XIII. Furore e stoltezza della plebe circa la credenza della peste.
Io son d’avviso che tra i fomiti del contagio, molti pur troppo e fatali, nessun altro contribuì di più ad accrescerla, quanto l’ostinazione della plebe in negarlo, insultando con fischi, con ghigni ed improperj chiunque ne profferiva il nome[57]. E tale follia non era invalsa soltanto tra la plebe: ma anche in alcuni medici, i quali, perdendosi in dispute interminabili, ridevansi de’ bubboni e della gonfiezza degli inguini, chiamandoli effetti di sfrenata libidine ogni qual volta un appestato mostrava loro quei segnali certissimi di peste, e chiedeva rimedj. Quegli ignoranti[58] andavano vociferando ne’ crocchi, che le stesse febbri sono un contagio, e che molti morivano all’improvviso per mancanza di vitalità, ovvero per occulti guasti de’ visceri. Con tali assurdi e con altre dicerie, proprie dell’arte loro fallacissima, distolsero i malati dal prendere i rimedj cui bisognava ricorrere in tempo. Codesti medicastri si guadagnarono il favore del volgo a segno, che i savj, i quali, ben altrimenti opinando, convinti esistere omai la peste in città ed essersi l’influenza morbosa indonnata dei corpi, predicavano doversi usare ogni cautela, furono trattati come impostori, anzi quai nemici della patria[59]. Gridava la plebe che essi cercavano occupazione, e che per avidità di guadagno introdurrebbero la peste anche dove non esisteva.