CAPITOLO QUINTO DAL TERZO AL VENTESIMO SECOLO
La rovina della civiltà antica è stata effetto di cause profonde e complesse. Ma la nostra ricerca sembra provare che essa è incominciata con una grande perturbazione politica, che scatenando un’incurabile anarchia ha distrutto a poco a poco la civiltà antica nei suoi elementi essenziali. E’ anche possibile spiegare il procedimento di questa crisi. L’impero romano aveva cercato di conciliare due diversi principii d’autorità; il principio monarchico che aveva avuto un grande sviluppo in Oriente, in Asia Minore, in Siria, in Egitto con le dinastie anteriori e posteriori alla conquista di Alessandro; il principio repubblicano, che si era sviluppato in Europa, sopratutto in Grecia e in Italia, nelle istituzioni della città antica. La conciliazione che l’imperator o il princeps simboleggiavano, era sempre stata difettosa perchè non era riuscita a definire il principio costituzionale, donde doveva uscire l’autorità suprema di quella monarchia repubblicana, questo principio non essendo nè l’eredità, come nelle monarchie, nè una regolare elezione, che avesse procedura fissata dalle leggi e dalle tradizioni, come nelle repubbliche. Tuttavia, fino che conservò l’antico prestigio e la sua immensa autorità, il Senato fu generalmente riconosciuto come la fonte della legittimità imperiale. Un imperatore era considerato legittimo, appena il Senato aveva approvato la sua elezione. E infatti il Senato riuscì, per due secoli, a prezzo di lotte talora molto violente e di una sanguinosa guerra civile, a render sicura la continuità legale del regime. Ma indebolita l’autorità del Senato dalla vittoria di Settimio Severo, e dall’istituirsi di una vera monarchia assoluta non rimase più nessun principio di legittimità, chiaro e forte, per la scelta dell’Imperatore: nè l’eredità, nè l’elezione, nè la convalida del Senato. Da questo nacque il grande tumulto di rivoluzioni e di guerre che, come abbiamo detto, ha tutto distrutto.
In fondo a questa immensa crisi storica, troviamo dunque la lotta di due principii politici opposti, che invece di conciliarsi, come si vorrebbe, finiscono per distruggersi. Una forte conferma di questa visione storica è appunto data dalla diversa sorte dell’Impero d’Oriente e dell’Impero d’Occidente. La rovina dell’Impero Romano è in verità la rovina dell’Occidente. Indebolita da un’incurabile anarchia, sommersa dai marosi delle invasioni, l’Europa romana si spopola, ridiventa barbara, è spezzettata in un gran numero di Stati, che per secoli hanno il carattere comune di una continua instabilità. In Oriente invece l’autorità imperiale, sotto forma di monarchia assoluta, resiste ancora ai colpi della sorte per secoli; riesce a mantenere un certo ordine, una forza militare, una tradizione di cultura, a salvare quella parte della civiltà antica che aveva potuto sfuggire al caos del terzo secolo e non si trovava in contradizione troppo violenta con lo spirito cristiano. In grazia appunto di questa resistenza l’Oriente può diventare una seconda volta l’educatore dell’Occidente, rimbarbarito. Ma questa vitalità dell’Impero d’Oriente può solo spiegarsi con le diverse vicissitudini della crisi politica. La monarchia assoluta e ereditaria, fondata da Costantino, è riuscita meglio in Oriente che in Occidente, perchè si è ritrovata nel paese d’origine e perciò sopra un terreno più favorevole, preparato dalla tradizione. In fondo, l’Oriente non aveva visto, nell’Imperatore romano, che il successore e il continuatore di quei re, i quali, sotto nomi diversi, avevano governato gli Stati asiatici nei secoli anteriori alla conquista romana. L’Oriente aveva capito la repubblica aristocratica di Augusto, come una monarchia unificata e universale. Anzi, proprio quel sentimento monarchico con cui l’Oriente considerò la persona e l’autorità dell’imperatore, contribuì reagendo sull’Occidente, a indebolire nei primi secoli dell’Impero il carattere repubblicano della costituzione di Augusto. E appunto perchè era abituato da secoli a un governo di funzionari, l’Oriente sentì meno, nel terzo secolo, la distruzione della costituzione aristocratica, che scosse tutto l’edificio sociale in Occidente. Insomma, una volta distrutta la costituzione aristocratica della società imperiale insieme col regime mezzo repubblicano e mezzo monarchico dell’Impero, l’Occidente non ha più governo. Le vecchie istituzioni repubblicane non son più possibili, la monarchia assoluta o ereditaria, fondata da Costantino, non trova radici vive nel sentimento dei popoli; è debole, instabile, inetta a difendere le provincie contro le invasioni dei barbari e a mettere un po’ d’ordine nell’interno. A poco a poco la civiltà si decompone e scompare. In Oriente è più forte il principio monarchico, perchè trova un terreno già preparato dalla storia; la monarchia assoluta e ereditaria può, nonostante le cospirazioni di palazzo, le rivolte militari e le crisi dinastiche frequenti, governare, mantenere un certo ordine, difendere il paese dai nemici esterni. Faticosamente, la civiltà continua a vivere.
Veduta così, questa esperienza storica è molto importante per la nostra epoca. Noi ci troviamo in una situazione che, con un fondo più vasto e in forme più complesse, ha profonde analogie con quella descritta. Ho alluso a queste analogie nel primo capitolo; ma sarà utile di ritornarci sopra. Il mondo non s’è ancora accorto dei risultati politici che ha avuto la guerra mondiale, indipendentemente dalla volontà e dai piani di quegli uomini che pareva guidassero gli avvenimenti; e ragiona ancora come se ci trovassimo all’indomani del trattato di Utrecht, come se non ci fosse stato che un trasporto di potenza e di prestigio, da alcune ad altre nazioni. Non s’è ancora accorto che nel marzo del 1917 uno dei due principii politici sui quali s’appoggiava tutto l’ordine sociale in Europa, il principio monarchico, ha ricevuto un colpo tremendo con la rivoluzione russa; che ne ha ricevuto un secondo e questo definitivo e mortale, nel mese di novembre del 1918, quando l’Impero degli Asburgo e quello degli Hohenzollern si sono sfasciati. Non ha ancora capito che la caduta del principio monarchico in Europa è un avvenimento di formidabile importanza; in quanto chiude una crisi politica cominciata due secoli fa; e che l’Europa rischia di nuovo, come nel terzo secolo, di trovarsi senza nessun principio d’autorità.
Una rapida occhiata agli avvenimenti dei due ultimi secoli, dopo questo lungo studio sulla crisi della civiltà antica, potrà forse illuminare un poco le spesse tenebre dell’avvenire. L’Europa cristiana, venuta fuori, a poco a poco, dalla catastrofe della civiltà antica, aveva trovato una soluzione del problema politico, che, nel quadro delle idee religiose dominanti allora, era quasi perfetta. Aveva dato un carattere sacro a tutti i governi, repubblicani o monarchici, aristocratici o democratici, che fossero legittimi, che cioè dovessero la loro origine a un atto legale di validità indiscutibile, o che fossero stati legittimati dal tempo. L’obbedienza a quei governi era un dovere imposto da Dio ogni volta che quei governi non imponevano alcunchè di contrario alla legge divina. Quanto agli errori e alle colpe dei governi legittimi, non bisognava, secondo questa concezione dello Stato, dare loro troppa importanza, quando non minacciavano di produrre una depravazione generale, perchè, essendo la perfezione morale e religiosa dell’individuo il fine supremo della vita, a questa perfezione si poteva giungere indipendentemente dalla perfezione del governo. Gli abusi dei governi nuocevano a chi li faceva, molto più che alle vittime, perchè costoro dovevano soltanto subire delle pene materiali e delle sofferenze, mentre gli altri si gravavano la coscienza con un peccato, di cui dovrebbero un giorno rendere conto a Dio.
Questa concezione del governo accordava assai bene il dovere dei capi di ben comandare, il diritto dei popoli, d’essere ben comandati, e la necessità di una certa tolleranza per le colpe dei potenti! Ma per quanto perfetta, non poteva mantenersi che nel quadro delle idee religiose, dominanti allora. Cominciò a esser scossa dall’ondata di incredulità che percorse la classe dirigente di tutta Europa dopo la guerra dei trent’anni: quella guerra che, facendo apertamente del cattolicismo e del protestantesimo delle armi per una grande lotta politica, fu per l’Europa la prima grande scuola di scetticismo religioso. Il settecento le oppose inoltre la concezione filosofica e razionalista che culminò nella Rivoluzione Francese. L’autorità è cosa umana, la sua fonte è nella volontà stessa di coloro che obbediscono e che hanno, per conseguenza, il diritto di controllarla; il vero sovrano è dunque il popolo; la legge, per esser giusta, non deve esprimere che la sua volontà. La teoria era seducente, e sedusse infatti lo spirito di un secolo illuminato, che era scontento per molte ragioni, del suo regime, rimproverandogli, in fondo, sotto il nome di tirannia, la sua debolezza, la sua lentezza, il suo spirito di routine, il suo rispetto delle tradizioni e dei diritti acquisiti.
La Rivoluzione francese cercò di applicare il nuovo principio. Ma non tardarono ad apparire le difficoltà dell’applicazione. Che cosa era il popolo? A che segni si riconosceva la sua vera volontà? Con quali organi si potrebbe esprimere? Sappiamo con quante oscillazioni la Rivoluzione francese cercò di rispondere a questi quesiti. Basta seguire tutte le costituzioni che elaborò in pochi anni, per vedere quanto difficile fosse l’applicazione del principio della sovranità del popolo. Ora il suffragio universale, ora il suffragio doppio, ora il suffragio censitario le sembrarono via via espressione vera della volontà popolare, sinchè alla fine, la volontà popolare non diventa che una formalità per legittimare una dittatura militare, fondata con la forza e molto più assoluta, nel suo esercizio, che quella della monarchia dell’antico regime. Ma questo brancolare si spiega facilmente, quando si guarda il nuovo sovrano che doveva sostituire gli antichi, perchè il popolo, la cui volontà avrebbe dovuto governare lo Stato, aveva poca voglia e poca capacità di esercitare il suo potere, anzi mostrava certe volte il desiderio di rinunziarci e di ristabilire le autorità a cui avrebbe dovuto succedere. Si poteva lasciare a questo nuovo sovrano la libertà di abdicare? Tutta la Rivoluzione francese si è dibattuta in questa contradizione insolubile, perchè la Rivoluzione è stata, in fondo, lo sforzo di una élite relativamente ristretta contro la volontà profonda delle masse, compiuto in nome della sovranità popolare.
Infatti, tutti i regimi fondati allora sopra un principio così oscillante e poco chiaro, sono stati deboli e instabili: persino la dittatura militare che è stata il coronamento di tutti gli sforzi della Rivoluzione. Sostenuta dalle vittorie, si sfascia quando la vittoria l’ha abbandonata. Messa sottosopra da tante guerre, sconvolta per la lotta dei due principii antagonisti d’autorità, l’Europa fa allora un grande sforzo per conciliarli e ristabilire un ordine duraturo. E’ questa l’opera del congresso di Vienna e della Santa Alleanza. Mentre il congresso delibera di ricostituire l’Europa sul principio della legittimità, di riconoscere cioè come titoli legittimi di autorità il tempo e la fedeltà dei popoli, la maggioranza dei grandi Stati crede che sia necessario rinforzare il principio di legittimità con la concessione d’istituzioni rappresentative. La dinastia legittima rientra in Francia con la Carta di Luigi XVIII. L’Imperatore di Russia ambisce di far la parte di protettore della libertà. Anche il re di Prussia ha promesso una costituzione al suo popolo. Solo fra i grandi Stati l’imperatore d’Austria resta fedele alla dottrina assolutista. Le altre grandi monarchie inclinano con maggiore o minor risolutezza verso una conciliazione dei due principii politici, basata sulla subordinazione del principio nuovo all’antico. La monarchia resterà il principio sovrano di Europa; le istituzioni rappresentative funzioneranno sotto il suo controllo; la pace aiuterà questa conciliazione. Le idee rivoluzionarie avevano scosso le istituzioni monarchiche con l’aiuto della guerra. La Santa Alleanza sarà una tregua conchiusa tra le monarchie d’Europa, per non facilitar troppo, con le loro lotte, il compito della Rivoluzione.
Ma la conciliazione fallisce. In Francia, la dinastia legittima non riesce che con grandi sforzi a mantenere la Camera nella posizione subordinata che le impone la Carta, benchè il Parlamento non sia eletto che da una minoranza di ricchi. La lotta tra la corona e il parlamento, tra il diritto divino e la sovranità del popolo, fra la vecchia aristocrazia e la borghesia, è continua, accanita, implacabile. Questa lotta, per le inquietudini che solleva, contribuisce a far vincere pienamente il partito assolutista in tutta Europa dopo il 1821. Si dimenticano dappertutto le promesse fatte di concedere una costituzione e il diritto divino trionfa. A sua volta, questo trionfo universale del diritto divino in tutta Europa reagisce sulla Francia, dove, con Carlo X, vince il partito monarchico a oltranza. La lotta tra i due principii s’inasprisce, fino a scoppiare nelle giornate di luglio, nel 1830.
La dinastia legittima è rovesciata. Il principio della sovranità popolare esce vittorioso da una lotta sanguinosa che dura tre giorni. Ma non osa sfruttare a fondo la sua vittoria, proclamando la repubblica e coronando il popolo sovrano dello Stato. Anche Lafayette esita; e quando, il 31 luglio, il duca d’Orléans si presenta al Municipio per rendere omaggio nella sua persona al popolo sovrano, Lafayette esce sul balcone, insieme a lui, con una bandiera tricolore. Una cricca di parlamentari abili, maneggiata abilmente da un banchiere, prepara una nuova conciliazione tra i due principii: la monarchia borghese, o, come la definì proprio Luigi Filippo, un trono circondato da istituzioni repubblicane. Il re riconosce la fonte della sua legittimità nel popolo e nel parlamento che lo rappresenta; è abolito il diritto ereditario dei pari; il diritto elettorale è un po’ allargato pur restando strettamente censitario. Il popolo, che governa la Francia è rappresentato da 200.000 elettori. Ma la nuova conciliazione non riuscì meglio della precedente. La contradizione tra il carattere censitario del suffragio e la dottrina della volontà del popolo, si poteva ancora tollerare sotto la monarchia legittima, la quale affermava d’essere l’autorità, e non riconosceva alla volontà popolare che una parte subordinata di collaborazione, per così dire. Ma la monarchia borghese, invece, non era più che una delegazione del popolo, sottomessa al popolo, che l’aveva creata con la sua volontà. Come si poteva riconoscere il popolo sovrano in una piccola minoranza di 200.000 possidenti? Appunto tra il 1830 e il 1848, per reazione a questa mostruosa contradizione, la dottrina del suffragio universale diventa l’espressione quasi mistica della sovranità popolare.
La rivoluzione del 1848 è la sua grande rivincita. La Francia rovescia la monarchia borghese e proclama la sovranità del popolo nella repubblica, basata sul suffragio universale. L’Europa segue il suo esempio, si solleva quasi tutta contro la monarchia assoluta, domanda delle costituzioni. Lo slancio fu così grande, che tutte le monarchie, salva la Russia, furono costrette a cedere, anche l’Austria e la Prussia. Come in Francia, il suffragio universale è proclamato fonte di tutta l’autorità, al posto di Dio, quasi in ogni grande Stato d’Europa. Ma si ripete allora sopra una scala più larga ciò che era già successo più oscuramente all’epoca della Rivoluzione; passato il primo entusiasmo, il suffragio universale esita ad esercitare il potere supremo; diffida delle sue forze, guarda intorno a sè per cercare appoggi, e si rivolge finalmente verso l’antico principio d’autorità che avrebbe dovuto sostituire, per scaricarsi su di lui della sua responsabilità. L’Assemblea nazionale, eletta nel 1848 dal suffragio universale, è composta per metà di partigiani degli antichi regimi monarchici, e per metà di una grossa maggioranza di repubblicani improvvisati e di una piccola minoranza di repubblicani sinceri e fervidi. La sua volontà è così confusa ed incerta, così debole la sua fiducia nella propria autorità, il suo operare così poco energico, che un gran disordine invade la Francia. La rivoluzione si trova presto in faccia a questo problema paradossale: ha il suffragio universale, che è pure un sovrano, il diritto di abdicare la sua autorità suprema in favore degli antichi regimi? Si può o si deve fargli violenza, per obbligarlo a governare, nonostante le sue riluttanze? Nelle sanguinose giornate di giugno l’ala estrema del partito repubblicano si leva contro l’Assemblea e il suffragio universale, che accusa di tradire la Rivoluzione! E’ vinta; il suffragio universale resta in teoria il padrone dello Stato; ma si indebolisce, si scoraggia ogni giorno di più, di fronte alle crescenti difficoltà interne ed esterne, fino al giorno in cui, chiamato a scegliere il presidente della repubblica, ha l’idea di darsi col cappello e la spada di Napoleone, l’aria e l’aspetto di un vero sovrano. Da quel giorno il destino della repubblica è deciso: il suffragio universale non servirà più che a legittimare con un consulto teorico, una monarchia militare, fondata con un colpo di Stato sul prestigio di un nome. Lo stesso dramma si svolge più rapidamente e in forma più semplice nella Germania. Che cerca, appena eletto dal suffragio universale, il parlamento di Francoforte? Un imperatore per tutta la Germania. Non ambisce che di sostituire il papa del medioevo, nell’unzione di un nuovo imperatore. Il parlamento si rivolge all’Imperatore d’Austria, all’arciduca Giovanni, al re di Prussia; quando s’accorge che il suo richiamo rimane vano, si lascia dissolvere senza resistenza, come se non avesse più niente da fare.
Fallisce dunque dappertutto la rivoluzione del ’48. La sovranità del popolo non dura che un momento. Delle costituzioni timide e sospettose, che subordinano le istituzioni rappresentative al potere monarchico, come nella Carta di Luigi XVIII; ecco quanto rimane nei paesi in cui l’assolutismo non riesce, come in Austria, a ritirare tutte le sue concessioni. Lo scacco è così grande, che i partiti e le dottrine democratiche ne resteranno scoraggiati per tre generazioni. Ma il principio vittorioso, il diritto divino, non è meno indebolito, dalla sua vittoria, che il principio vinto, dalla sua sconfitta: questo è il controsenso tragico del 1848, ed è la chiave di tutta la storia dell’Europa fino alla guerra mondiale. Il principio vittorioso non è soltanto indebolito dalle concessioni, che dovette fare, sotto la minaccia della rivoluzione; dalle istituzioni parlamentari adottate dopo il 1848 in quasi tutti i grandi Stati d’Europa; ma anche dalla discordia che s’è insinuata tra le grandi e le piccole monarchie dell’Europa. La rivoluzione del 1848, se non ha sradicato la monarchia dal suolo dell’Europa, ha rotto la santa Alleanza e la tregua delle dinastie. Governata dal nipote di Napoleone, la Francia non poteva più far parte di un sistema che era stato organizzato contro la famiglia del nuovo imperatore. Il piccolo re di Sardegna aveva osato, nel 1848, primo di tutti, strappare i trattati del 1815 dichiarando la guerra all’impero d’Austria. Il parlamento di Francoforte, se non aveva trovato un imperatore, era però riuscito a gettare la diffidenza e il sospetto fra la Prussia e l’Austria, offrendo la corona al Re di Prussia; presto la guerra di Crimea inimicherà per sempre gli Asburgo e i Romanoff. L’accordo tra le grandi corti settentrionali che era, nel sistema della Santa Alleanza, il fondamento della potenza monarchica in Europa, è spezzato definitivamente, l’Europa è come abbandonata a se medesima, in un disordine inquieto, pieno di discordie. Vittorio Emanuele II e Cavour furono i primi a approfittare di questo disordine e di queste discordie. Sfruttando la gelosia e la diffidenza nate, per il ristabilimento dell’Impero, tra la Francia e l’Austria, riescono a trascinare Napoleone III in una guerra contro l’Impero degli Asburgo; inalberando la bandiera liberale e costituzionale, riescono a provocare, dopo Solferino, un largo movimento in tutta la penisola, che permetta loro di riunirla in un solo Stato. Le piccole corti assolute sono sostituite, in Italia, da una sola monarchia costituzionale. Ma gli avvenimenti d’Italia non sarebbero bastati, così da soli, a far uscire l’Europa dal suo stato di incertezza e di torbidi, se il Piemonte non avesse aperta la strada alla Prussia, e se con un colpo di fantastica temerità, Bismarck non fosse riuscito a risolvere la situazione incerta, creata in tutta l’Europa dalla rivoluzione del 1848, a profitto della Germania e del principio monarchico. Approfittando della discordia che la rivoluzione del 1848, la guerra di Crimea, la guerra d’Italia, la rivoluzione di Polonia, han fatto nascere fra l’Austria e la Russia, tra la Russia e la Francia, tra la Francia e l’Inghilterra; servendosi dell’esercito prussiano riorganizzato e della dottrina rivoluzionaria del suffragio universale, riesce, contro la volontà del parlamento prussiano, a vincere l’Austria e a fondare la confederazione del Nord, sotto l’egemonia prussiana; lancia la confederazione contro la Francia e fonda l’Impero tedesco, sotto un capo per diritto divino e con un parlamento eletto dal suffragio universale.
Bismarck sembra aver risolto il problema che Luigi XVIII e Carlo X non avevano potuto sciogliere: far collaborare il principio monarchico e il principio democratico, subordinando questo a quello. Per quaranta quattr’anni la Germania ha attuato con successo il piano politico, che aveva fatto cadere, in Francia, la dinastia legittima. Per questa ragione la guerra del 1870 era sembrata ai partiti conservatori del mondo intero la rivincita della monarchia sulla rivoluzione del 1848, il gran trionfo del principio monarchico. Durante questi quaranta quattr’anni, la monarchia si consolida in apparenza al punto che non ha nemmeno più paura di molte dottrine e istituzioni democratiche, considerate, fino ad allora, come incompatibili con ogni governo monarchico. Si generalizzano le istituzioni parlamentari; soltanto la Russia resiste fino al 1905; e la base delle istituzioni elettive diventa sempre più larga. Lo stesso impero d’Austria adotta, alla fine, il suffragio universale. Le idee repubblicane si spengono a poco a poco; la Francia se riesce, con sforzi tenaci e continui, a organizzare una repubblica basata sul suffragio universale e sull’opinione pubblica, resta però sola, tra le grandi potenze d’Europa, e può continuare il suo sforzo audace perchè approfitta dell’ordine generale, assicurato in tutta l’Europa dalla potenza delle monarchie. Pare che la monarchia abbia definitivamente vinto nella grande lotta con le dottrine democratiche, cominciata nel 1789.
Ma è ancora un’illusione. L’accordo tra le grandi corti settentrionali, Berlino, Vienna, Pietroburgo, pietra angolare del principio monarchico, è spezzato per sempre. Vani sono tutti gli sforzi fatti da Bismarck per ristabilirlo. La Russia finisce per allearsi con la Francia. Gli eserciti di coscrizione, dono pericoloso lasciato dalla rivoluzione alle monarchie, si sviluppano sopratutto in Germania e in Russia. Il prestigio del principio monarchico è aumentato da questi nuovi eserciti di Serse, comandati da tanti re e imperatori. Ma nessuno pensa che una potenza troppo grande può diventare più pericolosa che una debolezza. E poi, il sistema monarchico dell’Europa riposa tutto sull’egemonia della Germania, e questa egemonia può mantenersi a lungo solo mostrando che la forza da cui era stata fondata, era ancora preponderante come nel 1870, o più? Presto o tardi sarebbe arrivato il giorno in cui la Germania avrebbe dovuto dare questa prova al mondo! Arrivato questo giorno, la Germania e l’Austria hanno attaccato la Russia, con gli eserciti immensi che la coscrizione e i progressi dell’industria avevan permesso loro di mettere insieme. Ne è nata una guerra senza limiti, in cui l’Austria e la Germania, han distrutto la Russia, e distruggendola si sono suicidate. La rivoluzione russa, con l’esempio e col vuoto che ha creato nel fianco degli imperi centrali; la guerra illimitata, con l’esaurimento atroce di tutte le energie dei due paesi, hanno provocato la rivoluzione tedesca e la rivoluzione austriaca. La caduta degli Asburgo e degli Hohenzollern, dopo quella dei Romanoff è stata la catastrofe finale del principio monarchico, cioè del principio d’autorità che dominava la maggior parte dell’Europa!
La grande lotta contro il principio monarchico, cominciata nel 1789, è dunque finita. Il principio monarchico è morto. Già scosso dall’incredulità, dal razionalismo, dalle dottrine ugualitarie, dalle guerre e dalle rivoluzioni di un secolo, è stato pienamente sradicato dalla guerra mondiale. Si trovano ancora, qua e là, dei troni in Europa, come rocce che emergono dal diluvio; ma coloro che li occupano non sono dei re, sono delle ombre. L’Europa potrà assistere ancora a parziali restaurazioni; ma queste restaurazioni non saranno più che espedienti e combinazioni politiche, le quali dureranno quanto durano le combinazioni politiche! Il rispetto, l’ammirazione, la fiducia, quasi religiosa in quel principio, sono morti. Troppo terribile è stata la catastrofe, che li ha rovesciati! Ma il principio opposto, quello che avrebbe dovuto approfittare della catastrofe del principio monarchico, potrà sostituirlo? In questo sta il tutto. E purtroppo il desiderio di rispondere di sì, deve frenarsi innanzi alla fredda considerazione dei fatti, i quali risvegliano il dubbio anche negli spiriti più fiduciosi.
Innanzi tutto gli eventi della Russia. La repubblica democratica è durata dal marzo al novembre del 1917. Nel mese di novembre del 1917 il popolo sovrano, dopo un regno di otto mesi, era costretto ad abdicare, spossessato dalla dittatura del partito comunista, o, per essere più esatti, dalla piccola oligarchia che domina questo partito. Sciolta la Costituente, che era la legittima rappresentante della volontà della Russia, questa oligarchia ha preso a combattere accanitamente i principii democratici dell’Occidente, opponendo all’ideologia borghese delle democrazie, la dottrina della dittatura del proletariato, che non è poi altro se non la giustificazione preventiva di un regime di assolutismo. Nè meglio danno da sperare i casi dell’Ungheria, dove la repubblica democratica, è caduta in pochi mesi sotto la dittatura del proletariato, per ricadere poi sotto la dittatura militare. A questi devono aggiungersi gli eventi dell’Italia, dove le vecchie forze dirigenti, alleatesi con elementi nuovi e di origine rivoluzionaria, hanno preferito tentare addirittura una restaurazione della monarchia assoluta del 1815, anzichè sostituire un vero e proprio regime rappresentativo integrale, simile a quello dell’Inghilterra e della Francia, al governo misto di democrazia e di monarchia, con cui il Regno si era retto dal 1860 in poi.
Nè uno spirito chiaroveggente può chiudere gli occhi alle penose difficoltà, contro cui lotta la repubblica tedesca, al malcontento contro le istituzioni parlamentari che agita sotto sotto la Francia e perfino l’Inghilterra, alla popolarità forse incauta e superficiale, ma diffusa, di cui godono le dottrine dittatoriali, presso i popoli che hanno la fortuna di non saper più o di non sapere ancora che cosa è davvero una dittatura senza patenti legittime.
Se il regime rappresentativo non riuscisse a mantenersi nel maggior numero degli Stati di Europa, la guerra tra i due principii di autorità — il monarchico e il democratico — incominciata nel 1789, terminerebbe con la sconfitta di tutti e due; e l’Europa si troverebbe in quella stessa stretta, in cui si trovò l’impero romano, nel terzo secolo, dopochè il Senato fu esautorato dalla vittoria di Settimio Severo: senza un principio di autorità universalmente riconosciuto, e forte abbastanza da reggere l’ordine sociale. Come allora la dittatura della forza farebbe le veci del governo legittimo; e non sarebbe una sola, ma molte, e ciascuna diversa, da Stato e Stato; e tutte cercherebbero di giustificarsi; come i governi di Aureliano, di Diocleziano e di Costantino, aggrappandosi ai ricordi più vecchi del passato o alle speranze più immature dell’avvenire; e sarebbero necessariamente trascinate a farsi la guerra fra loro. La pace non può in Europa mantenersi che fra governi legittimi. Quale sarebbe il destino della civiltà europea, come potrebbero sussistere le genti che si affollano nel continente, in mezzo a tanto disordine e a tanta insicurezza, è difficile a dire.
Non è detto però che ciò debba accadere. Non ostante le mille difficoltà che rendono ardua l’impresa, i maggiori Stati europei potranno governarsi con gli istituti del regime rappresentativo, se le classi governanti capiranno che gli sforzi e i sacrifici necessari per adattare ai tempi nuovi le vecchie forme, sono piccola cosa a confronto dei danni, di cui il regime della forza sarebbe cagione a tutti. Dalla Francia, dall’Inghilterra, dalla Germania sembra dipendere l’avvenire dell’Europa. Se questi tre Stati non rinnegheranno le tradizioni e i principii del regime rappresentativo, ma sapranno ringiovanirne le istituzioni, il loro esempio si imporrà e tutta l’Europa potrà ritrovare l’ordine interno e la pace nella saldezza di governi universalmente riconosciuti come legittimi. Se anche questi governi cedessero alle forze del disordine, che li travaglia, un’èra di lunghi torbidi comincerebbe, di cui tutta la civiltà occidentale avrebbe certo a soffrire.
L’ora, è per l’Europa, piena di pericoli. Possa l’antica storia, che qui abbiamo narrata imparzialmente, illuminare anche da noi gli spiriti eletti, far loro vedere questi pericoli, armare la loro volontà della chiaroveggenza che è necessaria, per combatterli con intelligente fermezza.
[ INDICE]
| Prefazione | [Pag. 5] | |
| I. | Le cause profonde | [7] |
| II. | La crisi del terzo secolo | [41] |
| III. | Diocleziano e la riforma dell’Impero | [75] |
| IV. | Costantino e il trionfo del Cristianesimo | [111] |
| V. | Dal terzo al ventesimo secolo | [163] |