CAPITOLO PRIMO LA MONARCHIA E IL PRIMO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA
(754?-510? a. C.)
1. L’Italia nell’VIII secolo a. C. — I tempi, a cui risalgono le prime e incerte notizie di Roma, sono per noi il principio della storia nostra. Ma per gli uomini che li vissero, erano la fine di una lunga storia precedente, a noi quasi ignota. Quanti avvenimenti aveva già veduti l’Italia, verso la metà dell’ottavo secolo a. C.! Aveva veduto ricoverarsi nelle caverne gli uomini che lavoravano la pietra e cacciavano con le frecce aguzze di onice le belve sui monti boscosi; aveva veduto emergere dai laghi e dai fiumi i villaggi difesi dalle acque; aveva veduto quella forza misteriosa che non dà tregua alle genti umane, l’invenzione, fare la prima immensa rivoluzione della storia, creando il bronzo, estraendo e plasmando il ferro; aveva veduto, man mano che l’uomo aveva imparato a fabbricare strumenti più utili e saldi, moltiplicarsi gli armenti, diffondersi la coltivazione dei cereali, i primi tralci delle viti pendere dagli alberi, curvarsi gli ulivi sulle pendici, i colli incoronarsi di città turrite, e le industrie e le arti, che si dicono civili, fare le prime loro prove. Ma aveva veduto pure infuriare la guerra; e genti diverse invaderla da ogni parte, contendersi le regioni con le armi. Verso la metà del secolo VIII a. C. l’Italia era già popolata da razze diverse: ma quante fossero e quali, e in che differissero propriamente, onde venissero e dove risiedessero è impossibile dire con sicurezza. I dotti del secolo XIX, per i quali la storia non ha segreti, hanno preteso di saperla lunga anche su questo punto; ma, secondo il loro costume, ognuno cercando di dimostrare che tutti i predecessori erano stati in errore. Sarebbe vana fatica avventurarsi in loro compagnia in questa jungla di discussioni sottili e inconcludenti: meglio varrà riassumere le conclusioni più probabili, dicendo che, nel secolo VIII, mentre sulle coste meridionali incominciavano a metter piede le colonie greche e ad apparire la Magna Grecia, di cui erano già, o sarebbero fra non guari, ornamento Cuma, Posidonia, Metaponto, Reggio, Locri, Crotone, Sibari, Taranto, la maggior parte dell’Italia meridionale e dell’Italia centrale era occupata da una popolazione, a cui si suol dare il nome comune di Italici. Questa popolazione, che forse era partita insieme con gli Elleni dall’Oriente, ed era entrata nella penisola attraversando l’Illiria e l’Adriatico, si raccoglieva in gruppi distinti, di cui quello degli abitatori del Lazio passerà alla storia col nome di Latini; gli altri, posti a settentrione, a oriente e a mezzogiorno del Lazio, saranno chiamati Umbri, Piceni, Sabini, Equi, Marsi, Vestini, Marrucini, Ernici, Volsci, Peligni, Frentani, Sanniti, Osci, Lucani: ma tutti fratelli per lingua, per religione, per istituzioni e costumi; tutti popoli agricoltori e guerrieri, che non avevano ancora fondato molte città; che esercitavano solo le industrie più semplici, trafficavano poco, e vivevano semplicemente. Altri due popoli di cui si può congetturare che avessero comune con gli Italici la stirpe, risiedevano nella pianura padana; i Liguri a occidente, dal mare e dalla Macra al Ticino alle Alpi ed al Varo; i Veneti a Oriente, dall’Adige all’incirca e dai monti fino allo specchio del mare Adriatico. Infine lo spazio che intercedeva tra il territorio indipendente dei Veneti e dei Liguri, e tra questi due popoli e gli Italici, e cioè la parte migliore dell’Italia, era dominato dagli Etruschi. Occupavano tutto il territorio, che si estendeva dalla radice delle Alpi centrali, fino all’Italia media ed al Tevere, toccando da un lato l’Adriatico, dalla foce dell’Adige al Rubicone; dall’altro, il Tirreno, dalla Magra al Tevere; si erano impadroniti dell’Elba, l’isola ricca di piombo e di ferro; avevano colonizzato le terre occidentali della Corsica e avevano occupato anche, in pieno territorio popolato dagli Italici, una delle regioni più felici dell’Italia: la Campania. Non erano però potenti solo per la vastità del territorio e per la ricchezza, ma anche per le arti e per la cultura: poichè, insieme con i Greci, che incominciavano a colonizzare l’Italia meridionale, essi erano, in mezzo ai Liguri, ai Veneti, agli Italici ancora poveri e semplici, il gran popolo navigatore, mercante, industrioso e, per i tempi, colto e civile, dell’Italia. Disputatissime ne sono le origini e la stirpe, come quasi ignota è la lingua: ma certo è invece che essi correvano il mare — pirati o mercanti — con molte navi; che avevano costruito molte città sui monti o nel piano — Mantova, Felsina (Bologna), Ravenna, Volterra, Fiesole, Arezzo, Vetulonia, Populonia, Tarquinii, Caere, Veio, Perugia; che, imitando i Fenici e i Greci, si studiavano di far prosperare in quelle le industrie e le arti; che professavano una religione propria ed eccellevano nell’architettura e nella pittura; che avevano fortificato e provvisto le loro città di acquedotti e di cloache; che scolpivano il legno e la pietra, e conoscevano un ordinato regime politico. Non formavano un vasto impero, ma una confederazione di piccoli Stati, ognuno governato da Re (lucumoni); e probabilmente tenevano diete periodiche, sentendosi, come gli Elleni, un solo popolo e una sola gente, divisa in città e Stati diversi.
Nell’Italia, dominata dagli Etruschi, colonizzata dai Greci, popolata in tanta parte da popolazioni cosiddette italiche, fu fondata Roma. Quando? Come? Da chi? Per quale ragione?
2. La fondazione di Roma (754? a. C.). — Quella scuola storica, che ha nell’ultimo secolo fiorito in tutta Europa, e che con parola greca germanizzata si è detta critica, ha di solito il difetto di volere troppo spesso e a tutti i costi ripescare nell’oceano del passato anche le notizie, affondate a tanta profondità che nessun palombaro può sperare di scendere fino laggiù. Perciò parecchi discepoli di quella scuola troppo ardita si son proposti di dimostrare che la tradizione sbaglia i suoi conti, quando ci racconta che Roma è stata fondata verso la metà del secolo ottavo a. C. e, precisamente, secondo la data, ormai universalmente accettata, negli anni 754 o 753. E Dio sa se questi critici non hanno fatto spreco di induzioni ingegnose e di argomenti sottili! Il male è che ad uno storico ingegnoso non faranno mai difetto gli argomenti sottili per sostener qualunque tesi, di cui si innamori, e che questa volta tutte le congetture e i sillogismi e i ragionamenti si rompono contro un fatto: aver Roma sempre affermato ufficialmente, nella sua cronologia, ab urbe condita, di essere stata fondata verso la metà dell’VIII secolo a. C. I Romani antichi erano in grado di sapere meglio di noi quando la città loro era stata fondata: chè se poi anch’essi avevano dimenticata, per una ragione o per un’altra, la vera data, pare poco probabile che riesca a noi, dopo tanti secoli, di rintracciarla. Sinchè non si scopra chi, come, quando e perchè abbia falsificato la data della fondazione, sarà necessario prestar fede alla cronologia ufficiale, che è documento più sicuro dei più ingegnosi ragionamenti moderni; e argomentare dall’aver essa ufficialmente contato gli anni suoi ab urbe condita che Roma non crebbe a caso per un lento processo di sviluppo spontaneo, ma sorse già adulta per un atto di volontà: fu fondata da un uomo o da una città o da un popolo. Molto più difficile invece è sapere chi la fondò. Quante leggende ci ha raccontate l’antichità! La più antica favoleggiava che Roma sarebbe stata fondata da un eroe, figlio di Giove, un Romo, che le avrebbe imposto appunto il suo nome. Ma questa ed altre leggende consimili erano troppo semplici, per spiegare le origini di una città così illustre e potente: onde a poco a poco si frugò, affinchè anche Roma avesse le sue patenti storiche di nobiltà, in quella specie di archivio, che tante altre città del mondo mediterraneo avevano saccheggiato: nella poesia greca e nei miti e nelle leggende, che essa ha trattati con tanto splendore. Enea era stato preso di mira in modo particolare, perchè, avendo molto viaggiato, poteva aver denominato o fondato quanti luoghi e città si voleva. Così Capri si gloriava di derivare il suo nome da una cugina dell’eroe; Procida, da una nipote; Aenaria (Ischia), da Enea stesso; Capua, dal suo avolo, Capio; il golfo di Gaeta, dalla nutrice. D’altra parte la leggenda omerica aveva favoleggiato che la gente di Priamo non sarebbe tutta perita, e che, per un gettone dei suoi rami collaterali, rinascerebbe a maggiore gloria dalle sue ceneri. Riconducendo l’origine di Roma fino ad Enea, si faceva predire la grandezza di Roma da Omero in persona. Il primo re di Roma — Romo o Romolo — sarebbe stato dunque figlio di Enea! Ma questa favola, così lusinghiera per l’amor proprio romano, non poteva durare a lungo, per una difficoltà cronologica, di cui gli antichi, anche senza aver studiato nei seminari filologici, non tardarono ad accorgersi. Romolo non poteva essere precisamente figlio di Enea perchè, ragguagliate la cronologia greca e la romana, tra la distruzione di Troia e la fondazione di Roma correvano troppi più anni di quanti possono correre fra un padre e un figlio. La leggenda fu allora ritoccata, probabilmente amalgamata con leggende e tradizioni indigene; e Roma discese da Troia e da Enea, ma attraverso una lunga genealogia di Eneadi. Un figliuolo di Enea, Ascanio, aveva fondato Alba Longa, capitale di un mitico regno del Lazio, che era stato governato dopo di lui da una lunga genealogia di Re: gli ultimi dei quali, Numitore ed Amulio, erano venuti in discordia; e l’uno, il maggiore, sarebbe stato sbalzato di trono dal fratello, che, per maggior precauzione, avrebbe condannato ad eterna verginità, come Vestale, la figliuola, Rea Silvia. Ma il Dio Marte avrebbe vendicato l’usurpazione, e i due gemelli, nati dal Dio e dalla Vestale, avrebbero riposto sul trono l’avolo Numitore. Solo più tardi la nostalgia del luogo natio avrebbe indotto i due giovani a fondare una nuova città; ne avrebbero ottenuto licenza da Numitore; e, postisi a capo della fazione albana, irrequieta fautrice di Amulio e avversa al legittimo re, avrebbero sul Palatino e sulla sinistra del Tevere, in luogo acconcio alla difesa e al commercio, costruito una città, che sarebbe stata una colonia di Alba e l’emporio di tutto il paese.
3. Fu Roma fondata dagli Etruschi? — Così Roma sarebbe pronipote di Troia e figlia di Alba. Che fosse pronipote di Troia è certamente una favola; ma si può ritenere invece che sia figlia di Alba? Che Alba abbia fondata una colonia sulla riva sinistra del Tevere non è inverosimile. Ma una difficoltà si presenta.
Roma apparisce essere stata nei suoi primi due secoli una città mercantile e industriosa. Avremo occasione di ritornare spesso su questo punto, che è capitale per l’antica storia di Roma. Ora è certo che i Latini erano a quel tempo agricoltori; fabbricavano pochi e rozzi oggetti per soddisfare i loro semplici bisogni, e compravano dagli Etruschi i pochi oggetti di lusso di cui si contentavano. Non si capisce come avrebbero fondato, scendendo dai monti sulle rive del Tevere, una città, che divenne presto sede fiorente di industrie. Nè si capisce come il Lazio potesse alimentare un ricco commercio. Il Lazio non aveva derrate da vendere ai forestieri: produceva scarso farro, non frumento, poco vino e mediocre; non aveva miniere: aveva invece boschi antichi e magnifici; e quindi avrebbe potuto far grosso commercio di legname. Ma noi sappiamo che i suoi boschi erano quasi intatti nella seconda metà del secolo IV a. C.: segno che i secoli precedenti non avevano dilapidato quella preziosa ricchezza[1]. Se dunque, come vedremo e come è certissimo, Roma fu, nei primi suoi tempi, una città industriosa, altri popoli oltre i Latini devono aver posto mano a fondarla; e se fu nel tempo stesso un porto e un emporio, dovette essere il porto e l’emporio, non già del Lazio, che non aveva quasi nulla da vendere, ma di altre contrade dell’Italia media, già fiorenti per industria e per traffici, che di quel porto abbisognavano. Questa considerazione deve indurci a prendere in seria considerazione una ipotesi immaginata da più di uno storico moderno: se Roma non sia stata colonia etrusca[2].
L’ipotesi potrà sembrare sul principio strana, ma essa trova qualche appoggio in notizie antiche. Dionisio di Alicarnasso dice che una tradizione assai diffusa voleva Roma fondata dagli Etruschi[3]. D’accordo con questa antica tradizione, gli eruditi moderni si sono messi alla ricerca degli argomenti atti a confermarla, e ne hanno trovati in quantità. Ci sono ragioni che permettono, se non di provare, di congetturare senza temerità che etrusco possa essere addirittura il nome di Roma, derivato dalla gente dei Ruma; etrusco, secondo l’etimologia e la tradizione, quello delle tre tribù che formarono il primo popolo romano, Ramnes, Tities, Luceres; etruschi, i nomi di tutti i Re, e non soltanto quello dei Tarquinî; etrusco, il modo in cui la città fu costruita e i casolari sparsi sul Palatino ridotti ad unità urbana; etrusca, l’arte primitiva di Roma fino al III secolo[4]. Certo è poi che Roma, appena sorta, si mostrò nemica delle genti latine; che distrusse Alba e i minori borghi vicini; che nei primi secoli le grandi famiglie romane imparavano l’etrusco, come più tardi il greco[5]; che etrusche infine erano le norme della religione e — quel che ha maggior peso — del più antico commercio laziale[6]. Come indizi dunque, ce ne sono molti più che non occorrano ad uno storico moderno e modernizzante, per congetturare che in un tempo, in cui le città etrusche tenevano tanta parte dell’Italia settentrionale e centrale, nonchè la Campania, esse si sarebbero, fondando Roma, impadronite delle foci del Tevere, e della grande via fluviale, per cui l’Etruria centrale poteva sboccare nel Tirreno, avvicinando la parte meridionale dell’Impero etrusco, la Campania, alla parte settentrionale, l’Italia del nord. Onde se Roma, sempre secondo questa dottrina, fatta adulta e potente, rinnegò la sua discendenza, il popolo enigmatico degli Etruschi, che è sparito portando con sè nella tomba il proprio segreto, vivrebbe ancora ignorato nelle due grandi metropoli della civiltà italiana: Roma e Firenze.
Ipotesi senza dubbio attraente, sia per gli ingegnosi argomenti, con cui l’erudizione può sostenerla; sia perchè spiega come Roma abbia potuto sorgere in mezzo a genti rustiche e semplici, quale prospera città di commerci e di industrie, e sede di civiltà, per i suoi tempi cospicua. Gli Etruschi erano più atti dei Latini a fondare un florido emporio sulle rive del Tevere, verso la metà del secolo VIII a. C. Tuttavia è una congettura, che può apparir verisimile, ma che non può provarsi con un argomento decisivo, e contro la quale sta pur sempre la tradizione. Come spiegare, se Roma fu fondata e governata per più di due secoli dagli Etruschi, che sotto la repubblica essa abbia potuto latinizzarsi a segno, da dimenticare interamente la sua origine? D’altra parte è proprio necessario sconvolgere a questo modo la tradizione, per spiegare la storia della Roma dei Re? Non potè Roma, per essendo in origine colonia latina di Alba, mutarsi in città di commercio e di industria? Esaminiamo, per rispondere, la tradizione.
4. La Roma dei Re. — Come è impossibile decidere se Roma fa fondata dai Latini o dagli Etruschi, ancor più vanamente ci punge la bramosia di conoscere il nome del fondatore, che, secondo calcoli ingegnosi, in un giorno della primavera del 754 a. C., vide volare sul suo capo dodici augelli augurali, e, guidando un toro bianco e una bianca giovenca, diresse il solco, che avrebbe segnato il pomerio della città, e vi gittò la zolla primigenia, su cui tra non guari si sarebbero levate le mura della grande metropoli.
L’antica leggenda ci aveva narrato per secoli di Romolo e di Remo. Ma la dotta critica ha creduto di poter dimostrare che Romolo e Remo non sono che eroi immaginari, balzati fuori dal nome stesso di Roma; così come, forse, gli eruditi di qui a due mila anni sapranno insegnarci che Amerigo non fu che un immaginario eroe eponimo del nome di America; Colombo, della Columbia britannica; Bolivar, della Bolivia. E poichè non c’è modo di dimostrare che Romolo e Remo furono personaggi storici, non staremo a tentar di confutare queste moderne dottrine: ma cercheremo di riassumere in breve il poco che si può rintracciare, se non come certo, almeno come probabile, nelle confuse tradizioni tramandate dagli antichi. Tutti sanno che, secondo la tradizione, i Re di Roma furono sette e si chiamarono: Romolo, Numa Pompilio, Anco Marzio, Tullo Ostilio, Tarquinio I (Prisco), Servio Tullio e Tarquinio II (il Superbo). Qualunque sia il credito che si voglia o si possa dare alle molte notizie trasmesse dagli antichi su questi sovrani, è possibile ancora riconoscere nelle loro storie, in mezzo a molte favole, due êre: la prima, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente latina, e comprende i primi quattro Re; la seconda, che potrebbe chiamarsi l’êra più propriamente etrusca, e abbraccia gli ultimi tre. Nel primo periodo la cittadella fondata da Alba cresce rapidamente, sotto il governo di una monarchia elettiva e vitalizia, simile a quella che resse nei primi secoli Venezia; e diviene un fiorente emporio di industrie e di commerci, nel tempo stesso in cui amplia con le armi i suoi territori. Non ci pare che sia necessario, per render ragione di questa prosperità, supporre che Roma fosse addirittura fondata dagli Etruschi. La felice posizione della città che, posta sopra un fiume, presso alla foce, ma non sul mare, era facile a difendersi e acconcia al commercio; forse anche il naturale desiderio di una città nuova di crescere, servito da provvide leggi, dovettero attrarre in grande numero, alla spicciolata o a gruppi, immigranti dai popoli vicini, che la città accoglieva, facendoli facilmente entrare a far parte delle trenta curie, in cui il territorio e la cittadinanza si dividevano. E nulla vieta di supporre, anzi tutto concorre a far credere che tra questi immigrati siano stati numerosi i Sabini, e più numerosi ancora gli Etruschi, i quali nella nuova città latina portarono lo spirito del commercio e dell’industria. Sin dai tempi remoti dei primi Re, dunque, se Roma è un’operosa officina, se il viandante ode battere frequente il martello che lavora il bronzo, il rame e il ferro, o stridere rapido il tornio del vasaio; se gli artigiani si raccolgono nelle prime associazioni di mestiere; se navi romane scendono intrepide al Tirreno, in Roma e nel Lazio vi sono anche molti piccoli, medi e grandi agricoltori, che coltivano e vendono entro assai più breve raggio i cereali, il vino, la lana, e che preferiscono la vita quieta e riposata della campagna alla operosità del porto di Ostia o al mercato di Roma. Sin da allora insomma incomincia il dissidio e l’antagonismo tra l’elemento mercantile e l’elemento agrario, che ritroveremo, ora più violento ora meno, in tutta la storia di Roma. Senonchè, in quei primi principî della città, esso non pare aver generato discordie troppo aspre. L’elemento etrusco e mercantile e l’elemento latino e agrario sembrano crescere ognuno a suo agio insieme con la città, senza troppo vivi conflitti, sotto il governo semplice, fermo, vigoroso, ma non arbitrario, dei Re. I poteri del Re sono ampi, ma non illimitati; e sono di tre ordini: militari, giudiziari e sacerdotali. I poteri militari sono, come è naturale, i più larghi. Il Re comanda l’esercito in guerra; può imporre al popolo i tributi necessari per condurre innanzi le varie imprese; ha diritto di vita e di morte sui soldati. Ma in pace e sui cittadini il Re ha poteri giudiziari molto ristretti: giudica soltanto i reati contro lo Stato e contro la religione, e le controversie in cui le parti liberamente lo scelgono ad arbitro. La giustizia è ancora in parte azione privata, in parte privilegio e ufficio dei capi delle famiglie, che giudicano i membri. Infine, in virtù dei poteri sacerdotali, il Re compie, in nome del popolo, tutte le cerimonie sacre, aiutato dai numerosi collegi di sacerdoti e sacerdotesse; dagli Augurî e dagli Aruspici, che interpretano dai segni naturali il pensiero degli Dei circa gli atti da compiersi dal potere pubblico; dalle Vestali, addette al culto della dea Vesta, protettrice della casa e dello Stato; dai Pontefici, incaricati di sorvegliare tutto il culto; dai Feziali e dai Flámini, i primi, custodi dei principi di diritto internazionale; gli altri, incaricati del culto di talune divinità particolari.
Ma se il Re aveva ampi poteri, questi poteri non erano ereditari. Il Re era nominato dal Senato, e la sua nomina doveva essere ratificata dal popolo, radunato nelle trenta curie. Che cosa era il senato e che cosa erano le curie? Il senato era un consesso, che eleggeva nel suo seno il Re e lo assisteva del suo consiglio; nel quale sedevano, a quanto sembra, parte per diritto ereditario, e parte per scelta del Re i capi delle gentes. In Roma infatti primeggiavano un certo numero di famiglie ricche e potenti, ognuna delle quali si raccoglieva intorno un certo numero di famiglie povere — contadini, piccoli possidenti, artigiani — legandole a sè con il vincolo religioso dei sacra comuni, con il proprio nomen, che essa dava loro, insieme con la sua protezione. Queste associazioni di famiglie si chiamavano gentes. Quante fossero allora non sappiamo; ma pare che tutte le famiglie, che davano il nome ad una gens e ne erano il sostegno, entrassero, dopochè il loro capo era stato assunto nel senato, nell’ordine dei patricii; in quel piccolo numero di famiglie che si consideravano ed erano considerate da più della restante popolazione per la condizione sociale e per i privilegi: tra i quali il privilegio religioso degli auspicia, di chieder cioè a Giove i segni della sua volontà secondo le regole della divinatio; e il privilegio politico di essere scelte dal Re ai principali uffici dello Stato. Sembra invece che i cittadini ricchi, i quali, pur formando una gens, non erano riusciti ad entrare in senato, appartenessero, insieme con i loro gentili e con i cittadini poveri che non facevano parte di alcuna gens, alla plebe. Le trenta curie invece erano una divisione territoriale e politica di tutti i cittadini: si radunavano nei così detti comizi curiati per ratificare l’elezione del Re, per nominare i magistrati, per approvare le leggi e per decretare la pace e la guerra; infine, per compiere taluni atti importanti della vita civile, come i testamenti e le adozioni.
Tali sembrano essere stati, nelle grandi linee, per quel che ancora se ne può sapere, gli ordini politici di Roma sotto i Re. È probabile che questi ordini non nascessero tali e quali, già adulti: ma crescessero lentamente, sebbene non si possa argomentare come e in quanto tempo e per quali vicende. Certo è invece che Roma non tardò ad ampliare con le armi il suo territorio. Il suo esercito era piccolo in origine come la città: ogni curia forniva cento fanti — una centuria — e una decuria di cavalieri: in tutto 3000 fanti e 300 cavalieri: la sola legione di cui si componeva l’esercito romano dei primi tempi; e nella quale i soldati si raccoglievano per gentes e servivano gratuitamente. Ma non è dubbio che di questo piccolo esercito Roma seppe fare un uso vigoroso sino dal principio, come se dall’ardimento etrusco e dalla tenacia latina prorompesse nella nuova città un ardito spirito di espansione, che la spinse ad ampliare nel tempo stesso i suoi traffici e i suoi territori. La tradizione crede di poter seguire passo passo Romolo, Tullo Ostilio e Anco Marzio nelle guerre e conquiste con cui i primi Re di Roma, ad eccezione del pacifico Numa Pompilio, ampliarono il territorio dello Stato. Sarebbe vano voler sceverare il vero dal falso in questa tradizione e assegnare ad ogni monarca la parte delle conquiste che proprio gli spetta. Certo è che Roma combattè sin dalle sue origini molto e con fortuna; e che l’evento capitale di queste prime guerre fu la distruzione di Alba, attribuita al terzo e più guerriero dei Re. Ma, opera di questo o di altro Re, la distruzione di Alba, la città più potente del Lazio dei Prisci Latini, il centro politico e religioso, della contrada, è certamente un fatto storico e la prima grande vittoria di Roma. Distrutta Alba, deportata sul Celio e incorporata la sua popolazione nella città, assunta l’egemonia della lega religiosa e politica dei Latini, Roma cominciò a essere veramente un piccolo potentato, e potè estendere il territorio sino al mare. Vuole la tradizione che il re Anco Marzio deducesse ad Ostia, alle foci del Tevere, la prima colonia di cittadini romani, che la storia ricordi. Che sotto il quarto Re Roma già tentasse di possedere un porto sul mare aperto, alle foci del Tevere, è chiara prova, non solo del prosperoso commercio, ma della forza che la città si sentiva.
5. I Tarquinî e la prevalenza dell’elemento etrusco — Roma potenza mercantile (2ª metà del sec. VII-sec. VI a. C.). — Senonchè a questo punto la storia di Roma è interrotta da un rivolgimento, che dovette esser profondo, se ha lasciato tante e così visibili tracce nelle favolose tradizioni degli antichi. Narrano costoro, che ad Anco Marzio succedè nel governo di Roma un avventuriero di Tarquinî, un ricco straniero, che avrebbe avuto nome Lucumone, e che era figliuolo di un gran mercante di Corinto discendente — vuolsi — dalla regia stirpe dei Bacchiadi, e di una nobile dama etrusca. Nelle sue vene dunque, secondo la tradizione, scorrevano commisti insieme sangue greco e sangue etrusco, sangue di mercanti e sangue di nobili. Non potendo, perchè figlio di uno straniero e di un profugo, ottenere dignità e onori in Etruria, egli avrebbe migrato a Roma e quivi, salutato novello Romolo dal favorevole augurio del cielo, sarebbe stato ricevuto ospitalmente a corte dal re Anco; e, segnalatosi così in guerra come in pace, per valore, per saggezza e per generosità sarebbe stato eletto Re alla morte di Anco. Senonchè, se sino a questo punto la tradizione concorda in Livio e in Dionigi di Alicarnasso, da questo punto in poi diverge. Tito Livio sorvola sul regno di Tarquinio, accennando appena a diverse guerre, a qualche riforma politica e a varie opere pubbliche fatte dal Re; Dionigi di Alicarnasso invece si stende in lungo e in largo a parlare sopratutto delle sue guerre, e tra queste racconta le guerre che ebbe, lunghe e accanite, con gli Etruschi, narrandoci nientemeno che alla fine le città etrusche riconobbero Tarquinio come loro Re. In altre parole, il figlio del ricco e nobile immigrato d’Etruria, salito alla suprema carica, in quella città nuova e perciò più aperta delle antiche alle ambizioni degli stranieri intraprendenti, avrebbe conquistato l’Etruria e sarebbe diventato Re di Roma e dell’Etruria. Possiamo noi accettar per vera questa, tradizione?
A noi pare si possa. Essa non è inverosimile. L’Etruria può essere stata sorpresa da Roma in un momento di debolezza e di disgregazione politica. E se non è inverosimile, la tradizione ci spiega anche quel tanto che nella storia degli ultimi Re di Roma è etrusco, senza obbligarci a fare degli Etruschi addirittura i fondatori della città eterna. Conquistata l’Etruria da un Re, nelle cui vene scorreva tanto sangue etrusco e greco; portata a Roma la capitale dell’Etruria, del suo commercio e della sua industria, l’influenza etrusca prevale sulle tradizioni latine, così come, tanti secoli dopo, l’Oriente conquistato doveva a sua volta conquistar Roma. Se noi non siamo in grado di sceverare il vero dal falso nei racconti che gli storici antichi ci hanno trasmessi sugli avvenimenti occorsi nei regni di Tarquinio Prisco, di Servio Tullio e di Tarquinio il Superbo, noi possiamo intender chiaro nelle grandi linee il corso della storia di Roma sotto questi Re. Non ci meravigliamo più che Roma faccia numerose guerre con i Sabini, con gli Equi, con i Volsci, e allarghi il suo territorio, impadronendosi di tutta la costa tirrenica, dal Tevere a Terracina[7]. Noi ci spieghiamo la pompa e il cerimoniale etrusco, di cui questi sovrani si circondano; il grande commercio che Roma mantiene con la Sardegna, con la Corsica e con i Cartaginesi, con la Sicilia e con la Magna Grecia, con l’Adriatico e con l’Oriente ellenico[8]; il grande numero degli opifices e delle corporazioni che lavorano il rame, il legno, le pelli, le ceramiche, il ferro. Noi sappiamo per quale ragione la coltura ellenica è ora in favore a Roma[9]; e la città si allarga, cosicchè Servio Tullio potè chiudere entro poderose mura, lunghe sette miglia e mezzo, parte del Celio, l’Esquilino, il Viminale, il Quirinale e il Palatino, dividendo tutto il territorio in quattro regioni. Nè ci fa meraviglia più di leggere negli antichi scrittori che i Re dotano Roma di insigni monumenti e fanno grandi lavori: le mura già ricordate di Servio Tullio, il Circo Massimo, il tempio di Giove sul Campidoglio, i ponti sul Tevere, la Cloaca massima, la bonifica della parte bassa della città, fino ad allora palude selvaggia, rotta da sterpi e boscaglie e sparsa di gruppi di tombe abbandonate, sulla quale sorgerà quel Foro romano, cui tanti illustri destini si legheranno. Noi comprendiamo infine come fuori della cinta sacra, del pomoerium, gli stranieri, provenienti dal mare, i «meteci» di Roma antica, abbiano installato i loro Dei, e verso l’interno, presso l’isola Tiberina, o in quello che si disse il Vico tusco, tra il Palatino e il Campidoglio, abbiano posta la propria sede i nuovi immigrati etruschi, e i mercanti che vengono ad esporre le loro derrate e le loro manifatture, innanzi di ripigliare il viaggio alla volta della Campania. Roma è diventata la capitale dell’Etruria!
6. La costituzione di Servio Tullio. — Ma c’è di più: noi possiamo spiegare in modo soddisfacente la profonda alterazione che l’antica costituzione romana subì per opera di Servio Tullio, il quale diede allo Stato romano alcuni lineamenti rimasti indelebili per sette secoli. Il popolo aveva sino ad allora votato nei così detti comizi curiati, cioè nelle trenta curie, in cui ricchi e poveri, grandi e plebei si mescolavano; e i poveri, essendo in numero maggiore, prevalevano[10]. La tradizione racconta che Servio Tullio divise i cittadini romani in cinque classi, ascrivendoli a una di queste, via via dalla prima alla quinta, secondo che possedessero un censo, che non fosse inferiore a 100.000, a 75.000, a 25.000, a 12.500 (o, secondo altri, 11.000) assi. Ogni classe poi suddivise in centurie, facendo di ognuna di queste centurie una unità politica, militare e fiscale. Per eleggere i magistrati, per approvare le leggi e deliberare la pace o la guerra, il popolo voterebbe per centurie, in ogni centuria deliberando la maggioranza e ogni centuria contando per un voto. Allo stesso modo ogni qualvolta lo Stato avesse bisogno di soldati e di denaro, dividerebbe il contingente e l’imposta per centurie. Siccome Servio Tullio aveva divisa in 98 centurie la prima classe, in 20 la seconda, in 20 la terza e la quarta, in 30 la quinta; siccome aveva costituito, oltre queste, quattro centurie di cittadini aventi in guerra uffici particolari, che votavano con qualcuna delle classi superiori, e raccolto in una centuria quelli che non avevano il censo della quinta classe, quale dovette essere l’effetto della riforma serviana, è chiaro. Le classi ricche, essendo meno numerose e distribuite in un numero di centurie maggiori, preponderarono nella nuova assemblea elettorale e legislativa detta dei comizi centuriati; ma in compenso ebbero a servire più spesso nell’esercito e a pagare di più; mentre i poveri, esclusi dalle cinque classi, furono anche esenti dalla milizia e dal tributo.
La costituzione di Servio Tullio è dunque una costituzione censitaria; o, come dicevano gli antichi, timocratica. Il principio su cui posa è il privilegio del denaro. Le curie, invece, nelle quali ogni uomo ricco o povero contava per uno, riposavano sul principio dell’eguaglianza e della maggioranza. Ma una riforma timocratica della costituzione non si addice che ad una città, nella quale la ricchezza possa più che il numero o la tradizione. Perciò parecchi storici moderni, tedeschi i più, hanno voluto trasportarla al IV sec. a. C., la Roma dei Re essendo a loro giudizio ancora troppo povera e piccola, per una costituzione di tale natura. Ma il ragionamento si può rovesciare; e, tenendo ferma la tradizione, argomentare dalla riforma la prosperità e la ricchezza di Roma in quei tempi; dire che, se Servio Tullio potè fare quella riforma, Roma doveva esser più ricca e potente che non si supponga. E questa conclusione quadra sia con quanto siamo venuti esponendo sin qui, sia con quanto sappiamo dell’estensione e della popolazione del territorio romano nei tempi posteriori[11]. Capitale dell’Etruria e ricco emporio di commercio e d’industria, dove eran numerosi gli arricchiti di fresco e i mercanti, Roma poteva sostituire al principio egualitario delle curie il principio timocratico di Servio Tullio. A che cosa mirasse Servio Tullio con questa riforma, non è difficile congetturare: accrescere la potenza delle classi mercantili e industriose, a scapito della aristocrazia latina e del senato, che ne era l’organo.
Abbondano infatti nella tradizione i vestigi di una lotta tra il vecchio patriziato latino e la nuova monarchia etruschizzante. Quello cerca di conservare i suoi privilegi e di difendere il suo potere; questa si studia di rafforzarsi, accarezzando la plebe, la gente nova, i ricchi mercanti; introducendo nel senato, e quindi nell’ordine dei patrizi, quanti uomini nuovi può. Tito Livio, il quale è così conciso intorno a Tarquinio Prisco, ci racconta che questo Re accrebbe il senato di cento nuovi membri, «non per fare il bene dello Stato, ma per avere egli maggiore potenza». La storia è vecchia; e si è ripetuta cento volte. Dopochè Roma ebbe conquistato la supremazia sull’Etruria, l’equilibrio tra l’elemento etrusco e l’elemento latino si rompe; l’elemento etrusco, mercantile, danaroso, avventuroso, meno ligio alle tradizioni, domina; e mentre fa di Roma un sontuoso e ricco emporio, tenta di spodestare una antica aristocrazia tradizionalista con il braccio di una monarchia rivoluzionaria. Onde una lotta tra la tradizione e il denaro, tra l’elemento latino e l’etrusco, tra i Re e il senato, che alla fine mette capo alla catastrofe.
7. La caduta della monarchia (510? a. C.). — Note sono le favole che gli antichi raccontano intorno alla caduta della monarchia, tra le quali l’oltraggio arrecato a Lucrezia. Queste favole hanno indotto alcuni storici moderni a mettere in dubbio tutto il racconto antico ed a supporre che l’autorità regia non sia stata rovesciata da una rivoluzione, ma si sia spenta a poco a poco, per esautoramento progressivo. Ma è questa una congettura che non ha fondamento alcuno nei racconti degli antichi, i quali, se contengono favole, dicono chiaro e concordi che l’autorità regia cadde per una rivolta armata del patriziato. Il che non può esser cagione di meraviglia, dopo quanto abbiamo esposto, anche se non possiamo, pur troppo, narrare come e perchè la rivoluzione scoppiasse e vincesse. Dobbiamo quindi star paghi di dire — ma questo possiamo affermarlo, senza abusare del diritto di critica — che la monarchia elettiva e vitalizia, che l’aveva governata nei primi secoli, cadde in Roma, sulla fine del VI sec. a. C., per una rivolta dell’elemento latino, guidata dal patriziato, contro l’indirizzo troppo etrusco, mercantile e assoluto degli ultimi Re[12].
La monarchia era durata, secondo la tradizione e secondo verisimiglianza, poco meno di due secoli e mezzo (dal 754 o 753 al 510 o 509), ma aveva fatto grandi cose. Non era piccola la gratitudine che Roma le doveva al suo cadere. Sotto lo scettro dei Re, la città fondata da Romolo si era ingrandita, arricchita, abbellita; aveva vinto gli Etruschi e si era allargata sul mare. Ma un odio implacabile avvolgerà tanti meriti in un’ombra sinistra, imponendosi alle generazioni come un dovere civico; sebbene, o forse perchè, appena caduta la monarchia, la fortuna della giovane città improvvisamente declina e par quasi sul punto di precipitare nel nulla.