§ 1.

— Nei primi tempi storici Roma fu costituita dall'esiguo numero delle gentes delle tre tribù dei Ramnes, dei Tities e dei Luceres, costrette più che disposte ad unirsi su di un territorio assai limitato per necessità della comune difesa contro l'ostilità convergente degli elementi circostanti. Ognuna di esse, infatti, conservava inalterato l'assetto genetico interno sotto il potere, più di coordinamento che di effettivo comando, del «rex», insieme col quale cooperavano — per diritto proprio e non per nomina di lui — i capi delle singole «gentes».

Questa condizione di cose fece sì che le linee fondamentali dell'organizzazione politica romana si formassero in modo singolare. Il perdurare delle lotte interne ed esterne indusse a costituire un nucleo più saldo e durevole, favorito dalle condizioni topografiche, nucleo che divenne così capoluogo ad un tempo del territorio e centro di organizzazione della difesa. Ed a questo fenomeno, per cui già si divergeva dal primitivo sistema barbarico, nel quale, pur in sedi relativamente fisse, oltre la rotazione delle terre, troviamo la vita in villaggi facilmente abbandonabili, si aggiunse, come effetto a causa, quello della maggior considerazione della terra stessa. Questa, appunto perchè limitata, ebbe tanta importanza da superare quella dei rapporti familiari, prevalenti nell'organizzazione barbarica, e costituì la base di ogni rapporto giuridico.

Sotto l'auctoritas del pater[2], oltre i parenti, vivevano anche tutti coloro che, per vicenda sfortunata di guerra — deditio — o per patto amichevole — applicatio — si trovavano alla sua dipendenza[3].

Lo Stato primitivo costituisce — si sa — un cielo chiuso entro cui non si entra che attraverso l'«hospitalitas»[4]. Nell'epoca in cui prevale il potere dei capi delle «gentes» di fronte a quello del re, che, in tempo di pace, si limita a regolare i «Sacra» e lo sviluppo edilizio, anche questo diritto di rappresentanza è esercitato prevalentemente dai «patres». Più tardi, però, il potere regio, favorito dalla naturale scissione degli antichi gruppi gentilizi in più piccoli nuclei famigliari riconnessi al capostipite ma da esso distinti e separati, fu avvantaggiato enormemente per il rapido incremento della popolazione. Quest'aumento, dovuto in parte alla necessità di soddisfare bisogni, ai quali il sistema agnatizio non sopperiva affatto o inadeguatamente, e, in parte di gran lunga maggiore, causato dall'immissione di elementi vinti ritenuti meno pericolosi se tolti dal luogo di origine, portò alla costituzione entro la «civitas» di una classe speciale in condizione giuridica inferiore a quella dei «cives» originarii.

E, questa classe si formò sotto la manus del re.

È certo che le leggende dell'«asylum» e del ratto delle sabine, con cui si risolveva il problema dell'aumento della popolazione, sono di origine forestiera e quindi, presumibilmente, ostili ai romani; ma appare altrettanto evidente, dal complesso dei miti con i quali questi ultimi cercarono di modificarle, la modestia delle origini e il lungo perdurare nello stadio primitivo[5]. Di più noi sappiamo per testimonianza concorde delle disposizioni dell'antico diritto quiritario e delle narrazioni degli scrittori[6] che intorno ad ogni «domus» correva un ambitus di origine sacrale[7] che la cingeva da tutti i lati e che l'insula dei quartieri popolari — quel vasto agglomerato di case a diversi piani e a muri comuni — è di epoca posteriore.

Popolazione scarsa, dunque, ed occupante nello spazio limitato della città un'estensione relativamente assai lata.

Si aggiunga che la scienza ha dimostrato — il Vico con meraviglioso genio l'aveva intuito — che le divinità adorate in appositi templi fuori del «pomoerium» non che diverse erano addirittura straniere a quelle adorate in Roma. E se si riconnettono tutti questi dati con la leggenda dell'uccisione di Remo, la cui importanza, notata anche dal vecchio Varrone, consiste nel carattere sacro attribuito alla fossa, destinata a raccogliere la città entro un cinto inviolabile che non può essere oltrepassato se non in luoghi appositamente determinati e cioè le porte; se ne deduce la conseguenza che in immediata vicinanza della città, ma separati dal vallo e dalla fossa, ci dovessero essere quei popoli vinti che per misura di sicurezza Roma strappava al suolo nativo e aggregava a sè collocandoli sotto l'«hospitalitas» del re.

Ho parlato di vallo e di fossa e non di mura perchè la costruzione ed il culto di queste è posteriore: la leggenda parla di Romolo che uccide il fratello per aver superato di un salto la fossa già scavata o il solco dell'aratro che segnava il luogo ove avrebbe dovuto esser quindi scavata[8]. Non si parla affatto di mura. E il contatto continuo del vincitore col vinto, ostile per odio recente e per diversità antica di origine e di culto, spiega perchè fosse considerato come delitto capitale il traversare il vallo fuori che per le porte[9]. I nomi dei luoghi adiacenti alla Roma primitiva, infatti, sono tutti eponimi di genti plebee; stirpi diverse, cioè, da quelle originarie di Roma. Così il Celius, le due Exquiliae, l'Oppius, il Cespius, e così via. Invece entro il «pomoerium» si trovavano in pari condizione giuridica le tre tribù originarie, le cui divinità si mantennero contemporaneamente e con pari vigore fino al tardo prevalere di Giove capitolino, che personifica e rappresenta l'unificazione di Roma.

Ma un allargamento di questo concetto non avviene che nel secolo IV, quando, con la costruzione delle mura, si inizia un'amplissimo movimento di riforme che rinnuova tutta la vecchia Roma. Infatti la definizione del pomerio dataci dai libri auspicali[10] come di un «locus intra agrum effatum per totius urbis circuitum pone muros regionibus certis determinatus, qui facit finem urbani auspicii» è posteriore, come si scorge chiaro dalla menzione delle mura, alla costruzione delle mura stesse ed è stata presa a torto come prova dell'identità del «pomoerium» col cerchio murale. La prova si evince, a mio parere, da una induzione, che ritengo legittima, intorno all'antichissima distinzione degli auspici in urbani e non urbani (ben differente dall'altra «domi et militiae»); poichè se si tien presente che il diritto di consultare la volontà divina spettava esclusivamente ai patrizi[11] si dovrà anche ammettere che tale diritto in origine spettasse soltanto alle «gentes» comprese entro il pomerio. E così si spiega pure come l'Aventino, in tempi posteriori a quelli indicati dalla tradizione, ma anteriori alla costruzione delle mura, rimanesse fuori della cinta per il suo carattere forestiero e plebeo, essendo abitato dai cittadini delle città latine vinte e dagli schiavi che ivi si rifugiavano nell'«asylum»[12]. E si chiarisce l'altro fenomeno, non meno importante, che solo dopo lunghe lotte la triade capitolina riuscì a prevalere sulle altre divinità[13].