III.

Era questa, dal punto di vista delle tradizioni greco-latine, una grande rivoluzione. Tanto la civiltà greca come la civiltà latina posavano sul doppio principio aristocratico dell’ineguaglianza necessaria e quasi mistica dei popoli e delle classi; ossia sul principio della superiorità innata ed eterna dei greci o dei romani sugli altri popoli; e su quello della superiorità innata ed eterna delle classi che avevano il privilegio di comandare sui semplici mortali. Perciò i governi greci e latini furono quasi tutti aristocratici, e si ressero sul privilegio ereditario di una piccola oligarchia, che sola aveva le qualità del governo; mentre i tentativi di governi veramente democratici, in cui potevano regger le cariche uomini d’ogni classe, anche di quelle medie e popolari, furon rari e di poca durata. Il più celebre fu quello di Atene, ma sappiamo come andò a finire. Quanto a Roma, non fu mai governata dalla democrazia, anche ai tempi più agitati della Repubblica; e lo stesso Impero romano, fino a Caracalla, cioè fino al principio del terzo secolo, era ancora governato da quella che potremmo chiamare l’aristocrazia di una aristocrazia. L’ordine senatorio e l’ordine equestre, a cui spettava il privilegio di reggere tutte le alte cariche dell’Impero, erano un’aristocrazia raccolta fra i cittadini romani, che, a loro volta, nobili e plebei, ricchi e poveri, colti e ignoranti, costituivano tutti insieme, tra le popolazioni dell’Impero, una seconda aristocrazia, dotata da importanti privilegi e sottomessa a uno speciale diritto penale. La civiltà greco-latina era dunque fondata sulla potenza delle élites; e questa potenza, a sua volta, era fondata sull’idea che gli uomini e i popoli sono moralmente disuguali. Una delle conseguenze di questo carattere aristocratico dello Stato e della società greco-latina, era la limitazione di tutti gli organi politici e amministrativi. Riesce difficile a noi capire perchè Roma, all’apogeo della sua potenza, esitò così spesso ad allargare le sue conquiste e ad ingrandire l’Impero. Ma un’aristocrazia è un corpo chiuso, che non si improvvisa e non si sviluppa a volontà, come si può improvvisare e sviluppare una burocrazia raccolta in tutte le classi e in tutte le nazioni; per questo Roma dovette badar sempre a non far l’Impero così grande, che il numero degli amministratori e degli ufficiali superiori, dei quali unica fornitrice era l’aristocrazia, non diventasse, a un tratto, insufficiente; e per questo anche si sforzò sempre di amministrare l’Impero con la minor quantità di funzionari, che gli era possibile. Benchè non ci sia possibile citare cifre esatte, risulta indirettamente da tutto quello che sappiamo sulla storia interna ed esterna dell’Impero, che i quadri dell’Amministrazione romana furono, relativamente, assai ristretti, sino al termine della dinastia degli Antonini. Amministrare con un minimo di funzionari fu regola costante del governo imperiale, appunto perchè era un governo aristocratico.

Nei tempi, di cui parliamo ora, il Cristianesimo aveva già inflitto, nel dominio ideale, un colpo mortale allo spirito aristocratico della civiltà antica, affermando che tutti gli uomini, come figli dello stesso Dio, sono uguali innanzi a lui. La dottrina dell’uguaglianza morale degli uomini era già stata enunciata da alcuni grandi filosofi dell’antichità; ma solo il Cristianesimo riuscì a farla penetrare nella coscienza universale, distruggendo fino dalle fondamenta il vero governo aristocratico, e creando la democrazia moderna. Dal giorno in cui fu distrutto, nella coscienza delle masse, il principio che affermava esser gli uomini, anzichè uguali, moralmente disuguali, l’aristocrazia rimase ancora come convenzione sociale, accettata, in certe epoche, per utilità, ma cessò di essere quella forma organica e quasi sacra della società civile, che era stata nell’antichità. Il che spiega come nel mondo cristiano e mussulmano i governi aristocratici sono stati sempre governi deboli, e nulla più che pallide imitazioni delle vere e grandi aristocrazie del mondo antico.

A sua volta Diocleziano inflisse al principio aristocratico, nell’ordine reale, un colpo mortale, con la sua riforma dell’amministrazione.

Non si può non sospettare un nesso segreto tra questi due fatti, perchè i progressi del Cristianesimo furono una preparazione necessaria per la riforma di Diocleziano. Ma ragioni di ordine sopratutto politico spinsero l’Imperatore a questa riforma; e, fra queste ragioni, la più grave fu la necessità di sostituire all’organizzazione aristocratica dell’Impero, distrutta dalle turbolenze del terzo secolo, una nuova organizzazione che fosse adatta alle esigenze politiche e militari, create da queste stesse turbolenze. La scarsezza del personale, la piccolezza degli organi politici e amministrativi, paragonati alla grandezza dell’Impero da governare, erano state tra le cause della catastrofe, nella quale, durante gli ultimi cinquant’anni, l’aristocrazia dell’Impero era perita. Bisognava creare una amministrazione, che disponesse di forze e di organi adeguati, non solo alla grandezza dell’Impero, ma anche allo sforzo sempre più intenso che lo Stato doveva compiere, per arginare l’universale dissoluzione. E come raccogliere quest’amministrazione, ora che l’aristocrazia, già insufficiente nel secondo secolo, era ormai quasi totalmente scomparsa, se non scegliendo i funzionari in tutte le classi e in tutte le popolazioni?

La moltiplicazione delle cariche e dei funzionari, in alto e in basso, fu dunque uno dei principii della grande riforma di Diocleziano. Per la prima volta, nella storia di questo Impero fondato da un’aristocrazia militare, Diocleziano separa l’amministrazione civile dall’amministrazione militare, e mette alla testa di ogni provincia due funzionari con i loro rispettivi impiegati; il praeses, o governatore civile; il dux o governatore militare. Questa riforma, imitata forse dall’antico impero persiano, aveva certo due fini; rendere più difficili, con la divisione dei poteri, i pronunciamenti delle legioni nelle provincie, e le continue proclamazioni dei nuovi imperatori, vero flagello del terzo secolo; rimediare all’insufficienza dell’elemento militare che, reclutato quasi unicamente nelle provincie meno civili, non aveva sempre le qualità necessarie al governo civile di un impero, erede ancora, per quanto in decadenza, di una gloriosa cultura.

Ma intanto è distrutto un altro principio vitale della civiltà antica: l’unità di tutte le funzioni pubbliche. La divisione dell’autorità civile dall’autorità militare, che ci sembra uno dei progressi politici più importanti della storia della civiltà, appare per la prima volta nella storia dell’Impero romano come un espediente di tempi in decadenza. E non basta: a questa è legata un’altra riforma, che si potrebbe definire lo spezzettamento delle provincie. Diocleziano non si limita, come Valeriano, a moltiplicare il numero degli imperatori; moltiplica anche quello dei governatori, assegnando a ciascuno un territorio più ristretto perchè possa governarlo più facilmente, e perchè, disponendo di poche forze, non diventi pericoloso. Così, nell’anno 297, invece di cinquantasette, come erano al tempo dell’elezione di Diocleziano, troviamo novantasei governatori civili per le provincie.

Nello stesso tempo, per impedire che lo spezzettamento delle provincie indebolisse l’Impero e la forza dell’autorità centrale, Diocleziano istituì la Diocesi. Le Diocesi erano state fino ad allora suddivisioni fiscali e giudiziarie delle provincie. La Diocesi di Diocleziano è l’aggruppamento di molte provincie in una circoscrizione superiore, sotto gli ordini di un magistrato nuovo: il vicario. I vicari sono dodici: cinque in Oriente, coi nomi di Oriens, Pontica, Asiana, Thracia, Moesiae; e sette in Occidente, coi nomi di Pannoniae, Britanniae, Galliae, Viennesis, Italia, Hispaniae, Africa. D’ora innanzi, ci saranno dunque, alla testa dell’Impero, due Augusti e due Cesari. Immediatamente sotto di loro dodici vicari alla testa di altrettante diocesi; e al fianco di costoro, e allo stesso piano, i proconsoli, governatori di certe provincie privilegiate. Finalmente, sotto i vicari, i praesides, o alle volte dei consulares o correctores come sono detti indifferentemente i governatori delle nuove provincie ridotte. A fianco di questa gerarchia civile stanno i duces, capi militari, che hanno poteri territoriali per ragioni militari, senza corrispondenza con le provincie o le diocesi in quanto all’estensione.

Ma la moltiplicazione dei capi dello Stato e la loro distribuzione in determinati centri strategici; la divisione del potere civile e del militare non bastavano, per rinforzare la difesa dell’Impero. La riforma amministrativa doveva essere integrata con l’aumento dell’esercito. Si dovettero quadruplicare le guardie del corpo degli imperatori, aggiungere agli antichi nuovi pretoriani, che saranno i milites Paladini e Comitatenses. Fu necessità anche aumentare gli effettivi militari. Diocleziano li accrebbe da 350.000 a 500.000 uomini, e, in proporzione, accrebbe ancor più il numero degli ufficiali. Per inquadrare più solidamente le legioni e assicurarsene la fedeltà, ridusse gli effettivi e moltiplicò i tribuni militari.

La pluralità delle corti, lo sviluppo della burocrazia centrale e provinciale, e l’aumento dell’esercito esigevano molto danaro. Diocleziano provvede a tutto con energia e ingegnosità. Comincia, decretando una revisione generale del valore delle terre; un nuovo catasto, si direbbe oggi; e a poco a poco, introduce un nuovo sistema di imposte, uniforme per tutte le provincie, ma che doveva anche tener conto rigorosamente della qualità e del rendimento delle terre. Crea una nuova unità fiscale, che, secondo i luoghi, risponde ai nomi di jugum, caput, millena, centuria, che comprende delle terre di natura diversa e di diversa estensione, ma che, nell’insieme, deve avere sempre un valore identico, e fornire la stessa contribuzione. Per esempio: 5 iugeri di vigna e 20 iugeri di terre coltivabili di prima qualità facevano un jugum, mentre, per arrivare a quello stesso risultato, ci volevano 40 jugeri di seconda qualità, e 60 di terza; e, con qualunque coltivazione, ce ne volevano di più se il terreno era in montagna, e meno se era in pianura. La riscossione delle imposte è regolata con cura. La somma stabilita dallo Stato per una circoscrizione fiscale, che comprende un certo numero di juga, è notificata ai decurioni (i membri del piccolo senato di ogni città) i quali ne distribuivano l’ammontare fra proprietari e fittavoli del suolo pubblico (possessores) eccettuando coloro che ne avevano una parte troppo piccola e sorvegliando da vicino la riscossione, perchè erano responsabili di quello che sarebbe mancato. Il sistema tributario sembrava dunque ottimo e di sicuro rendimento.