III.
Così morì l’ultima, e dopo Livia, la più insigne donna della famiglia di Augusto. Morì come un soldato, al suo posto, difendendo bravamente le tradizioni dell’aristocrazia e i principi secolari del romanesimo contro i tempi nuovi che volevano inorientare la antica repubblica latina. Morì per la sua famiglia, per la sua casta, per Roma senza nemmeno il compenso di essere ricordata con pietoso rispetto dai posteri, sacrificando in questa lotta non solo la vita, ma la fama e l’onore. Tale fu il destino comune di tutta questa, non saprei se fortunatissima o sciaguratissima tra le famiglie del mondo antico, ad eccezione della coppia privilegiata che la incomincia: Livia ed Augusto. Non è possibile a chi capisce questa tragedia grondante di sangue, non inorridire della ferocia con cui Roma si vendicò di questa famiglia, perchè per ridarle la pace e conservarle l’impero, aveva dovuto innalzarsi un poco sopra la comune grandezza dell’antica aristocrazia. Gli uomini e le donne, i giovani e i vecchi, gli scellerati e i generosi, i savi e i pazzi tutti furono egualmente insidiati e perseguitati; e a tutti, tranne alla coppia dei due fondatori, ad Antonia e a quelli che ebbero come Druso e Germanico la ventura di morire giovani, essa tolse o la vita, o la grandezza, o l’onore; non di rado tutte queste cose insieme. Quelli che difesero il romanesimo come Tiberio e Agrippina, non furono odiati, perseguitati e infamati con minore furore di coloro che, come Caligola e Nerone, tentarono di distruggerlo; nessuno, quali fossero le sue inclinazioni e intenzioni, riuscì a farsi capire dai suoi tempi e dai posteri; comune destino di tutti, anche dei peggiori, fu di essere fraintesi e perciò calunniati; il destino delle donne fu ancor più terribile di quello degli uomini, perchè da esse i tempi esigettero, a compenso del grande onore di far parte di questa privilegiata famiglia, tutte le virtù più rare e difficili, e quando le ebbero, non le ricompensarono neppur con il rispetto. A tutte esilio, infamia, morte!
Per quale ragione? Come furono possibili tante sventure e un così spietato svisamento della tradizione? È veramente un peccato che la posterità abbia sempre studiata e meditata questa immane tragedia sulla rozza e superficiale falsificazione di Tacito. Perchè pochi episodi della storia possono far meglio capire, specialmente alle generazioni favorite da tempi prosperi e facili, che tragica cosa è la vita, quando alcuno la prende sul serio. Non lo sa chi non ha vissuto in tempi in cui un vecchio mondo muore e uno nuovo nasce; ma il primo è ancora abbastanza forte da resistere agli assalti dell’altro e questo, pur crescendo, non può ancora annientare il mondo sulle cui rovine soltanto potrà prosperare. Gli uomini devono allora, a ogni momento, risolvere dei problemi insolubili, e tentare delle imprese altrettanto necessarie quanto impossibili; la confusione è negli spiriti come nelle cose; l’odio separa coloro che dovrebbero aiutarsi perchè tendono al medesimo fine; e la simpatia avvince talvolta quelli che sono costretti a combattersi; le donne soffrono più ancora degli uomini, perchè ogni mutamento che avvenga nella loro condizione sembra, e ragionevolmente, più pericoloso. Vestale del genio della specie, che non deve addormentarsi mai, la donna deve essere più ligia al passato, più savia, più virtuosa dell’uomo; possedere e conservare più che l’uomo, le virtù da cui dipende la stabilità della famiglia e l’avvenire della razza. È questione, per ogni tempo, di vita o di morte. Ma appunto per questo nei tempi in cui un mondo muore e un altro nasce, e tutte le idee si confondono, e tutti gli sforzi riescono a risultati inattesi, e chi vuole conservare spesso distrugge, e la virtù pare vizio e il vizio virtù, la donna più difficilmente compie la propria missione, e più esposta al pericolo di smarrir la sua via, di snaturare il proprio compito, di fallire al proprio destino, e perciò di essere infelice.
Tale fu la sorte della famiglia di Augusto; tale la sorte delle sue donne. I Romani o gli stranieri che visitano Roma, spesso vanno, nei pomeriggi delle domeniche, ad ascoltar della buona musica in una sala, che si chiamava sino a poco tempo fa il Corea. Questa sala è costruita sopra un antico rudere romano di forma rotonda, che chiunque può vedere entrando. Il rudere è l’avanzo della tomba che Augusto eresse, sulla via Flaminia, a sè e alla famiglia. Quasi tutti i personaggi, di cui abbiamo narrato qui la storia, furono seppelliti in quel mausoleo. Se qualcuno tra coloro che hanno letto questa storia, si troverà un giorno a Roma, ad ascoltare un concerto nell’antico Corea ora rinominato Augusteo, rivolga un pensiero a queste lontane vittime di una storia terribile; e pensi che lì, dove in pieno ventesimo secolo, ode scorrere i fiumi sonori della musica più melodiosa, lì soltanto i membri della famiglia di Augusto, poteron trovar scampo, venti secoli fa, dalla loro insidiosa grandezza, e riposare alla fine, per la prima volta, fatti cenere, in pace.
[ INDICE]
| PREFAZIONE | [Pag. V] | |
| I. | — La donna in Roma antica | [1] |
| II. | — Livia | [29] |
| III. | — Le figlie d’Agrippa | [59] |
| IV. | — Tiberio e Agrippina | [93] |
| V. | — La moglie di Caligola e il matrimonio di Messalina | [125] |
| VI. | — La madre di Nerone | [157] |
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.
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