mila di segale, trattando inoltre, per un acquisto maggiore, da trasportare in città, alla quale non sarebbe giammai mancato grano, se si fosse eseguito quanto i Decurioni avevano impetrato dall’autorità suprema, vale a dire, che a chiunque non fosse lecito l’esportazione. Invano avevano i medesimi implorato si decretasse con leggi e pene gravissime che non potessero gli incettatori venire dagli estremi confini del Verbano fino sulle porte della città co’ somari a far compera di grano, e poscia dalle loro case portarlo ai confinanti Svizzeri, come loro riusciva facile per la vicinanza.
Ed eziandio si proibì di trasportare in esteri paesi il frumento della Lumellina, che è il granajo di Milano. Ai fornai ed ai mugnai di questa città era stata negata la chiesta licenza di comperarlo e trasportarlo ne’ loro magazzini.