CAPITOLO PRIMO LE CAUSE PROFONDE
È convinzione di molti che la civiltà antica si sia spenta a poco a poco, dopo un’agonia di secoli; ma bisogna persuadersi, quando almeno si consideri l’Occidente, che la verità è tutt’altra. Allorchè l’imperatore Alessandro Severo fu trucidato dalle legioni, nel 235 dopo Cristo, la civiltà antica era ancora intatta in Europa, in Africa, in Asia. Nei templi edificati e restaurati durante gli ultimi secoli, con la magnificenza della prosperità, gli dei greci e romani, e gli dei indigeni ellenizzati o romanizzati delle provincie vegliavano ancora sull’ordine e sulla prosperità dell’impero. Dal fecondo seno del politeismo era nato, nei due ultimi secoli, un culto nuovo: il culto di Roma e dell’Augusto, che al principio del terzo secolo unificava ancora, dal Reno all’Eufrate, la maestosa vastità dell’Impero. Una mistura cosmopolita di romanismo, di ellenismo e di orientalismo si stendeva su tutte le provincie come una vernice luccicante sopra una rustica terracotta. Due aristocrazie, l’imperiale, vivente in Roma, e la provinciale, disseminata nelle città minori, erano preparate o dalla cultura greca o dalla cultura latina o da tutte e due, a governare l’Impero con saggezza, giustizia e magnificenza. Le Arti — scultura, pittura, architettura — benchè avessero perduto la semplicità e la purezza delle grandi epoche, per sodisfare un pubblico più numeroso ed eterogeneo, fiorivano ancora; la filosofia e la letteratura erano coltivate con un ardore un po’ superficiale e senza grande originalità, da uomini e donne, nelle classi medie e nelle classi alte. Dappertutto, anche nelle piccole città, pullulavano scuole. La disciplina più studiata e pregiata era la giurisprudenza; qualità, che fanno un giurista, la perspicacia, la sottigliezza, la dialettica, l’equità, l’inventiva nell’ordine dei principii, aprivano la via alle cariche della corte e dell’esercito. Il grande impero, fondato con tante guerre, voleva dare al mondo la giustizia, con una legge che fosse pura opera della ragione e dell’equità: missione nobilissima tra tutte, nella quale si attuava la dottrina di Aristotele, che non la ricchezza e la potenza, ma la virtù è il supremo fine dello Stato. Le piccole città rivaleggiavano con le grandi nel costruire begli edifici, nel fondare scuole, nell’organizzare feste e cerimonie sontuose, nell’incoraggiare gli studi in voga, nel provvedere al benessere delle plebi. Prosperavano l’agricoltura, l’industria, il commercio; le finanze dell’impero e delle città non pericolavano ancora, anche se già erano oberate; e l’esercito era abbastanza forte, da imporre il rispetto del nome e delle frontiere romane.
Cinquant’anni dopo l’impero è una rovina. La civiltà greco-romana agonizza nel politeismo. Gli dei si nascondono nelle campagne, fuggendo i templi rovinati e deserti. Sono sparite le aristocrazie, che governavano con tanto splendore e che avevano eretto il grande monumento del diritto razionale. L’Impero è preda di un dispotismo violento e debole, che racimola i funzionari civili e militari fra le popolazioni più barbare. Rovinato è l’Occidente, compresa la Gallia, compresa l’Italia. Si spopolano le campagne e le cittadine, uomini e ricchezze vanno a congestionare pochi grossi centri; spariscono i metalli preziosi; deperiscono l’agricoltura, l’industria e il commercio; decadono le arti e le scienze. Mentre i due secoli precedenti si erano sforzati di sovrapporre una grande unità politica a un’immensa varietà di religioni e di culti, la nuova epoca crea una grande unità religiosa sulla frantumazione dell’impero. La civiltà greco-latina, distrutta nella carne dall’anarchia, e dallo spopolamento e dalla miseria, è scompaginata nello spirito dal cristianesimo, che scaccia gli dei del politeismo per far posto a Dio e cerca di costruire una universale società religiosa, mirante solo alla perfezione morale, sulle rovine dell’esercito e dello Stato romano. Come si spiega questo mutare del destino? Che cosa è successo in quei cinquant’anni?