III.

Qualcuno ha picchiato — nel senso terrestre — alla porta.

— Avanti.

È la posta: e il ragazzo sussulta e si agita, indagando con gli occhi ansiosi nel mucchio di lettere che il marinaio, fumido di nebbia, stringe nella mano callosa.

— Telegrafai due giorni fa che indirizzassero qui — dice. — Postino: c'è niente per me?

— Lei è il signor...?

— Sì.

Ecco: due lettere. — E l'uomo le porge alla sua mano impaziente.

Riconosciute e rigirate, le due lettere sono oggetto di una lotta intima troppo evidente. Ecco la terra che ritorna con tutti i suoi legami umani, con i suoi mille artigli tesi verso ogni anima: ecco quella cosa che striscia alla superficie del mondo, la carta, la fissatrice di dolore, di gioia e di menzogna, che insegue l'uomo dovunque e spinge anche qui una sua branca... Di che? L'ansia che ora trasfigura il volto del ragazzo, dice che è di dolore: dice che il figlio dell'aria non vive abbastanza distaccato dalla terra e che i suoi tremila metri d'altezza non gli servono a spezzare le catene di sofferenza che avvinghiano l'uomo al basso, dov'è nato: checchè si dica, l'anima non ha altre ali che quelle che il cervello gli presta.

— Ma apra pure, — gli dico.

Obbedisce sveltamente: straccia, legge, si fissa.

— E mi dica — continuo rivolto verso l'uomo-cucciolo perchè il ragazzo non si senta osservato nella sua lettura. — Il cadavere di Roullier venne ricuperato?

Si ripete il brontolìo dell'uomo-cucciolo che significa che afferma.

— Ebbe solenni funerali a Venezia — interviene il «puer» tranquillamente. — La gondola funeraria solcò i principali canali e passò tra miriadi d'imbarcazioni accorse dai rii, dalle sacche e dalle darsene...

— Però, com'è difficile gettar fiori! — esclama il suo collega, col solito accento d'ira che il distacco dal silenzio pare dia sempre alla sua voce.

— Come sarebbe a dire?

— Dall'apparecchio — brontola.

— Quel giorno, neanche uno sei riuscito a mettergliene sulla bara — insinua agro-dolcemente il «puer».

«Mettere su»; locuzione che gli aviatori usano per le bombe lanciate con successo su un bersaglio.

— Già: e sì che volai basso più che potevo: ma proprio nemmeno uno ce ne misi! È difficilissimo: la remora d'aria fa così — (un fischio prima e poi il gesto natatorio delle braccia) — e li allontana.

Con la coda dell'occhio seguo il ragazzo.

È pallido: le sue sopracciglia inarcate a metà si riuniscono all'origine del naso: rilegge con più concentrata attenzione, come per discutere ogni parola e inciderla nella ragione. Le due buste sono lì sul tavolo, stracciate, per aver già partorito il loro segreto e ormai inutili all'uomo.

Esse appartennero alla stessa scatola: si vede; ma furono vergate da due caratteri differenti, entrambi femminili; e l'una, nell'ampiezza delle lettere, la regolata sicurezza del tracciato, la svelta eleganza della forma dice una gioventù compassata e altera; l'altra, scompigliata e impicciolita dalla raffica dell'esistenza che piega e rimpicciolisce tutto, dice la maturità.

Madre e figlia... forse... e per sapere subito che cosa esse scrivano venne anche fatto un telegramma. Dunque... Dunque, pessima cosa indagar nelle cose altrui e fantasticarci sopra com'è nostra, latina abitudine.

Ma intanto il ragazzo che ha finito di leggere, continua a tacere fissando a sua volta gli sprazzi di topazio sulla tovaglia, ma senza battiti d'occhi.

— Se almeno durasse la nebbia!... — mormora come conclusione d'una lunga, interna riflessione.

Il «perchè?» che gli dirigo sembra dapprima non scuotere il corso dei suoi pensieri, avviato — lo si comprende — verso un vortice doloroso della sua vita. Ma poi gli fa schiudere la bocca con quella mossa circolare delle labbra che hanno i fanciulli perplessi ad una confidenza.

— Perchè se fossi sicuro che la nebbia durasse qualche giorno e c'impedisse il volo, dovrei correre a Firenze... subito... subito — e i due «subito» vibrano e tremano... — È una cosa per me molto grave...

Gli altri due lo guardano con lo sguardo di chi sa. Io taccio: e comprendo benissimo che costituisco proprio io un imbarazzo alle loro domande.

Cane! Risorsa dell'uomo, vieni qua: lascia che mi chini ad aggiustarti la rossa collarina dove l'incisa targa d'argento proclama che sei ottimo animale.

E ottimo e ingenuo veramente sei, che non t'avvedi che l'occhio del «puer» e la piccola pupilla dell'uomo-cucciolo si avvampano di amichevole ansia per il loro amico che stringe nel pugno le due buste ora riempite, come ne volesse spremere tutto il veleno che esse gli recarono da lontano.

E non odi ora il «No?» col quale al di sopra del mio capo, il «puer» lo interroga? E la risposta, gonfia di tutte le amarezze: — No, finito: perchè sono aviatore... — sibilata da labbra sbianchite e contratte, non ti dice nulla?

Tu non le capisci, ottimo cane, queste cose: e allora lasciami rialzare il capo, come non avessi ascoltato niente: vattene; abbandona noi uomini al nostro destino di bestie, dette, ma dette da noi, ragionevoli. Se sapessi quanto questa parola ci pesa!

Ora gli sprazzi di topazio irradiati dal Capri sulla tovaglia s'accendono e fervono. È una raggiera mobile che si agita, s'insegue, lancia elementi guizzanti alla ricerca delle cose lucide, li ritira, inietta giallo e rosso qua e là, si contrae, riscintilla, fervida o smorta secondo il capriccio d'un raggio che un Dio lontano c'invia.

Perchè fuori c'è il sole. E, avanti a lui, l'orda maledetta della nebbia s'acquatta, si disperde e fugge, bassa come le cose vili. E l'azzurro eterno trionfa, nel cielo e nel mare. Niente è più oscuro nel Creato: salvo che nel cuore di questo ragazzo che dalla finestra, ora spalancata, fissa il cielo terso e sembra inghiottir sorsi di pena.

* * *

Vanno.

La loro missione è terribile. Devono traversare un mare, poi sfidare decine di cannoni e far scorrere i loro chicchi verdastri sul quadro orizzontale d'una grande fortezza nemica. In tre ore il loro destino dovrà compiersi. La terra è ormai cosa che non li trattiene più e per recarsi ai loro apparecchi che già starnazzano impazienti e fissano coi cerchi tricolori degli occhi l'acqua avanti a loro, essi camminano con la testa rovesciata in alto scrutando il cielo.

Vanno, i tre aquilotti che han sostato da me. Il loro aspetto è ritornato da volo: lana e cuoio li ingoffano e del loro essere non apparisce più che lo spiraglio degli occhi dove s'è riformata subito l'anima che fissa la morte da smisurate altezze. Sono calmissimi, perchè cade in ogni agonia l'interesse per qualsiasi cosa, e non parlano quasi più perchè al momento dell'elevazione, quando l'ostia è lentamente protesa in alto, anche il sacerdote tace...

Che uno di questi sanguini al di dentro, e porti indosso il proprio cilicio non si vede: e quando i grossi occhiali da batrace si fissano al di sopra dei baveri rialzati, i tre aquilotti sono identici, assolutamente identici, trigemine creature d'ibridi accoppiamenti nell'aria, partoriti in nome della Patria. Chi è dei tre che accarezza il fox-terrier, che ci saltella intorno e ci accompagna? Quello che è leggermente più basso; il ragazzo dunque: e la sua carezza si prolunga come quelle carezze dei muti che mettono nell'indugio del gesto tutto ciò che la parola non può esprimere.

«... Perchè è aviatore...» Perchè la sua esistenza è cosa irrisoria, qualcuno oppone la gelida lama del senso pratico della vita al palpito caldo della sua anima, che s'abbandona in terra agli slanci e agli affetti di tutte le creature umane, secondo la legge universale degli uomini della terra.

Al cielo, lui! E il cielo è per la morte e per gli spiriti.

Ed ecco che egli sale goffamente al suo posto nel «boat», il fragile sostegno del suo corpo contro la grande caduta. Il turbinìo dell'elica pone nell'aria, dietro il suo capo, come una grande lente di ghiaccio opaco, aureola dei martiri del cielo: fremono le ali come per una malata agitazione dei muscoli e tutte le nervature di acciaio tintinnano. Gli occhi, quegli occhi tricolori dell'apparecchio, sembrano spalancarsi, troppo tersi e avidi di vertigine, esprimendo lo stupore di non sentirsi ancora nelle pupille l'urto frenetico del vento che li annebbierà tra poco. E di qua e di là oscillano lievemente su ganci le bombe grigie, come si destassero da un lungo letargo e nel fremito vitale di tutti gli organi riacquistassero subito la loro anima bieca, la loro parola sibilante, troncata dall'ultimo urlo dell'esplosione.

Un gesto, uno sbuffo, un balzo e l'acqua s'apre bianca, schiumeggiando negli occhi dell'apparecchio che sembra tendere ancora più le ali per avventarsi meglio. Al loro urto pare che l'aria si solidifichi e si disponga a piano inclinato per la salita al cielo. Su: cessa la schiuma; il distacco dalla terra è avvenuto: cade dolore e rimpianto e comincia la morte. Il sole accoglie questa nobile cosa che s'alza, che s'alza verso di lui, e la copre di scintille d'oro contro una nuvola grigia di nebbia in fuga.

Ora gli altri due apparecchi l'inseguono, formano stormo: sembrano collocarsi nell'aria rotta dal primo, con l'acume di alcuni uccelli migratori che tutto sanno delle astuzie dell'aria.

Su: sono tre piccole croci latine, che il passaggio di uno stormo di corvi molto più basso e vicino soffoca nelle proporzioni. Bisogna ricordare d'averle viste qui nelle loro dimensioni vere, quelle tre croci, per non ubbidire alle strane allucinazioni della vista.

Dieci minuti? Son già dieci minuti di volo? Si trovano già a più di 30 chilometri da noi? Allora tra quaranta minuti, traversato un mare, essi saranno tra le vampette rosse, che ogni terra, ogni nave partorisce per accoglierli... Ah! Aquilotti d'Italia! Son certo gli occhi dell'anima che ci permettono di vedervi ancora, piccoli punti che la nebbia offusca. Questa cosa grigia e piatta che voi forse rigirandovi vedete ancora come una cornice scura del grande baratro azzurro, siamo noi, l'Italia, l'ansia, l'angoscia, la vista inumidita... E quell'altra cornice che voi forse già scorgete avanti a voi è l'odio, lo sguardo micidiale, l'Austria, la morte...

Tra qualche minuto il fato vostro è deciso, aquilotti d'Italia. Possa l'anima nostra sostenervi con mille mani invisibili quando, tra poco, intorno a voi, risuoneranno i rintocchi metallici degli shrapnel ed aprirvi sicura la via nelle sfere brucianti delle esplosioni...

Non vediamo più nulla, noi: ma è restato nell'aria come un triplice solco luminoso che si figge nelle nuvole; ed esso persiste anche nel nostro spirito contro la grande nebbia dell'attesa.

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Sapremo tra quattr'ore, da un'altra città, del loro ritorno. Uno dei tre ce lo telegraferà subito, come ha promesso. Aspettiamo e mentre per le immutabili leggi dell'esistenza noi continuiamo ad occuparci delle minute faccende giornaliere, lassù, intanto, la tragedia si svolge...

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Eccolo il telegramma. Quando il sistema nervoso è in tensione, ogni involucro che racchiude pensiero umano ne lascia sfuggire un poco, tanto quanto basti al presentimento. Da questo foglietto giallo ingommato di fresco emana qualche cosa d'indefinibile e che somiglia al senso di diffidenza che ispirano alcuni fiori contenenti tra i petali chiusi un polline avvelenato.

La censura ha costretto a poche parole ambigue spoglie di ogni accenno di precisione. Ma il loro significato s'erge per noi inciso e nitido nell'angoscia, come un albero morto solitario nella neve:

«Due bene altro disceso troppo basso perduto».

Disceso troppo basso... L'eroismo supremo degli aviatori... Venir giù, diritti sulla fornace per colpire meglio...

O per esser...