III.
Il matrimonio romano era dunque un barbaro commercio della carne muliebre, fatta da una Ragione di Stato spietata e crudele? Sarebbe errore credere che i Romani non sentissero i più teneri e dolci affetti del cuore umano. Le lettere di Cicerone basterebbero a provarci quanto teneramente anche i Romani sapessero amare la moglie ed i figli. Senonchè degli affetti personali più teneri e più dolci, che la letteratura, la musica, la religione, la filosofia, il costume hanno nei nostri tempi accarezzati, lusingati, divinizzati come le supreme ragioni del vivere, i Romani diffidavano, come troppo facilmente fossero pericolosi alla prosperità e al bene dello Stato. Vorremmo noi dunque denunciarli per barbari? Non dimentichiamo la diversità dei tempi, che è tanto grande. La fiducia di cui gli uomini moderni sono larghi all’amore, alla sua chiaroveggenza finale, alla sua potenza benigna sulle cose del mondo; il diritto, figlio di questa fiducia, di scegliersi, per viverci insieme, la persona dell’altro sesso verso cui ciascuno di noi è sospinto da una attrazione personale più forte, sono fiori germogliati in cima all’albero dell’individualismo moderno. La facilità senza numero di cui godiamo oggi, per il lavoro, la coltura, le fortune accumulate di secolo in secolo, ci permettono di allentare la severa disciplina a cui tempi e popoli, costretti a menare vita più pura, dovettero sottoporsi. Sebbene a noi il costume sembri duro e barbaro pur è certo che quasi tutti i grandi popoli del passato e il maggior numero dei popoli contemporanei che vivono fuori della civiltà nostra, hanno concepito e praticato il matrimonio non come un diritto del sentimento, ma come un dovere della ragione, per compire il quale i giovani devono rimettersi alla saggezza dei vecchi e questi avere di mira non la soddisfazione di una passione, di solito tanto più fugace quanto più ardente, ma un calcolato equilibrio di qualità, di attitudini, di mezzi.
I principî che regolavano il matrimonio romano, possono dunque sembrare a noi contrari alla natura umana, ma sono invece i principî a cui hanno ricorso tutti i popoli che non vollero affidare alla passione, mobile come il mare, il compito di fondare le famiglie, in tempi in cui la famiglia era un organo del consorzio sociale ben più importante che oggi non sia, perchè assommava in sè molti compiti — educazione, industria, governo — oggi divisi tra altri istituti. Senonchè neppure la ragione è perfetta: anch’essa ha le sue debolezze, come la passione: e quella Ragion di Stato pronuba, a cui le donne dovevano sacrificare così gli appetiti del senso come gli slanci del cuore, era anch’essa piena di pericoli e di inconvenienti, che conviene conoscere, se si vuol capire la tragica storia delle donne dei Cesari. Il primo inconveniente era la precocità dei matrimoni, poichè tra i 18 e i 20 anni i maschi, tra i 13 e i 15 le femmine erano quasi sempre sposati. L’inconveniente è insito nella natura stessa dei matrimoni combinati dai genitori per autorità; perchè troppo difficile sarebbe imporre ai figli la volontà dei vecchi, in cosa in cui le passioni così facilmente si accendono, se si aspettasse l’età in cui le passioni sono più ardenti e la volontà già abbastanza vigorosa. Appena usciti di fanciullezza, l’uomo e la donna sono più docili. Ma quanti pericoli in questi matrimoni precoci, in una società in cui la donna maritata acquistava una libertà considerevole, poteva praticare gli uomini, frequentare i teatri e i ritrovi pubblici, affrontare tutte le tentazioni, le seduzioni e le illusioni della vita!
Altro e non meno grave inconveniente era la facilità dei divorzi. Il matrimonio essendo per la nobiltà romana un matrimonio politico, i Romani non potevano ammettere che fosse indissolubile, e riserbarono all’uomo il diritto di scioglierlo a piacere, anche quando la moglie fosse innocente di qualsiasi rimprovero, solo perchè quel matrimonio non conveniva più ai suoi interessi politici, e con mezzi spicciativi, senza formalità; una semplice lettera! Nè basta ancora: temendo che nei giovani l’amore potesse più che la ragione, la legge accordava al padre il diritto di intimare il divorzio alla nuora, in luogo e nome del figlio; cosicchè il padre poteva fare e disfare i matrimoni dei figli suoi, come più credeva utile o conveniente, oltrepassando, senza guardarla, la loro volontà. La donna, quindi, se nella casa era eguale all’uomo e oggetto di un alto rispetto, non era però mai sicura dell’avvenire; nè l’affetto del marito, nè la virtù, nè la ricchezza, nè il lustro del nome l’assicuravano che essa finirebbe i suoi giorni nella casa in cui era entrata giovinetta e sposa novella, poichè da un giorno all’altro, la fatale politica poteva, non dirò scacciarla, ma invitarla gentilmente ad uscire dalla casa dove erano nati i suoi figli. Una lettera bastava a rompere un matrimonio! Cosicchè massime nella età di Cesare che fu instabile quanto mai, non si contavano più le signore dell’aristocrazia che avevano mutato tre o quattro mariti, e non per leggerezza o capriccio, ma perchè i loro padri, i loro fratelli, qualche volta perfino i loro figli le avevano a certi momenti pregate, supplicate o costrette a contrarre certi matrimoni, che dovevano servire alle loro mire di parte!
Ma è facile intendere come questa precarietà scoraggiasse le virtù, che sono il fondamento della famiglia, incoraggiasse invece la leggerezza, la dissipazione, l’infedeltà. Cosicchè la libertà concessa dai Romani alla donna doveva essere molto più pericolosa, che non sia oggi la libertà, pur maggiore, di cui godono le donne della nostra civiltà, perchè essa non aveva i freni e i contrappesi che la libertà ha nel nostro mondo; la libera scelta, l’età più matura dei matrimoni, l’indissolubilità del matrimonio o le molte e diverse condizioni poste al divorzio. Era insomma nella famiglia romana una contradizione, che bisogna ben capire, se si vuole intendere la storia delle grandi signore dell’età imperiale. Roma voleva che la donna fosse nel matrimonio il docile strumento degli interessi della famiglia e dello Stato; ma non voleva poi sottometterla al dispotismo del costume, della legge e della volontà dell’uomo, come hanno fatto tutti gli altri Stati, che esigettero dalla donna una abnegazione totale; accordò invece alla donna, se non tutta, molta parte di quella libertà, che hanno potuto con poco pericolo concedere le civiltà, in cui la donna vive non soltanto per la famiglia, per lo Stato, per la specie, ma un po’ anche per sè... Roma insomma non volle trattare la donna come la trattava il mondo greco ed asiatico, ma non per questo rinunziò ad esigere da lei la stessa totale abnegazione per il bene pubblico, l’oblio intero delle sue aspirazioni e delle sue passioni a pro dell’interesse comune.
Questa contradizione ci spiega quel profondo, tenace, secolare puritanismo dell’alta società romana, che è la chiave di tutta la storia della repubblica, senza il quale non si capisce nulla. Il puritanismo doveva appunto conciliare quella contradizione. Come il mondo orientale, segregandola nella casa e nell’ignoranza, spaventandola con minaccie e castighi, così Roma cercò di imporre l’abnegazione inculcandole con l’educazione, con la religione e con l’opinione, l’idea che la donna doveva essere pia, casta, fedele, semplice, dedita al marito e ai figli; che il lusso, la prodigalità, la dissolutezza erano orribili vizî, la cui infamia degradava irreparabilmente quel che di meglio e più puro è nella donna. Che cosa è il puritanismo, se non l’orrore invincibile di certi vizi e piaceri che non possono essere perseguitati con troppe severe sanzioni penali, educato con uno sforzo perseverante di suggestione? In Roma era il freno e il contrappeso della libertà della donna, che doveva impedire gli abusi più facili di questa libertà, e particolarmente la prodigalità e la dissolutezza.
Il puritanismo romano era dunque una cosa seria, grave e terribile; così grave e terribile, che potè essere come la scena storica, su cui si svolse l’atroce tragedia che dovremo raccontare. Era una prima ed aspra medicina di un male, che ha travagliato tutte le civiltà: l’insolubile difficoltà della donna e della sua libertà. Difficoltà più grave, più difficile, più complessa che non credano i femministi, uomini e donne, oggi pullulanti dalla anarchia morale e dalla immensa prosperità materiale dei tempi moderni. Difficoltà, che sta precipuamente in questo: che se è opera crudele, difficile, iniqua, privar la donna di libertà, sottoporla ad un regime tirannico per costringerla a vivere per la specie e non per sè, la donna poi, quando le si lasci la libertà di vivere per sè sola, di soddisfare le sue passioni, facilmente ne abusa più che l’uomo e con maggior danno universale dell’uomo dimentica i suoi doveri verso la specie. E ne abusa più facilmente per due ragioni: perchè essa ha un potere sull’uomo molto maggiore che l’uomo non abbia su lei: e perchè nelle classi ricche è più libera da molte responsabilità che legano e quindi frenano l’uomo. Per quanto grande sia la libertà di cui gode l’uomo, e grande il suo egoismo, l’uomo è sempre costretto, in una certa misura, a frenare i suoi istinti egoistici, dalla necessità di conservare, ingrandire, difendere contro i rivali i beni, il rango, la potenza, il nome, la gloria. La donna invece, se è liberata dai doveri familiari, se ottiene licenza di vivere per il suo piacere e per la sua bellezza, se l’opinione che le vieta sotto pena di infamia la dissolutezza, si indebolisce, e la dissolutezza invece che infamia le procura gloria, ricchezze, omaggi; quale freno potrà trattenere in lei gli appetiti ciechi e le crudeltà dell’egoismo che sono latenti in ogni anima umana?
Questa è la ragione per cui la donna, come nei tempi di forte disciplina è la più tenace tra le forze coesive di una nazione, è invece, nei tempi di anarchia e di disordine, la più attiva forza dissolvitrice con il lusso rovinoso, la dissolutezza, la sterilità voluta. Trovare un equilibrio tra la naturale aspirazione alla libertà che non è altro poi che il bisogno della felicità personale, vivo e profondo nel cuore della donna come nel cuore degli uomini, e la suprema necessità di una disciplina senza la quale la specie, lo Stato, le famiglie pericolano quando non periscono addirittura, è uno dei maggiori impegni di tutte le epoche e di tutte le civiltà. Anche questo impegno, nella esaltazione della ricchezza e della potenza, è considerato dallo spirito moderno con la frivolezza e il dilettantismo che guasta e confonde oggi tutti i grandi problemi dell’estetica, della filosofia, della politica, della morale. Noi viviamo in mezzo a quelli, che si potrebbero chiamare i Saturnali della storia del mondo, nel cui clamore non sentiamo più il tragico della vita. Questa breve storia delle donne dei Cesari risusciterà sotto gli occhi dei moderni una di quelle tragedie, in mezzo alle cui oscure minaccie i nostri antenati vivevano, temperando in quelle i loro animi.