II.
Non par dubbio che Tiberio si proponesse, da principio, di rifuggire, quanto era possibile, dai mezzi troppo aspri, non osando infierire contro tanta parte dell’aristocrazia e contro la sua stessa famiglia, egli così impopolare e mal compreso. Inoltre Agrippina era tra le donne della famiglia la meno intelligente: egli poteva tollerare con pazienza la sua pazza avversione, quando Livia ed Antonia, le due donne serie della famiglia, erano con lui. Ma è facile comprendere che non poteva andare avanti a lungo così. Un potere, che non si difende, indebolisce: il partito di Agrippina avrebbe dunque guadagnato favore e potere, se a fianco del vacillante Tiberio, non fosse apparso, per sostenerlo, il comandante della guardia pretoriana, Seiano. Seiano non era neppur senatore; nato da una oscura famiglia di cavalieri, non era che il comandante della guardia; e in tempi ordinari sarebbe rimasto nell’ombra, confuso tra i personaggi secondari, intento ai doveri della sua carica, che era militare soltanto. Il partito di Agrippina, i suoi intrighi, la debolezza e l’incertezza di Tiberio fecero di lui, per un certo tempo, una potenza. Non è difficile intendere quali fossero le prime origini di questa potenza. La fedeltà della guardia pretoriana, dalla quale dipendeva la sicurezza e la fermezza dell’autorità imperiale, era una delle cose che maggiormente dovevano stare a cuore a Tiberio, massime quanto più insidiosamente il partito di Agrippina lo accusava. La guardia vivendo in Roma, tutto ciò che si diceva nei circoli senatorî o nel palazzo dell’imperatore e dei suoi parenti si risapeva dalle coorti, tra le quali la memoria di Druso e di Germanico era veneratissima. Se la guardia si convinceva che l’imperatore era un avvelenatore, e che aveva fatto assassinare il figlio di Druso, la sua fedeltà poteva vacillare. Perciò un comandante di fiducia era un uomo che doveva essere molto ascoltato da Tiberio. Seiano seppe ispirare questa fiducia: parte, forse, per la sua origine, perchè l’ordine equestre per l’antica rivalità con la nobiltà senatoria, era più favorevole all’autorità imperiale; parte con certe riforme che egli seppe introdurre nella guardia pretoriana.
Acquistata la fiducia dell’imperatore, lo ambizioso e intelligente prefetto del pretorio, non tardò a rendersi necessario in ogni cosa, approfittando del momento. Crescevano in Tiberio, la stanchezza, la sfiducia, il disgusto di Roma, della nobiltà, degli uomini, che doveva governare: primi accessi di quella cupa melanconia, che andò via via aggravandosi, per effetto dei lunghi contrasti, delle infinite amarezze, dei continui timori e sospetti e forse anche un po’ per l’abuso del vino, se è vero che Tiberio, come ci racconta Svetonio, aveva il vizio di bere troppo. L’uomo che per tanti anni aveva fatto tutto da sè, che non aveva mai voluto nè consiglieri nè confidenti, aveva ora bisogno, invecchiando, di appoggiarsi a una volontà più ferma. Ma nella sua famiglia non poteva far assegnamento che sul suo figlio Druso, che era ormai diventato un uomo serio e degno di fiducia, e per il quale infatti, nel 22, egli domandò al Senato la potestà tribunizia, facendolo suo collega. Ma poichè Druso non bastava, Seiano potè divenire, di fatto se non ufficialmente, il primo e più attivo e più ascoltato consigliere di Tiberio, insieme con Druso. Anzi più attivo e più ascoltato, poichè Druso era spesso in missione ai confini dell’impero, mentre Seiano era quasi di continuo a Roma, dove, invece, l’imperatore appariva sempre più raramente.
CALIGOLA
Così era nata l’anomala potenza in Roma di questo Cavaliere che non aveva esercitato nessuna magistratura: potenza, che era figlia della debolezza di Tiberio e delle discordie dell’aristocrazia; potenza che sarebbe funesta sopratutto al partito di Agrippina e di Germanico. Sebbene non manchino notizie che Seiano e Druso non si vedevano di buon occhio, è manifesto che Seiano, come uomo di fiducia di Tiberio, doveva volgersi contro gli amici di Agrippina, da cui moveva la più fiera opposizione. Ma nel 23 anche Druso moriva, come tanti altri di sua famiglia, immaturamente a 38 anni, senza che alcuno, lì per lì almeno, parlasse di veleno; e questa inopinata sventura, che colpiva Tiberio di un vivissimo dolore, parve lì per lì riconciliare Tiberio e il partito di Agrippina, a danno di Seiano. Sparito il figlio suo, tra chi, se non tra i figli di Germanico e di Agrippina, potrebbe Tiberio, se non volesse uscire dalla famiglia, cercare il successore? E Tiberio infatti — altra prova che egli desiderava evitare quanto più potesse i conflitti nel seno della famiglia — non esitò un momento, non ostante le noie e le difficoltà che gli erano venute da Agrippina e dai suoi, a riconoscere che nei figli di Germanico erano ormai poste le speranze della famiglia e della repubblica: fece comparire innanzi al senato i due maggiori, Nerone che aveva 16 anni e Druso che era più giovane, ma di cui si ignora l’anno della nascita; li presentò all’assemblea con un nobile discorso, di cui Tacito ci ha trasmesso il sunto, esortando i due giovanetti e il Senato a compiere il proprio dovere per la repubblica.
Dopo la morte di Druso la famiglia dei Cesari poteva riconciliarsi con se medesima, perchè la rivalità tra la stirpe di Tiberio e quella di Germanico era tolta. E un raggio di concordia sembra davvero aver brillato, pur in mezzo alle lagrime per la morte di Druso, sulla casa desolata da tante tragedie; mentre Seiano, la cui potenza era figlia delle altrui discordie, è per un momento messo in disparte. Ma per poco; chè presto la discordia ridivampò. Di chi fu la colpa? Di Seiano o di Agrippina? Tacito incolpa Seiano, che accusa di aver voluto distruggere la discendenza di Germanico per usurpare il posto: ma egli stesso deve poi altrove ammettere (ann. 4, 9) che tutta una piccola corte di liberti e di clienti stava attorno a Nerone, il maggiore dei figli di Germanico, aizzandolo contro Tiberio e contro Seiano, e sollecitandolo a far presto: esser questo — gli dicevano — il volere del popolo, il desiderio degli eserciti, nè Seiano, che ora si burlava della pazienza del vecchio e della lentezza del giovane, avrebbe osato resistergli. Da simili discorsi a propositi di ribellione e di congiura il passo era breve.
È verisimile dunque che la colpa della nuova e più acerba discordia debba attribuirsi, come del resto succede quasi sempre, alle due parti. Il partito di Agrippina, imbaldanzito dalla fortuna toccatagli e dalla debolezza di Tiberio, sentendosi, dopo la morte di Druso, più forte, non ebbe ormai più che un desiderio: collocare più presto che fosse possibile Nerone, il primogenito di Germanico, al posto di Tiberio. Riprese quindi i suoi intrighi contro Tiberio, seminando discordia tra lui e Nerone. Ma questa volta cozzò con Seiano, il quale difese Tiberio con un vigore, di cui Tiberio non era mai stato capace; e tra Seiano e il partito di Agrippina incominciò una guerra accanita e feroce di intrighi, di calunnie, di accuse, di processi di cui Tacito ha saputo dipingere con colori indelebili tutto l’orrore. Tra gli intrighi non potevano mancare i matrimoni. Nel 25 Seiano ripudiò la sua moglie, Apicata, e domandò a Tiberio la mano di Livia, la vedova di Druso. La mossa era arditissima, perchè riuscendo avrebbe introdotto Seiano nella casa imperiale; ma era troppo ardita e fallì, — ci dice Tacito — sopratutto perchè Tiberio ebbe paura che questo matrimonio irritasse ancor più Agrippina. L’imperatore avrebbe detto a Seiano che già troppe discordie di donne agitavano e turbavano la casa dei Cesari, con grave danno dei suoi nipoti: che avverrebbe se questo matrimonio fomentasse ancor più gli odî? Quid si intendatur certamen tali coniugio? Risposta notevole, perchè ci prova che Tiberio, accusato di odiare Agrippina e i suoi figli, ancora due anni dopo la morte di Druso, cercava di accontentare un po’ gli uni e un po’ gli altri, di non irritar troppo gli avversari, di conservare tra tanti pazzi una ragionevole equanimità.
Seiano ebbe dunque un rifiuto, del quale il partito di Agrippina esultò come di una sua vittoria, ma per incorrere l’anno dopo, il 26, in uno smacco della stessa natura. In quest’anno Agrippina chiese a Tiberio il permesso di rimaritarsi. A creder Tacito, Agrippina avrebbe fatta questa domanda di sua testa, spinta da uno dei tanti capricci che di continuo le frullavano per il capo: ma è da supporre che a un tratto, senza ragione, dopo così lunga vedovanza, Agrippina uscisse in un così singolar proposito; e che se questo non fosse stato che un capriccio di una donna bisbetica, se ne sarebbe tanto ragionato nella casa imperiale, e la figlia di Agrippina avrebbe raccontato l’episodio nelle sue memorie? Sembra più probabile che anche questo matrimonio avesse uno scopo politico: dando un marito a Agrippina, dare un capo al partito antitiberiano. I figli di Germanico erano troppo giovani e Agrippina troppo inabile, perchè insieme potessero tener testa a Seiano, appoggiato da Tiberio, da Livia, da Antonia. Si spiegherebbe allora perchè Tiberio si oppose: Agrippina era già una piaga, sola; non c’era bisogno di autorizzarla a prendersi, in veste di marito, un consigliere.
Questa volta trionfava Seiano. E la guerra proseguì a questo modo, con varie vicende. Ma a cominciare dall’anno 26 spesseggiano i segni che il partito di Agrippina e di Germanico soccombe, non resistendo ai colpi e agli intrighi di Seiano, che distacca da lui, uno dopo l’altro, tutti gli uomini di qualche importanza, o guadagnandoli a sè con i favori e le promesse, o spaventandoli con le minaccie, o distruggendoli con i processi. Tiberio sta in mezzo a questa mischia; e, all’opposto della leggenda, si studia quanto può di impedire che dalle due parti si giunga alle estreme crudeltà. Ma che penosa e ripugnante fatica doveva essere per lui questa estrema difesa della ragione e della giustizia tra tante malvagie passioni, tra tanti odî, ambizioni, rivalità! Per lui che era cresciuto nel momento in cui più sfolgorante splendeva innanzi allo spirito delle alte classi di Roma la visione di una grande restaurazione aristocratica! Per lui che giovanetto aveva conosciuto e amato Virgilio, Orazio, Tito Livio, i poeti e lo storico di questa sublime visione; per lui che, come tutti gli spiriti eletti di quegli anni ormai lontani, aveva visto in fondo a questa visione un grande Senato, un esercito glorioso e terribile, una repubblica austera e veneranda come quella che Tito Livio aveva dipinta nelle sue pagine immortali con così potenti colori. Ed egli si trovava invece a capo di una cadente e miserabile aristocrazia, non d’altro avida che di lacerarsi con calunnie, accuse, processi e condanne infamanti; che di quanto egli aveva fatto e faceva per la repubblica lo ricompensava deridendolo, motteggiandolo e accusandolo di assassinio. Aveva sognato i lauri delle vittorie sui nemici di Roma; e doveva rassegnarsi a guerreggiare giorno e notte contro le isteriche stravaganze di Agrippina; accontentarsi — senza essere nemmeno sicuro di riuscirvi — di non passare agli occhi dei più per un avvelenatore! La potenza sprovvista dei mezzi necessari, senza gloria e senza rispetto: questo era l’impero del successore di Augusto, dopo dodici anni di difficile governo! Non è da stupire se vecchio, stanco, disgustato, non sentendosi a Roma sicuro, tra il 26 e il 27 Tiberio si ritirasse a Capri, nascondendo la sua misantropia e la sua stanchezza nella meravigliosa isoletta, che un capriccio delizioso della natura ha deposta in mezzo al divino golfo di Napoli.