II.

Ieri la Bora muggiva. Dalle giallastre foci del Po al massiccio di Pesaro dal color di lavagna, fin dove giungeva lo sguardo, sotto una bassa cupola di nuvole stracciate dal vento, e punteggiate di gabbiani spauriti, era un solo bollore livido, senza più orizzonte.

Immense cateratte fluide parevano sorgere dalle nuvole stesse e prorompere verso la terra con un impulso così veemente da far pensare a un sovrappiù di forza acquistato nella loro prodigiosa discesa. Correvano, correvano, orlate di pulviscolo candido, cariche d'uno stesso odio monotono, desolante e furioso, gareggiando tra loro come per addentar più terra e ritirandosi volta a volta, rotte, quasi a riprendere nuova rincorsa dopo l'urto fallito. — Il loro urlo era gigantesco e quando l'ululato lamentoso del vento v'interponeva una litania bizzarra e più acuta, pareva che un furore demoniaco, per qualche istante compresso, si esasperasse subito di più.

Dall'estremo di una delle due dighe di scogli, trepidanti sotto i miei piedi, solo, scudisciato dal vento e toccato dall'ortica della schiuma salata, contemplavo questo spettacolo con occhi nuovi. Fin'allora, in tutta la mia esistenza divorata dal mare, avevo vissuto «dentro» la tempesta, in quei poveri giuocattoli da tempesta che sono le navi. — Avevo sentito per anni passare ad una ad una sotto di me le creste delle onde, subendone l'impulso pazzo nei muscoli e avendo la sensazione dello sbalzo del corpo da abissi senza fondo ad altezze che sembravano fantastiche, per riprecipitar giù secondo una legge eterna e forsennata. Il cozzo della prua contro l'onda, lo squasso di tutte le cose di bordo, l'irrompere violento dell'acqua, bianca assassina, erano accompagnati dalle strette dell'anima, mentre il volto, flagellato dal vento e dalla schiuma, manteneva quell'espressione impassibile che ci venne insegnata da bimbi e che noi marinai per un nostro segreto sappiamo ritrovar sempre anche nei subbugli della terra, anche nelle meschine bufere che il lividore dei piccoli uomini biechi può sollevarci qualche volta intorno.

Ieri invece il mio stato d'animo era simile a quello d'un «gaucho» delle Pampas, rimasto per la prima volta appiedato e fermo tra sterminate torme di cavalli in fuga, confusa e fragorosa mareggiata di groppe guizzanti, criniere tese, code inarcate e lampeggiamenti di occhi convulsi.

Se la tempesta mi avvolgeva come a bordo, se dall'urlo demoniaco delle raffiche si sprigionava la stessa eterna minaccia, a me, uomo, misera cosa nera sperduta in un bianco caos di distruzione, il mio corpo, inclinato contro il vento «era inimobile»: e mi pareva questo un fenomeno straordinario, quasi inverosimile e tale da separare come in due la mia natura, gettandone una parte al passato e l'altra al futuro.

E di tutte le morti che per più di due anni di guerra m'eran venute incontro nel mare, sulla punta avida del siluro, sull'opaca chiazza della mina, con l'acino biancastro e sibilante delle bombe, con lo scoppio livido delle granate, mi sembrava non restasse più nulla e che questo immenso cimitero d'acqua dove in profondissime tombe si dissolvono tanti cari compagni dell'adolescenza mia, non potesse più incutere alcun timore e la sua voce altissima fosse vana.