CAPITOLO XII.
Dopo due ore d'attenzione, un acuto squillo ferì l'orecchio del
Bentivoglio.
—Illustrissimo, disse allora l'abate, possiamo discendere, questo è il messo senza altro.
—Ho fiducia che costui mi debba recare la buona nuova, disse il
Bentivoglio.
Lo squillo tornò a farsi udire vicinissimo, e allora discesero. Non avevano posto il piede sul primo piano di quella scala che mette nella chiesa, che ai ripetuti squilli della tromba, e allo scalpito incalzato d'un cavallo, tutti si ridestarono gli echi dell'abbazia.
Il magnifico Bentivoglio e l'abate uscirono di chiesa in quella che il messo a tutta corsa entrava nel cortile che la ricingeva, ed entrava gridando: che gli sforzeschi erano stati sconfitti.
Fu questo uno tra' più felici momenti della vita del Bentivoglio, il quale, con due suoi uomini, subito salì a cavallo e, senza attender altro, si recò a Lodi; avendo lasciato una buona scorta di servi e di villeggiani al palazzo dov'era la sua Ginevra, perchè stessero in guardia, se per caso vi capitasse qualche drappello di soldati francesi.
Intanto che il Bentivoglio viaggiava verso Lodi, molte cose avvenivano altrove.
In una fuga disordinata e disastrosa tornavano a sparpagliati drappelli verso Milano gli svizzeri e tutti coloro che avean preso parte nella battaglia contro il re di Francia. Sulla strada fuori della porta Romana moveva una gran moltitudine di cittadini contro i poveri malcapitati che ritornavano. Era un brulicame di gente infinita; un ire e redire; un parlare in confuso; un aggrupparsi disordinato intorno a qualche soldato, che tornava spossato e rotto dalla fatica, per udire notizie più distinte di quelle che avevano recate i corrieri della città. E come la sfilata degli Svizzeri malconci, luridi, pesti, insanguinati, inzaccherati di melma e di fanghiglia per quel brutto giuoco che il Trivulzio aveva lor fatto, cominciò ad entrare nella città, i buoni milanesi, dimentichi delle esorbitanti somme che loro eran costati que' mercenarj, e commossi a pietà del loro presente squallore, accorrevano, come lasciò scritto il nostro Burigozzo, con vino, con pane, e con altri soccorsi, ad alleggerir loro la sventura toccata.
Fra i molti che non erano rimasti sul campo, e fra i pochi reduci a cui non era toccata una ferita abbiamo pure alcuni personaggi di nostra conoscenza, tra' quali, se non tutti, i sei almeno dei dieci che erano stati così largamente soccorsi dal Palavicino.
Dal campo erano essi tornati assieme, lamentando gli altri che feriti non avevano potuto muoversi.
A quel giovane che noi conosciamo per quell'appellativo un po' disonorevole d'indebitato, si fece incontro sulla strada Romana, un uomo in sui quarant'anni, il quale, a molti tratti del viso e della persona, che aveva somiglianti con lui, non si poteva sbagliare dicendo ch'era fratello, o qualche cosa di simile. Quest'uomo dunque che, per disgrazia aveva comune con lui anche le poco splendide vesti, appena il vide fattagli una festa cordiale:
—E così, gli disse; come ti sei comportato Omobono, e la fortuna come s'è comportata con te?
—Benissimo l'uno e l'altra, Elia, per quanto riguarda me solo, ma è pur sempre vero che i nostri godimenti non hanno ad essere intieri. Tu già hai indovinato…
—È forse morto il marchese?
—No, il buon Dio l'ha voluto conservare ancor vivo, ma è in terra ferito; ora se ne sta tra le mani d'uno di que' chirurghi scortichini dell'esercito. Ma io vengo in fretta a cercare di qualcheduno de' nostri perchè la cura abbia ad essere e più sicura e più spiccia, sapresti tu dove potrei dare del capo, così in sul subito?
—Di medici e chirurghi non c'è penuria qui… ma se tu vuoi un uomo, cerca di messer Lucio Cardano, che sta in piazza… Ma è così grave il pericolo?
—Tanto grave, vorrei credere di no, ma si sa mai quello che può succedere, e siccome per un certo intrigo, che ti dirò poi, quel povero giovane è più malato d'animo che di corpo, e quando l'ho lasciato dava in deliri e in pianti che faceva pietà, così potrebbe una cosa far danno all'altra, e allora… e allora ti dico che vorrei essere in terra io stesso con una buona ferita, piuttosto che lui, e se questo cambio si potesse fare, lo farei di gran voglia, perchè è mio dovere.
Così parlando tra loro, se ne vennero in piazza a cercare di quel tal chirurgo.
In mezzo a tanta farragine di cose, fra tanto scompiglio di fatti, in così assiduo accozzamento di notizie, in tanta aspettazione di novità, i buoni Milanesi trovarono pure il tempo di prendersi pensiero anche degli avvenimenti minuti. Così presto circolò la notizia, che il marchese Palavicino era ferito, e con quella l'altra notizia, che la figlia del magnifico Bentivoglio avrebbe sposato il signore di Perugia, il quale insieme ai Francesi sarebbe esso pure venuto a Milano; due notizie che, quantunque abbiano un così stretto nesso nella nostra e nella mente dei lettori, pure non ne avevano alcuno nella mente de' Milanesi che ignoravano quello che noi ora sappiamo. Ma quelle due notizie, prima ancora che al popolo, erano pur giunte all'orecchio degli Sforza e del Morone, il quale ne sapeva più di quello che ne sappiam noi certamente. Però, appena seppe della sconfitta, dopo aver disposto più fermamente quello che, in suo segreto aveva già pensato prima della giornata campale per ciò che riguardasse gl'interessi dei due Sforza e, più che tutto, il bene della città, gli rimase qualche tempo di pensare anche a quei due fatti così minuti, (se si confrontino colla immensa farragine della cosa pubblica), che risguardavano la Ginevra e il Palavicino.
Aderendo strettamente a quanto aveva già manifestato al duca di Bari Francesco Sforza, la sua intenzione era quella di mandare a vuoto quel matrimonio, ma siccome tanto il Bentivoglio, che il Baglione stavano con Francia, e questa che oramai era padrona del Milanese, non avrebbe comportato fosse lor fatto il menomo sopruso, così il Morone non volevasi prendere apertamente sopra di sè un affare di tanta importanza, e tale che avrebbe potuto esser causa dell'estremo suo danno, e mandare in un fascio in una volta tutto il lavoro a cui da tanti anni attendeva con tanta fatica, con tanta astuzia, con tanto senno. Il fine del Morone fu sempre quello di giovare al proprio paese, del cui bene era tenerissimo, e chi scrive, non fu mai così persuaso di nessuna cosa al mondo, come di questa; ma esaminando attentamente ogni suo atto, vedesi chiaro ch'egli voleva condurre le cose in modo da non averne a scapitare lui stesso, e in qualunque mandibola fosse poi caduta questa bell'ala di pollo della Lombardia, comportarsi di maniera da pescar chiaro nell'acqua torbida; come tutti gli uomini di genio, ambiva l'ottima stima dell'universale e non era indifferente alle nuvole dorate della gloria; ma con tutto ciò la palma del martirio non aveva per lui neppure una mediocre attrattiva, nè mai sarebbesi indotto per lei ad accelerare d'un tratto la sua corsa. Da ciò forse derivò quella farragine d'opinioni così controverse sul conto di questo celebre personaggio, e ch'altri gli abbia fatto il torto di reputarlo indifferente al bene del proprio paese e ligio in tutto alla Francia.
Fin dal primo momento adunque che gli era balenato il pensiero in mente di stornare le nozze del Baglione colla Ginevra, parendo a lui che questo fatto assumesse un'importanza più grave di quella che altri potesse mai credere, sempre aveva pensato al modo di collocare le pedine sulla tavola reale, senza che apparisse che la mano che giocava fosse la sua. Di presente poi, che i Francesi erano entrati in Milano trionfalmente, che le sorti s'eran profferte interamente a loro, e alla causa Sforzesca più non rimaneva che un barlume, ma ben fioco e assai lontano, nella persona del duca di Bari, e che tra i due tiranni della Romagna e la Francia v'era un'amicizia molto tenace, comprese che il suo disegno era assai difficile a colorirsi, e più ch'altro, stringendo il tempo, aveva bisogno di un colpo risoluto. Per ciò, dopo esser stato più volte tentato di abbandonare al tutto quell'impresa, mise finalmente gli occhi addosso a un certo tale che aveva conosciuto qualche anno prima, e nascondendo sè stesso nell'ombra, pensò valersi dell'opera di colui.
Il giorno dopo, che era il 16 di settembre, chiamò l'uomo di camera, il quale da molto tempo gli era fidatissimo.
—Ti ricordi, gli disse, di quel tale che, faranno tre anni adesso, sedeva fra gli scribari dell'ufficio fiscale e che, per più mesi, venne a prestarmi aiuto nel mio gabinetto privato?
—Mi ricordo benissimo.
—Dal giorno che l'ho licenziato per non occorrermi più l'opera sua, non mi venne mai più veduto. Ma ora avrei bisogno di lui. Sapresti tu dove andarlo a trovare?
—L'anno passato so che abitava in Vettabbia al numero 35. Era un bugigattolo a livello della fossa, dove le lavandaie vanno a fare il bucato. Ma vossignoria sa bene, che in un anno può aver cambiato più di dieci e più di dodici alloggi, chè i proprietarii delle case non hanno mai avuto la consolazione di lodarsi della sua puntualità nel pagar le mesate; del resto, chi volesse fare il giro delle osterie dove c'è il vino migliore e il più bravo cuoco, non sarei lontano dal credere che tosto lo troverebbe. Adesso poi che ci penso, tre anni fa bazzicava al Pomo d'Eva, dove si è sempre bevuto il più buono recente, e non è improbabile che vi pratichi anche oggidì, perchè qui poi paga bene, e i lamenti dell'affittuario vanno in tanta lode nella bocca dell'oste. Se dunque vostra signoria crede, vò al Pomo d'Eva, e lo conduco qui.
—Va dunque, e fruga sin che lo trovi, e conducilo da me subito.
L'uomo di camera obbedì. Il Morone stette intanto ad almanaccare intorno al miglior modo di far fruttar l'opera del nuovo personaggio che aveva mandato a cercare.
Noi abbiam già avuto occasione di conoscere un tal uomo, quando il di della sconfitta degli Sforzeschi, si fece incontro al suo fratello Omobono. Esso chiamavasi Elia Corvino, ed ora che il Morone sta aspettandolo terremo di lui qualche parola, che forse tornerà utile a qualcosa.
Figlio d'un negoziante di pannilani che, a un certo punto della carriera commerciale, si era trovato aver messa insieme una somma ragguardevole di denaro, era stato assai signorilmente educato, e messo allo studio di Padova per impararvi giurisprudenza, ove il lettore di diritto, il quale, oltre ad essere versatissimo nella sua scienza, era un conoscitore molto esperto delle facoltà intellettuali de' giovani affidatigli, aveva pronosticato gran cose di lui, qualora peraltro si fosse a tutto uomo dedicato a quello studio, e non si lasciasse allettar tanto, come dava indizio di voler fare, dai giocondi svagamenti della vita. Ma esso non era ancor licenziato dottore, che suo padre, morto di affanno in poco d'ora, in conseguenza d'un rovescio di fortuna tanto terribile quanto inaspettato, lasciò a lui, come a due altri suoi fratelli, un tenuissimo avere; di quelle somme spilorce che non bastando a mettere una solida base al ben essere d'un uomo, nè a dargli i mezzi a tentar con sicurezza un'utile professione, non servono ad altro che a mettergli nel sangue, specialmente se l'uomo è molto giovane, una tentazione morbosa di sparnazzare pel lungo e pel largo, e di porsi a fare il gran signore un anno, sei mesi almanco, tanto per libare tutto il bello, il buono, il saporito di codesta vita, e assorbire a un tratto così tutto il contagio del vivere ozioso e splendido, poco curanti del resto, se fra poco tempo la miseria, con tutto lo squallido corteggio de' suoi malori verrà a dar la fuga a quella folla di desiderj e di appetiti nati e cresciuti con prepotenza in quel velocissimo mezz'anno. Uno di que' fatali patrimonj, insomma, de' quali è certamente più desiderabile un colpo di apoplessia.
Impacciato adunque d'un simile patrimonio, il giovane Corvino, vivacissimo e prodigo per natura, lo consumò tutto d'un fiato, senza nemmeno lasciar tempo all'anno di finire, senza neppure averne fruito lui solo, chè ad alcuni amici suoi aveva fatto de' prestiti graziosi, equivalenti a donazioni. E così d'improvviso s'era trovato in quelle secche, che, veduto da lontano, non gli eran sembrate tanto lugubri. Capì allora che il tempo d'oziare, di godere, di scialare era finito, e che voler mangiar pane, conveniva darsi attorno in qualche modo. Ricordavasi così in digrosso del diritto romano, gli era rimasta qualche polvere in testa dei capitolari di Carlo Magno, delle decretali di Graziano, aveva un fioco barlume delle leggi statutarie, conosceva passabilmente la pratica forense, capì che per vivere conveniva prender le mosse per di lì.
L'elemento capitale e più energico che costituiva l'ingegno del Corvino, era un acume e una perspicacia di veduta straordinaria. Ora quell'acume, pel bisogno inesorabile, trasportato dalle speculazioni teoretiche alla pratica, diventò astuzia; quella perspicacia trasmutossi in mariuoleria. Aveva cominciato in prima a far lo scrivano di cose forensi, poi si provò ad assumere per conto proprio qualche scabroso impegno, di quelli che fan torcere il viso e crollare il capo ai notai ben provveduti di tabellionato, ed essendo anche dotato d'un'immaginazione feracissima di trovati, era riuscito a spuntarlo, epperò in poco tempo aveva potuto mettere insieme qualche denaro. Ma per disgrazia tornando a farsi sentire prepotentemente in lui quegli appetiti de' quali aveva fatto conoscenza in quel tempo di vita signorile, fu tentato di oziare per qualche poco ancora, e fece una ricaduta. È sentenza che circola nel ceto medico, che talvolta una ricaduta è più rovinosa del primo assalto medesimo del morbo, e parve che pel giovane Corvino fosse così di fatto. Gli fu mestieri tornare al lavoro e, per aiutarsi meglio, allargare il campo delle sue operazioni. S'attentò dunque di mettere un carato in più agenzie, tornò a infarinarsi di giurisprudenza, a studiare, a notomizzare la legge corrente per trovare il suo lato debole, ove potesse riuscir vittoriosa la frode, e giunse così ad essere un molto fecondo autore di ribalderie, l'una più ingegnosa dell'altra, che gli procacciarono in poco tempo una certa fama municipale. Si era parlato principalmente molto a lungo in Milano, di tre o quattro suoi fatti, che, malgrado la loro pravità erano stati accolti con applausi infiniti del pubblico. Non finivasi poi di magnificare l'acutezza, l'ardimento, la fortuna di un ultimo suo tentativo, pel quale eragli riuscito annullare un iniquo testamento, delle cui disposizioni gli eredi si erano tenuti assai sicuri. Di ciò lautamente compensato, ebbe la consolazione di poter immergersi per qualche tempo ancora negli ozi e nelle intemperanze predilette, sinchè tornò ad altri capolavori di prontezza e d'audacia, toccando quasi tutti i generi dello scamotaggio, combinando matrimoni avversati da mille ostacoli, rompendone altri voluti per forza, facendo passare per equo e legale una violenza, un sopruso, e sempre mescendo alle ribalderie alcun atto, che invece di provocar gli odi, destasse le simpatie. E bisogna notar qui di passaggio, che i dirigenti delle sue ribalderie, anche le più smaccate, non eran mai nè bassa perfidia, nè tetra scelleraggine, ma solo una special teoria di diritto naturale, della quale non fu mai traccia in nessun codice del globo. Che se per avventura il cuor suo, non angariato dalle urgenze del bisogno, si fosse adoperato in pro di qualcheduno, che avesse potuto internarsi ne' suoi segreti, lo avrebbe veduto galleggiar più libero sulla negra sozzura, nella quale, quando la fame gridava alto, era costretto sprofondarsi vergognoso e sdegnato di quel che gli toccava vedere senza poter parlare. Del resto quel galantuomo a lucidi intervalli, seppe talora commettere azioni così nobili, così generose, così dilicate, quali non sarebber forse venute in mente mai a nessun galantuomo in pianta stabile.
Tal'era codesto Elia Corvino, un complesso di qualità così poche omogenee che mal si potrebbero racchiudere in una definizione. Qualcosa peggio del mediatore non iscritto nella tabella dei mercanti, qualcosa meglio del computista del falso monetario, e che intanto ci compare qui improvviso a mostrare, che alcuni personaggi appartenenti a un secolo, che nel complesso ha un'impronta tutta propria, possono troppo bene somigliare a personaggi d'altri secoli e d'indole ben diversa.
Questo Elia Corvino, quando il Morone gli mise gli occhi addosso, poteva aver quarantanni d'età, e continuava gloriosamente il mestier suo; come aveva congetturato l'uomo di camera del Morone, aveva lasciato da gran tempo il suo bugigattolo al N.° 35, in Vettabbia, ed ora abitava al quinto piano di una stretta e lunga casupola, per giungere alla cui porta bisognava essere assai pratico di quell'imbrogliato labirinto di vicoletti, di tuguri, di catapecchie accostate ed addossate l'una all'altra, senz'ordine e senza logica, in quella parte di rione dove ora è situata l'osteria dei Popolo e dove anche oggi il lavoro dei secoli e della civiltà non pare che abbia fatto miracoli. Del resto, il luogo d'abitazione e l'acconciatura del vestito erano le due sole cose per le quali l'Elia Corvino sentiva un certo rimorso a mettere fuori danari, e quel suo abitacolo, più propriamente doveva chiamarsi covile, e le sue vesti, che soleva comperar già frustate, eran di foggia signorile bensì, ma unte, spelazzate e tignose. I suoi danari di lucro impuro, andavan a versarsi tutti quanti all'osteria del Pomo d'Eva, la quale occupava il sito appunto dell'odierna del Popolo, motivo per cui erasi procurato un'abitazione che le fosse, ben vicina; e le mancie di lui, qui fioccavano a' famigli, e i polastrelli meglio ingrassati e purgati eran tenuti in serbo per messer Elia Corvino, al quale veniva qui prodigato il titolo di dottore. Oltre poi a codesti gusti, pe' quali non soleva guardarla pel sottile, aveva qualch'altra abitudine poco economica, e con assiduità soverchiamente peccaminosa, era veduto internarsi per gli oscuri angiporti e pei viottoli dove s'udivano le impure cantilene delle figlie di Pafo.
L'uomo di camera del Morone intanto, recatosi difilato all'osteria del Pomo d'Eva, appena ebbe messo il piede nel primo salotto a terreno, la persona appunto che tosto gli cadde sott'occhio fu l'Elia Corvino, che seduto rimpetto all'uscio innanzi ad una tavola, non attendeva già in quel momento nè a mangiare nè a bere, ma in mezzo a quattro persone, con innanzi carta e calamaio, scriveva a furia come fosse sotto il dettame di un curiale, fermandosi di tanto in tanto a interrogare qualcuno de' quattro che gli stavano intorno estatici, e facenti le maraviglie ad ogni suo detto, e a metter tosto in carta le loro parole. Egli è da sapersi che l'osteria del Pomo d'Eva non solo gli offriva la tavola per il pranzo, la cena e straordinari, ma in più d'un'occasione gli serviva di studio e d'aula per consulti, del che pagava l'oste, facendo all'occorrenza il suo patrocinatore officioso.
Ora, alzando la testa, l'Elia Corvino aveva veduto entrar l'uomo del cancellier Morone, e benissimo lo aveva conosciuto, di modo che, appena costui, salutandolo, gli fece intendere avergli a dir due parole, tosto congetturando fosse mandato espressamente dal Morone medesimo, ed essendo contento di ciò, depose la penna, s'alzò, disse a quei suor clienti; torno subito, e s'avvicinò all'uom del Morone.
Questi lo trasse in un canto del salotto.
—Messere, gli disse, l'illustrissimo mio padrone ha bisogno di voi, e vorrebbe parlarvi quest'oggi medesimo.
—Ed io sono bell'e pronto ai comandi dell'illustrissimo, sol che vogliate aspettare un quarticello d'ora.
—Aspetto anche di più, e attendete pure a fare il vostro comodo, solo è bisogno che non passi quest'oggi.
—Benissimo. Lasciate or dunque ch'io sbrighi questi quattro bietoloni, che, senza colpa nè peccato, se io non li aiutassi adesso, berrebbero domani nella brocca del bargello. Se volete aspettarmi, aspettate, quando no, verrò solo dall'illustrissimo; fate quel che volete.
—V'aspetto qui, dunque, e solo badate a far presto.
Il Corvino tornò a sedersi, rinnovò certe interrogazioni, scrisse e scrisse per un quarto d'ora buonamente, poi fece un rotolo delle carte, lo consegnò ad uno de' quattro clienti, dicendo:
—Questo farà l'effetto, e stassera tornate da me qui. Del resto, seguite pure a far buonissime digestioni, chè il pericolo è stornato.
E senz'altre parole, accostatosi all'uom del Morone, indossò la palandrana e s'accompagnò con lui. Non avendo a far molti passi, in pochi momenti furono a palazzo, dove tosto entrarono.
Messo il piede in un'anticamera, l'uom del Morone disse al Corvino:
—-Aspettate qui un momento, che vado ad avvisarne sua signoria illustrissima.
Quasi nel medesimo tempo uscì a dirgli: entrasse tosto, che il signore l'aspettava.
Quando il Corvino entrò, il Morone stava passeggiando nel suo gabinetto; ma fermandosi allora di tratto, insieme all'affabile saluto volse a colui uno sguardo assai penetrativo e scrutante; la qual cosa fece pure il Corvino, ammiccando anch'esso in quel momento, certo senza avvedersene, con quello stringere dell'occhio destro che era un lezio abituale e caratteristico del cancellier Morone.
Ora si trovavano al cospetto l'un dell'altro due uomini, dotati di una così identica natura d'ingegno e originarie attitudini che a percorrere, se fosse mai stato possibile, con un sol colpo d'occhio, tutta l'innumerevole schiera dei viventi a quell'epoca, non ne sarebbero trovati altri due tanto simili fra loro. Ma per conoscere una tale somiglianza, era bisogno far lunghi preparativi in prima, occorreva collocarli nudi ambidue sulla tavola dell'analisi, trasportarli fuori delle contingenze sociali, farli rimontare all'era adamitica, vederli così come la natura aveali formati prima che le mille modificazioni d'una società artefatta, della classe, dell'educazione, della sorte, del tempo diversi, li avesser tramutati in gran parte. E anche senza tuttociò, bastava forse chiudere un occhio su quella differenza tanto scandalosa che interveniva tra il feltro spelazzato e tignoso d'Elia Corvino, e il magnifico robone di velluto damascato che indossava il Morone, e portarlo solo sul volto d'ambedue. Non già che la loro somiglianza fosse pari a quella di due gemelli; non trattavasi qui d'eguaglianza perfetta di contorni e di linee. Ma un fisionomo, a primo tratto guardandoli, senza pensarci due volte, avrebbe detto:—Qui, più che il leone, c'è la volpe, e non saprei chi dei due sopravvanzi l'altro.—E v'era de' momenti in cui anche le linee e i contorni s'armonizzavano egualmente in ambedue, per certi guizzamenti di muscoli repentini, per alcuni tratti e moti abituali tanto nell'uno che nell'altro, come s'è veduto. E per verità d'altro non era effetto che della varia fortuna, della varia classe, della diversa potenza fisica, se l'uno era un esemplare ed esperto ed acutissimo magistrato e uomo di Stato, il quale aveva fermata l'attenzione della canuta esperienza del re Luigi, e avea piena Italia del suo bel nome, nel mentre che l'altro era un oggetto di contrabbando, un'esistenza morbosa, uno scarto della società, una cosa che forse potea far la sua figura a lume di candela, ma che non bastava a sopportare la chiara luce del sole. Certo, le due psichi, che stavano ascose nell'involucro di que' due corpi, erano state, originariamente, di una stessa natura, d'una forza medesima, d'una medesima bellezza; se non che l'una giovata, da mille combinazioni, aveva potuto crescere sempre più florida, dignitosa, potente; l'altra invece, intristita dagli assidui miasmi d'una esistenza corrotta, aveva perduta la bellezza originaria.
Vogliamo sperare che nessuno vorrà sdegnarsi con noi se osiamo istituir confronti qui fra l'illustre, che ha tanti diritti alla stima de' posteri, e un uomo qual era Elia Corvino. Ma possiamo assicurare non se ne sdegnerebbe neppure lo stesso cancellier Morone, giacchè, colla scorta del suo mirabile acume, tosto prenderebbe la cosa pel suo verso. Ora, tirando innanzi intrepidamente, si potrebbe dire che se quelle due creature, il Morone e il Corvino, si fosser potuto, a così dire, tramutare in cuna, e il figlio del mercante plebeo, fosse stato posto al luogo del fanciullo del gentiluomo, il dialogo che in oggi sta per succedere sarebbe forse successo egualmente; ma il Corvino, avvolto nel suo robone di damasco, avrebbe fatto domandare il Morone, e questo tutto cencioso se ne starebbe ad attender gli ordini e a coglier la parola al volo del nobile magistrato.
Ed era veramente il caso di coglier la parola al volo, perchè il Morone avrebbe voluto bensì che il Corvino si fosse preso sopra di sè l'assunto di stornare in qualche bel modo le nozze del Baglione colla Ginevra; ma esso non gliene avrebbe mai data espressa commissione.—Era collocato troppo in alto perchè gli sguardi non avessero a cadere su lui, e troppo gli premeva l'integrità della fama e la sicurezza propria.—L'astuto potente s'era guardato attorno ben bene per trovare a chi potesse far procura, ma siccome, poteva ancora darsi il caso di compromettersi, così il Morone pensava al modo di poter essere inteso, se fosse stato possibile, senza parlare nemmeno.
—E così, come va, messere? chiese finalmente al Corvino, tanto per dare un avviamento al discorso.
—Potrebbe andar meglio, e potrebbe andar peggio, rispose l'Elia, stiamo così fra zenit e nadir.
—E in quanto a faccende, come si mette la fortuna?
—Nel mese ch'è passato, adesso il collegio dei dottori ebbe un bell'affaccendarsi lui per dar corso a tutto quanto io venni manipolando in fretta e in furia in meno di quindici dì, ma il settembre che si avanza non pare abbia a portare con sè gran benedizione.
—E così, che pensate di fare?
—Pensavo che s'io mi dessi a sgranare i grappoli di villa Cortese, giacchè la stagione è da ciò, farei forse molto meglio le cose mie in questo settembre. Tuttavia non dò un lamento, perchè negli ultimi dì mi avvenne tal cosa, che può bene confortarmi del poco che il tempo promette. Quello scapestrato del fratel mio, che mi costava una quantità considerevole di pareri e di arrosti, ha trovato l'uomo che l'ha preso a proteggere, ed ha pagato tutti i suoi debiti. È un vero miracolo, ed è anche un gran peso che mi si è levato dalle spalle, perchè già un fratello, è sempre un fratello.
—Lodo la tua pietà, e mi fa maraviglia il miracolo.
—Peccato che adesso quel degno signore si trova in terra ferito, e quel ch'è peggio, sia più travagliato d'animo che di corpo; cosa di cui mio fratello è sconsolassimo.
—Scommetto che questo degno gentiluomo è quel caro conte Galeazzo, che si è messo a proteggere gli scapestrati, i tôffi e le sgualdrine, per far dispetto ai gentiluomini di cappa e di spada. Lo conosciamo assai bene quel degnissimo cavaliere.
—Non è di lui che parlo, illustrissimo; il conte Galeazzo l'ho veduto un momento fa, che se ne andava in volta colle sue gambe assai bene, certo più bene del solito, giacchè, vostra signoria sa come talora si diletti di far la via a zig zag per alcune sue abitudini. Non è dunque del conte che dicevo, ma di quel povero marchese Palavicino, intendo il giovane, quello che sta in Sant'Erasmo.
Il Morone, che avrebbe voluto giocar di parole un pezzo prima di venire a parlare del Palavicino, rimase tanto quanto maravigliato vedendo che la cosa aveva voluto camminare da sè, e fu contentissimo di quel buon avviamento.
—Il marchese è mio amicissimo anche lui, soggiunse poi.
—Dunque, vostra signoria saprà, meglio di me, perchè il marchese sia in così cattiva condizione, non parlo già delle ferite, chè di quelle tosto si guarisce…
—Volevi dir del matrimonio?
—Di quello, voglio dire. E mi raccontava Omobono, che il Palavicino voleva venir tosto a Milano, e non c'era chi potesse trattenerlo, se il chirurgo non gli avesse messo due uomini a far guardia.
—Il caso di quel giovane è ben grave.
—Ebbe per altro un gran torto nel fermar gli occhi sulla figlia del
Bentivoglio.
—E che volevi?
—Dovea pur pensare, ch'era assai poca cosa la sua corona di marchese; e che ce ne voleva una da re in testa. Egli è vero bensì che un giovane non è poi obbligato ad avere il sangue freddo del sindaco dei mercanti, e che non trattavasi già di comperare un moggio di segala, chè allora si fa quel che conviene. Ma intanto, ecco qui uno di quegli affanni cocenti, de' quali io mi tenni sempre in guardia, benchè non abbia nè il senno, nè la trippa del sindaco.
—Lo sapevo, disse allora il Morone, come se pensasse tra sè, che codesto matrimonio lo dovea cuocere fieramente.
—E la figlia del Bentivoglio è in peggiore acque assai; non so se vostra signoria abbia veduto il Baglione; ma l'ho veduto io, a Lodi, qualche giorno fa, dove mi recai per dar qualche ajuto ad un galantuomo di qui, che aveva a difendersi contro un birbante di là, e se anche non si sapesse quel che ognuno sa di lui, basterebbe vederlo per mettersi tosto in guardia, quantunque sia vecchio assai, e mi somigli una imposta tarlata che non stia bene sulle bandelle.
Il Morone continuava intanto a misurar la camera con que' suoi passi brevi e svelti, e stava sull'ale per cogliere il momento opportuno di gettar la semente nel solco.
—E il fratel mio, seguiva a dire il Corvino, n'è così tormentato che stamattina scongiurava cielo e terra, perchè sulla testa di questo nemico degli uomini cadesse almeno una delle colonne di San Lorenzo che minacciano di sfasciarsi; e mi chiedeva dei pareri a me, tanto per trovar qualche empiastro da sanar la piaga al marchese. Bisogna confessare, che mio fratello non manca di buon cuore.
Il Morone si fermò di botto in faccia al Corvino, pensò un momento, poi disse:
—E che cosa basterebbe l'animo di fare a questo fratel vostro?
—Quel che può fare un uomo che è sostentato dall'ira, e che non bada a rovinar sè per salvare altrui. La buona volontà non manca a mio fratello. Ma che fa il solo appetito, se nella pignatta non cuoce la zuppa?
—Ci vorrebbe la buona tempra di quel tale che trovò il segreto di far parlare anche i morti, soggiunse allora il Morone, alludendo ad una delle mille ribalderie del Corvino; voi ridete, messer Elia, ma per la sventura del marchese non ci vorrebbe altro, che ne dite voi?
Detto questo, il Morone fe' le viste di dar di volta al discorso, gettò un'occhiata, come se fosse a caso, su quell'imbrogliata quisquiglia di carte che aveva sulla tavola, e soggiunse poi subito:
—Quasi mi scordavo di ciò per cui t'ho mandato a chiamare. Senza dunque attendere a pigiar l'uva di villa Cortese, come dicevi tu, ti darò io da lavorare. In questa stretta di tempo e in questo repentino mutamento di cose ci ho molte matasse da svolgere; e siccome ho potuto accorgermi, che dello studio di Padova, a te non rimase la polvere soltanto, così te ne darei una a te imbrogliata molto da dipannare e da stendere al sole. Del resto, ti sborserò tanti ducati, quanti in una sol volta non t'è forse mai bastata la vista di guadagnare.
—È un lavoro per cui ci vorrà molto tempo?
—Può esser più, può esser meno; anche un giorno avrebbe a bastare, anche un'ora, pur che il pozzo dia acqua, e il poeta trovi la rima.
Corvino non afferrò bene, e stette pensando a quelle parole.
—Domani o doman l'altro, e potrebbe darsi anche oggi… tu dovresti porti al lavoro… e in quanto al prezzo, saran trecento, saran quattrocento ducati, o scudi del sole, come ti parrà meglio, a seconda dell'abilità e della riescita.
Il Corvino, a cui sembrò in vero che quel prezzo fosse esorbitantissimo, guardò fiso il Morone. Questi comprese allora ch'era nato un pensiero in testa al Corvino, che c'era un uncino al quale attaccar molto bene il suo filo. Allora tirò via, saltando di palo in frasca, senza alcun ordine del discorso.
—Dunque, tu mi dicevi, che il marchese, benchè ferito, voleva di tutti i conti vènire a Milano.
—Certo, illustrissimo.
—Ma che intenzioni, che fini ha egli poi?
—È presto compreso, quantunque non sia presto fatto; tentare un colpo ardito, e tenersi la ragazza per sè.
—È pazzo il marchese, la cosa è disperata; ogni tentativo è impossibile.
Il Corvino tentennò la testa, poi soggiunse:
—Difficile sì, impossibile no; mi pare a me.
Il Morone gli si piantò allora in faccia, come aveva fatto alcuni momenti prima.
—È ottima cosa che a te paja così, Corvino, ottima veramente.
E facendo quel suo solito lezio, strinse l'occhio dritto, il che accresceva quell'espressione assidua di acutezza che aveva svolta in faccia, e guardò fiso per qualche tempo il Corvino.
Questi notò quell'occhiata acuta, penetrativa, parlante; gli venne un lampo, la interpretò alla sfuggita… abbassò la testa… aveva capito.
Ci fu un momento di silenzio, che il Corvino ruppe il primo, dicendo:
—Se vostra signoria illustrissima volesse mai…
Il Morone fu presto a tagliargli la parola in bocca; non voleva assolutamente nè parlar chiaro, nè sentire a parlar chiaro, e subito svoltò il discorso.
—La settimana ventura verrai dunque a prendere i quattrocento scudi, che per allora, spero, mi avrai spacciata quella faccenda che ti dicevo.
Il Corvino tacque.
Il Morone continuò a passeggiar per la camera sinchè di bel nuovo gli si volse improvviso, dicendogli:
—Conosci tu il Bentivoglio?
—Lo conosco benissimo.
—Di vista, o di nome soltanto?
—Di nome e di vista.
—È una buona cosa anche questa.
—Buonissima certamente.
—E la sua figlia l'hai tu mai veduta?
—Qualche volta sì…. E un certo signor conte che io non nomino, non avendomi conosciuto bene, mi voleva dar certi incarichi per lei. Si trattava d'imbasciate…. Ma l'illustrissimo sentirà anche adesso il fumo della vergogna, se si ricorda di quel che gli ho risposto….
—La fanciulla ti conoscerebbe forse?
—Credo di no.
—Ho piacere che non ti conosca.
—Lo capisco anch'io.
—Dunque, Elia, noi siamo perfettamente d'accordo. Queste faccende ti aspettano, e metteva la mano fra quel mucchio di carte che erano sulla tavola; per adesso puoi andartene, soltanto fa di ritornare quando avrai messa insieme qualche novità; già non dovrebb'essere gran che difficile, tutto Milano è pieno di novità a questi dì… Conduci dunque le cose in modo che se ne abbia ad accrescere il numero.
Dette queste parole si gettò a sedere, mostrando di non aver più nulla a dire, e di non voler sentire più nulla. Il Corvino si licenziò.
Partitosi dal Morone, tosto si recò a raccogliere quelle notizie che gli erano indispensabili per tentare il miglior modo di mettere in atto quanto il Morone, così alla sfuggita, gli aveva fatto intendere; ebbe presta la maniera d'attaccarsi, come una sanguisuga, ad un uomo di camera del magnifico Bentivoglio, dal quale per verità seppe ciò che mai non avrebbe voluto sapere, e che invece di dargli qualche speranza, quasi lo tolse dal suo proposito, persuadendolo che i quattrocento ducati, co' quali aveva già fatto moltissimi conti, se ne fossero già risoluti in fumo. Le notizie che avea cavate di bocca dall'uomo di camera portavano, che il Baglione s'era già recato ad alloggiare nel palazzo che il Bentivoglio teneva a Chiaravalle, e che forse in quel dì e in quell'ora medesima che se ne stavano a parlare gli sponsali sarebbero avvenuti. Stornare un matrimonio, quando le cose erano ridotte ad una tal condizione, parve cosa impossibile anche all'Elia Corvino, per quanto fosse immaginoso ed audace, e il danaro avesse potere di fargli far miracolo. Con tutto ciò, sempre ruminando progetti e disegni, e tele e trame, si recò alla solita osteria del Pomo d'Eva per vedere se da San Donato, ove il Palavicino giaceva ferito, fosse arrivato il suo fratello Omobono.
Non avendolo trovato, se ne andò in volta per la città tutto il dopo pranzo di quel giorno, prendendo per le vie più silenziose e più rimote, chè i suoi pensieri non avevano bisogno di essere divertiti da quell'unico suo proposito, che mai non sapeva abbandonare, per quanto poche speranze potesse avere. Intorno all'ora di sera però riavviandosi al centro della città, gli fu mestieri abbandonarlo un momento, per dar retta agli infiniti discorsi che si facevano tra gli innumerevoli gruppi di cittadini ne' quali ad ogni crocicchio s'incontrava, i quali discorsi non versavano che sull'ingresso che il dì dopo i Francesi avrebber fatto in Milano, del come si sarebbero comportati co' cittadini, delle feste che i patrizi milanesi, ritornati in fretta e in furia dalle loro villeggiature, già pensavano di offrire a que' loro amici vecchi, e così via.
Sul far della notte ritornò ancora alla confortevole sua tenda del Pomo d'Eva, dove, al primo affacciarsi, vide il suo fratello Omobono, che innanzi ad una tavola attendeva a mangiare a quattro ganascie, chè il trotto vivace a cui s'era posto, viaggiando da San Donato a Milano, gli aveva messo un formidabile appetito.
—Come sta il marchese? fu la prima domanda che l'Elia fece al fratello.
—Il Cardano gli ha fasciata la ferita in modo, ch'egli ormai sta abbastanza bene. Ma l'intrigo della Bentivoglio, di cui ti ho già parlato, gli ha messo il cervello a malissimo partito, e non c'è argomento col quale si possa medicargli questa altra ferita, assai più cruda della prima. E quel ch'è peggio, domani di buon mattino, il Baglione darà l'anello alla Ginevra, notizia che oggi ho raccolto io stesso passando presso a Chiaravalle; e domani, come s'ella fosse una regina, farà il suo solenne ingresso in Milano, intanto che i Francesi vi brulicheranno per ogni parte.
Il Corvino, intanto che il fratello Omobono parlava di questo modo, ascoltava e pensava nel medesimo tempo. A un tratto interruppe il fratello:
—Se qualcheduno, gli disse, volendo far qualche cosa per il marchese, avesse bisogno ch'egli si trovasse in Milano domani, la sua ferita gli permetterebbe di venirci?
—Crederei di sì, quantunque sulla gamba fasciata non si possa regger ancor bene.
—Allora è assoluto bisogno ch'ei ci venga; chi sa che qualcheduno qui non abbia presto il modo d'ajutarlo.
—Ajutarlo a far che? Non ti capisco bene.
—Tu, jeri, mi dicevi, che avresti dato anche la tua vita per vederlo contento.
—E anche oggi, lo dico.
—Bene, perchè dunque lui sia contento, ora non gli abbisogna altro che di trovarsi colla Ginevra.
—Credo che sia così…. Ma la Ginevra è cosa d'altri oramai.
—Tu non sei già l'arciprete della metropolitana, perchè abbia a prenderti fastidio di queste cose.
—Sono un direttore di coscienze molto più largo, questo è verissimo….
—Dunque?
—Dunque, fa pure il tuo comodo, ch'io son qui a tenerti la staffa, e oggi mi piaci più ancora del solito; ma dà fuori nettamente il pensier tuo… che allora potrò forse battere anche le mani.
—A far ciò aspetterai ad opera terminata, che nel futuro non si può leggere correntemente. Ed ora non mi occorre altro, se non che tu ritorni domani per tempissimo a San Donato, dia ad intendere qualche grave pastoja al chirurgo, perchè s'induca a lasciar venir qui il Palavicino; e in quanto a lui, ti metta a confortarlo di tutte quelle speranze che ti possono venire in mente, tanto perchè gli venga qualche coraggio e si risolva. Domani poi, quand'egli sarà arrivato, mi recherò io medesimo da lui, e quel che sarà da farsi, si farà.
Fermi in questo, passarono insieme il resto di quella sera, e poi si divisero, per mettersi poi a nuove faccende appena spuntasse l'alba del di prossimo.
Nel qual giorno, non ci fu milanese, che appartenesse ad un'arte, il quale potesse attendere pacatamente a' suoi lavori. All'alba, quasi tutta la popolazione trasse al corso, alla porta e alla strada Romana. I patrizj, dando magnifico spettacolo di sè a cavallo, in carrozza, in lettiga, si recarono incontro all'esercito francese per essere i primi a salutare i baroni, i cavalieri, i conestabili di Francia, coi quali avevan già stretta amicizia prima che tornasse Massimiliano Sforza, ed ora eran solleciti di riappiccarla più saldamente di prima. Il popolo minuto s'era sparpagliato pe' campi, non attratto che dallo spettacolo nuovo, dispostissimo a sfoggiare il suo satirico umore sui nuovi vegnenti, sulle loro facce, sul colore dei loro capelli, sulla forma dei loro nasi, sulla foggia delle loro vesti, delle loro armi. I caramogi, i monelli tutti i membri insomma della più sucida accozzaglia, s'erano appollajati sugli olmi come arzàvole che stiano riposando le ali affaticate, prontissimi, se mai desse l'occasione, a gettare qualche sassata furtiva sulla borgognata di qualche caporale dell'esercito francese.
Appena che la città di Milano ebbe finito di ricever soldati e soldati a tale da provar quasi gli effetti della replessione, a' Milanesi non mancarono altre occupazioni.
Sul corso di porta Romana, lì presso alla contrada di Rugabella, dov'era, e dov'è tuttora il palazzo del maresciallo Trivulzio, quattrocento uomini, per ordine ed a spesa dei principali patrizj, stavano alzando degli impalcamenti al fine d'allestire, per la notte di quel giorno medesimo, vaste sale posticcie, a festeggiare l'arrivo de' Francesi con danze e luminarie che fosser degne di loro.
Così il popolo raccolse qualche diletto nell'assistere alla prodigiosa prestezza, con cui quello ampio tentorio, quelle colonne e quelle sale vennero, a così dire, improvvisate.