PONTEDERA.

Comunemente la chiamano città, perchè, come Empoli, avrebbe tutte le condizioni per esserlo: ma le manca quello che chiameremo la dichiarazione ufficiale, talchè le rimane la vecchia qualifica, de' tempi del Granducato, di terra nobile. Città o no, Pontedera è un centro industriale e commerciale che nel Valdarno Inferiore occupa, senza dubbio il primo posto.

Situata in mezzo alla pianura, presso la confluenza del fiume Era nell'Arno, essa è ben fabbricata, ha belle strade, ampie piazze, eleganti e comodi palazzi moderni ed ogni anno estende rapidamente il suo caseggiato, collegandosi coi numerosissimi e vasti stabilimenti industriali che le dànno prosperità e animazione.

Pontedera è povera di monumenti d'interesse artistico: ma in compenso è doviziosamente provvista di tuttociò che serve ai bisogni della sua vita e del suo movimento e che le dà carattere di un vero emporio di moderna attività industriale.

PALIOTTO DELLA CHIESA DI S. BENEDETTO A SETTIMO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Le memorie storiche di Pontedera si riassumono nelle alternative delle lotte costanti che per il corso di varî secoli si svolsero fra Fiorentini e Pisani. A' primi del XIII secolo, presso un umile borgo, i Pisani inalzarono un gagliardo castello sulle rive dell'Era e fortificarono pure il fosso Arnaccio che era come una diramazione dell'Arno e che poteva costituire un comodo mezzo di accesso nel loro territorio. Nel 1256 Pontedera, sebbene gagliardamente difesa, fu espugnata dai Fiorentini ed il castello venne disfatto; nel 1290 i Pisani poterono riprenderla, ma la dovettero ricedere tre anni dopo e, d'allora in poi, lo sventurato paese si trovò di continuo a mutar padrone e soggetto a sopportare tutti i danni di quelle asprissime guerre; le fiere e crudeli vendette fecero scempio di questo luogo e de' suoi abitanti, talchè questi per disperazione si videro costretti ad esulare. Alla metà del XV secolo il paese era rimasto quasi deserto, al punto che nel 1454 la Signoria di Firenze vi mandò a ripopolarlo duecento famiglie fatte venire da diversi luoghi della Garfagnana e della Lunigiana. L'ultima triste vicenda guerresca ebbe a subire Pontedera nel 1554, perchè, avendo dato asilo a Piero Strozzi che colle sue milizie francesi e senesi combatteva contro l'esercito austro-ispano-mediceo guidato dal Marchese di Marignano, fu da costui punito colla totale distruzione delle sue mura, le quali non vennero mai più riedificate.

PONTEDERA — PALAZZO PRETORIO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

PONTEDERA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Due soli fra gli edifizi di carattere pubblico presentano in Pontedera un certo interesse artistico: il Palazzo Pretorio, elegante costruzione de' primi del XVII secolo, munita di un originale e grazioso campanile e che accoglie sotto la sua loggia iscrizioni e stemmi che illustrano la storia locale; e la vecchia chiesa dei Ss. Jacopo e Filippo, eretta nel XIII secolo, ma completamente rifatta e decorata nello stesso secolo XVII. D'opere d'arte non v'è grande abbondanza: una tavola della maniera del Sogliani, nella quale sono effigiati la Vergine col bambino e i santi Jacopo e Filippo, una statua in legno del XV secolo rappresentante S. Lucia e alcuni dipinti del XVII secolo di secondario interesse. A Pontedera fu iniziata, oltre mezzo secolo addietro, la costruzione di una nuova e grandiosa chiesa di stile classico; ma, compiuta alla meglio la decorazione interna, si lasciò in tronco il resto e chi sa quando si troverà il modo di portare a termine la fabbrica.

PALAJA — CHIESA PLEBANA DI S. MARTINO. (Fot. Alinari).

A Pontedera ha il suo sbocco l'ampia valle del fiume Era che nasce ne' monti di Volterra, una valle pittoresca, popolata di grossi e interessanti paesi, piena di ricordi delle aspre lotte che anche qui si svolsero violente fra Fiorentini e Pisani dal XIII al XV secolo. Ed anche in questa valle frequentatissima, specialmente per il concorso che richiamano annualmente le celebri terme di Casciana, l'artista e lo studioso avrebbero modo di trovare il più vivo godimento, tanti sono gli edifizi che ricchi d'opere d'arte sorgono framezzo agli opulenti vigneti che ricoprono le deliziose colline. Come una semplice parentesi aperta in mezzo all'escursione del Valdarno, vogliamo però ricordare uno de' luoghi più attraenti di quella valle: il vecchio paese di Palaja, per aver modo di additare due chiese monumentali che rappresentano tipi singolari dell'architettura del XIII e del XIV secolo: la vecchia Pieve che fu modernamente restaurata del tutto e la Pieve di S. Andrea, nella quale, oltre al gentile aspetto esterno, sono da ammirare i resti di un bell'altare della maniera di Giovanni Della Robbia.

PALAJA — PIEVE VECCHIA DI S. MARTINO VISTA DA TERGO. (Fot. Alinari).

Da Pontedera in poi, la valle dell'Arno si apre per costituire come un immenso triangolo di pianura che ha per base la costa del Tirreno e per lati la linea lontana delle colline pisane e gli sproni dell'aspro monte Pisano al quale l'Arno si accosta così da lambirne le balze dirupate. Dal lato di mezzogiorno, le colline popolate di paesi e di villaggi segnano una linea quasi uniforme, lontana lontana e dietro ad essa sorgono maestosi il monte di Volterra e le alte vette de' poggi della Maremma. Dai piedi de' colli fino alla riva dell'Arno ed al mare si distende la pianura immensa, paludosa e squallida in parte, e verso l'Arno invece, fertile pei campi sterminati, in mezzo ai quali, caratteristica speciale di questa località, s'inalzano frequenti, a gruppi o isolati, esili e bruni cipressi.

La destra riva dell'Arno presenta un insieme più pittoresco, più solenne, più imponente.

VALDARNO INFERIORE — MONTE DELLA VERRUCA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Il monte della Verruca, che si stacca come uno sprone della catena de' monti pisani, presenta la sua massa bruna per le selve che lo rivestono e sembra sfidare l'urto delle acque agitate dell'Arno e l'ira delle procelle. Sulla cima di quell'aspro picco, posati come il nido dell'aquila sopra un cumulo di massi scoscesi, sorgono imponenti i resti della rocca della Verruca, un fortilizio rettangolare con quattro bastioni sugli angoli che oggi non racchiude più che ruderi informi, frammisti a sterpi e a roveti, ingigantiti in quella solitudine raramente turbata dai rumori mondani.

La rocca della Verruca era fin dal X secolo di dominio imperiale e fu concessa nel 996 alla Badia di Sesto nel Lucchese; ma nel XIII secolo la Repubblica Pisana, riconosciuta l'utilità di creare su quel picco una specie di vedetta che, dominando le valli e i monti d'intorno, potesse vegliare alla guardia dello stato e tener d'occhio i movimenti delle vicine repubbliche, eresse colà un gagliardo fortilizio. Nelle aspre guerre coi Fiorentini, questi spinsero nel 1431 le loro milizie fin su quella vetta, affinchè smantellassero quelle fortificazioni, che essi più tardi, nel 1503, per l'identico scopo ricostruirono e resero più potenti.

Oggi, come abbiamo detto, sulla cima quasi inaccessibile della Verruca non son che laceri avanzi: quelli della fortezza e, vicino ad essi, i resti dell'antichissima ed ampia Badia di S. Michele che, per pochi secoli dopo il mille, fu asilo romito di rari monaci Benedettini.

VICO PISANO — MURA E ROCCA.

Se aspra e selvaggia è la parte superiore di questo sprone del Monte Pisano, sono in compenso floridissime e ridenti le pendici che da oriente e da ponente scendono con dolce declivio verso i piani adiacenti. Alle quercie, ai lecci, alle piante che vegetano spontanee nei boschi, sottentrano vere selve abbondanti di ulivi che costituiscono la ricchezza di questa parte del territorio pisano. Celebri sono infatti i prodotti che in gran copia escono dagli uliveti di Buti, di Vico Pisano e di Calci, i capoluoghi dei tre comuni che attorniano il monte della Verruca.

VICO PISANO — ANTICHE FORTIFICAZIONI.

Vico Pisano, al quale si giunge rapidamente da Pontedera, dopo aver traversato il lungo borgo di Calcinaja, è uno dei luoghi più interessanti della regione toscana, non tanto per la giacitura sua felicissima, quanto per i grandiosi avanzi delle sue fortificazioni, degne di essere additate come uno degli esempi più completi e più perfetti dell'architettura militare del XIV e XV secolo. Del XIV secolo era la vecchia rocca pisana sulla punta superiore del colle, ma poi nel secolo seguente fu, insieme al castello, munita di nuove mura e di una quantità di torri e di bastioni collegati fra loro per mezzo di un comodo ballatojo. Le fortificazioni di Vico Pisano sono un documento parlante, un monumento della competenza profonda che in simil genere di costruzioni possedeva uno de' più grandi artisti del rinascimento, Filippo di Brunellesco, al quale la Repubblica Fiorentina affidò l'incarico di assicurarle, con ogni mezzo che fosse a sua conoscenza, il possesso del castello conquistato. Oltre alle mura, alla rocca, alle torri, alle porte, Vico Pisano possiede un palazzetto pretorio che ricorda la struttura originaria del XIV secolo ed un'ampia e bella Pieve di carattere simile a quello di molte importanti chiese del territorio pisano, sorte nel XI e XII secolo.

ULIVETO — VEDUTA GENERALE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

ULIVETO — VEDUTO DALLA PARTE DELL'ARNO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

CAPRONA — CHIESA DI S. GIULIA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Il colle sul quale sorge il castello di Vico, s'inalza dall'ampia pianura che, fino alla metà del secolo scorso, era occupata in gran parte dal lago di Bientina, un lago che avendo carattere palustre, rendeva malsana un'ampia plaga di campagna adiacente. Mercè le opere grandiose eseguite dal governo toscano, oggi il lago si è ridotto ad un modesto ed innocuo deposito di acque, che un ampio canale trasporta direttamente al mare, passando di sotto all'alveo dell'Arno, ed i terreni palustri fecondano le messi rigogliose ed i prosperi vigneti.

CALCI — VEDUTA DEL TORRENTE ZAMBRA COL PONTE VECCHIO. (Fot. Alinari).

La base meridionale del poggio della Verruca si spinge quasi a picco fino al fiume, lasciando appena adito alla strada che ne collega i paesi situati sulla riva destra. A piè delle balze, formate di gigantesche rupi, dalle quali si cava quella qualità di pietra arenaria chiamata verrucano, è il villaggio d'Uliveto, al quale han dato modernamente importanza le terme cui convengono annualmente numerosi bagnanti a fruire dei benefizi di abbondanti acque minerali e termali che sgorgano dalle viscere del monte.

CALCI — CHIESA DI S. GIOVANNI. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

PROSPETTO DELLA CERTOSA DI CALCI. (Fot. Alinari).

CHIOSTRO GRANDE DELLA CERTOSA DI CALCI. (Fot. Alinari).

CASCINA — PANORAMA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Caprona, un antico castello appartenuto un giorno a certi conti d'origine longobarda, dove i Pisani eressero più tardi un gagliardo fortilizio, successivamente distrutto dai Fiorentini, possiede i resti di una antica e interessante pieve di carattere lombardo, S. Giulia. In origine la pieve era a tre navate: forse rovinò, talchè nel XIII secolo, utilizzando i materiali della primitiva e conservando alcune parti di essa, si ricostruì la chiesa attuale che presenta non poco interesse.

Da Caprona comincia la Valle di Calci, in antico chiamata Valle Buja, più tardi, in omaggio alle sue naturali bellezze, ribattezzata col nome di Valle Graziosa. E più che graziosa, è veramente stupenda questa valle, che dalle pendici del Monte Pisano scende e si apre di prospetto a Pisa ed al mare, presentando il gajo spettacolo dei suoi inargentati oliveti, in mezzo ai quali spiccano ville eleganti e innumerevoli abitazioni.

Il torrente Zambra scorre nel centro della valle e colle sue acque alimenta numerosi mulini che costituirono un giorno la più fiorente industria di questi luoghi.

Calci, il centro più importante della valle, il capoluogo del comune, è un ridente villaggio che circonda una grandiosa e severa pieve di origine anteriore al 1000, riordinata nel XII secolo. La costruzione a tre navate ha il solito tipo comune alle chiese pisane di quel tempo; ma più della fabbrica della chiesa, suscita il massimo interesse il grandioso fonte battesimale marmoreo, nelle cui facce sono scolpite in altorilievo figure e parti architettoniche e decorative da un artefice del XIII secolo.

Calci fu da tempo remoto sotto la dipendenza degli Arcivescovi di Pisa che ebbero il loro palagio nel superiore villaggio di Castelmaggiore e più e più volte ebbe a soffrire saccheggi e distruzioni per opera delle fazioni che dividevano le famiglie pisane e soprattutto delle milizie straniere che di tanto in tanto venivano a desolare le nostre terre.

Nella Valle di Calci esistono diversi importanti edifizi religiosi. Sotto il picco della Verruca è S. Agostino di Nicosia, un giorno convento dei Canonici Lateranensi, oggi dei Francescani, che conserva nella sua chiesa parte della struttura del XIV secolo.

CASCINA — INTERNO DELLA PIEVE DI S. MARIA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Più importante però è la Certosa di Calci, comunemente chiamata la Certosa di Pisa. L'origine di essa data dal 1366, anno in cui, col lascito di un ricco negoziante d'origine armena e con molte altre offerte di cospicue famiglie, fra le quali i Gambacorti, si pose mano alla costruzione della parte primitiva dell'edifizio. Poco dopo, colle cospicue rendite venute in possesso de' monaci e colle offerte continue dei devoti, si aggiunse il vastissimo chiostro, che, attorniato da numerose casette destinate a dimora dei monaci romiti, costituisce la parte principale, più artisticamente pregevole e più caratteristica del vecchio monastero. Ma se si toglie questa parte che appare più leggiadra e più singolare per l'effetto che producono i bianchi marmi dei lunghi colonnati che si staccano dal fondo degli uliveti circostanti, il resto si allontana totalmente dal carattere severo proprio delle antiche Certose. Le aggiunte e le trasformazioni fatte all'edifizio nel XVII e nel XVIII secolo, se valsero a renderlo quasi pari in grandezza alla Certosa di Pavia, gli tolsero ogni traccia di quell'aspetto umile e devoto che conviene all'indole di questi edifizi.

CASCINA — CHIESA DELLA MADONNA DELL'ACQUA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Il suo prospetto grandissimo, esuberante di decorazioni marmoree di un gusto esageratamente barocco, l'ampio scalone a più rampe che dà accesso alla chiesa, le sale interne sfarzosamente decorate, gli ampi corridoi, le scale comodissime, le logge e le terrazze ampie, più che l'aspetto di un edifizio monastico presentano quello di un palazzo signorile, per non dire di una reggia. Fu l'architetto milanese Carlo Zola che ridusse in tal guisa la vecchia Certosa, mentre artisti chiamati dai monaci da ogni parte d'Italia profondevano a dovizia gli ornamenti e le decorazioni nella chiesa e nel monastero. Dell'arte pura e corretta de' tempi più felici, ben poche tracce sussistono, fra le quali è da annoverarsi il coro dei conversi, adorno di leggiadre tarsie, distrutto parzialmente da un incendio sviluppatosi pochi anni indietro.

PIEVE DI S. CASSIANO A SETTIMO. (Fot. Alinari).

La chiesa conserva nella volta la sua struttura organica; ma le pareti ha tutte ricoperte di affreschi macchinosi e di uno stile che colla semplicità primitiva forma il contrasto più stridente. Dipinti di notevole pregio sono quelli di Baldassarre Franceschini di Volterra, di Francesco Vanni, di Bernardino Poccetti, di Onorio Marinari, di Agostino Veracini. La maggior parte delle decorazioni murali devesi a Stefano Cassiani discepolo del Poccetti, ad Antonio Rossi e Francesco Caroli bolognesi e ad altri artefici che i Certosini chiamarono da Milano.

CHIESA DI S. CASSIANO A SETTIMO — ARCHITRAVE DELLA PORTA PRINCIPALE. (Fot. Alinari).

In complesso dunque, se ne togli il bellissimo chiostro che rispecchia tutta l'eleganza dello stile toscano del XV secolo, ogni altra parte dell'immenso edifizio non presenta che l'accozzo di manifestazioni dell'arte decadente, di un'arte suntuosa, ma priva dell'alito del genio. Restano a celebrare la fama della Certosa la sua grandiosità e gl'incanti della sua splendida giacitura, in questa valle deliziosa, di prospetto al mare, in mezzo alle onde del quale, nelle serene giornate, spunta la massa azzurrognola dell'isola di Gorgona che Papa Gregorio XI concesse nel 1374, insieme al romito monastero, che ne occupava la sommità, ai Certosini di Pisa.

CHIESA DI S. CASSIANO A SETTIMO — ARCHITRAVE DI UNA PORTA LATERALE. (Fot. Alinari).

Ripassando l'Arno e proseguendo oltre Pontedera il cammino verso Pisa, dobbiamo soffermarci a Cascina, popoloso paese, già forte castello che sorge nel centro di uno dei comuni più densi di popolazione. Cascina presenta da lungi l'aspetto di una corona civica, perchè conserva in gran parte la cerchia delle sue mura di mattone, dalle quali s'inalzano a intervalli regolari le torri di difesa. In origine era un borgo aperto, esposto di continuo ai danni delle guerre e delle scorrerie. I Lucchesi lo danneggiarono nel 1295, le milizie della Lega Guelfa lo posero a sacco nel 1328; due volte nel 1341 e nel 1362 lo presero i Fiorentini, i quali, il 28 luglio 1364, riportarono in questo luogo sui Pisani una celebre vittoria che valse a far aggiungere fra i Santi protettori di Firenze S. Vittorio ed a far celebrare annualmente in cotesto giorno feste e palii. I Pisani si decisero allora a fortificare convenientemente il borgo di Cascina e nel 1385 lo circondarono di mura. Ciò non valse però ad assicurare il loro dominio su questo luogo, perchè nel 1499 i Fiorentini l'assalirono, lo presero e lo incorporarono nel loro territorio.

Degli edifizi di Cascina il più importante è la Pieve di S. Maria, la quale, a differenza delle altre pievi, anzichè fuori delle mura, si trova nell'interno del castello. È a tre navate divise da colonne di cipollino e di granito con variati capitelli ed esternamente è tutta rivestita di marmi bianchi e neri, foggiati secondo i caratteri comuni a tutte le chiese del territorio pisano, sorte intorno al 1000. Nessun'opera di notevole importanza si conserva in questa chiesa. A Cascina ebbero una chiesa ed un ospizio dedicato a S. Giovanni i Cavalieri Gerosolimitani: ma, soppresso quell'ordine, l'edifizio fu venduto a privati che ridussero la chiesa a magazzino. È deplorevole che da anni ed anni nessuno sia riuscito a riparare a questa ingiustificabile noncuranza e che si lascino rapidamente deperire i pregevolissimi affreschi che Martino di Bartolommeo da Siena vi dipinse nel 1396.

ESTERNO DELLA BADIA DI S. SAVINO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Attorno a Cascina, lungo le vie che solcano in ogni senso il piano popolatissimo, sorgono numerose chiese di antichissima origine e che conservano non poche tracce del loro aspetto primitivo, come Marcianella, S. Lorenzo alle Corti, S. Jacopo e Maria a Zambra, S. Giorgio ecc. Appena fuori di Cascina è la chiesa della Madonna dell'Acqua, elegante tempio a forma di croce greca, che fu ricostruito nel XVIII secolo col disegno del celebre architetto P. Ximenes.

INTERNO DELLA BADIA DI S. SAVINO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Ma, nel comune di Cascina meritano più che altro la nostra attenzione la chiesa della Madonna del Piano, ora S. Benedetto a Settimo, e la Pieve di S. Ippolito e Cassiano a Settimo. La prima, completamente ricostruita in epoca moderna, è interessante solo per le opere d'arte che vi si conservano, fra le quali va ricordato anzitutto un paliotto di marmo mischio, sul quale sono stati fissati bassorilievi, statuette, ornati che in origine dovevano far parte di un dossale d'altare, stupenda opera di scuola pisana de' primi del XIV secolo; va pure ricordata una tavola rappresentante S. Filippo Benizi, che i frati Serviti, ai quali fin da tempo remoto apparteneva la chiesa, avrebbero commesso ad Andrea del Sarto. Più importante dal lato architettonico è l'altra chiesa di S. Cassiano, che conserva intatto il carattere solenne e al tempo stesso elegante e suntuoso delle vecchie pievi pisane, che avevano la forma comune alle basiliche latine. Internamente è a tre navi, divise da archi che si svolgono sopra a colonne ed a pilastri, mentre nella parte esterna è tutta rivestita di marmi disposti con singolare armonia, ed ha le porte decorate di architravi nei quali maestro Biduino da Pisa scolpì con ingenua semplicità la risurrezione di Lazzaro, l'ingresso di Gesù in Gerusalemme ed una caccia di draghi. Nella chiesa, unica opera meritevole di speciale ricordo, è un bassorilievo della maniera di Andrea Della Robbia rappresentante S. Giovanni che battezza Gesù Cristo.

S. MICHELE DEGLI SCALZI PRESSO PISA — FACCIATA E CAMPANILE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Un altro insigne monumento sorge poco lungi di qui in mezzo alla pianura; è la celebre Badia di San Savino che s'inalza imponente sopra ad un'altura artificiale. Nel 780 si ha ricordo che essa venne fondata da tre nobili fratelli pisani; ma, danneggiata dalle inondazioni dell'Arno, fu rifatta in luogo più adattato e convenientemente sollevata dal livello della pianura nel XII secolo. Prima dei Benedettini, poi dei Camaldolesi nel 1175, fu ricchissima di beni di suolo, di opifici, di mulini e questa sua ricchezza le fece subire la sorte comune alla maggior parte delle opulenti abbazie: quella di esser ridotta a commenda e destinata a saziare l'avidità di cardinali e di prelati benaffetti che in ogni modo ne sfruttarono le rendite. Papa Eugenio IV nel 1439 la restituì ai monaci; ma nel 1563 venne soppressa dal Granduca che ne concesse il pingue patrimonio all'Ordine militare di S. Stefano. Vista da lungi, la badia ha l'aspetto di un fortilizio, chiuso da un rettangolo di mura che racchiudono un terrapieno sul quale sorge la ben proporzionata chiesa di stile lombardo del XIII secolo. Dall'abside, s'inalza maestoso il campanile a forma di grandiosa e massiccia torre, traforata da ogni lato da numerose finestre. Senza cessare di servire ad uso monastico, la Badia di S. Savino venne adattata anche ad uso militare, perchè, data la sua posizione, poteva dominare facilmente i piani e le vie adiacenti e, prima i Pisani nel XIV secolo, poi i Fiorentini in epoca successiva, vi aggiunsero importanti opere di difesa.

S. MICHELE DEGLI SCALZI — PARTICOLARE DELLA PORTA.

Siamo giunti così al Piano di Pisa, una delle località della Toscana più dense di popolazione, più fitte di abitazioni che si aggruppano in borghi, in villaggi, in casali, l'uno coll'altro collegati in guisa da costituire quasi un insieme colla città. Qui però ai ricordi e ai documenti della storia e dell'arte passata si sostituisce interamente lo spettacolo di una modernità piena di vita e di movimento. Campagne che, coltivate con grande amore, forniscono in grande abbondanza i più deliziosi prodotti della terra; opifici, dove migliaja di operai sono impiegati a tessere manifatture, tele, a trar la seta e ad esercitare industrie molteplici e fiorentissime.

Tutto questo movimento rumoroso, gajo, attraente, fa capo alla città di Pisa, dalla quale si partono, come tanti raggi che si prolungano poi nell'ampia distesa della pianura, borgate interminabili.

Attorno alla città, che ebbe un giorno tanta potenza sulla terra e sul mare, che fu centro splendidissimo dell'arte, tornano a rivedersi le belle chiese nelle quali domina sempre costante, diremo anzi sempre uniforme, quel carattere che di qui si espanse poi a Lucca, a Pistoja ed in altre parti della Toscana, ed in specie poi in quelle dove il sentimento ghibellino, prevalente nella politica, sembrava associarsi anche, alle manifestazioni dell'arte.

S. MICHELE DEGLI SCALZI — BUSTO DEL REDENTORE.

Bisognerebbe ricordar molte delle chiese di remota origine che attorno a Pisa conservano tuttora in tutto o in parte l'originalità della loro forma e delle loro decorazioni; ma l'argomento e la frequenza degli esempi ci porterebbero tropp'oltre i nostri confini. Da questa ghirlanda artistica, che forma degno complemento alla monumentale imponenza della città, non cogliamo che pochi fiori, limitandoci ad additare come tipi interessanti e caratteristici e di epoche differenti dell'architettura pisana: la chiesa di S. Michele degli Scalzi, di un insieme armonioso, singolare specialmente per le belle sculture bizantineggianti del 1204 che ne adornano la porta, la chiesa di S. Jacopo a Orticaja, severa costruzione in pietra del XIII secolo, e quella di S. Croce in Fossabanda, nella quale si uniscono tracce dell'architettura del XIV e XVI secolo ed opere d'arte di notevole pregio, fra le quali emerge la bella tavola del portoghese Alvaro Pirez d'Evora.

Al di là de' lunghi sobborghi, Pisa spicca sul puro orizzonte del vicino mare con tutta la pompa della sua artistica bellezza, irta di cupole, di campanili, di torri, di palazzi maestosi che parlano tuttora della magnificenza e degli splendori di un passato glorioso.

CHIESA DI S. CROCE A FOSSABANDA — TAVOLA DI ALVARO D'EVORA.

Traversata la città, l'Arno distende il suo letto in mezzo alla pianura che insensibilmente discende fino al mare e le sue acque lentamente lentamente lambiscono le ripe erbose della tenuta reale di S. Rossore e l'argine sul quale passa la strada che conduce alla Marina di Pisa. Alla sua sinistra lascia il popoloso borgo e la vecchia chiesa trasformata di S. Giovanni al Gatano, un giorno detta dei Gaetani dal nome della cospicua famiglia, che ne fu patrona, mentre dal lato destro passa dinanzi al villaggio di Barbaricina, al quale han dato modernamente una celebrità universale le diverse e riputate scuderie di cavalli da corsa che vi sono state impiantate, e poi alle Cascine Vecchie ed alla parte meridionale di tutta l'ampia tenuta reale conosciuta sotto il nome di San Rossore.

REALE TENUTA DI S. ROSSORE — GRUPPO DI PINI. (Fot. Alinari).

Questo nome è di antichissima origine e derivò dal titolo di un vetusto monastero di Benedettini fondato nel 1084 e dedicato a San Rossore o San Lussorio come si diceva allora.

Da Pisa al mare la distanza è di oltre nove chilometri, mentre ne' tempi più remoti risulta dalla testimonianza degli storici che essa era appena di due miglia e mezzo; così il breve tratto del fiume, più ristretto, più profondo, era, più di quel che sia oggi, propizio alla navigazione, tanto che le galere della Repubblica e più tardi quelle dell'Ordine di S. Stefano, potevano venir comodamente fin nell'interno della città, dov'era un ampio e ben munito arsenale.

REALE TENUTA DI S. ROSSORE — VIALE DI PINI. (Fot. Alinari).

I detriti dei due grandi fiumi, l'Arno ed il Serchio, che hanno le foci a breve distanza fra loro, la mobilità del fondo arenoso del mare, sono le cause del progressivo e continuo accrescersi della spiaggia, la quale d'anno in anno allontana sempre più il mare dalla città che fu un giorno una delle più grandi potenze marittime d'Italia.

UNA VEDUTA DI MARINA DI PISA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Per farsi un'idea di questo notevolissimo guadagno fatto dalla terra sul mare, basterà ricordare la tradizione secondo la quale San Pietro, venendo d'Antiochia, approdò colla sua nave nel luogo dove, a ricordo dell'avvenimento, venne inalzata la stupenda basilica di S. Piero a Grado; e rammentare ancora come il monastero benedettino di San Rossore ed altro convento intitolato di S. Croce a Foce d'Arno fossero sulla riva del mare; mentre oggi tutte queste località sono distanti appena quattro chilometri da Pisa. Il mare formava allora attorno alla bocca dell'Arno una vasta e profonda insenatura, ad una estremità della quale era il Porto Pisano, così celebre nei vecchi ricordi della storia del medioevo.

Oggetto di lunghe e controverse discussioni è stata la designazione esatta della località dove Porto Pisano era posto; ma ogni dubbiezza è venuta a mancare, allorquando dal carattere delle costruzioni, dalla loro disposizione e dai tradizionali ricordi si è potuto dimostrare come la torre del Marzocco ed i resti d'altre torri che sorgono appena fuori di Livorno dal lato di tramontana, altro non fossero che le gagliarde fortificazioni inalzate a difesa del porto che era sicuro asilo delle galere della potente Repubblica, che di là mossero più volte a combattere quelle della rivale Genova. Del carattere di queste fortificazioni servono a dare un'idea abbastanza chiara le riproduzioni che possiamo offrire di Porto Pisano, tratte dagli affreschi del Camposanto di Pisa e da un antico marmo che si conserva nel Museo di Genova.

La pianura fra Pisa ed il mare è oggi occupata da un lato da campi ubertosi, dall'altro dalle boscaglie, dalle praterie e dai lunghi e pittoreschi viali di San Rossore, un delizioso luogo di caccia, dove la selvaggina indisturbata popola e rallegra le fitte selve e le tranquille rive dei laghetti e dei canali. La tenuta di San Rossore, che fu in origine una delle tante bandite della casa granducale toscana, acquistò fama ed importanza nel periodo in cui Firenze fu capitale d'Italia. Vittorio Emanuele la tenne come suo ordinario e gradito soggiorno e, lontano dagli splendori della reggia, cercò fra que' boschi annosi e le praterie infinite le quiete gioje della vita borghese. Spogliato d'ogni pompa e d'ogni apparenza regale, egli trovava in mezzo alle bellezze campestri di San Rossore le soddisfazioni più semplici e più gaje, lieto di vivere della vita stessa de' quieti e modesti abitatori di quei luoghi. Fu allora che vennero eretti in varie parti della tenuta edifizi dalle forme gaje ed eleganti, leggiadri riposi di caccia e quel vaghissimo casino del Gombo, allietato dalla solenne maestà del mar Tirreno e dalla gioconda bellezza dell'ampio parco.

San Rossore offre infatti le attrattive più gentili, più originali, più caratteristiche, giacchè la rigogliosa vegetazione delle piante tropicali, la presenza di mandre di dromedari e di cammelli gli dan la parvenza di una fertile plaga della costa africana.

Lungo la spiaggia, una fitta e ampia pineta che si distende sulle due rive dell'Arno e si collega da un lato con quella di Viareggio e dall'altro si spinge verso Livorno, offre l'asilo più gradito nelle calde giornate estive e sparge in mezzo all'aere purissimo gli acri e salutari profumi delle resine.

Alla foce del fiume, le due rive opposte presentano un singolare contrasto che parrebbe il riassunto, la sintesi delle bellezze naturali infinite dei luoghi che l'Arno attraversa nel suo lungo percorso.

Da un lato i boschi folti e quasi impraticabili, le praterie popolate di greggi, i viali interminabili, silenziosi e deserti, i casini campestri circondati dalla lussureggiante vegetazione, dai fiori rigogliosi e da una quiete alta e profonda che simboleggia la natura nella sua calma più completa.

MARINA DI PISA — FOCE DELL'ARNO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Dall'altra sponda, è rappresentata in tutta la sua gajezza, in tutto il suo splendore l'eleganza e la giocondità della vita moderna. Dove non erano che uno squallido e melanconico fortino per la guardia della costa e poche casupole di boscajoli, abbandonate in mezzo alla fitta pineta e sulle arene continuamente percosse dal mare, è ora una delle più belle, delle più ridenti, delle più sfarzose stazioni balneari. La costa renosa formicola di stabilimenti balneari, di padiglioni, di baracche che accolgono nuvoli di bagnanti, che offrono un allegro e piacevole asilo ad una colonia numerosa: viali lunghissimi, ai quali fanno capo una quantità di strade, passano in mezzo a palazzi sfarzosi, a leggiadre palazzine, a pettegoli villini..... Marina di Pisa è oggi un paese, quasi una cittadina, gaja ed animata, che in pochi anni ha prodigiosamente prosperato in quel lembo del litorale toscano e che simboleggia il lusso, l'allegria, il benessere e l'animazione.

Fra la quiete solenne di San Rossore e la festiva giocondità di Marina, l'Arno passa muto e silenzioso; striscia come un serpe fra le alte erbe e fra i cespugli delle sue rive, si allarga formando isolotti e canali che servono d'asilo alla selvaggina ed ai pesci insidiati dall'umana voracità, si dibatte contro le onde incalzanti del mare, tanto che si direbbe un gigante moribondo che oppone gli ultimi suoi sforzi al fato inesorabile che lo condanna.

Ma l'Arno è ormai scomparso: il Tirreno l'ha travolto ed inghiottito nei suoi vortici misteriosi.

GENOVA — RACCOLTA DEL PALAZZO BIANCO. SCOLTURA DEL 1290 RAPPRESENTANTE IL PORTO PISANO.