VI
VALENZIA.
Quasi nel mezzo dei lago d'Orta il più tranquillo, il più silenzioso, il più malinconico lago di Lombardia, è l'isoletta di San Giulio, assai rinomata per la vigorosa difesa che Uilla, moglie di Berengario, vi fece nel secolo X. Al lembo estremo di quell'isola, quasi dirimpetto al monte detto la Colma, sorgeva un palazzotto costruito a mo' di castello. In un'altra parte dell'isola eravi la chiesa di San Giulio con bei pavimenti a musaico, e due colonne di serpentino che sostengono la tribuna. Dalla sponda del lago vi si saliva su grandissimi gradini formati di sasso indigeno. Presso alla chiesa era allora un monastero che fu demolito, ed ora non se ne serba traccia. In fuori di questi edifici e delle casupole de' pochi isolani che vi abitavano, non era altro a vedersi in quell'isola; bensì poteva occupare gli sguardi la prospettiva delle acque, dei paeselli, che, a non molta distanza, sorgevano sulla riviera, e de' monti, che vietando alla vista di estendersi molto, rendevano cupe e malinconiche le acque in cui riflettevansi, appena che il cielo si adombrasse di qualche nubi, o calasse la sera senza addio di sole.
Ad una finestra su in alto del palazzotto posto rimpetto al monte della Colma, intenta ai fenomeni che presenta il tramonto del dì, giacchè non era altra cosa della vita esterna che la potesse occupare, se ne stava Valenzia una sera del mese di settembre di quell'anno 13…. Volgeva lo sguardo ora alle nuvole dorate che man mano ricevevano una tinta più oscura, ora alla montagna cosparsa in vetta di mille tinte tutte varie, e che non portan nome, ora al lago che faceva specchio a tutto quanto si vedeva. L'attenzione però che Valenzia prestava a quegli oggetti, non era tale che potesse fermare nella sua mente il corso di mille altri pensieri.
Già la sua floridezza giovanile aveva subita un notabile cambiamento, e il suo bel volto s'era venuto affilando, di maniera che non era difficile il comprendere che un assiduo patimento morale l'avea presa. Sola tutte le ore del dì, e lontana da chi più le stava sul cuore, e senza speranza che quell'ordine di vita si potesse cambiar così presto; una profonda malinconia mista ad un tedio mortale, e talora a certi impeti d'impazienza che non le facevano aver bene un istante, era stata per gran tempo la sua compagna indivisibile. Ma da tre giorni una cosa più prepotente, più procellosa, meno monotona della malinconia, le si era introdotta nel cuore, la gelosia.
L'arrivo del Conte di Virtù ad Angera subito si seppe anche all'isola di San Giulio, e chi aveva portata quella notizia aveva recata anche l'altra dell'arrivo di Fossano, e ciò non solo, ma la tresca di lui con la bella contessa Giulia. La povera Valenzia potè, per sua vera sciagura, ascoltare un dialogo tra un barcaiolo ed un suo servo, che le mise nell'animo il veleno mortale del sospetto; e a questo dava peso il considerar che ella faceva essersi le visite del suo Fossano all'isola man mano sempre più diradate: in quella sera poi mentre guardava le scene circostanti, pensava che da tre giorni egli era giunto sì presso, e non ancora lasciavasi vedere, ch'ella di fresco aveagli scritto una lettera alla quale non era stato risposto.
E non è a dire se queste idee la colpissero di forza nel più intimo del cuore, e più di tutto il pensiero della crudele ingratitudine di Alberigo, la quale le pareva così impossibile che quasi s'induceva a ricredersi de' propri sospetti.
Ma nel mentre stava considerando queste cose un punto nero, che apparve a molta distanza sul lago, e che s'avanzava con velocità, attrasse lo sguardo di lei; non poteva essere che un battello, ed ella sforzavasi quasi a render più acuta la pupilla per veder meglio, intanto che un moto indefinito di speranza cangiava d'improvviso la direzione a tutte lo sue idee. Chiamò la fante, il servo: entrarono ambidue, ed il servo precorse le domande di Valenzia dicendo: «Madonna, è qui l'illustrissimo cavalier Fossano.»
«Egli è qui! dunque non mi sono ingannata.»
E uscita in fretta di quella stanza, discese lesta per la scala, si fece agli scaglioni del palazzo, su cui sbatteva l'onda del lago.
Dopo alcuni momenti la barca fu alla proda, Alberigo saltò a terra e con lui il Malumbra.
Le prime parole di Valenzia furono un rimprovero.
«È da tre dì che t'aspetto, Alberigo: da qui ad Angera è così breve tragitto, perchè hai tardato?»
«Non fu mia colpa,» rispondeva freddo e riservato il Fossano, a cui la coscienza del proprio cuore scemava forza alla parola: «ma appena arrivati ad Angera dovetti accompagnare il duca nella sua gita ai castelli del lago, ed ora che ho potuto…. sono venuto qui. Ma guarda un tratto questo buon messere che ha voluto venire con me: egli mi ha recato una lettera di tuo padre, e tien l'ordine da lui di venire a vederti per potergli dire in che condizione t'ha trovata.»
E dicendo queste parole guardava a parte a parte la figura di Valenzia, che gli sembrava impallidita e smagrita oltremisura; pure era tanta la sua bellezza, accresciuta tanto più da quell'aria di languore e di mollezza indefinibile, che facendo i rapidi confronti tra lei e la contessa Giulia, si accorse come l'ultima fosse di lunga mano inferiore alla sua Valenzia, e in quel momento la strinse a sè con tanto affetto, che ella dovette pentirsi d'aver sospettato un momento solo.
E forse all'ingenua anima sua non si sarebbe mai più appreso un simile sentimento, se non fosse intervenuto un fatto che il Fossano, percorrendo tutti i possibili, non avrebbe giammai saputo imaginare.
La bella contessa Giulia s'era di tal modo venuta impigliando nell'amore d'Alberigo, che oramai non poteva vivere un dito discosto da lui con iscandalo di tutta la corte, e dispetto della eccellentissima duchessa Caterina Visconti, che saggia com'era, mal si poteva acconciare a permettere que' palesi amorazzi. Quando Alberigo partì pel lago d'Orta, pensò bene non dir nulla alla contessa, e di queto si tolse alla rocca d'Angera; ma tutto fu inutile, e la contessa avendone chiesto a tutti, giunse a sapere ch'avea noleggiata una barca per l'isola d'Orta, ove egli aveva un suo castello.
Appena venne in cognizione di ciò, eccitata da quell'astuta sua amica, che per una mezzana non v'era la migliore, s'intestò recarsi anch'essa a dispetto di mare e di vento, e più ancora del sessagenario marito, sulle traccie dell'amante, e così di fatto, all'insaputa della duchessa Caterina e del consorte, le sole persone che la mettevano in qualche trepidazione, in compagnia di quella sua amica e di quattro servi, si recò al lago d'Orta.
Giunta alla riviera verso la bass'ora del dì vicino, non volle perder tempo, e quantunque il lago fosse un po' grosso, prese una barchetta e volò all'isola. Approdato a non molta distanza del palazzo di Alberigo, e chiesto di lui a chi primo incontrò, gli fu da que' buoni isolani additato il palazzo che non le era lontano più d'un trar di balestra.
La contessa Giulia, come tutti coloro che facevan parte della corte del Conte di Virtù, ignorava al tutto che il Fossano fosse maritato. E per questa circostanza verrebbe a scemarsi la colpa della bella contessa, alla quale, se fosse mai trapelato com'era la cosa veramente, sarebbesi sforzata a rintuzzare fin dal suo primo nascere quella malaugurata passione che sentì per Fossano, e certo vi sarebbe riuscita.
Ma credendo in vece che Fossano fosse assolutamente libero di sè, e lontana le mille miglia dal sospettare che la più bella gentildonna gli fosse consorte; assai lieta di potergli fare una sorpresa, entrò di volo nel palazzo. Con quella balda sicurezza che è propria delle indoli avventate, ella, senza domandar altro, sali le scale, e già stava per metter piede nelle camere, quando le si fe' per caso incontro una fante a domandarle di chi cercava.
«Cerco del cavalier Fossano,» rispose la contessa non badando più che tanto alle parole della fante.
«Adesso…. per adesso, il cavaliere non c'è; ma non potrà badar molto a tornare. Intanto potete entrare nelle stanze di madonna.»
Quella semplice parola madonna, fu bastante per scompigliare in un momento tutti i pensieri della contessa, e
«Chi è questa madonna?» chiese subito alla fante.
«Ho voluto dire la moglie di messer Fossano,» quella rispose.
I primi movimenti che fa una persona quando d'improvviso è côlta da ciò che non si aspettava, e che al tutto è in opposizione allo stato dell'animo suo sono impossibili a rendersi con parole, d'altra parte que' movimenti della persona, que' contorcimenti dei viso sono così eterocliti, così strani, così opposti alle teorie del bello, che, quand'anche si sapessero rendere con esattezza del dagherrotipo, non meriterebbero poi la pena di essere conservati. E la povera contessa Giulia fece appuntò uno di que' movimenti, talchè le bellissime fattezze del suo florido volto si sconciarono un poco a quell'inaspettata notizia; e stava dubbiosa la poveretta di quanto dovesse fare, quando, chiamata dal suono delle voci che abbastanza s'eran fatte udire, entrò Valenzia medesima in quella camera.
A lei subito si volse la fante dicendole:
«Questa gentildonna aspetta di parlare al signor cavaliere.»
La Valenzia si trovò alquanto sconcertata vedendosi innanzi quella dama in così sfarzoso apparato, sconcertata tanto più per la paura di venire scoperta; pure, come cortese, «Voi siete la benvenuta,» le disse, «Alberigo non può star molto a ritornare, frattanto vogliate riposarvi un poco.» E con modi assai gentili la invitava a metter piede in un'altra camera.
La contessa Giulia, sopraffatta e attonita, entrava accompagnata da quella sua amica, che guardava di sottocchio la bella e geniale figura di Valenzia.
Questa, intanto che intrattenevasi in parole colla contessa, com'era ben ragionevole, le domandò con chi aveva il bene di conversare, e quando udì quel nome che tre dì prima così ingratamente le era suonato all'orecchio, si sentì per tutto il corpo scorrere un gelo con certe strette ai cuore che la resero più pallida la metà.
In quel momento per mala ventura entrava il Fossano, il quale, quantunque fosse stato avvisato dalla fante ch'egli era atteso da una dama d'alto affare, pure, lontano com'era dall'aspettarsi quella visita, entrò fidentissimo e desideroso soltanto di vedere chi fosse. E a tutta prima durò fatica per credere ai propri occhi, e si rimase sul sogliare dell'uscio perplesso ed esitante, ora guardando la Giulia ora la Valenzia, che, leggendo in quel momento sul volto del Fossano tutte le passioni che in gran contrasto allora gli tumultuavano in cuore, fu ridotta alla misera condizione di chi sente d'aver perduta ogni cosa al mondo.
Quella scena continuò così muta per qualche tempo. Alla fine si alzò la contessa Giulia, che dei tre non era già quella che si trovasse a miglior partito; tuttavia le bastò l'animo di dire queste parole al Fossano: «Mi chiamo assai fortunata, cavaliere, d'aver fatta la conoscenza della gentile vostra moglie, di cui non mi avete parlato pur una volta.» Le parole furon queste precisamente, ma nel suono della voce che tremava nel pronunciarle, era un misto di sdegno, di sarcasmo e d'angoscia con un tal quale singhiozzo, che era presso a mutarsi in pianto. Alberigo nulla rispose; passarono alcuni altri momenti di silenzio. La contessa Giulia uscì coll'amica; il Fossano e Valenzia rimasero soli.
La notte era sopraggiunta, e nella camera si era fatto buio del tutto; il Fossano, sbalordito e confuso, stette pur molto ancora senza parlare, poi scuotendosi un poco, e sentendo il respiro un po' affannoso di Valenzia, pensò accostarsele, e così, come gli parve, la toccò leggermente colla mano…. A quell'atto, come balestra che scocca, rispose Valenzia con uno scoppio di pianto, che le sgorgò improvvisamente, poscia singhiozzi a furia che minacciavano affogarla, e che destavano una pietà indicibile…. Il Fossano la udì, la tenerezza lo vinse, e di tal guisa che lo rese convulso per tutte le membra; le lagrime intanto calde calde gli cadevano dagli occhi, bagnandogli i labbri che aguzzandosi davano tremiti continuati.
Oh! era troppo duro ch'egli sviasse per sempre da quella dolce e gentile creatura, troppo cara l'idea che dovesse riabbracciarla pentito, e l'anima sua infatti si è d'improvviso sprigionata dalla colpa in quel momento, e da quel momento la povera sua Valenzia non doveva mai più uscirle dal cuore, mai più; ma sventurati tuttavia e ancor peggio. Pianto così in segreto una mezz'ora buonamente, il Fossano, lei che tuttavia piangeva chiamò per nome con una dolcezza della quale forse non aveva mai fatto uso prima d'allora. A Valenzia si rallentarono un momento i singhiozzi…. e lenta le uscì poi la parola dai labbri, e interrotta e piagnolosa,—Ah! Fossano!—e nessun'altra ne aggiunse, e tutto disse con quella.
Entrava allora la fante a recare i lumi nella camera, che di nulla potè accorgersi, e se ne uscì tosto.
Rimasti soli per la seconda volta senza muover parola, si guardarono a vicenda; il Fossano alla fine prese una mano alla sua Valenzia, che, vinta dall'aspetto contrito di lui, gliela concesse. Ma strana cosa ell'era che nè l'uno nè l'altro volesse affidare alle parole quel che loro era passato e passava tuttavia nel cuore. Vergognava il Fossano di confessare la propria colpa, quantunque vedesse che tutto era noto alla sua donna; e questa per un istinto di femminile dignità e superbia, vergognava sdegnarsi con lui perchè l'avesse posposta ad un'altra.
Alla fine il Fossano le si aprì con questi detti:
«Egli è già un anno, Valenzia, che tu te ne vivi qui sola e senza un sollievo al mondo, e a me bastò l'animo di vivere lontano da te….»
Valenzia, a queste parole, gli alzava in volto gli occhi, e li riabbassava tremando in tutta la persona per un improvviso soprassalto.
«O Valenzia,» continuava il Fossano, stringendola a sè, «che io non possa avere mai più bene nè vivo nè morto, se per mia maledetta sorte potessi mancare alla formata promessa che ti do in questo punto.» E qui, alzando la fede con modi concitati e con un'esaltazione di spirito straordinaria: «Per l'avvenire tu non vivrai più sola, io sarò sempre con te, noi vivremo all'amore, nella pace di quest'isola solitaria, lontani dal mondo dove non si raccoglie che pentimento e dolore. Le nostre anime non saranno mai più offuscate dai torbidi sospetti, e in quanto a me non vorrò pensare ad altro che ad accrescere la tua felicità, se mi sarà dato.»
«O Alberigo,» le rispondeva allora Valenzia, balzando dalla sua sedia come per un moto di gioia repentina, e lasciandosegli andare addosso con una confidenza piena di passione e di languore; «o Alberigo, faccia Iddio che le parole che tu dî siano sincere, che guai, se mi avessero a trarre in inganno un'altra volta…. Vivi dunque all'amore, giacchè tu stesso l'hai promesso il primo, vivi per me, che dopo tanta solitudine sì a lungo gemuta, io possa gettarmi sicura una volta nelle tue braccia per non istaccarmene mai più, mai più, giacchè i resti del mio vivere gioiti compiutamente con te, da questo momento e per sempre appena varranno a compensarmi le dubbiezze, le angosce e gl'insopportabili tormenti a cui non so come sopravvissi.»
«O mia Valenzia, che ogni tuo desiderio sia esaudito colla più scrupolosa osservanza, e che tu per lo innanzi abbi a lodarti di me tanto, che debba benedire quell'affanno che ti fu scala al bene di che godrai in appresso; questo io ti prometto, e Iddio ti benedica.»
Abbracciati strettamente quelle due giovani creature, stettero guardandosi in volto per assai tempo tacite, pensose e intenerite. Oh! la sorte potesse conceder loro di radicarsi eternamente in quel posto, come un gruppo d'indistruttibile marmo, che guai se alcuno si frapporrà a dividerle un istante; quell'istante sarà tutto, non si riuniranno mai più.
Al primo spuntare dell'alba vicina, il Fossano ripartiva, per quel giorno soltanto, dall'isola di San Giulio, giacchè, come aveva detto la notte prima a Valenzia, doveva recarsi ancora alla rocca d'Angera dov'era il duca Galeazzo, per prendere licenza da lui, e ottenere il permesso di vivere lontano dalla corte milanese. Si salutarono i due sposi, dicendosi a vicenda. Ci rivedremo domani;—e la Valenzia, nel momento che il Fossano stava per saltare nel battello, gli disse non so che parola all'orecchio, a cui l'altro rispose col porsi la mano sul cuore quasi a rinnovarle un giuramento.
Il Malumbra ripartiva esso pure con Alberigo, e Valenzia il pregò portasse a Candiano i sentimenti d'amore ch'ella nutriva pel generoso padre suo e le sue felicitazioni; e il tristo uomo, mentre, chinando la testa in atto di ossequio, rispondeva che avrebbe fatto, pensava già al miglior mezzo che gli rimaneva per condurre a fine i disegni del senator Barbarigo.
Di lì a poco la barchetta animata da un vento impetuoso volava sul lago, e la Valenzia dalla riva stette a guardarla, aguzzando sempre più la vista in fino a tantochè il battello toccò la riviera opposta.
Il viaggio da Orta ad Angera non era di molte ore. però, essendosi affrettati un poco, vi giunsero prima del mezzodì. Nell'intervallo della loro assenza aveva già avuto luogo un intermezzo che merita di essere qui ricordato.
La bella contessa Giulia, partita che si fu dalla presenza di Fossano e di Valenzia, tanto dolore e vergogna la prese, tanta disperazione, che maledisse mille volte a quella sua amica che non aveva saputo sconsigliarla dal recarsi ad Orta, e lungo il viaggio fu un continuo contrasto di lamenti e di scuse.
«Io ve'l diceva ch'egli era un passo troppo ardito e vergognoso; ma voi avete proprio voluto spingermi a tanto.»
«Io non ho secondato che il voler vostro; la mia colpa è tulta qui.»
«Ma perchè dirmi ch'egli aveva un suo castello a quella malaugurata isola di San Giulio, e che erasi colà recato?»
«Non l'ho fatto che a tener lontana la noia del vostro continuo tempestarmi per saper notizie di quel caro ed aggraziato cavaliere.»
«Oh maledetto il dì e l'ora ch'io misi il piede in quella stanza dove, mal mio grado, mi avete mandata, e dove, senza ch'io me l'attendessi, mi son trovata faccia a faccia con quel tristo….»
«Io non ci ho colpa nessuna.»
«Se voi non foste stata, io non sentirei adesso salirmi sul volto il rossore della vergogna, io non soffrirei queste pene d'inferno.»
Giunta ad Angera, volendo evitare le occasioni di trovarsi ancora col Fossano, erasi presentata all'eccellentissima duchessa Caterina Visconti, supplicandola, col mettere innanzi motivi di salute, le volesse concedere di tornare a Milano; la qual cosa non essendole stata rifiutata, la contessa Giulia era già in pronto di partire, nel punto che il Fossano arrivò. Tra le gravissime dame che formavano il corteggio e gli illustri cavalieri, non mancò chi parlasse a lungo di quell'improvvisa risoluzione, e ne ridesse anche un poco, tanto che il Fossano ebbe ad indispettirsi, considerando ch'egli pure tra breve sarebbesi presentato al duca per impetrare ciò che la bella contessa aveva già domandato ed ottenuto.
Il Malumbra intanto, sempre fingendosi altro da quello che era veramente, non cessava di raccomandare al Fossano, si guardasse dal mettere sotto la vista di tutti la sua Valenzia, che continuando a vivere in quell'isola di San Giulio, non avrebbe potuto esimersi dal ricevere molte visite che in breve avrebbero propalato chi era la donna sua e mille altre cose, di cui era assoluta necessità continuare a far mistero; però misurasse le parole nel domandare la licenza al duca, e piuttosto che affrettarsi col rischio di destare sospetti, tirasse la cosa d'oggi in domani finchè si presentasse la bella opportunità di allontanarsi dalla corte.—Il Fossano aveva, durante il viaggio, detto al Malumbra che bramava di condursi a vivere lontano dal mondo colla sua Valenzia, e quel dì medesimo voler trarre a fine il suo desiderio.
Verso sera seppe il Malumbra dal Fossano che per quel giorno non aveva mai potuto trovare il momento opportuno di parlare al duca, che però l'avrebbe potuto quella sera medesima, e che sperava ritornerebbe il dì dopo all'isola per non partirne mai più. Il Malumbra fece suo pro dell'avviso; avendo già da qualche tempo fisso un suo disegno, aveva tutto in pronto perchè nulla potesse mancare quando i momenti fossero per incalzare. Una cavalcatura l'attendeva a tutte le ore, una barca sul Verbano era continuamente a sua disposizione; e un'altra pure sul lago d'Orta; quella sera alle ventitrè si partì d'Angera, e a notte chiusa fu di ritorno all'isola di San Giulio.
VII
INSIDIA.
Qui c'è forza rifarci indietro un momento. La sera prima quando il Malumbra toccò, per la prima volta, l'isola di San Giulio, anche il Bronzino metteva il piede in Vall'Intrasca, difilato all'abitacolo, dove sapeva trovarsi il suo signore, e contento d'avere a riferirgli qualche cosa che forse gli sarebbe tornata ad utile. Carlo Visconti, essendo già calata la notte, pieno d'impazienza, era stato costretto a ridursi in quel covo miserabile, e pensava ai motivi che potevano aver fatta ritardare la venuta del Bronzino, quando sentì un colpo alla porta, e un momento dopo se lo vide innanzi.
«E così?» gli domandò il Visconti volgendogli un viso più pallido del solito.
«E così,» rispose il Bronzino, «se non ho fatta buona caccia di fagiani, ho però qualche cosa nel carniere.»
«Che vuoi dire?»
«Voglio dire che;… già in quanto all'eccellentissimo vostro cugino, adesso per adesso vi conviene lasciarlo in vita, e l'occasione non è ancora venuta.»
«Prosegui.»
«Mi sono però incontrato in un galantuomo veneziano, il quale….»
«Che cosa può avere a fare il veneziano nelle faccende nostre?»
«Forse moltissimo; egli mi ha dato carico di venire sulle vostre traccie colla promessa di cinquanta ducati, che sono ben poca cosa per dire la verità.»
«E ciò mi dici con tanta pacatezza?»
«State tranquillo…. Quel galantuomo mi disse che se voi aveste a rifuggirvi in Venezia, colà sareste il ben raccattato…. e che…. già è facile ad indovinare che a quella gelosa Republica non possono piacer molto le conquiste dell'eccellentissimo vostro cugino….»
«E dunque?»
«Dunque, dovreste aver già fatta una risoluzione. Se voi state qui ad aspettare che faccian la calata del monte que' buoni Francesi, i quali se sono i primi a promettere, son poi gli ultimi a mantenere, vi avviso che quand'anche le labarde del Galeazzo non potessero trovarvi così presto, la noia vi farà prima morire. Se voi in vece ve ne andate a Venezia, gli è certo per lo meno che non vi potrà intervenire male di sorta, e poi sono d'avviso che il vostro destino ha da mutarsi colà. Risolviamo dunque, e senza por tempo in mezzo usciamo di questi luoghi maledetti dove ci mette in fastidio anche lo stormire delle frasche.»
«Io penso in vece che per uno stolido malaccorto, tu sii quel tale.»
«Io non vi comprendo.»
«Ti vengono offerti cinquanta ducati d'oro per venire sulle mie traccie, e tu credi che ciò sia per procurare il mio meglio…. e forse preso all'amo da quell'astuto che ti si mise intorno, gli hai confessato….»
«Di confessioni, sapete bene che non mi son mai preso cura gran fatto, e molto meno questa volta.»
«Parla più chiaro adunque.»
«Quel tale non sa nè chi mi sia, nè dove siate voi; ma ho tutte le buone ragioni per credere che Venezia lo abbia mandato espressamente fuori in traccia di voi, e si capisce che la Serenissima ha tutta la buona volontà di fare le vostre vendette per eseguire le sue; in conseguenza di che, vi consiglio a partire questa notte medesima…. Ora poi mi ricordo di un'altra cosa che mi raccontò quel veneziano: prima di tutto, è vero che voi già foste a Venezia, e che siete stato a un dito di dare l'anello ad una patrizia di colà? e l'avreste anche sposata se non fosse morta?»
«Perchè mi domandi questo?»
«Vi ho chiesto, o illustrissimo, se ciò è ben vero?»
«Verissimo.»
«E siete anche certo che sia morta la pulzella?»
«Certissimo.»
«Ho il piacere di dirvi che siete in un grande errore.»
«Si capisce che oggi non hai sofferta penuria di vino, e il cervello ti ha dato di volta.»
«In quanto al vino…. siccome ad Angera ve n'è del pretto…. così non ho voluto lasciar fuggir l'occasione…. ma in quanto al cervello state pure di buona voglia che non ha sofferto per niente…. del resto ciò non toglierebbe che quella tal fanciulla non fosse viva.»
Il Visconti, come udì queste parole, subito rispose:
«Di questo nuovo imbroglio, sia desso vero, o una fantasia al tutto, mi farò chiaro un'altra volta; ma ora considerando un po' meglio il resto, io vedo pure assai probabile che in Venezia possa trovare alcun valido appoggio, e quand'anche il tuo veneziano, che hai detto, non ti avesse mai parlato di questo, sarei venuto io medesimo nella risoluzione d'andarmene colà.»
«E così?»
«E così, giacchè si ha da fare, partiremo questa notte medesima.»
«Questo si chiama parlar bene,» rispose Bronzino, «or voglia Dio che il barcaiolo che mi ha condotto qui, non si rifiuti a spiegare la sua vela di quest'ora, che per l'alba noi saremo a buon cammino.»
Ma dovettero in vece aspettare il dì dopo, e la barca che li doveva condurre a Sesto Calende, si staccò dalla riva intorno all'ora che il Malumbra entrava nelle stanze di Valenzia.
Partito che si fu il Fossano dell'isola, a Valenzia vennero certe ombre di malumore che le misero tanto amaro nel cuore, quanta dolcezza aveva provata la sera prima alle parole del suo Alberigo, ed a quella generosa promessa che ebbe la forza di spegnere in lei del tutto ogni ira gelosa, quantunque poco prima avesse dovuto accertarsi co' propri occhi di quello che era passato tra il Fossano e la contessa Giulia.
Per quanto sembrasse anche a lei ragionevole, che Alberigo prima di fermare al tutto la sua dimora nell'isola, dovesse presentarsi al duca Galeazzo per impetrarne la licenza, pure non sapeva vincere e scacciare il sospetto che dopo quelle prime parole d'amore pronunciate, forse più per trarla in inganno che per altro, egli avesse preso il pretesto di recarsi quella mattina medesima dal duca per potersi un momento allontanare da lei, e ritornare ove trovavasi la contessa Giulia. E questo pensiero la vessava di tal modo che non ne avrebbe saputo celar la smania a nessuno; in alcuni momenti di quella giornata, per quanto, richiamandosi in mente e gli atti, e le parole, e le soavi espressioni del suo Fossano, non potesse trovare alcun fondamento per crederlo infinto, si figurava di vederlo ancora vicino alla contessa Giulia, la cui bellezza, sebbene tentasse dissimulare a sè medesima, pure le stava sempre innanzi gli occhi. Allora l'assaliva una rabbia di un genere particolare che la traeva a maledire la propria sorte, ed era in que' momenti specialmente che le entrava in cuore quasi una certezza crudele che il suo Fossano non sarebbe tornato mai più. Allora nella soave e gentile anima sua (pur troppo talvolta le passioni quando son troppo veementi, portano il guasto ovunque) entrava il veleno dell'odio, odio per la bella contessa Giulia, della quale sì godeva ad imaginare qualche atroce modo a vendicarsi. Pur troppo quell'ingenua e pietosa creatura potè volgere in mente pensieri di vendetta, che l'amore ch'essa portava al suo Fossano, era di tanto impeto da non ammettere le mezze misure, e a più doppi le si era accresciuto in cuore dopo averlo saputo amato da un'altra, dopo aver veduto imminente il pericolo di perderlo.
E in questi pensieri stava appunto tormentandosi l'animo suo, quando le fu annunziato che un tale aveva bisogno parlarle.
Avendo il Malumbra pe' suoi buoni motivi cangiata la foggia e il colore alle sopravvesti, e adattatosi un cappuccio che gli copriva la testa fin oltre gli occhi, non era stato conosciuto dai servi di Valenzia, che non s'attentarono introdurlo nelle camere di lei.
Valenzia a quella chiamata discese lesta, ned ella medesima seppe riconoscere il Malumbra, quando se lo vide innanzi, e un po' turbata da quella sinistra apparenza, e accennando ai servi di non muoversi di lì,
«Chi siete?» gli disse, «chi vi manda?»
«Son io, madonna,» le disse allora il Malumbra, e volgendo il tergo ai servi che stavan presenti al colloquio, si levò un tratto il cappuccio della veste, col quale, com'era suo costume nelle occasioni straordinarie, aveva sempre tenuto a mezzo coperto il viso.
«Ah! ora vi conosco.»
«Zitto, madonna, parlate sommessa.» E avvolgendosi ancora nel cappuccio, e abbassando più che potè la voce, perchè non l'avessero ad udire i servi: «È necessario che nessuno sappia per ora ch'io son qui venuto.»
«Ma perchè vi siete travisato di questa guisa?» gli domandò sottovoce
Valenzia.
«Mi manda a levarvi di qui l'illustrissimo cavalier Fossano, vostro marito, che mi raccomandò la più scrupolosa segretezza.»
La povera sentì tutta rimescolarsi il sangue per la gioia improvvisa, e ogni sospetto le si dileguò dell'animo.
«Si è già presentato al duca?» domandò poscia.
«No, madonna; ma essendo intervenuto un caso assai strano, egli ha pensato non farne altro col duca, e partire in vece di nascosto per riunirsi con voi: però mi ha dato incombenza di venirvi a prendere, che in quanto a lui ha dovuto già rifuggirsi in luogo ben sicuro, dove appunto io vi ho a condurre.»
«Ma è forse minacciato da qualche grave pericolo?» domandò tutta paurosa Valentia.
«No, no, state tranquilla e venite con me, egli è impaziente di avervi seco, e vi so dire che vi è mestieri far presto.»
«Vi avrà ben detto Fossano,» chiese Valenzia al Malumbra, «che io conduca con me anche questi miei buoni compagni,» e additava la fante e il donzello.
Il Malumbra stette un pezzo in forse senza sapere che cosa rispondere, poi non volendo destare sospetti:
«La fante potete bene condurla con voi; ma in quanto a quest'uomo, l'illustrissimo cavaliere lo manderà a levare quando sarà a tempo.»
«Ebbene, farò come voi dite.»
«Ma soprattutto fate presto, madonna.»
Il Malumbra era impazientissimo, e non ci voleva meno dell'assoluta buona fede di Valenzia, per non accorgersi che nelle parole e ne' gesti di quell'uomo, era qualche cosa d'irresoluto, d'impigliato, di poco sincero; ma la poveretta non pensava che al suo Fossano, e ridottasi nella sua camera a mettersi intorno le robe, che si volevano per quel notturno viaggio, e così fatto fare alla sua fante, in breve ambedue furono all'ordine.
Il Malumbra che, fermo sulla soglia del palazzo a guardare la prospettiva del lago, si mutava ora su d'un piede ora sull'altro, pel timore che mai un inciampo venisse a troncare a mezzo il suo disegno, sentì finalmente quella voce soave di Valenzia che diceva:
«Siamo in pronto, possiamo andare.»
E tutti e tre entrarono nel navicello, che spinto da due forti rematori, in breve toccò la riva, colà dove sorge il paesello di Bussone. Qui era pronta una lettiga con una cavalcatura; egli montò a cavallo, le due donne entrarono nella lettiga, e per una scorciatoia attraverso del monte, della quale il Malumbra, prima di recarsi ad Orta, aveva voluto pienamente farsi istrutto, calarono ad Arona. Qui era pronto un altro battello (bisogna confessare che quel tristo di Malumbra era uomo tutt'altro che impacciato), e col favore di una ventata piuttosto generosa, attraversarono quel tratto di lago che è tra Arona e Sesto Calende.
Al Malumbra nell'attraversare quel lago, sul quale pensava non avere a tornare mai più, venne in mente l'incontro fatto due dì prima con quell'uomo, la cui faccia astuta e scialba tanto il colpì sul mercato d'Angera, e le parole avute con lui. e l'incombenza datagli, e come si fosser data l'intesa di trovarsi ancora colà, se mai si fosse potuto scoprire la traccia del figlio di Bernabò. Ad appagare interamente il desiderio del senator Barbarigo, non bastava che egli potesse condurre a Venezia Valenzia e Fossano, ci voleva per terzo anche il Visconti; però il Malumbra che in quel dì, tutt'occupato com'era nel mandare a buon fine il suo tristo disegno, non aveva più pensato a colui, s'indispettì del non essere oramai più in tempo a gettare ed a stringere la rete anche per un altro, tanto più che, guardate combinazioni! egli aveva sperato moltissimo dopo il dialogo avuto col Bronzino.
—In ogni modo però,—diceva intanto tra sè e sè,—appena ch'io abbia messo in luogo sicuro questa augellina del becco gentile,—e volgevasi a guardarla con un tal atto di mezzo tra il compassionevole e il beffardo,—io potrei ancora tornarmene qui e cercare e frugare e fiutare infino a tanto che mi venga fatto di scoprire la traccia di quel birbone disgraziato…. e in quanto all'uomo a cui ho promesso trovarmi ad Angera, se mai ci venisse carico di notizie, e non mi trovasse, son persuaso che non gli recherei gran danno per questo, e tutt'al più a sfogare l'ira sua starà contento a qualche bestemmia che mi manderà dietro ad augurarmi il buon viaggio.
Valenzia dal canto suo intrattenevasi a parlare colla sua fante, e di quando in quando volgeva qualche parola al Malumbra, il quale tra per l'amicizia che aveva detto avere col padre di lei, tra per esser quello, che, come credeva la poveretta, la conduceva nelle braccia del suo Fossano, tra perchè nella sua persona era un'apparenza di bonarietà ch'egli sapeva benissimo colorire e farla sfoggiare all'occorrenza, aveva messo nell'animo ingenuo di lei tanta sicurtà che ella più d'una volta ebbe a dire alla fante:
«Quest'uomo lo amo perchè mi è di buon augurio; insieme a lui tornò sempre la pace nel mio cuore, e con lui io vado ad abbracciare il mio Fossano.» A chi le avesse detto nel momento che proferiva queste parole, chi era il Malumbra, dove la conduceva, e da chi era stato mandato, avrebbe la povera Valenzia voluto prestare alcuna fede? Oh pur troppo per una combinazione che si verifica sovente nell'umana vita, era tanto lontana dai sospetti, quanto era vicina al pericolo estremo. Qui la barchetta urtò alla riva di Sesto Calende, ove tutti discesero. Potevano essere otto ore di notte, e le donne si sentivano stanche. Valenzia domandò al Malumbra:
«Dove siamo adesso?»
«A Sesto, madonna, troppo vicino ad Angera perchè possiamo fermarci qui.»
«Ma ci rimane ancora molta strada a percorrere prima di arrivare dove ci aspetta il Fossano?»
«Non molte miglia, madonna, e attendete a stare di buon animo, che in breve saremo colà.»
Valenzia sostava un istante, e chinava la testa a queste parole, essendole d'improvviso entrato in mezzo alle sue idee gioconde un tristo pensiero che tosto tornò a svanire come ombra. Anche a Sesto era pronta una lettiga e una cavalcatura, come ad Arona, e così senza aspettar altro proseguirono il viaggio.
Arrivati presso a Crugnoga, che è un paesello non molto distante del lago, al confluente di una stradella, s'incontrarono in due uomini a cavallo, e fu così rapido e inaspettato quello scontro che l'uno de' cavalcatori fu addosso alla lettiga, e nel momento che tirò a sè le briglie per iscansarla, potè vedere così alla sfuggita le due donne che stavano dentro, senza però poterne distinguere i volti; bensì Valenzia, che, per essere chiusa e all'oscuro, vedeva meglio chi stava fuori, potè in quel fuggevole istante vedere il viso di colui che le era passato così presso, e senza indovinarne la cagione, provò una sensazione di terrore, e le sorsero in mente mille sparse ricordanze che non sapeva come raccapezzare, e intanto lo scalpito de' cavalli che sentiva ancor vicino, continuava a stringerla di spavento. E vôlta al Malumbra che in quel momento le stava da canto:
«Avreste mai, per caso, conosciuto chi sieno costoro?»
«Io no, madonna, non ho potuto guardarli in volto.»
«Non vorrei fosser uomini di malavita che vanno attorno la notte per recar danno a' viandanti.»
«Non è possibile.»
«Eppure….»
«Guardate come se ne van difilati per la via loro; non fa così chi ha ribaldi disegni.»
«Ma adesso han rallentato il corso, mi pare.»
«Scacciate codeste fantasie dal capo, e siate sicura che non c'è un pericolo al mondo.»
In questo momento i due uomini che avanzavano di qualche passo
Valenzia, attendevano essi pure a parlare tra loro:
«Mi dà molta noia il far la via di conserva con questa gente.»
«Eppure non è a temer nulla da un uomo solo che viaggia insieme a due donne.»
«Chi t'ha parlato di timore? Sai bene chi son io, se mai si trattasse di menar le mani; ma qui ci conviene tirar via dritto, che tutto il nostro pericolo sta nell'essere conosciuti.»
«Voi dite benissimo.»
«Dunque?»
«Dunque lì c'è un altro sentiero, e dilunghiamoci un tratto da costoro.»
«Purchè non si corra l'altro pericolo di sviare.»
«Perciò basta che ci teniam volti un poco a que' monti, e non faremo contrario cammino.»
Allora dato di sprone a' ronzini presero per una viuzza che s'apriva attraverso le campagne. e scomparvero alla vista de' nostri viaggiatori.
Del resto lo spavento che aveva assalito Valenzia alla vista d'uno di que' viandanti, era ben ragionevole, e se il volto di quell'uomo suscitò in sua mente sparse e terribili ricordanze, gli era perchè quell'uomo l'avea veduto infatti più d'una volta. Era esso il figlio di Barnabò accompagnato dal fidato suo Bronzino,
Arrivati a Sesto qualche ora prima del Malumbra, avendo voluto percorrere le strade assai fuori di mano, di tanto prolungarono il cammino che si lasciarono raggiungere da chi era partito dopo. Così Valenzia e il figlio di Bernabò si trovarono a un passo di distanza, e fu gran ventura se non successe altro.
Ma intanto che i nostri viaggiatori continuavano alacremente il loro cammino, sorse la prim'alba, spuntò il sole, e ai campanili dei paeselli vicino a cui passavano, si sentivano di tratto in tratto a batter l'ore…. il tempo camminava veloce, nè ancora si sostava; venne il mezzodì, e quantunque la stagione autunnale non desse gran caldo per sè, pure la sferza del sole intorno a quell'ora bruciata, diede tanta noia e tanto affanno a Valenzia che, non usa a quelle corse, sentivasi d'aggiunta indolenzite le membra per la notte vegliata e trascorsa a malagio; andava tempestando il Malumbra perchè si fermassero a riposare un momento in qualche luogo; ma troppo premeva a lui il tirarsi assai lontano dal lago, e con belle parole d'uso in altro paese, giunsero verso l'imbrunire presso Olgiate Olona.
A noi che siam usi ai mezzi di trasporto così facili e rapidi d'oggidì, deve parer strano che si dovesse impiegare tanto tempo per percorrere così breve cammino; ma le strade erano così cattive ed ardue, e in que' luoghi principalmente non molto frequentati, che a' cavalli, quasi sempre, conveniva andare di passo. Quando furono tra Castel Seprio e Appiano, parve al Malumbra che fosse sufficiente distanza per non avere a temere una sorpresa, e veduta un'osteria pensò alloggiarvi colà le donne.
La spossatezza eccessiva in cui era caduta Valenzia, l'oscurità della sera sopraggiunta tutt'a un tratto, la sinistra apparenza di quell'osteria con certe cameracce basse basse e sucide qualche poco, l'avevan messa di così pessimo umore, che tutto quello che un dì prima gli era stato causa di grandissima gioia, nella fantasia ottenebrata le divenne causa di timori e peggio. D'aggiunta non poteva farsi ragione delle risposte che lungo il viaggio il Malumbra aveva dato alle sue domande, dacchè non erale riuscito sapere precisamente da lui in che luogo si trovasse il Fossano. E allora tornavale in mente che Alberigo le aveva promesso sarebbe tornato lui all'isola di San Giulio. Ma quella promessa ricordandogli il perchè era stata fatta, tornava a pesarle sull'anima il pensiero della contessa Giulia, e quel repentino pentimento del Fossano non le pareva potesse esser sincero. Qui un brivido di raccapriccio la coglieva per tutte le membra, e pensava non vi fosse mai qualche mistero sotto; e recatasi per svagarsi un momento ad una finestretta che dava su di una landa incolta, interminabile; quell'apparenza deserta e monotona, quel velo cinericcio di vapore che si stendeva a coprire tutta quanta la campagna, e in fondo in fondo si confondeva col cielo di un bigio pallido, e più di tutto una monotona cantilena che di quando in quando si sentiva a non molta distanza, le serrarono il cuore di maniera che pareva le si fosse in quel momento svelato tutto l'orribile della sua condizione.
Intanto il Malumbra passeggiando pel cortile dell'osteria, e sopravvegliando perchè a' suoi cavalli si desse orzo e fieno quanto poteva bastare per rifarli del lungo e continuato viaggio, vide due altri cavalli ancora insellati e tumidi di sudore.
«Son cavalli di forastieri?» domandò ad un uomo dell'osteria così come suol farsi più per passatempo che per altro.
«Sì, messere, e arrivati qui di fresco, e pare che debbano aver fatto molto cammino, che ancora sbattono i fianchi.»
«Quando si viaggia torna assai meglio far presto che adagio.»
«Ma questo è il modo d'ammazzar le povere bestie; se si trattasse di scappare, pazienza!»
«Tu parli bene, ma alle volte anche senza scappare occorre far presto.»
«Sarà come voi dite messere.»
E quel buon uomo, a cui pochissimo importava d'uscir vittorioso della discussione, senz'altre parole lasciò solo il Malumbra.
Ma questi ricordandosi dei due cavalcatori che aveva incontrati la notte prima, e pensando fossero quei medesimi che avevano tanto stancati i loro cavalli, e di presente si fossero fermati in quell'osteria, gli venne una gran voglia di vederli in volto.
Tra le cose infinite che cospirarono a spingere il Malumbra a quel suo tristo mestiere, ci siam dimenticati parlare dell'organo della curiosità, ch'egli aveva pronunciatissimo, e pel quale era sempre stato uno dei bisogni della sua vita il domandare, il frugare, l'inquisire. Senonchè non ebbe questa volta a durar molta fatica nelle sue indagini; e mentre si disponeva a quell'impresa, nell'uscire da una porta, e nel mettere il piede in un andatoio comune si trovò faccia a faccia col Bronzino: un oh! di maraviglia fu pronunciato da ambidue in quel momento, e si fermarono.
«Si capisce che tu mantieni assai bene la parola, amico,» gli disse il Malumbra, «a quest'ora io ti credevo a cavalcione di qualche barca sul lago.»
«Benissimo, ed io ti credevo a quest'ora fermo ad aspettarmi sulla piazza d'Angera.»
Il Malumbra sorrise e soggiunse:
«In somma m'avvedo che i cinquanta fiorini ti toccano assai poco la fantasia.»
«Ed è gran ventura, giacchè m'accorgo che tu non eri gran che disposto a snocciolarmeli.»
«Sei di buon umore, amico.»
«E tu non mi sembri gran fatto tristo.»
«Del resto, tornando a noi, io ti dico che il tiro non ti ha colto al segno, giacchè se tu sei uomo d'onore, m'avrai presto a sborsare i cinquanta fiorini che hai promesso.»
«Davvero?»
«Non ischerzo.»
«Dunque che cosa hai a raccontarmi.»
«Che l'amico viaggia verso Venezia.»
«Chi?»
«Lui.»
«Il Visconti?»
«In carne ed ossa.»
«Io non ti posso credere, se non me ne dai le prove.»
«Vai a Venezia tu?»
«Io?… non così presto…. ma ci andrò.»
«Serba adunque i cinquanta fiorini, che ci rivedremo là senz'altro.»
«Certo che li serberò; ma ora fammi chiaro di una cosa sola?»
«E che cosa?»
«Questa notte tu galoppavi allegramente sulla via di Cusnedo.»
«Io?»
«Tu stesso, e in compagnia d'un altro; ma perchè ti spiccasti così presto dal tuo lago? perchè non mi hai aspettato? perchè sei qui? chi è quel tuo fidatissimo amico?»
«Io mi ricordo che a Milano quando ho dato nelle labarde del duca che facevan la ronda per la città; press'a poco mi si fecero queste inchieste; ma prima di risponderti ti voglio un tratto interrogare.»
«Sentiamo?»
«Questa notte io t'ho visto cavalcare adagino adagino accanto di due belle signore; perchè non aspettarmi ad Angera? perchè viaggiar di notte con donne? chi sono quelle donne? Rispondi tu ora.»
Il Malumbra tacque, e stette pensando la risposta; ma in quella fu chiamato dalla fante di Valenzia che lo tolse all'imbarazzo. Risalì la scaletta pensando alla stranissima combinazione di quel quinto incontro col medesimo uomo, e ridendosene fra sè; mentre queste idee gli ronzavano per la testa, e fermavasi un tratto sul pianerottolo d'una scala di legno, vede una riga di luce attraverso alle imposte malconnesse d'un uscio.
Per un'abitudine propria del suo mestiere mette l'occhio a quella cruna e guarda. Il figlio di Bernabò Visconti stava seduto innanzi ad una tavolaccia colle braccia incrocicchiate sul petto, la testa ritta e incappucciata e l'occhio fisso; quantunque non l'avesse veduto che due o tre volte a Venezia, molt'anni prima, pure quella fisonomia al tutto caratteristica gli si svolse intera innanzi agli occhi, e lo riconobbe. Si diè mille volte dello stolido per non aver saputo indovinare che l'uomo della faccia astuta era un addetto di colui, e più d'una volta ebbe a dire che non altri che il demonio poteva aver prodotta quella combinazione straordinaria, considerando la quale egli non sapeva credere a sè stesso. Ma a que' pensieri subito tenner dietro degli altri; ed uno segnatamente, al quale non potè dar passo così di fretta; sentendo che saliva qualcheduno per la scala, si ritrasse ricordandosi allora che la fante l'aveva chiamato, ed entrò nella stanza dove trovavasi Valenzia.
Ella, volgendogli un viso assai pallido e pieno di accoramento, gli disse:
«Io m'avvedo che voi volete tenermi nascosta qualche grave sciagura toccata al Fossano, giacchè mi traete d'oggi in domani, e passa il tempo e mai non si viene a capo di nulla: per carità vogliate dirmi il vero, e vi giuro ch'io saprò essere più ferma di quello si abbia a pretendere da donna, e assoggettandomi a qualunque disgrazia che a Dio fosse piaciuto mandarmi, io non vi darò nessuna noia con inutili lamenti, e prima di tutto, giacchè sino a quest'ora me ne avete voluto fare un mistero, ditemi in che luogo mai si trova adesso il mio Alberigo, e dove precisamente mi avete a condurre.»
Il Malumbra che sino a quel punto non aveva mai detto nessuna cosa a Valenzia dalla quale si potesse cavare un costrutto, a togliersi per sempre la noia d'altre domande, le disse di suo capo, tanto per acquetarla, un nome di luogo dove avrebbe veduto finalmente l'illustrissimo cavalier Fossano, e in quanto alle sventure delle quali mostrava aver tanto sospetto, la tranquillò con sì bei modi ch'ella parve assicurarsi un poco e darsi pace. Auguratale allora la buona notte, e raccomandatole stesse preparata a svegliarsi presto, chè alla prim'alba si sarebbero rimessi in viaggio, le si tolse dinanzi ed uscì.
Discese nel cortiletto dell'osteria, e agitando molti partiti si diè a passeggiarlo in lungo e in largo. Se sino a quel momento non era stato molto difficile l'ingannare Valenzia, vedeva bene che quanto più si progrediva innanzi, e quanto più di tempo si consumava, si sarebbe trovato in così difficile posizione che non ci sarebbe via d'uscirne col pericolo di non raggiungere l'intento suo che era quello di condurla a Venezia; però cominciò a tentarlo il diabolico pensiero di lavarsene le mani, e giacchè il caso aveva fatto capitare in quel luogo il figlio di Bernabò, condurre le cose in modo ch'egli potesse vederla, e quindi condurla seco a Venezia.
Questo partito per altro, a dir tutto, appena gli venne in mente gli sconvolse un po' l'animo di raccapriccio, e quel suo istinto di tenerezza pe' suoi figli che sempre lo aveva fatto crudele cogli altri uomini, questa volta gli fece pensare al dolore del padre di lei, alla disperazione del Fossano, allo strazio troppo crudele di Valenzia, alla quale più che ogni altra sventura sarebbe stato insopportabile la perdita della propria dignità e del proprio cuore, scena straziante di famiglia che gli toccò la sola corda sensibile e generosa del suo cuore; ma d'altra parte il pensiero di una larghissima ricompensa per parte del senator Barbarigo, che certo avrebbe avuto assai obbligo a lui dell'avere così felicemente condotte le cose a quel termine, arrestò tutt'in un tratto quell'oscillazione pietosa, e allora fu per fermare assolutamente il partito.
Si tolse di là, recossi nella stanzaccia dell'osteria, e si accostò al
Bronzino, che se ne stava seduto ad una tavola.
«Hai pensato la risposta?» gli domandò il Bronzino ridendo.
«Tu sei pazzo, amico; ma com'è che tu sei qui solo, e non fai compagnia al tuo signore?»
«Al mio signore?»
«Non occorre che tu faccia le maraviglie, tra noi non ci devono essere più segreti, e in quanto al tuo signore mi pare piegato per nulla dalle sue sventure.»
Il Bronzino si alzava alquanto turbato, e guardava in volto il
Malumbra con un'espressione particolare.
Ma il Malumbra si mise a ridere, e continuò:
«In verità che non vi so comprendere, amico caro, e non mi pare dobbiate avere di me un timore al mondo, giacchè fin qui abbiam sempre fatto le cose d'accordo.»
«D'accordo! va bene, ma non state ora a guastare le cose mie.»
«Guastarle? voglio anzi che vadano a miglior cammino; e però devi farmi un piacere.»
«Quale?»
«Condurmi innanzi al Visconti.»
Bronzino guardò un pezzo il Malumbra, poi disse:
«Questo non sarà mai.»
«Eppure io dirò tal cosa al tuo signore che lo farò rinascere, e se darà la mancia a me, non vorrà lasciar te colle mani vuote.»
«Ma cosa devi dirgli?»
«Usciamo un tratto di qui, e conducimi da lui.» Ma nell'istante che uscivano, al Malumbra venne un altro pensiero che lo sconsigliava del suo infame attentato. Intanto che il tristo uomo se ne sta irresoluto, a noi tocca ritornare ancora al silenzioso lago d'Orta.
La sera del giorno prima il Fossano, come già aveva detto al Malumbra medesimo, si era presentato all'eccellentissimo duca Galeazzo, e seppe così bene mettere innanzi la sua preghiera, che il duca, quantunque con moltissimo suo dispiacere, gli dovette concedere di assentarsi per qualche tempo dalla corte. Così dispose partire per il dì dopo, se non che avendo dovuto accompagnare il duca ad Arona, e fermarsi colla corte colà sino alle diciott'ore circa, dovette protrarre sin quasi verso sera la cavalcata ad Orta, onde finalmente, colma l'anima di quella contentezza che troppo rare volte prova l'uomo in questo mondo, si fece condurre all'isola. Il suo amore per la bella contessa Giulia, come il lettore può benissimo essersi accorto, non aveva giammai invaso interamente il cuore d'Alberigo; s'era trovato preso dall'artificio di una donna, e d'altra parte per quella cedevole bontà che, quando è soverchia, è causa talvolta di grandi errori, non seppe mostrarsi scortese a quella calda profferta d'amore che gli era stata fatta. Ma la sua passione, come quei frutti cresciuti d'inverno al calore della stufa, e per nulla giovati dalla feconda vampa del sole, era sempre stata una certa cosa così a mezzo a mezzo, ed alla quale non è facile trovare il vero nome. Non si deve dunque durar molta fatica a farsi capace di quel suo rapido ritorno all'amor vero che con tanta forza già aveva sentito per Valenzia, e che soltanto per quegli alti e bassi che sono nell'umana natura, aveva potuto freddarsi un momento. Con un ardore indicibile egli stesso in quella sera diè mano al remo per giungere più presto all'isola, e intanto pensava:—No, non avrò più a vivere in timore di te, Valenzia mia, io ti veglierò sempre da vicino nè speri d'averti mai il tristo figlio di Bernabò, se avvisato dell'esser tuo da qualche spia d'inferno, è venuto per te appunto in questi paesi.—
Questo pensiero gli venne spontaneo alla mente pel gran discorrere che in quel dì s'era fatto di Carlo Visconti, atteso che una delle labarde che stavano al servigio del duca in un forte che questi possedeva presso Ascona, aveva assicurato d'aver veduto co' propri occhi il figlio di Bernabò, e però s'era statuito d'armare appositamente una mano d'uomini, i quali si mettessero sulle traccie di lui in fino a tanto non lo avessero catturato. Arrivato all'isola, gettati i remi nel battello, saliti i gradini dello scaglione che mettevano al suo palazzotto, v'entrò. Il servo che stava in un cortiletto a confabulare con alcuni di que' buoni isolani, s'alzò appena che vide il suo padrone, senza dirgli nulla però, credendo non facesse mestieri, e lasciò che salisse nelle stanze superiori. E il Fossano sicuro tanto di trovar la sua Valenzia in quell'ora seduta appresso il finestrone che dava sul lago come della propria esistenza, disse ad alta voce:
«E così, attenni io bene la mia promessa, Valenzia?»
In quella batteva l'ora di notte al campanile della chiesa di San Giulio, e l'onda di suono che penetrò fin entro a quella stanza generata dall'oscillazione della campana, fu l'unica risposta alle sue parole; s'accorge finalmente che in quella stanza non c'è nessuno, e va oltre, e così d'una in altra, ma, come è inutile a dire, senza mai trovare chi cercava; non gli prese però alcun fastidio di questo tanto era lontano dal benchè minimo sospetto, e ridiscese e domandò ai servo:
«Dov'è Valenzia? dove se n'è andata?»
Quel buon servo a tutta prima non comprese bene, poi sentendosi replicare la medesima domanda alzò in volto al Fossano due occhi pieni di maraviglia senza però rispondere ancora. Il volto sicuro e lieto del servo non potè nemmeno in questo momento fargli nascere neppur ombra di timore, soltanto gli aggiunse un po' d'impazienza che gli fe' ripetere per la terza volta;
«Ma in somma dov'è Valenzia?»
«Ma non l'avete mandata a prender voi, messere?»
«Cosa dici?»
«L'uomo che venne a levarla di qui, non fu mandato da voi espressamente per questo?»
«Ma che uomo! per la croce di Dio, parla più chiaro!»
«Io non so chi fosse, ma bisogna pure che fosse un vostro conoscente, giacchè madonna non esitò a riconoscerlo.»
«Ma, e tu non l'hai veduto mai altra volta?» gli domandò il Fossano con una voce così alterata, e facendo un viso così stravolto che anche il servo cominciò a pensar male e a temere fosse accaduta qualche grave sventura…. però, come a trovare qualche filo per venire a capo di qualche cosa,
«Io non so bene,» continuò a dire, «ma quel messere che venne qui con voi l'altro dì, ha qualche cosa di somigliante all'uomo che venne qui ieri.»
«E quando venne qui?»
«Intorno a quest'ora.»
«Parlò a lungo con te?»
«No.»
«L'hai tu ben guardato in volto tanto da ricordartene precisamente com'era fatto?»
«No, a dir vero.»
«Che fosse quel medesimo che venne con me qui?»
«In questo caso non saprei che dire, ma voi dovete conoscere colui, e….»
Qui un'idea terribile balzò alla mente del Fossano, e con voce nella quale sentivasi un ira furibonda mista a paura e a spavento:
«Ch'ei fosse uno spione dei Dieci.» E si percosse la fronte col pugno, e si scontorse per tutta la persona, e fece mille gesti in un momento…. poi si lasciò cader le braccia, e stette ritto su due piedi immobile colla pupilla tesa e pallido come un morto.
Quando si scosse non disse nulla, uscì delle stanze, discese le scale, sì recò sugli scaglioni del palazzo. Il servo che lo aveva sempre seguito,
«E così,» gli disse «cosa avete in animo di fare?»
«Andarmene,» rispose Fossano così sopra pensiero e con una voce bassa e languida un cotal poco.
«L'ora è troppo tarda, io vi consiglio a fermarvi qui, per questa notte.»
«Per questa notte!» replicava Fossano così macchinalmente e stato un pezzo irresoluto: «oh, notte d'inferno!…» proruppe alla fine, e disceso sull'ultimo gradino saltò nella barca.
«Ma pensate d'andarvene così solo? a quest'ora? Aspettate che venga anch'io.»
«No, tu hai da star qui… piuttosto chiamami qualchedun'altro.»
Venne un altro servo, saltò esso pure nella barca, e si partirono. La condizione dell'animo e della mente di Fossano, era quella che è più prossima alla pazzia.
La sventura inaspettata che lo colpì allora, appunto che l'animo suo era inclinato alle più belle speranze ed alla gioia; l'incertezza insopportabile in cui si trovava a tal che non sapeva nemmeno che partito prendere in quella sua dolorosa situazione; l'amore per la sua Valenzia che gli sboccò nel cuore con un impeto procelloso che non gli lasciava requie, ed a rendere più insopportabili tutte codeste punte, uno sgomento ineffabile di una sventura inaudita: Candiano e Valenzia accusati al tribunale dei Dieci, tutto valse a produrre in lui una così violenta confusione d'idee da non saper più dove ei si trovasse veramente, e sulla prora della barchetta seduto, colla pupilla aperta e come intenta al gioco che faceva l'acqua nel frangersi, mostrava quell'attonita tranquillità che tanto muove a compassione.