XVI. Il corpo di S. Carlo viene trasportato solennemente per Milano, onde impetrare che cessi la Peste.

I Magistrati, visto che umani provvedimenti più a nulla giovavano contro sì fiero morbo, ed il terrore della moltitudine, impetrarono, dal cardinale arcivescovo Federico, che aperta l’arca in cui riposava il corpo di S. Carlo, venisse reso alla luce e trasportato per la città. Nutrivano vivissima speranza che le spoglie mortali del Santo, rivedendo le contrade un tempo percorse, il cielo e l’aure della città natìa, ne scaccerebbero la tabe, il veleno e qualunque influsso spirava funesto ai corpi ed alla vita. L’eminentissimo Borromeo annuì alla preghiera fatta dai Decurioni a nome della città, e permise che, tratto dal sepolcro il corpo di S. Carlo, venisse portato per Milano. Senz’indugio si disposero apparati e pompe, in guisa che le vie, le pareti e fino i tetti delle case, l’aspetto del popolo supplichevole, e, sto per dire, l’aere circostante, facessero palese testimonianza del vivo affetto pel Santo, avvalorando, per così dire, le preci al medesimo indirizzate.

La privata magnificenza gareggiò colla pubblica, e i cittadini non badarono a dispendio in quelle pompe, con cui la misera umanità pretende onorare il supremo Fattore. E la gara non fu soltanto tra privati e privati, ma di questi col municipio, forzandosi superare quanto i Decurioni ordinarono co’ loro editti. Aveva il Vicario[64] pubblicato un ordine, che in tutti i luoghi pei quali transiterebbe il cortèo, ciascuno adornasse colla maggior pompa la fronte della sua abitazione, aggiungendo che ove i cittadini si fossero mostrati indolenti e avari non avrebbero forse avuta mai più occasione di dar prova della divozione e dell’agiatezza loro. Ogni casa senza padrone, ovvero abitata da poveri inquilini, veniva adorna a spese di qualche ricco vicino o dell’erario. Da ultimo fu imposto che per quel giorno non potessero girare carrozze carri ed altri impedimenti, affinchè le strade tutte e le piazze dove passerebbe le processione rimanessero sgombre alle reliquie del Santo, del quale imploravasi il patrocinio. Anche il cardinale arcivescovo emanò un cerimoniale pel clero: che si raccogliessero i sacerdoti nel giorno e nell’ora fissata in Duomo, e purificati prima coi Sacramenti, procedessero in modesta schiera cogli occhi proni a terra, senza tumulto e senza distrazioni.

L’ordine della processione, le fermate dell’arca, il giro vennero stabiliti come segue:

Dal Duomo doveva avviarsi per la strada detta anticamente Decumana, indi piegando per la contrada dei Tre Re, al Bottonuto, poscia per la contrada Larga e la piazza di Santo Stefano, svoltare nel corso di Porta Tosa, fin dove sorge la croce vicino agli olmi. Di là entrar nella via che mette alla cloaca di essa porta; indi alla croce di Porta Orientale, donde procedendo in linea retta, dopo la chiesa di Sant’Andrea, giungerebbe a capo della contrada ove s’innalza la croce di Porta Nuova. Presa una scorciatoja, pel vicolo di Sant’Agostino, venire alla croce del Ponte Vetro, poi alla chiesa di San Tomaso, e piegando per la contrada dì San Prospero, alla croce di Porta Vercellina; indi alle Cinque Vie, a San Sepolcro, al Cordusio, e finalmente per la Piazza dei Mercanti, far ritorno in Duomo. Stabilito in tal modo il giro, si fecero i preparativi con siffatta pompa, che non avresti detto essere la città in preda allo squallore per tremenda pestilenza, bensì celebrare con pubblico tripudio una festa nazionale. In quel giorno la stessa letizia de’ Milanesi e l’apparato festivo dei proprj funerali era spettacolo lugubre. Ne lieve saria stato il dolore e la compassione de’ nazionali come pure degli stranieri, qualora avessero posto mente a tali pompe e presagito quanto stava per accadere. Avrebbero essi contemplata l’allegria e la magnificenza d’una città già invasa dalla peste, e di una popolazione tra breve moritura; le ricchezze profuse e un’ingegnosa gara per ricevere, con modeste acclamazioni, le ossa dell’Arcivescovo, il quale, vivente, aveva, giusta la popolare credenza, scacciata la peste da Milano. Ma come presagire l’immensa strage imminente, e che, coloro i quali addobbavano a festa la città, per trarre in luce il cadavere del Santo, tra breve, quasi Iddio si fosse irritato del pubblico supplicare, giacerebbero ammucchiati cadaveri!

Tre soli giorni v’ebbero pei preparativi, ed in tempo sì corto, le vie tutte ed i crocicchj assunsero un aspetto trionfale, che teneva dell’antica magnificenza romana: anche le iscrizioni erano nell’idioma latino. Tanto fecero i cittadini, che l’ingegno natio e la peste già contratta agitavano con febbrile inquietudine. Emblemi, versi, cento e cento iscrizioni a lettere cubitali dorate, rammentavano le virtù del defunto Arcivescovo, e sentenze sublimi a consuetudine degli antichi Romani, quasichè la festa nel Lazio si celebrasse, e non in una città longobarda. Sorgevano frequenti archi ed altari, e cori posti sui balconi, udivansi ad ogni angolo di strada dove svoltava la processione. Arazzi, quadri, drappi d’ogni genere, vasi e tutto quanto di prezioso e d’antico possedeva ciascuna famiglia, fu esposto per dove passava il cadavere di S. Carlo. I tetti e le mura delle case de’ poveri risplendevano per lusso regale: tutta la strada era coperta al disopra con drappi, che difendevanla dai raggi del sole, e qua e là rami d’alberi, fiancheggianti la via, ancor più l’abbellivano. Invero che se non era statuito negli eterni decreti di purgare od ammonire il popolo, io sono d’avviso che tanto ossequio e tante preci avrebbero placata l’ira divina salvando la città nostra dal fatale eccidio.

Il corpo di S. Carlo, o piuttosto le reliquie di esso, sopravanzate alla voracità del tempo, che distrugge fino i più duri metalli, giaceva entro un’arca coperta d’un drappo di seta bianca con ai lati finestrette di cristallo, traverso le quali intravedevasi la consunta faccia del Santo, più venerabile agli occhi dei divoti, che se fosse stata intatta. Portavano l’arca i canonici della metropolitana, preceduti da una parte del clero e del popolo, seguìti dal restante; adorni delle loro insegne venivano i sacerdoti, i magistrati, i più cospicui della città, con doppieri accesi; molti a pie’ scalzi e colle vesti strascicanti quai penitenti, palesavano la costernazione dell’animo. Però gli sguardi d’ognuno, non distratti dai circostanti oggetti, rivolgevansi ansiosi alla calva e mitrata testa di S. Carlo, alla bocca semiaperta, ai pochi denti, che più la sformavano, alle livide e vuote occhiaje, chè in tal guisa la morte, coll’ineluttabile sua possa, aveva guasto il venerabile capo del santo Arcivescovo. Pur nondimeno rimanevano alcune tracce indicanti la benevola fisonomia del Pastore quale la tramandarono ai posteri gli antichi simulacri.

Ad esso erano rivolte le preci di mille labbra, che osavano quasi per diritto implorare che di nuovo difendesse colla sua intercessione, appo Iddio, il popolo già da lui altra volta salvato. Il guardavano ed oravano, e da quel teschio inanimato e corroso, volgendo le preci e la speranza al vivente capo della Chiesa milanese, ad alta voce supplicavano il cardinale arcivescovo Borromeo, il quale seguiva da vicino l’arca, che offerisse i pubblici voti al cugino, cui egli andava dappresso per parentela, per dignità, per meriti[65].