CAPITOLO XXXIII.
In questo mentre, Manfredo Palavicino tornato a Reggio, ad onta della prostrazion d'animo in cui necessariamente avealo gettato il caso funesto, colla maggior sollecitudine aveva atteso ai preparativi per l'impresa. Non gli era però stato possibile uscir subito da Reggio, giacchè, quando ogni cosa fu disposta, la città ebbe a difendersi ancora dagli assalti de' Francesi, a proposito dei quali, di buona voglia rimettiamo il lettore al Guicciardini che li raccontò a lungo e per minuto.
Con maggior interesse ci occupiamo invece di quegli avvenimenti che, sebbene di un'uguale ed anche di una maggiore importanza, pure sono appena accennati, e come di gran fretta, nella storia e nelle cronache, o taciuti spesso non appajono che sottintesi, e de' quali in ogni modo la netta cognizione non risulta che dalle lunghe letture e dai diligenti confronti di molti libri. Più che amplificare i racconti della storia può tornar vantaggioso il cercare d'empirne le lacune, e a questo abbiam volte le nostre intenzioni.
Appena dunque il Palavicino ebbe sgombro il passo, accompagnato dal Corvino e da pochi altri, si pose in cammino per la Germania, mandando prima al duca Sforza, per que' mezzi di comunicazioni praticati dal Morone dopo la sua andata in quel paese, la lettera che noi già conosciamo. Lungo il cammino si recò dal Figino più sopra nominato, signore del castello in sull'Adda. Gli parlò del gran conto che per voto comune erasi voluto fare di lui, gli espose per minuto il disegno da seguirsi ad ottenere il gran fine a cui tutti da poco tempo miravano con grande ardore, e prese con lui gli opportuni concerti per la gente da ricovrarsi temporariamente nel suo castello. Il Figino, il quale appena seppe tentarsi qualcosa contro Francia, aveva mandato dire al Palavicino, di cui era amicissimo, non voler per nessun conto far l'ultima parte nell'opera comune; ben grato dell'illimitata fiducia, rispose che da quell'ora egli, i suoi, le sue ricchezze erano a disposizione di lui e dello Sforza, però procedesse con coraggio, che non gli sarebbero mai mancati soccorsi.
—Io poi, gli disse in ultimo, terrò d'occhio il corso dell'Adda e del lago, e da qui a Chiavenna, in varj punti, porrò uomini fidatissimi, pei quali rapidamente ci possa giungere la prima notizia della tua comparsa, e così io, il Mandello e la gente ti moviamo incontro senza perder tempo. Mi pare che tutto sia disposto con ordine, onde si può sperar bene.
—Nel tempo che il Mandello starà qui, istrutto com'è d'ogni minima cosa, istruirà te pure e tutto riuscirà facile. Ho pochissimi timori e grandi speranze, conchiuse finalmente il Palavicino. Presto dunque ci rivedremo.
Così, rimessosi in viaggio, non si fermò più che oltr'alpi.
Una sera il duca Francesco Sforza, nell'ora che, lasciato da tutti i suoi, era solito ritirarsi a studiare per gran parte della notte, mentre appunto stava pensando al troppo lungo intervallo che passava tra la lettera ricevuta e l'arrivo del Palavicino, ode un insolito scalpito di cavalli nel cortile. Si alza da sedere per uscire a sentir chi fosse, quando i servi, entrano nella stanza:
—Eccellenza, gli dicono, è giunto il marchese Palavicino, e sale adesso le scale.
Il giovane Sforza, agitato da una vivissima commozione, muove allora incontro all'ospite, il quale gli si affaccia dal vestibolo.
Il rivedersi di due amici, dopo molti anni d'assenza, di due veri amici che sian cresciuti insieme, a cui tutti i rapporti della vita, dell'età, delle opinioni, delle sventure, dei timori, delle speranze abbia mantenuta inalterabile l'affezione, è un istante di ben forte interesse. Quantunque io abbia udito dire, non esservi cosa sotto il sole che mai possa raggiungere il gaudio di due amanti, i quali si riabbraccino dopo lungo intervallo, tuttavia porto opinione, che nell'incontro di due amici ci sia alcun che se non di più ardente, certo di più dignitoso, di più solenne, di più profondo. Due uomini che si conoscono, che si stimano, e che per un gran fine sospirato a lungo, dopo pericoli gravi, si trovano insieme finalmente e la mano dell'uno sta stretta in quella dell'altro…. è e sarà sempre uno spettacolo innanzi a cui non potrà rintuzzare la commozione neppure il più scettico uomo…. Nell'incontro di due amanti invece un tal uomo troverebbe quanto basta per fare un epigramma….
Stretti adunque per mano il Palavicino e lo Sforza, si ritrassero, dopo alcuni momenti, fuori degli altrui sguardi, e liberarono alfine la parola che in sulle prime non avea voluto uscire.
—Così io ti rivedo, o mio Manfredo, disse lo Sforza, ti rivedo abbattuto dalle tante sventure che hai subite per me, narrandomi le quali, il Morone mi fece tremare e fremere, sebbene te ne sapessi uscito oramai. Però m'accorgo che sul tuo volto i tempi calamitosi hanno lasciato la loro impronta. E per verità che mi sembri assai dimagrato, tanto che, a tutta prima, se non fossi stato avvisato, quasi non t'avrei riconosciuto.
—Se non v'è altro che il pallore e la magrezza, ti assicuro che ciò non mi dà nessun pensiero. Del resto da qui a qualche anno avrò tempo di metter l'adipe anch'io…. Sei mesi ancora di gran faccende e d'altri pericoli, se vuoi, poi tutto tornerà nell'ordine antico, e allora toccherà a te.
—Dio faccia che tu sia indovino infallibile, ed io possa davvero affaccendarmi dì e notte pel maggior vantaggio del mio buon popolo e della mia cara città. Pure in tutto questo tempo, se mi furono impossibili i fatti, col pensiero m'affannai sempre in cerca del modo di ristorare, e per sempre, i poveri Milanesi, da così lunghi patimenti, e di spargere dappertutto una felicità che debba esser duratura, e tanto più volontieri io vi attesi, in quanto era sicuro che il mio Manfredo me ne avrebbe aperta la via. La più importante, la più ardua, la più gloriosa opera fu rimessa dal destino nelle tue mani…. ma della gratitudine ond'io ti pagherò, spero che tutti ti pagheranno.
Manfredo non rispose, e strinse di nuovo la mano dello Sforza che si tacque.
Ben rare volte due uomini sentirono, come costoro l'uno per l'altro un attaccamento così vivo e così forte.
—Certo non più di sei mesi, tornò a replicare Manfredo, e di Francesi non rimarrà più traccia in Lombardia. Domani mi farai vedere la tua gente.
—Spero che ne rimarrai soddisfatto, e ti so dire che dal primo all'ultimo cavallo, dal primo all'ultimo fante son tutti uomini da valer dieci per ciascuno. Però se anche i tuoi son di tal razza possiam dire d'avere un esercito a' nostri ordini.
—Nella gente che ho raccozzata da varie parti d'Italia, ho messo un milanese per ogni dieci, e de' più ardenti patriotti, perchè possa col suo entusiasmo raddoppiar la forza a ciascuno. Così fosse possibile fare il medesimo anche co' tuoi, che tutti i colpi sarebbero infallibili allora.
—Lombardi ve ne sono in Augusta più di parecchi, ve ne sono in Fiandra, ve ne sono in più città lungo il Reno, e so benissimo che oramai stanno tutti per me.
—Allora sarebbe ottimo cercare di congiungerli tutti quanti.
—E il modo?
—A te non conviene chiamarli, ci penserò io por questo; una cinquantina ch'io ne possa raccogliere è più che sufficiente. Quei che dimorano in Augusta ci sono intanto. Bisognerà dunque andare in traccia degli altri, e sta tranquillo che saprem navigare il Reno e la Mosa. Io prenderò per una parte, l'amico che ho meco prenderà per l'altra… così in breve ci spacciamo…. e dopo…. Tutto il piano che ho abbozzato su quel che mi rimane a fare, te lo mostrerò punto per punto, e confido che i tuoi consigli lo faranno perfetto.
Qui fece un po' di pausa, poi disse:
—Ora che abbiam parlato di quello che più importami, dell'unica cosa che mi dovrebbe occupare, mi farò lecito parlarti di quanto riguarda me solo. So che la Ginevra è in Augusta.
—La sua casa è qui in fatto; ma da un venti dì se n'è andata a
Monaco.
—A Monaco?
—E mi pare d'aver compreso benissimo perch'ella abbia voluto partirsi, come non comprendo affatto, che tu mi abbia a domandare di lei, tu, marito della signora di Rimini.
—L'avresti compreso, se una strana notizia avesse potuto giunger qui prima di me. Sappi dunque che son vedovo.
—Vedovo?
—Sì, la duchessa è morta; fu un grave avvenimento.
—Ma raccontami com'è il fatto in breve. Io son pieno di maraviglia.
Il Palavicino raccontò al duca tutto ciò che noi sappiamo. Lo stupore dello Sforza andava crescendo ad ogni parola di Manfredo, ma come questi ebbe finito:
—Convien dire, proruppe, che la fortuna t'ha voluto battere per ogni verso, e mai non t'ha lasciato tranquillo un'ora.
—Egli è così in fatto; e t'assicuro che mi è voluto del buono a riavermi anche da questa percossa… tanto più che…. io ebbi dei torti con quella sciaguratissima donna, ed ora sento il rimorso di averle amareggiato, benchè senza volerlo, i giorni che precedettero la sua misera fine. Ma le lagrime, ma la memoria di questa…. di questa cara Ginevra, fecero dileguare ogni amore che prima pur seppi portare alla duchessa, la quale si mise in sospetto, e da che visse con me non ebbe più pace.
—Ciò è chiaro… ma io non ne voglio udir altro, e tu non parlarmene più. A quel che avvenne non è rimedio, e i rimpianti e i rimorsi tornan sempre inutili se non dannosi. Se dunque i morti non si ponno risuscitare, pensiam piuttosto a consolare i vivi. Ti ho dunque a dire che la Bentivoglio è sconsolata.
Manfredo tacque.
—Benchè in tutto questo tempo ella siasi fatto forza, e la sua virtù abbia potuto assai, pure non potè abbastanza perch'io non le leggessi in cuore.
—E che diceva?
—Nulla diceva; operava in vantaggio e di me e d'Italia e dell'impresa comune, e nel suo segreto intanto gemeva continuamente. Sai tu poi, perchè da venti giorni siasi partita di qui?
—Non lo so.
—Le mostrai la lettera, dalla quale appariva che tu eri per venir qui tra brevissimo tempo; però ti ha voluto scansare: ecco tutto.
—Ciò era più che naturale a quella virtuosa donna; ella non poteva che comportarsi così. Ma ora io ti domando cosa si abbia a fare?
—Non c'è da almanaccar tanto, mi sembra, scriverò io stesso alla Ginevra. Le dirò…. le dirò quello che tu medesimo le diresti, se non che sarò più chiaro e meno impacciato; la porrò a parte, giacchè tutti gli ostacoli son caduti, d'una mia volontà che è pur la tua e quella di lei, se non mi inganno. Così, per il primo io avrò la consolazione di vedere, dopo sì lunghi affanni, contenti e te e lei finalmente. Questa disposizione di cose m'è d'un felicissimo augurio. Noi tre che ci conoscemmo tanto giovani, che fummo improvvisamente divisi da un colpo terribile, e immersi nei più tremendi guai, del corso medesimo delle cose ci troviamo adesso riuniti, e il prossimo avvenire ci si rischiara dinanzi confortandoci di mille promesse. Che te ne sembra a te?
—Lo stesso; ma tornando alla Bentivoglio, non mi parrebbe cosa benissimo fatta l'avvisarla per lettera; piuttosto troverei conveniente il fare una gita a Monaco.
—Tu?
—Non lo credi lecito?
—Tu solo, no; bensì verrò io stesso con te, se ti par meglio.
—Ti sei incontrato nel mio desiderio, questo è ciò ch'io volevo; tanto più che in codesta gita a Monaco non abbiamo a perdere il nostro tempo, e facendo due cose ad una, raccoglieremo quanti Milanesi per avventura si trovassero colà e li condurremo con noi.
—Benissimo pensato. Domani dunque, appena io t'abbia mostrato tutta la mia gente, alla quale, ti darò a conoscere, partiremo di qui e andremo a Monaco.
—In questo frattempo poi, giacchè non è un minuto a perdere, l'uomo che ho condotto con me, ed è un tale Elia Corvino, non so se l'abbia sentito nominare, il più acuto uomo che mai sia stato da che mondo è mondo, e che adesso vedrai, si recherà in alcuna città delle Fiandre a serrare nella nostra rete quanti Lombardi saranno in quelle parti. L'impresa tanto più si farà sicura, in ragione del numero dei Milanesi che potremo mettere nelle soldatesche, giacchè dei soli mercenarj non è mai a fare gran conto.
—Come ti dicevo, so che nelle Fiandre ve n'ha in buon numero, però confido che codesto tuo Corvino, qualora sappia fare, avrà buonissima messe; ma a proposito, dammelo a conoscere.
—Lo chiamo tosto.
Così dicendo, recatosi nell'anticamera, dov'era l'Elia Corvino ad aspettare:
—Il duca ti vuol vedere, Elia, gli disse, e vuol fare la tua conoscenza; vieni dunque.
Il Corvino volgendosi allora, e udendo l'invito:
—So che in Italia, disse, il Bandello attende a scriver novelle curiosissime e interessanti, però, se vuol far fortuna, dovrebbe prendere ad argomento la vita mia, quando per altro non tema di esser tacciato d'inverosimiglianza. Del resto i fatti son fatti; nato ricco, divenuto povero, virtuoso per istinto, ribaldo per convenienza, un tempo notaio dei vendarrosti e dei pubblicani quantunque fosse in una capitale; passato poi, per un gran calcio della fortuna in diplomazia, veduti e raggirati dei cappelli cardinalizi in gran numero, e corone quando non bastarono i cappelli, e trovatomi a quattrocchi col papa. Adesso finalmente viene sua eccellenza il duca Francesco Sforza, il duca della mia città medesima, che pareva calato in fondo, e veniamo a ripescare, il quale, di ragione e per amor vostro ora sarà per darmi grandissime lodi, che io accetterò con molta dignità. Vi assicuro, o marchese, che i posteri, dato che il mio nome possa mai rotolare ai posteri, dureranno gran fatica a percorrere con me codesto labirinto, nel quale il filo di Arianna mi giovò tanto bene; ma se il vero non è vero, non so più cosa dire.
Il Palavicino, il quale, ad onta di tante cure, era però abbastanza ben disposto per le nuove speranze, rise di cuore a queste celie dell'Elia, e lo condusse innanzi al duca.
Questi, dopo le prime parole, entrò col Corvino a discorrere di ciò che avrebbe dovuto fare viaggiando per le Fiandre, e rimase tanto maravigliato dei consigli e delle considerazioni di lui, che, alla fine, voltosi a Manfredo:
—Se di questa tempra d'uomini, disse, ci fosse meno scarsità nel mondo, certo le cose camminerebbero di miglior passo.
Del resto le prime ore che Manfredo e lo Sforza passarono insieme in quella notte dopo tanti anni, sia per le cagioni reali che li esaltava, sia pel conversar vivo e brioso del Corvino, furono al certo le più liete della loro vita, e per parte di Manfredo tanto più liete, in quanto pensava che gli era concesso finalmente di poter trasfondere quella giocondità medesima in chi per lui aveva tanto patito.
La Bentivoglio, ritrattasi in Monaco, aspettava intanto, prima di ricondursi ad Augusta, che il Palavicino venuto ad abboccarsi col duca Francesco Sforza e ricevuto il comando delle sue genti, tornasse in Italia. Come le costava però quel sagrificio ch'ella medesima s'era imposto, di non vedere mai più il marito della duchessa Elena! Come invece i movimenti spontanei del cuore la portavano a far tutt'altro! E quante volte anche in quell'anima virtuosa ed ingenua sorsero pensieri di gelosia furente e d'odio inesorabile contro la signora di Rimini; quante volte, nell'esasperazione di una passione, a cui non sapeva dare uscita in nessun modo, proruppe a maledirla, benchè con subito pentimento. Sorsero persine de' propositi di vendetta, fuggitivi bensì come il pensiero, ma sorsero; e la verità ci costringe a dire che in quegli ultimi giorni s'era messa nel suo sangue un'acredine, un'asprezza, una così procellosa disposizione, da renderla quasi intollerabile a chi l'avvicinava; e noi teniam per fermo, che se mai fosse durata codesta condizione di cose, la mite, la nobile sua indole avrebbe subita una tale modificazione, da farla parere pel resto della vita tutt'altra donna; tanto può un desiderio nutrito a lungo e con ardore continuo, e non appagato mai!
Ma un giorno le fu annunciato che il duca Francesco Sforza, venuto a
Monaco espressamente per lei, chiedeva di vederla.
Com'è ben naturale, ella il fece entrar tosto.
Alla Bentivoglio, che in quel momento era tristissima, parve fosse il duca d'un umore, oltre il solito, giocondo; tanto giocondo, da generare in lei un certo dispetto che non bastò a dissimulare.
—In mille anni, cominciò a dirle il duca, mai non sapreste indovinare, o Ginevra, il motivo della mia venuta a Monaco, e perchè adesso stia qui.
—E di fatto, come lo potrei, eccellenza, se non ne ho il filo?
—Io non so se quanto vengo a proporvi potrà essere ben accetto; tuttavia parlerò, e quando la parola sarà uscita, dell'effetto risponderà la fortuna.
—Ma e che mai avete a propormi, eccellenza?
—Per dir vero mi sembrate sì mal disposta, che quasi sarei per prorogare ad altro giorno il mio mandato; che cosa dunque ho a fare? ditemelo con tutta la libertà; se volete, parlo, se non volete, taccio.
—Quantunque io sia ben trista, o duca, pure non saprei mai perdonare a me stessa se mi bastasse l'animo di rifiutarmi ad udire le cortesi vostre parole.
—Dunque parlo.
—Sto ad ascoltarvi.
Il giovane duca, che per verità era più del solito lieto, diede di volta per la camera ridendo, poi fermatosi in faccia a lei.
—È da un pezzo, Ginevra, che mi giungono all'orecchio dei lamenti intorno alla vostra vedovanza…
La Bentivoglio si accigliò.
—Bella, e chi nol vede, giovane, e chi non lo sa… credo infatti non abbiate più di ventitrè anni, è una gran bell'età, vedete!…
La Ginevra si faceva sempre più attonita ad ogni parola di lui, e si alzò molto sconcertata.
—Dunque, come vi dicevo, continuava il duca imperterrito, giovane, bella, ricchissima qual siete, sarebbe il gravissimo degli errori il rimaner così sola per tutto il resto della vita…
—Duca, io non vi comprendo.
—Mi comprenderete benissimo.
—Ma e dove volete voi condurmi con queste strane parole, le più strane che io abbia udite da che vivo?
—A un fine per avventura desiderabile… se non da voi, da altri; vengo insomma a proporvi un matrimonio; la mia missione sta qui.
—La vostra missione è straordinaria assai, gli rispose la Ginevra con una severità quasi iraconda.
Il duca non si scompose, e ghignò a quella specie di rabbuffo.
—Quand'è così darem di volta al discorso e parleremo di tutt'altro… parlerem dunque degli ultimi avvenimenti d'Italia.
—E allora vi ascolterò, come sempre, con molla attenzione e vivo interesse.
—Benissimo! Cominciam dunque dall'avvenimento che in questi ultimi mesi ha destato il maggior rumore, perchè del resto, in questo istante almeno, non è a fare nessun conto; sappiate dunque che la signora di Rimini è morta.
Esprimere con parole la trasmutazione istantanea che, a quella notizia, successe nella faccia, in tutta la persona della Ginevra, è assolutamente impossibile; al primo fe' un balzo quasi per abbracciare il duca, ma si frenò issofatto seria e grave, pungendola la vergogna d'essersi fatta troppo scorgere, e il rimordimento d'aver provato una viva gioja per l'annunzio di una sventura.
—Morta? ripetè poi; ma come, ma quando è avvenuta?
—In gennaio avvenne. Come poi sia avvenuta ne parleremo a suo tempo; per adesso è assai meglio tacerne.
—Chi vi ha detto tutto ciò?
—È inverosimile non l'abbiate già indovinato; lo stesso Palavicino lo disse, che venne in Augusta alcuni dì fa, ed ora è qui anche lui.
—Lui?
—Sì, lui, non è a farne alcuna maraviglia; ma, a proposito di lui appunto, io che, sotto al dolore onde necessariamente egli era compreso pel fatto della duchessa, ho letto altri affetti ed altri pensieri, lo esortai, giacchè il tempo incalzava, a lasciar da un lato talune convenienze, e prima che vengano altre procelle, che Dio tenga lontano, far quello che mai s'è potuto fare. Voi mi comprendete; però, sebbene la morte recente della sventurata Elena, parrebbe comandare di protrarre ad altro tempo quel che io, che voi, che Manfredo desidera, tuttavia, avuto riguardo alle circostanze straordinarie in cui noi tutti ci troviamo adesso, faccio presente che, quanto non è fatto oggi, talvolta non è fatto domani.
La Bentivoglio non rispondeva, chè il tumulto dell'animo le toglieva ogni forza. Ma il duca continuava:
—Se me lo permettete, esco dunque un istante, perchè l'amico mio sta attendendomi con quell'ansia che potete immaginarvi, onde sarebbe una vera crudeltà il protrarre più a lungo la sua aspettazione. Siate dunque forte, ed attendeteci ambidue.
Così la Ginevra rimase ancor sola finchè il duca ritornò col Palavicino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La Bentivoglio, durante il tempo che dimorò in Germania, aveva ricominciato un carteggio con una sua amica di Bologna, una Giulia Aldrovandi, carteggio interrotto fin da quando era partita da Milano.
Ultimamente avendo veduto in Roma il fratello dell'Aldrovandi, e sentito da lui come l'amica desiderasse ardentemente sue nuove, le scrisse di fatto prima di recarsi a Trento; la qual cosa continuò a far poi, che il mezzo di mantenere una tale corrispondenza e di far ricapitare le lettere erale agevolato dai molti che viaggiavano in Italia.
Siccome il tempo intercorso dall'arrivo del Palavicino in Germania al suo ritorno in Italia non fu gran fatto ricco d'avvenimenti, quando si eccettui l'affaccendarsi di Manfredo per raccogliere e condurre con sè quanti Lombardi trovavansi nelle Fiandre, ma invece, tanto per parte di lui, che della Ginevra, fu tempo di calma, di riposo, di soddisfazioni tutte intime: così a compire un tale intervallo riporteremo taluna delle lettere stesse della Bentivoglio, che meglio delle nostre parole può valere a riprodurre quello stato di vita.
Augusta.—21 marzo, 1521.
A GIULIA ALDROVANDI.
"Al tuo desiderio d'aver notizie di me e da me stessa, dopo tanto tempo, io ho adempiuto e con mia grandissima soddisfazione, ma più per amor tuo però, affettuosa Giulia, che per desiderio ch'io avessi di versare in altrui que' dolori onde, con tanta insistenza e crudeltà di fortuna, io fui tormentata. Quei dolori in parte tu li conoscevi, e dal fratel tuo seppi di quanta compassione tu mi fosti cortese, e quanti voti tu facessi per me continuamente; pure l'ultimo e il più terribil colpo a te non era noto. O amica mia, esso fu così acuto, così straziante, così insopportabile, che se taluno mi dicesse, che un altro simile mi attende, nell'avvenire, ben di gran voglia io rinuncerei a questa vita, sebbene adesso versi in quell'estrema gioia, onde troppo rare volte gli uomini possono confortarsi. Oh sì, tanto è immenso il gaudio mio presente, quanto fu immenso quell'affanno. Allora perduto per sempre quanto più desideravo nel mondo, e perduto quando appunto mi confidavo d'averlo acquistato alla fine; ed ora nell'assoluto possesso di lui, mentre un istante prima tutto mi convinceva d'averlo per sempre perduto. Ben ti accorgi ch'è di Manfredo ch'io ti parlo. A te sarà noto l'ultimo fatto pel quale è rimasto libero di sè; ora sappi, ch'egli è venuto in Augusta, ch'è venuto e cercar me, che tutti gli ostacoli furon tolti di mezzo, e che domani, nella cattedrale di Augusta, io sarò benedetta moglie di lui. Ultimamente, nel darti ragguaglio delle mie sventure lunghissime, de' miei dolori, della mia disperazione, quasi avea rimorso di venire con racconti lugubri a intorbidare la tranquilla tua vita; ma provo un'immensa soddisfazione adesso considerando che la mia possa alla fine perfettamente armonizzare colla tua. In questo istante medesimo in cui attendo a scrivere queste parole, nella camera dove io sto, odo la voce sonora del mio Manfredo che sta parlando dell'impresa che tu sai; e mentre provo certa sensazione da non potersi mai esprimere, rivolgendomi al passato, e considerando in che desolata condizione io mi trovavo un anno fa solamente, non so quasi persuadermi che quanto mi sta d'intorno e vedo e sento e tocco, sia vero e reale, e lo stesso Manfredo che mi è sì vicino, e in questo punto io mi volgo a contemplare, quasi sospetto non sia più che una fuggitiva immagine della mia fantasia ardente. O mia Giulia! a te son note le oscillazioni tutte quante dei mio cuore adolescente, quando fanciulla a te fanciulla comunicava i primi trasporti del cuor mio di subito infiammato. Che desiderj io facessi allora, di che speranze, di che illusioni andassi in cerca tu lo sai. Ebbene ora tutto è compito, e d'altro non mi affanno che di concentrarmi in quest'unico punto della vita, a cui vorrei perpetuamente fermarmi. Poche ore dunque, e il Palavicino sarà mio marito, e ciò ti ripeto perchè lo annunci in Bologna a quanti più puoi; che dell'esser fatta consorte a questo generoso lombardo, a quest'orgoglio dell'anima mia, io ne ho tale esaltamento, che vorrei fosse narrato dalla Fama a tutto il mondo. Per oggi basta; ti scriverò ancora tra breve in occasione che il legato danese verrà in Italia e passerà per Bologna. Addio."
Altre lettere avremmo qui da riprodurre ma basterà questa in data del 6 maggio, che è la più breve e come la riassuntiva delle gioje tranquille in cui, dopo tanta procella, si riposarono per poco Ginevra e Manfredo.
Aquisgrana.—6 maggio, 1521.
"Al legato danese che abbiamo atteso in Augusta un pezzo, ci siamo incontrati qui in Aquisgrana, però consegno a lui questo letterino per te. In questi due mesi io, Manfredo e il duca Francesco Sforza, che sempre si è degnato di stare con noi, abbiam percorsa la parte più bella della Germania. La stupenda vista di città, di castella, di fortezze, di cattedrali insigni; la primavera ridentissima lungo le sponde del Reno, i tortuosi giri della Mosa che secondammo in questi ultimi giorni, tutto concorse ad accrescere l'alacrità delle anime nostre. C'incontrammo in molti Italiani, dei quali per dir vero andavasi in cerca, e di cui la maggior parte stanno adesso con noi e si son messi sotto gli ordini di Manfredo. Confido che i voti che noi già facemmo, fanciulle ancora, quando ci costò tante lagrime la misera fine di Gliceria nostra così atrocemente offesa e tradita [1], si compiranno alla fine. Tutto volge ad un punto, e pare che gli ostacoli cadano l'un dopo l'altro quasi per volontà superiore. Stamattina fui nella cattedrale di Aquisgrana, ho veduto il teschio di Carlo Magno, ho toccato la sua pesante gioiosa, e mi par d'essere più che donna. Domani ci rimetteremo in viaggio per Augusta…. di là per l'Italia. Partiamo quasi soli, ora siamo in una truppa tra Lombardi ed altri d'Italia…. Addio; non ti scriverò più se non dopo l'esito dei primi tentativi. Addio di nuovo."
[1] Vedi, cap. IV.