II.
Da trent’anni l’Impero era preda del dispotismo militare, delle invasioni, della guerra civile, dell’anarchia, della peste, della carestia. Le guerre civili della repubblica, erano state a paragone piccolezze, perchè non avevano mai minacciato gli elementi vitali della civiltà.
Ora è altra cosa: tutti questi elementi, a cominciare dalla popolazione, sono colpiti a morte, nelle provincie occidentali. Già troppo scarsa in tempi prosperi, la popolazione era decimata dalla guerra, dalle invasioni, dalla generale insicurezza, dall’impoverimento, dalle epidemie. L’ostinazione con cui anche i più saggi imperatori continuarono a trapiantar barbari nei territori dell’Impero e specialmente in Occidente, nonostante il manifesto pericolo, è la prova più luminosa di questo bisogno d’uomini. Lo spopolamento, effetto della povertà, ne era a sua volta una causa, poichè rovinava l’agricoltura, l’industria, il commercio. I coltivatori, così i coloni liberi come i lavoratori schiavi, si diradavano; s’assottigliava la piccola proprietà, s’allargava la grande, dilatavano le terre incolte e abbandonate. L’industria, così florida in tutto l’Impero sotto gli Antonini e anche sotto i Severi, aveva profondamente sofferto, un po’ per la morte di molti artigiani, che avevano portato nella tomba il segreto delle difficili perfezioni, un po’ per la povertà crescente, che diminuiva il consumo.
Molte miniere, massime le miniere d’oro, sono abbandonate o per mancanza di braccia, o perchè le regioni sono invase dai barbari; i metalli preziosi sono tesaurizzati e nascosti, il capitale si fa raro e l’interesse del 12 per 100, considerato ai tempi di Nerone come eccessivo, diventa l’interesse mensile. La insicurezza generale, la difficoltà delle comunicazioni, le restrizioni imposte dalla crescente povertà, rallentano anche il commercio. Le piccole e le medie fortune spariscono, e in mezzo alla miseria che aumenta, le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi. Le piccole città sono abbandonate e si spopolano. Invece, nelle grandi, la popolazione si accumula e aumenta il numero dei miserabili che, sotto una qualunque forma di mendicità, vivono a spese dei ricchi e dello Stato. Lo Stato diventa la provvidenza e il tormento di tutti. Il suo fiscalismo, imposto dalla moltiplicazione della burocrazia, dalla mendicità delle masse, dall’aumento delle spese militari, dalle inutili e dispendiose costruzioni, è atroce e implacabile. Il peso delle imposte è accresciuto dalla perturbazione monetaria. Parte per rimediare alla crescente scarsezza dell’oro, parte per far fronte alle spese di guerra e alle altre spese pubbliche, senza inasprire le imposte, gli imperatori alterano il peso e la lega delle monete. Sotto Caracalla il peso dell’aureus era disceso a 6 gr. 55, ma dopo Alessandro Severo diviene così irregolare, che i pagamenti in oro si fanno soltanto con la bilancia. Peggio ancora, per le monete d’argento: le proporzioni della lega del denarius e dell’antonianus argenteus, emessi per la prima volta da Caracalla, erano già aumentati senza misura fino dai primi anni dopo la morte di Alessandro Severo. Ma sotto l’imperatore Claudio il Gotico, l’antoniano non ha più che quattro o cinque parti di argento su cento! Non si distingue dalla moneta di bronzo che per il colore, fornito con un bagno d’argento e qualche volta di stagno. Anche le monete di bronzo sono coniate a peso ridotto. Di qui un vertiginoso aumento e una pazza irregolarità dei prezzi, che riduce alla disperazione le disgraziate popolazioni, e contro cui gli imperatori cercheranno invano di lottare a colpi di editti; di qui un continuo impoverimento delle classi più numerose aggravato ancora, per i disgraziati sudditi, dall’ordine, di pagare le imposte in oro. Lo Stato rifiutava la cattiva moneta, di cui inondava l’Impero!
Dal disordine politico e dalla povertà il caos sociale. Sterminate o disperse l’aristocrazia e la classe agiata, che durante il primo e il secondo secolo erano stati i sostegni dell’Impero e ne avevano creato la brillante civiltà fondendo l’ellenismo e il romanismo, le loro ricchezze, o almeno quelle che non sono distrutte, e la loro potenza passano a una nuova oligarchia d’arricchiti e di alti funzionari, civili o militari, reclutata quasi tutta fra le classi inferiori e tra le popolazioni più barbare, che solo da lontano avevan sentito l’influenza del romanismo e dell’ellenismo. L’Impero ridiventa barbaro, e dall’interno ancor più che dal di fuori, con questo arricchire e salire degli elementi più rozzi, ancor più che per le invasioni dei barbari dell’altra riva del Reno o del Danubio. S’abbassa, dappertutto, il livello della cultura, nella filosofia, nel diritto, nella letteratura; perchè i nuovi dominatori, quando non la sprezzano, la ignorano.
Una raffinata cultura, fra i potenti, non è più regola, ma eccezione. E la decadenza si stende a tutte le industrie e a tutte le arti, in cui la civiltà greco-romana aveva eccelso e che ora diventano più rozze e volgari; all’arte degli scultori, all’arte degli orafi, all’arte degli architetti. Gli avanzi della ricchezza passata sono sprecati in un lusso barbaro di cattivo gusto, spettacoloso, pesante, fatto per sbalordire la gente rozza; o in piaceri e in feste violente e disordinate o in edifici giganteschi e inutili, che ingombrano più che non abbelliscano le poche città ancor floride in mezzo alla rovina delle piccole. E più l’Impero si impoverisce e più l’architettura pubblica colossaleggia. Inoltre, e questo è il colpo di grazia alla civiltà antica, la religione che era stata il fondamento dello Stato e della coltura antica, il politeismo agonizza. I culti orientali irrompono dappertutto, minacciano di sconvolgere moralmente il mondo, già così perturbato dalle guerre e dalle rivoluzioni.