V.
Senonchè, disgraziatamente, c’era nell’opera di Diocleziano, una contradizione che sotto sotto la minava. Diocleziano aveva cercato di salvare l’Impero dai barbari che lo attaccavano dal di fuori, facendolo barbaro dentro. Aveva distrutto definitivamente il romanismo e l’ellenismo, già guasti dal caos del terzo secolo, riordinando l’Impero su principii opposti a quello su cui si basava lo Stato greco e latino; annientando quello che era stata l’anima, la forza, il sostegno dell’ellenismo e del romanismo: l’unità delle funzioni pubbliche, l’organizzazione aristocratica della società, lo spirito politico, il politeismo. Diocleziano sostituiva a una meravigliosa civiltà, che era stata per secoli, nei suoi organi diversi — religione, famiglia, Stato, cultura, unità viva — un sistema di istituzioni che, salvo qualche ricordo storico della grandezza di Roma, aveva come solo principio spirituale il culto asiatico del sovrano Dio: principio troppo nuovo e troppo meschino per animare una mole come l’Impero. L’Impero dioclezianeo sembra un corpo troppo grande con un’anima troppo piccola, e che va alla cerca di un’anima proporzionata.
L’ordine, instaurato da Diocleziano, era un ordine vuoto; e in questo ordine vuoto nascono e si sviluppano due correnti contrarie. Una tende a risuscitare, nella pace ristabilita, la cultura antica — letteratura, arti, filosofie, religioni servendosi di ciò che resta; perchè questa cultura era stata così ricca, così gloriosa, che molti non si potevano ancora persuadere, anche dopo tante calamità, che fosse morta, e volevano a ogni costo farla rivivere nella sua antica unità. L’altra corrente tende a riempire il vuoto dell’ordine ristabilito, con la nuova dottrina cristiana, che rovesciava l’antica concezione della vita e dello Stato. Distruggendo per sempre la struttura aristocratica della società antica, Diocleziano aveva tolto di mezzo il principale ostacolo alla cristianizzazione dell’Impero; e per quanto formidabili fossero ancora gli ostacoli non distrutti non potevan certo scoraggire una dottrina animata da tanto slancio e da così salda coscienza della sua missione rigeneratrice.
Posti fra queste due correnti, Diocleziano e i suoi colleghi cercarono di favorire la prima, senza opporsi alla seconda con intransigenza. Si sforzarono di rimettere in onore lo studio della giurisprudenza, della letteratura, dell’architettura, proteggendo le scuole e i professori, ricompensando e onorando gli uomini grandi. Così Diocleziano chiamò a Nicomedia il grammatico Flavio e il retore Lattanzio; protesse la scuola di diritto di Berito e cercò di attirarvi allo studio anche dei giovani Arabi. Così Costanzo Cloro scelse dapprima per magister memoriae il famoso retore Eumene, nominandolo poi professore della celebre scuola di Augustodunum (Autun). E’ dottrina ufficiale del nuovo regime, esposta da Eumene in pagine eloquenti, che le lettere siano la sacra fonte di tutte le virtù e la miglior preparazione a tutte le carriere, anche a quelle dell’armi. Nè questa sollecitudine per la vita intellettuale è difficile a spiegarsi; perchè, per quanto, dopo tante calamità, l’Impero fosse decaduto e quasi totalmente governato da barbari, aveva sempre bisogno di quella grande coltura che l’aveva formato, adornato e vivificato per tanti secoli. E’ invece più difficile capire come l’Impero abbia potuto vivere così a lungo, fino all’anno 303, in pace col cristianesimo, che in tante questioni capitali era contrario allo spirito della riforma di Diocleziano. Ma i Cristiani erano già a quel tempo, molto numerosi in tutta l’amministrazione e nella corte stessa; sembra anzi che l’imperatrice e sua figlia avessero avuto qualche contatto col nuovo culto. Diocleziano era troppo savio e troppo giudizioso da non capire, quanto pericolosa all’unità e alla pace dell’Impero sarebbe stata una persecuzione, e durante molti anni si rifiutò di trattare da nemici i cristiani. C’era tuttavia alla corte un partito molto potente, con a capo Galerio, che non approvava questa saggia politica. E questo partito alla fine prevalse, a quanto pare, per le difficoltà che il cristianesimo creava all’autorità imperiale, specialmente nell’esercito e nella disciplina militare. C’erano ancora fra i cristiani dei fanatici che si rifiutavano al servizio militare, come quel Massimiliano, che fu messo a morte il 12 marzo del 295, sebbene, man mano che la nuova religione guadagnava proseliti, il numero dei cristiani che si rassegnava a fare il soldato fosse sempre più grande.
Ma se diminuiva la ripugnanza alla guerra, la difficoltà, che rimaneva insoluta e insolubile, era il culto degli imperatori. I cristiani non potevano riconoscere e adorare il Sovrano Dio; ma il culto del Sovrano-Dio era la base stessa della disciplina militare. Su questo punto non c’era accordo possibile; e doveva scoppiare un giorno o l’altro il conflitto. Nel 302 un editto cacciò dall’esercito tutti i cristiani, e fu seguito, un anno dopo, il 24 febbraio del 303 da un altro editto, il primo editto di Diocleziano veramente contrario ai cristiani, che imponeva la distruzione dei templi e dei libri cristiani, la dissoluzione delle comunità, e la confisca dei loro beni, proibiva le assemblee dei fedeli ed escludeva costoro da ogni carica pubblica. L’editto era relativamente moderato, poi che non conteneva nessuna minaccia di morte; ma dopo che fu bandito, seguirono gravi perturbamenti. Scoppiò in Siria una rivolta; il palazzo imperiale di Nicomedia fu quasi distrutto da un incendio. I nemici dei cristiani li accusarono di essere gli autori di quei disordini; a loro volta i cristiani accusarono i loro nemici di eccitare contro di loro, con tumulti, sollevati intenzionalmente, la collera di Diocleziano.
E’ impossibile decidere da che parte fosse il torto. E’ certo invece che quei tumulti provocarono un secondo editto, molto più duro, il quale ordinava l’imprigionamento dei vescovi, dei preti e dei diaconi, che si sarebbero rifiutati di consegnare i libri sacri. Ma a Diocleziano ripugnava di spingere all’estremo gli eventi; tanto è vero che, nella seconda metà dello stesso anno, il 17 settembre del 303, prese occasione dalla grande solennità pubblica dei Vicennalia, cioè delle feste in onore del ventesimo anniversario del governo dei due Augusti, per promulgare una specie di amnistia generale. Tutti i prigionieri cristiani che si dichiaravano pronti a ritornare apertamente nel seno della religione antica, dovevano essere rimessi in libertà. Gli altri invece non potevano approfittare della grazia, e dovevano anzi, in ragione della loro insensata ostinazione, essere, nel futuro, trattati con maggior severità.
Questi editti sono il documento più eloquente della potenza del cristianesimo, poichè mostrano quanto Diocleziano esitasse a impegnarsi sul serio contro un nemico così numeroso e così forte. Come sempre, quando uno Stato si trova alle prese con un pericolo che non ha la forza di distruggere, anche Diocleziano ricorreva alle mezze misure, le quali non potevano che aggravare il male. L’amnistia esasperò la resistenza dei cristiani più fervidi; e l’Impero fu costretto a prendere le misure di rigore, dalle quali in principio si era astenuto. Alla fine del 303 o del 304, Diocleziano cadde gravemente ammalato e Galerio assunse la reggenza in Oriente. Prevalsero allora nel governo consigli di lotta a oltranza; e l’accordo di Galerio e Massimiano strappò a Diocleziano l’ultimo editto di persecuzione: un editto che faceva obbligo a tutti i sudditi dell’Impero di sacrificare agli dei, sotto minaccia di gravi castighi corporali ai recalcitranti.
Otto anni durò questa persecuzione. Ma benchè fosse stata la più violenta e la più sistematica di tutte le persecuzioni che il cristianesimo subì, non ebbe quella implacabile ferocia che doveva poi attribuirgli la tradizione ecclesiastica. Fu applicata variamente, con maggiore o minore durezza, secondo i paesi e l’umore dei Cesari e degli Augusti. Costanzo Cloro, per esempio, distrusse soltanto qualche chiesa, senza perdere il tempo a violentare la coscienza dei fedeli; e se anch’egli dovette ordinare delle esecuzioni, accadde in gran parte per la vivace reazione e la vera sete di sacrificio, che spingeva molti fedeli, gioiosamente, al martirio. Ma Diocleziano ebbe solo una piccola parte nelle diverse vicissitudini di questa lunga persecuzione, di cui studieremo più innanzi la grande importanza storica. Venti anni di governo avevano stancato il vecchio imperatore, e benchè non ancora sessantenne, la sua robusta costituzione era stata, prima dell’età, minata da una vita febbrile e strapazzosa.
Da molti anni pensava a un ricovero, donde potesse assistere, come spettatore disinteressato, all’applicazione delle sue grandi riforme, senza essere dappertutto presente a dirigerla. E si faceva costruire a Salona, nella sua Dalmazia, un eremo per ritirarsi. Aveva anzi voluto qualcosa di più: non essere solo a mettersi fuori degli affari dello Stato, ma trascinare con sè il fedele compagno delle sue fatiche, Massimiano, al quale aveva fatto giurare contemporanea abdicazione. Questo diligente amministratore sembrava preso dalla pericolosa curiosità di sapere che cosa succederebbe nell’Impero, dopo la scomparsa di coloro che l’avevano restaurato!
E suonò finalmente la grande ora, il 1 maggio del 305. Quel giorno, a tre miglia da Nicomedia, sulla cima di un poggio che s’alzava dolcemente dalla pianura, ai piè di una colonna che sosteneva la statua di Giove, là dove egli stesso aveva offerto la porpora a Galerio, circondato dagli alti personaggi dell’Impero e dagli alti dignitari dell’esercito, Diocleziano si spogliò del diadema, dello scettro, del mantello imperiale e proclamò suo successore Galerio, al quale diede, a sua volta, per Cesare, un ufficiale dei protectores, Massimino Daia.
Lo stesso giorno, forse alla stessa ora, si svolse la stessa scena a Milano, dove Massimiano cedeva il suo trono a Costanzo e poneva la porpora dei Cesari sulle spalle di un altro ufficiale: Severo.
Cominciò allora per lui e per Massimiano quell’epoca della vita, nota nella storia col nome di quies Augustorum. Ma pare che durante gli otto anni in cui Diocleziano continuò a sopravviversi, nel suo immenso palazzo di Salona, tra mare, cielo e monti passando dalle grandi cacce all’umile orticello, l’Augusto vecchio e stanco non fosse mai considerato come uomo privato. Fino all’ultimo giorno della vita conservò tutti i titoli e accolse tutti gli omaggi che meritava il suo passato; rimase, pei nuovi principi, «nostro signore e nostro padre». E quando arrivò la sua ultima ora, il Senato di Roma lo onorò con quella apoteosi che si concedeva soltanto agli imperatori.
Ma visse abbastanza per vedere la conclusione della lotta tra l’Impero e il cristianesimo, che aveva voluto evitare, come una terribile calamità, e per assistere al definitivo trionfo del cristianesimo, che doveva sembrargli un avvenimento più funesto ancora di quella lotta, già tanto temuta. Questo trionfo, era nel tempo la fine della civiltà antica, e la conseguenza necessaria di tutta l’opera, che egli aveva compiuta mirando a altro fine.