I.
Nebbia fitta bassa e gelida; la natura, ridivenuta per progressione a rovescio informe abbozzo, arrischia poche chiazze di colore sull'immenso caos grigio che l'avviluppa e che ha divorato tutte le cose che esistevano al mondo. Allora, per la risonanza delle cose vuote, il mare vicino e invisibile sembra sforzare la sua gran voce per intonare una selvaggia e perpetua canzone, nella quale il cupo scroscio delle onde interpone in ritmo le note basse, espressione di una eterna minaccia.
Passa un marinaio incappucciato e, per mancanza di sfondo e di qualsiasi dimensione di confronto, apparisce enorme. Passa e canta, finchè un grido che non si sa da dove venga non gli impone di tacere: e la nebbia lo inghiotte, lasciandogli soltanto il rumore del passo.
Dà fastidio anche questo.
— Fermo! — gli gridano di nuovo. E si riode il tumulto dell'acqua infranta dall'invincibile serenità della sabbia.
Ed ecco che da lassù verso lo zenit, da una distanza che è impossibile precisare, e che può essere smisurata e minima, giunge a noi come l'indistinto ronzìo d'un coleottero sconosciuto, grosso, forte, rapidissimo. Sembra che questa creatura, scaturita dal cielo, abbia fretta di raggiunger la terra, contro la quale certo tra poco precipiterà, non avendo mai finora esperimentata la legge della gravità che attira verso il pianeta tutto ciò che sfiora la sua orbita.
Ma in pochi momenti l'immagine dell'insetto diviene meschina ed assurda. Un rombo netto, sonoro, quasi musicale, che trova in sè una progressione di intensità via via più frenetica, una voce irrompente di dominatore, ci rivela che ciò che si approssima a noi è un essere fatto per traversare spazi di Creato.
— Un idroplano! — grida una delle vedette dei forti nascosti dalla nebbia; ed altri invisibili corpi che popolano il grigio ripetono qua e là il suo grido.
Eccolo: e nello sfondo cinereo, sul nostro capo balza fuori e trasvola inclinata una grande forma dalle linee dure che mantiene ferme due ali chiare e allunga una coda opaca, mentre dal suo muso rincagnato di triglia sfugge un anelito rabbioso e fischiante.
È un solo attimo di sbiaditi colori, di fremiti di nebbia, di confusi turbinii; e subito dopo, laggiù, in direzione d'uno specchio d'acqua tranquillo, udiamo gli starnazzamenti ultimi dell'arrivo, rantoli di motore frammezzati da pause nette: poi, silenzio.
E mentre nel cielo invisibile apparisce bianco e senza raggi il disco spento del sole, avviene nella nebbia una corsa d'ombre verso il punto dove il messaggero ora giace con le ali rimaste rigidamente aperte e senza più un palpito, come uccello colpito nel volo: una cosa divenuta d'un tratto talmente inerte che occorre per ogni suo spostamento il lavoro di una fila di uomini che essa segue legata, ficcando il muso basso nell'acqua e «guardando in su» con aria di rancore, dai cerchi tricolori dipinti sulla sua prora e che han la pupilla rossa e le palpebre verdi.
* * *
— E da dove viene lei?
Il ragazzo disse le ultime parole a centinaia di chilometri di distanza, forse in una molto più alta latitudine, e adesso che deve parlar di nuovo e rispondere, sembra stentar a ritrovar le sillabe.
Tutti uguali questi figli del cielo e della benzina! Tra l'orlo del grosso cappuccio di lana grigia ricalato sulla fronte e quello del bavero di pelliccia rialzato sulle gote e chiuso, i loro occhi continuano anche in terra a guardare al di sopra delle cose non riuscendo più a raccorciar le distanze e a riformare le prospettive orizzontali. I loro movimenti sono frenati dall'involucro di cuoio che li stringe e l'ingoffa, e sembrano anche in terra economizzare ogni loro forza per nulla sperdere della loro energia vitale, come lassù. Perciò camminano lentamente e con un passo che pesa; e stentano a rispondere alle domande degli uomini, perchè appena giunti dal cielo dove non v'è altra legge che quella del vento, del fulmine e della morte, altro spettacolo che i cataclismi delle nuvole e l'imperio sfrenato della luce, il piccolo uomo e le sue misere questioni ripugnano.
— Vengo da X... — questo mi risponde come trasognato. — Ma vorrei un po' di cognac perchè il mio l'ho finito... — aggiunge, mentre si tira su il cappuccio, giù il bavero e scopre dei foltissimi capelli biondi, e una bocca rasata e ridente, tagliata dritta sotto la linea dritta del naso.
Oh, grammatica dell'Ollendorff! Quanti dei tuoi grotteschi esempi si ritrovano nella vita! «Queste rose sono belle, ma il cavallo del colonnello (colonel) ha una macchia (spot) bianca sul petto...».
Glielo dico. — Comprende subito: ride e s'asciuga col fazzoletto il volto che ha tutto bagnato come per pioggia.
— È che ho molto freddo.
Allora avviamoci a prendere questo cognac nel padiglione che la guerra mi ha assegnato: due centinaia di metri di percorso lungo un viale erboso, argentato dalla nebbia e fiancheggiato da scheletri d'alberi umidi.
— Vuole anche un po' di thé ben caldo?
— Grazie, sì.
— Con qualche biscotto?
— Perchè no?
— Con un po' di carne fredda?
— Pure.
E siccome lo guardo di fianco...,
— È che ho moltissimo appetito — mi dice con un sorriso di mortificazione. — A proposito, — continua, con una connessione che da principio non mi spiego — gli altri due devono avere «amarrato» in mare. — Che belle «piastrellate»!...
— Che?
— Sì, «piastrellano»... Gli altri due che dovevano arrivar con me «piastrellano». Sente che c'è un po' di mare mosso...? — dice soffermandosi e tendendo per un istante l'orecchio alla gran voce delle onde. — Noi diciamo così — prosegue — quando l'apparecchio «in velocità» sfiora le creste delle onde e prende panciate col «redan» che è una bellezza: sembra che la testa s'insacchi nelle spalle... e ciò mette molto appetito.
Ecco: questo è il nesso; una volta che questo monello lo dice... E poi l'idea dei due suoi compagni che a quest'ora stanno insaccandosi la testa nelle spalle per le panciate sul «redan», gli riempie di schietta gioia il celeste degli occhi, sicchè ride, ed è giusto. Ma ritorna serio per dirmi:
— «Redan» vuol dire spigolo: spigolo inferiore... quello che si sfonda sempre quando si piastrella troppo...
— Ah! si sfonda sempre... E allora?
— Allora? — ripete come sorpreso dalla mia corta antiveggenza. — Allora non si «flotta» più e... — E senza finir la frase fa un gesto con l'indice in giù verso uno sprofondamento immaginario. — Auff! che caldo! — aggiunge sganciandosi il pesante cappotto di cuoio impellicciato; e nell'aprirselo sul davanti appariscono sul suo petto due nastri azzurri di medaglie al valore.
— Dunque — riprende — si va giù. L'altro giorno, vede, volavo su Parenzo insieme a molti altri apparecchi, secondo della fila. Ci tenevamo bassi di quota perchè gli Austriaci ci tiravano addosso un diluvio di cannonate ma malissimo e ci facevano proprio ridere. Però il mio apparecchio correva troppo sicchè ero obbligato a far giri continui, stando attendo a non «avvitarmi».
— Cioè?
— Sì: così... — E col dito descrive una specie di spirale conica col vertice in basso. — Intanto, con le granate fumigene, dopo due o tre salve gli austriaci ci avevano aggiustato il tiro sopra, e tutti gli altri salirono di quota, mentre io restavo basso, avanti a tutti e isolato, perchè quando si gira non si può guadagnar quota. Allora tutte le artiglierie se la presero con me. Guardando in giù vedevo vampe di qua, vampe di là, dappertutto. Nel volo traversavo zone annerite dai gas delle esplosioni e che bisognava respirare. Lasciai andar giù una bomba: e stavo per lasciar la seconda, quando sentii come un colpo metallico che non ha niente del fragore della detonazione e che somiglia piuttosto a un forte tocco di campana. L'osservatore che aveva la testa sporta in fuori del «boat» e guardava il fumo della bomba sorgere laggiù dal bersaglio, la ritirò istintivamente come colpito da uno schiaffo d'aria. Uno shrapnel c'era scoppiato così vicino che per qualche minuto non sentimmo più nemmeno il rumore del motore. Eravamo a 2200 metri... Giù l'altra bomba... Lei sa che non arrivano mai...
— Che cosa?
— Le bombe.
— No: io non so che le bombe non arrivano mai.
— Bene — dice il monello considerandomi con una attenzione allarmata. — Le spiego io: quando si lancia una bomba, la si vede sfuggire subito all'indietro e uno si dà immediatamente della bestia e forse peggio; poi si vede andar giù, giù, impiegando un tempo enorme perchè pare che la terra le sfugga di sotto; e si proietta ben in rilievo sullo sfondo appiattito della città, come un chicco di caffè verdastro che scorra su un quadro di paesaggio messo orizzontalmente su un tavolo: ma non arriva mai; poi, ad un certo momento, sembra mettersi a correre presto presto nella stessa direzione dell'apparecchio, ma laggiù, sui tetti e sulle vie, finchè sparisce in una macchia che s'apre come un fiore nero sul bersaglio. Esplosione, niente; non si sente niente; e quando da questa macchia nera comincia a levarsi una colonna di fumo, si ha l'impressione di essere del tutto estranei all'avvenimento. Uno non c'entra per nulla. Mi spiego?
— Altro che!
— Dunque, mentre guardavamo in giù per seguire questa seconda bomba che non arrivava mai, la pressione dell'olio al motore venne, chi sa perchè, a mancare e il motore fece «panne» e dovetti mettermi a «picchiare» e a «planare» girando la prora verso l'Italia. Sotto c'erano dei cacciatorpediniere nemici che pareva guardassero in su aspettando la nostra caduta: quattro foglioline d'ulivo, circondate d'azzurro e coronate anch'esse di brave vampette rosse, dedicate a noi. «Plana» e «picchia»... «plana» e «picchia», facevo dentro di me il calcolo 2200 x 7 = 15.400 e quelli, vampette, vampette... Pare impossibile: dove arriviamo noi, tutti si mettono a tirar fuori vampette più che possono.
— Aspetti un po': che cos'è questa moltiplicazione?
— Oh bella! Il numero dei metri che lei può percorrere a motore spento, «planando»: sette volte l'altezza...
— E su che cosa «picchiava»?
Questa volta è lui che proprio non capisce. E mi guarda sbalordito.
— Ma su niente — dice alla fine e rimanendo con gli occhi benevolmente spalancati, come un maestro che allo strafalcione fondamentale d'un allievo s'avveda d'esser di fronte ad una mentalità irrimediabile. — «Picchiare» si dice d'un apparecchio che s'inclina in basso per perdere quota, come «cabrare» significa il contrario — e il suo tono di voce è precisamente quello di: «la lettera A, mio caro bambino, e l'ho detto tante volte, è la prima dell'alfabeto; la seconda è B, la terza è C...» — Dunque, «plana» e «picchia», 2000 x 7 = 14.000, 1500 x 7 = 10.500, 1000 x 7 = 7000, giù, giù, lasciai molto indietro i cacciatorpediniere. Sotto di me cominciai a scorgere i soliti puntini bianchi sulle iridescenze azzurre e «verticali» del mare, cosa che vuol dire mare mosso: sì, proprio come le stelle su un cielo rovesciato, ma più fitte e più uguali. Giù, giù: 800 metri: i primi gabbiani — i gabbiani si vedono soltanto da 800 metri, lo sa?... — Ed ecco che mare, puntini, gabbiani, tutto ci salì addosso come per una esplosione della terra: poi il «solito» tonfo, schiuma, sapore d'acqua salata, e quella sensazione calda sulla pelle che vuol dire che ci si è...
— Dove?
— Dentro l'acqua...
— È calda?
— Sicuro: quando si scende da lassù, lassù, l'acqua è sempre calda... Tre o quattro piastrellate sulla cresta delle onde ci avevano sfondato il «boat» e ce ne andavamo giù... Per fortuna accorse un cacciatorpediniere nostro e... Eccoli! eccoli! — esclama il ragazzo, fermandosi e tendendo l'orecchio.
— Chi?
— Gli altri due...
Io non sento null'altro che le fragorose cateratte delle onde, sul cui rumore si sovrappone ad un tratto la risata gioconda di costui che per un motivo che assolutamente mi sfugge, si diverte un mondo.
— Ah! ah! — grida. — Ma non sente come «piastrellano!». — Lo dicevo io, che «amarravano» in mare! Come due spugne, arriveranno!
Ed è tale la sua gioia che si toglie con un gesto vivace i grossi occhiali orlati di pelliccia che teneva sollevati sul cappuccio di lana, come se questi due occhi da batrace fissati da un elastico attorno al suo capo, comprimessero anche la sua felicità...
E ride, e ride...